Una realtà vicina che conosco poco

Ci affidiamo troppo spesso ai luoghi comuni o all’apparenza, ma le realtà bisogna sempre viverle dal di dentro per comprenderle. Ricordo, anni fa, quando ero impegnata con i miei colleghi nel censimento degli alpeggi della Regione Piemonte. Eravamo sulle montagne del Canavese e, un giorno, siamo arrivati in cresta, affacciandoci verso la Val d’Aosta. Avevamo scarpinato tutto il giorno per raggiungere alpeggi isolati, alcuni anche in condizioni di stabilità precaria, con condizioni di vita e di lavoro sicuramente non facili. “Di là” invece vedevamo strade e piste che raggiungevano tutti gli alpeggi, strutture perfettamente risistemate, baite e stalle. E’ abbastanza comune, in Piemonte, sentir parlare anche con invidia dei “vicini” Valdostani. Regione a statuto speciale, più aiuti, più contributi. Tutto vero?

Sicuramente è una regione interamente montana, alpina, quindi non esiste lo squilibrio tra la pianura e aree di montagna disagiate, marginali, come avviene altrove. Il Piemonte ha sì una vasta porzione montagna, ma il cuore è la pianura, la città… e i problemi infatti sono tanti, specialmente in tempi in cui mancano i fondi. Sono notizie di questi mesi le strade che franano e che non si sa come fare per riaprirle per i costi necessari alla messa in sicurezza. Quando invece tutti, bene o male, vivono e lavorano in montagna, le cose sono un po’ diverse. Agricoltura e allevamento sono ancora basilari nella vita della regione e, almeno all’apparenza, sembrano ricevere le giuste attenzioni.

Però… quanto è solo facciata? Cosa c’è dietro? Quali sono le reali problematiche, anche qui? Pur essendo una realtà confinante, ammetto di conoscerla poco. Da quando mi occupo di allevamento, pastorizia, ecc… ho iniziato ad avere qualche contatto anche con persone di questa regione e, ogni volta, ho avuto notizie che contrastavano almeno in parte con il “sentito dire”. Bisogna andare oltre alla poesia, sicuramente! Come territorio, come paesaggio, di certo ci sono scorci da lasciare a bocca aperta.

La strada diventa sterrata, dopo aver superato insediamenti abitati permanentemente, anche se in quota. Tutte le strutture turistiche sono ancora chiuse, ma vi è comunque presenza umana. Aziende agricole ce ne sono parecchie, gli animali sono ancora tutti in stalla, girano trattori, c’è gente che lavora nei campi di patate e negli orti. Poi, più a monte, i territori d’alpeggio. L’erba è ancora bassa e fa freddo, in quel mattino soleggiato. Vedo anche vecchi alpeggi abbandonati, ma lì accanto ci sono le nuove strutture.

Certo, anche in Piemonte ci sono alpeggi belli e ben risistemati, ma qui, tutto dove sono stata, ho visto baite e stalle apparentemente perfette. Ci saranno vincoli che obbligano all’utilizzo di certi materiali? Saranno strutture pubbliche? Oppure private? Ci saranno stati incentivi, contributi per la sistemazione degli alpeggi? Tutte domande per ora senza risposta, dal momento che sto effettuando la mia escursione in solitaria e qui non c’è ancora nessuno con gli animali.

Con i miei occhi quello che posso vedere sono i pascoli, la loro qualità e la loro cura. Come vi dicevo, è ancora presto, la neve è andata via da poco e spunta appena la prima erba, i primi fiori. Si può comunque osservare come , qua e là, in varie zone alla fine della stagione precedente siano stati sparsi i liquami, per concimare, garantire buoni pascoli ed evitare il più possibile l’accumulo in un unico luogo (con conseguente degradazione dell’area).

Giunta al colle, altri alpeggi sul versante opposto, altra vallata. Qui sembra che non arrivi nessuna strada, ma comunque le strutture sono ugualmente in buon stato. Con il binocolo guardo lontano, i colli di fronte a me confinano con la Valsesia, di nuovo Piemonte, e dietro vi sono valloni con interminabili sentieri per raggiungere alpeggi ancora utilizzati da greggi e mandrie… e persone che, per alcuni messi all’anno, vivono una vita come quella di 100-200 anni fa, all’incirca.

Una panoramica verso la Val d’Aosta. Il territorio ricorda sicuramente più quello di aree alpine come la confinante Svizzera: una valle ampia, glaciale, con versanti abitati, insediamenti anche in quota, strade, villaggi, alpeggi. Di sicuro molto diversa dalla maggior parte delle vallate piemontesi.

Eppure i problemi ci sono anche qui e non pochi. Vengo a sapere di aziende che tribolano sempre più per tirare avanti e, soprattutto, di un gran numero di persone che compiono una migrazione stagionale oltreconfine. Si va in Svizzera a fare la stagione, si mandano in affido le proprie bestie in alpeggio e si va a guadagnare qualche soldo in terra elvetica. Là il lavoro in alpe è meno impegnativo e più redditizio, i Valdostani sono preferiti ad altri operai perchè conoscono la lingua, ma soprattutto sanno fare il mestiere. Quindi? Cosa succederà su queste montagne? C’è il rischio che vengano abbandonate? Ho ricevuto un paio di inviti per recarmi in alpeggi valdostani prossimamente… ovviamente chiederò e vi racconterò ciò che verrò a sapere! Intanto, qui vecchi articoli dove già avevo parlato di Val d’Aosta.

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