Quella montagna che resiste, ma…

Senza rispettare l’ordine cronologico, vi scrivo un post su luoghi e personaggi che ho incontrato pochi giorni fa, mettendo da parte fiere ed altri argomenti di cui vi devo ancora parlare.

Non c’è neve, non c’è ghiaccio, in montagna fa addirittura più caldo che in pianura, dove invece è la nebbia a far sì che le temperature siano più invernali. Anche in una giornata stranamente nuvolosa, dopo un po’ che si cammina in salita fa caldo e l’aria non è pungente come dovrebbe essere a queste quote, in questa stagione. Addirittura si sentono ancora campanelle di animali al pascolo sul versante opposto.

Erba verde, fiori: ci sono primule, pulmonarie, campanule, dianthus e trifoglio fioriti. Le foglie sono secche, asciutte e persino scivolose sulle pietre del sentiero. Nemmeno in primavera le condizioni sono così, dato che c’è tutta l’umidità per lo meno derivante dallo sciogliersi della neve. Neve che per ora non c’è.

Raggiungo Barma Mounastira per vedere com’è stato completato il restauro. Sono case private e, il proprietario, a spese proprie ha sistemato gli edifici e fatto pulizia intorno a questo particolare insediamento. E’ una barma, quindi si tratta di case costruite a ridosso, sotto ad una roccia.

Qui si arriva solo a piedi, seguendo un sentiero, quindi il restauro è avvenuto utilizzando soprattutto materiale locale. Guardate ad esempio questa chiave in legno per rinforzare il muro (ce n’è una uguale dall’altra parte, sul muro opposto), con un riparo in modo che prenda meno pioggia possibile.

Certe cose si possono ancora fare, soprattutto con la volontà personale, la passione, l’attaccamento alla propria terra. Adesso cosa succederà a questo insediamento? Sul giornale c’era scritto che il proprietario spera che qualcuno vada ad abitarci, qualcuno che ami l’isolamento e la vita spartana. Però qui non c’è la luce, non ci sono i servizi igienici, non c’è niente di quella che è la vita “moderna”.

Questa era la lavatrice dell’epoca. Chi tornerebbe a lavare qui? Qualcuno c’è ancora, certo, ma ricordiamoci che comunque, per quanto ci siano volontà e sogni, la burocrazia e certi vincoli inseguiranno anche chi vorrà “scappare” in un posto come questo.

Un tempo comunque quassù si era autosufficienti o quasi. C’è anche il forno. Per riprendere a produrre i vari generi alimentari, c’è ancora un gran lavoro da fare per ripulire i terrazzamenti tutt’intorno. Ormai il bosco ha ripreso possesso di tutto, campi e pascoli.

Notate i dettagli di questo posto, il gusto, la cura, l’arte nel realizzare questi edifici. Non so a quando risalgano gli edifici, non mi sembra di aver visto date incise sulle pietre, ma forse mi sono sfuggite.

Continuando la mia salita, incontro altri insediamenti, completamente abbandonati. Anno dopo anno, i crolli cancellano un muro, un tetto, un’intera baita. E’ un peccato, ma chi potrebbe ancora vivere quassù oggi? Facendo cosa?

Arrivo dove iniziano i pascoli. Dove ho incontrato la pista sterrata che scende da sopra, c’erano boscaioli al lavoro. La montagna si mantiene viva anche tagliando i boschi, tenendoli puliti. Tutta la zona degli alpeggi, fin su alle creste, è senza neve. Quassù non c’è più nessuno, mandrie e greggi sono scese nel mese di ottobre, quando ormai tutta l’erba era stata brucata.

Voglio fare un giro ad anello e spero di trovare il sentiero. Lo individuo su in alto dove inizia a scendere, staccandosi dalla strada. E’ solo più una traccia, ormai quasi nessuno lo percorre più. Quando ci saranno erba e foglie, penso sia quasi impossibile percorrerlo. Diventa poi ben evidente più in basso, dove è utilizzato dagli animali quando sono al pascolo.

Arrivo a l’Arcia, un gruppo di case ancora in buon stato, nonostante non si vedano interventi di ristrutturazione recenti. Se sono stati fatti, non hanno stravolto le tipologie costruttive caratteristiche. Anche qui, l’unica via di accesso è il sentiero che sale dal fondovalle.

Un sentiero fiancheggiato da imponenti faggi secolari, anche loro testimoni della storia di questi luoghi. Forse passerà anche qualche escursionista, su questi tracciati, ma sono ancora puliti e percorribili perchè qui c’è gente che vive e lavora.

Un tempo tutte le barme erano utili… e utilizzate. Questo piccolo riparo ha ancora dei muretti, sotto c’è una scala e un rastrello. Da quanto tempo sono lì?

I prati sono puliti, o pascolati, o si è fatto il fieno. Ecco infatti gli immancabili covoni caratteristici di questi luoghi. Con buona pace di tutti quelli che non riescono a capire perchè io sostenga che un certo tipo di allevamento sia in stretta correlazione (positiva) con il paesaggio.

Finalmente incontro anche qualcuno. Il bel tempo fa sì che si possano ancora far lavori fuori. Così Guido con la sua bimba stanno facendo i balot di gias, cioè imballano a mano le foglie da usare poi come lettiera in stalla. In teoria le capre avrebbero ancora potuto essere fuori, ma Guido mi racconta di esser stato costretto a chiuderle dopo che, spaventate dal lupo, sono scappate ed ha faticato a recuperarle, ben più a monte di dove sono stata io quel giorno.

Capre al pascolo ce ne sono ancora poco più sotto, sorvegliate dal pastore. Un bel gregge, frutto di passione e dedizione. Se l’inverno tarderà ad arrivare, sicuramente questi animali ne beneficeranno, in quanto potranno continuare a pascolare all’aperto.

Scendendo lungo l’asfalto, in auto, incontro altre tracce di animali, poi le capre ed il loro pastore. Gli animali stanno pascolando rovi tra la strada e il torrente Angrogna, il pascolo ideale per loro. Alcune hanno già partorito e i capretti sono in stalla. Non ci si lamenta per il clima, dover spalare la neve e dar fieno in stalla sarebbe più faticoso, ma servono precipitazioni per far riposare il terreno e alimentare le falde.

Chiacchieriamo di capre, di pastorizia, di conoscenze comuni, poi rientro nella pianura, incontrando nebbia e temperature più rigide di quelle che c’erano su di là. Non si può non meditare sulle parole ascoltate per l’ennesima volta: “Fanno tribolare più noi che fatichiamo su di qua che non quelli che non fanno niente… e alla fine ci tocca pure mantenerli!“. Eppure questi montanari resistono, per passione, per forza, perchè non saprebbero (vorrebbero) fare altro. Nonostante quel pizzico di amarezza lasciato dai loro discorsi, sono contenta di averli incontrati e aver scambiato quattro chiacchiere. Se non ci fossero loro, solo le seconde case dei turisti, moderne e dotate di ogni confort, ma chiuse, mi sarebbero sembrate ancora più silenziose delle vecchie baite avvolte dal bosco.

Una risposta

  1. Mentre leggevo e vedevo le immgini mi sembrava di riconoscere luoghi familiari delle Orobie. E’ desolante vedere tante case che si stanno sgretolando e con loro le montagne e i pascoli che stanno intorno. E’ una sconfitta continua, più passa il tempo e più mi dico che io per primo ormai in montgna ci vado solo a camminare, ad illudermi di essere in un mondo a parte, ma la voglia di restarci è svanita, assorbita dalla bambagia comoda del sopravvivere quotidiano.

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