Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

  1. Ciao Marzia, molto ben scritto questo tuo racconto, nel leggerlo mi sembrava di essere lì a camminare con te, e in prossimità del recinto ho anche sentito quel profumo che ancora aleggiava nell’aria …

  2. complimenti, come sempre con i tuoi racconti testimoni una realtà che ormai è quasi del tutto scomparsa. Le foto, i racconti, mi fanno immaginare la durissima quotidianità di quella vita. Oggi che abbiamo tutto e troppo e soffriamo del nostro vivere agiato avremmo giusto bisogno di tanta asprezza.
    A quelle donne e quegli uomini che hanno vissuto tanta sferzante durezza dobbiamo riconoscimento stima e gratitudine.

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