Forse avrei dovuto partire con un pastore

E’ bello quando il mondo virtuale diventa reale. Soprattutto quando si parla di un mondo che è estremamente concreto, quello degli allevatori. Sergio mi aveva contattata su facebook un paio di anni fa, dicendomi di essere uno dei lettori di questo blog. Poi, lo scorso mese di giugno, mi aveva invitata ad andare a trovare lui e la sua famiglia in alpeggio. Lui era curioso di chiedermi cose sul Piemonte, io di conoscere un po’ di Val d’Aosta, e così…

Una bellissima giornata di sole, cielo limpido, aria fresca. Salgo in Val d’Ayas fino a Champoluc e devio risalendo su per le piste da sci, seguendo una strada ripida e polverosa. In questo momento Sergio e i suoi animali sono ancora all’alpeggio “basso”, con erba in abbondanza: “Siamo saliti un po’ tardi, potevamo venir su una settimana, dieci giorni prima, ma i figli avevano ancora la scuola…“. In alpeggio quel giorno ci sono solo due dei tre figli, il maggiore, Andrea, è rimasto giù a tagliare l’ultimo fieno. “Ha voluto che gliene lasciassi due pezzi da fare, ieri telefonava e diceva che giù si moriva di caldo. Ha appena fatto 18 anni, prenderà la patente quando scendiamo, così gli ho lasciato due pezzi dove non deve passare sulla strada con il trattore!

Quando arrivo, gli animali erano appena stati messi al pascolo, Sergio stava finendo di tirare il filo nel prato sotto alle case. Il “villaggio” di Soussun ha origini antichissime. Così possiamo leggere sul sito della struttura ricettiva Stadel Soussun, collocata dietro all’alpeggio: “…si trova a circa 2000 metri di altitudine. Soussun è un antico villaggio Walser, risalente al ‘500, ed è una testimonianza del passaggio dei Walser in Val d’Ayas. Il popolo Walser, originario dell’alto Vallese Svizzero, nel XIV secolo durante i suoi spostamenti per traffici commerciali, si stabilì alle pendici del Monte Rosa, lasciando numerose testimonianze della loro presenza, soprattutto nelle caratteristiche costruzioni che si possono ammirare in questo villaggio.  Il borgo di Soussun è stato abitato stabilmente fino all’inizio del secolo scorso, e sono giunti a noi in buono stato di conservazione: il forno, il mulino, la cappella dedicata alla Madonna del Carmine e appunto i caratteristici “rascard“, abitazioni in legno e pietra, con i tipici “funghi” atti a dividere la parte in muratura dal fienile e dal granaio.

Qui ci si alza presto al mattino, si munge alle 3:30, poi il latte viene portato in fondovalle, dove passa il camion del caseificio a ritirarlo. Si mettono al pascolo gli animali, si puliscono le stalle e si lavano i bidoni del latte, si fa pranzo, ci si riposa un po’ e si riprende tutto da capo. Avere ospiti significa inevitabilmente saltare il riposo e questo mi fa sentire un po’ in colpa: “No, per una volta che viene su qualcuno! E sono contento, perchè sei la prima, tra gli amici virtuali, che viene su a trovarci.” Il computer è lì sul tavolo, Sergio tiene aperta questa finestra sul mondo. “Ho scoperto il tuo blog cercando “pecora biellese”, da quel momento lo guardo tutti i giorni, sempre.

In alpeggio ci sono bovini, qualche capra, galline, oche, cani e gatti. Sergio e la sua famiglia salgono qui da tanti anni, ultimamente aveva cercato anche un’altra sistemazione, ma i costi di affitto erano troppo elevati, così è rimasto su questo alpeggio. Il villaggio antico è pittoresco, ma servirebbero altre strutture. Nell’altra baita più a monte, pur essendo nel mezzo degli impianti sciistici, non sono stati fatti i lavori per l’allacciamento alla rete elettrica e tocca usare il generatore, un costo non indifferente. “Un paio di anni fa mi era passato tutto l’entusiasmo, troppe difficoltà, poca voglia di venirci incontro.” Però la passione alla fine ha avuto la meglio e si continua, anche perchè sarebbe difficile immaginare di andare a fare altro.

Prima di pranzo, vengono fatti rientrare gli animali in stalla, anzi, nelle due stalle. Bovini da latte di razza valdostana, un paio di vacche castane: “E’ il figlio che le vuole tenere… Fosse per me non le avrei. E’ una passione anche quella, ma latte ne hanno poco e poi a volte si piazzano lì sulla porta della stalla, non lasciano entrare le altre…“. Parliamo a lungo di pecore e di pastori, Sergio “confessa” la sua malattia, fin da bambino ha la passione per le pecore: “Poi le cose sono andate diversamente… Forse da ragazzo avrei dovuto partire con un pastore, provare, magari capivo che non era la mia strada.” E invece è rimasto quel rimpianto, così ci si ferma a vedere le pecore tutte le volte che si scorge un gregge.

Sergio mi ripete quello che ho già sentito parecchie volte in questi ultimi mesi girando da queste parti: “Adesso di soldi ce ne sono meno di prima. Tanti hanno preso i contributi per fare stalle e fienili che, passato quel tot di anni, sono diventati case. Qui abbiamo più controllori che persone da controllare, ci tartassano! Sta diventando sempre più difficile lavorare e quel che facciamo rende sempre meno. Giù in fondovalle non volevano lasciarmi fare la stalla…

La figlia è nella baita a sorvegliare i fornelli e apparecchiare tavola, il fratellino aiuta mamma e papà. “Il figlio più grande fa l’Institut Agricole ad Aosta, adesso dovrà poi stare giù per fare un periodo di stage. A lui piace fare questo, ma a volte mi chiedo se sia giusto lasciarlo continuare, se ci sia un futuro per questo mestiere.” Sono le domande che si pongono tutti i genitori, davanti a qualsiasi mestiere. Quel giorno il sonnellino pomeridiano è saltato, ma le visite non arrivano tutti i giorni…

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