Era il paese della frutta

Le mie radici non sono legate all’allevamento, alla pastorizia. Le mie radici sono tra gli alberi da frutta. Il mio era il paese dei frutasè, dei commercianti di frutta, specialmente mele. E le mele del mio comune, Cumiana, erano famose ed esportate in tutto il mondo (non è un’esagerazione, accadeva davvero così, ben prima dell’epoca della globalizzazione). Oggi, da queste parti, sono diventati altri i “paesi della frutta”, perchè collocati in aree pianeggianti, più facili da gestire con i macchinari e le nuove tecniche colturali.

In collina, quassù, i frutteti vengono abbandonati, eradicati, e la gente ti dice di portare le pecore a pascolare l’erba cresciuta al loro posto. Bella erba grassa, il terreno è buono. Dopo aver ben mangiato, con il sole del mezzogiorno le pecore si mettono “a mucchio”.

Da queste parti, dove un tempo c’erano frutteti ovunque, oggi gli alberi da frutto sono quasi solo più ad uso famigliare. 10-15-20 anni fa la situazione era ancora diversa, ma oggi… E il gregge passa tra i pochi piantamenti residui, qualche vigna, vecchi ciliegi in fiore.

Anche i kiwi sono stati tolti, anche qui tanta bella erba da pascolare. Si cerca il proprietario, si ottiene il permesso e si pascola anche questo ex frutteto dove, da poco, sono state eradicate tutte le piante, c’è ancora un mucchio di rami secchi in un angolo.

Dove resistono i frutteti, si vedono i segni dei passaggi dei caprioli. Gli alberi già più grossi si salvano, fare un piantamento nuovo invece richiede sistemi di protezione adeguati. Al Pastore viene detto di pascolare anche in mezzo alle piantine di un frutteto “non riuscito”, quel poco che si è salvato mostra ben evidenti i segni delle brucature e degli scortecciamenti dei selvatici.

Andate pure anche di là, dove ci sono i peschi… Tanto li tolgo!“. E i due anziani accompagnano il Pastore per mostrargli tutto dove pascolare. Il pescheto abbandonato, l’incolto (dove le patate non le mettono più, i cinghiali distruggevano tutto), il frutteto che non è più stato potato.

Nel giorno di pioggia si va al pascolo anche nei boschi, ma ci si rende conto che anche queste sono zone che erano coltivate fino a qualche decina di anni fa. Qui una vasca per fare il verderame, là un muretto, lassù dei vecchi meli che ancora fioriscono, tra i rovi. Il bosco però sta colonizzando e cancellando tutto.

Fa un effetto strano “buttare” le pecore lì in mezzo. I meli, non potati, sono delle nuvole di fiori. Nonostante la brutta giornata umida, c’è un lieve profumo nell’aria. Le pecore brucano l’erba, ma poi alzano la testa e mangiano anche qualche fiore, qualche foglia tenera. Penso a quello che diceva mio nonno, originario di queste borgate, a riguardo delle mele di collina, ben più dolci, ben più gustose di quelle della pianura.

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  1. “[…] le mele di collina, ben più dolci, ben più gustose di quelle della pianura.” Mi basta il tuo racconto, leggere le tue parole, per intuire un po’ del tuo sconcerto e quella vena di malinconia per qualcosa che era bello e buono. Piccole parti di un mondo che viene cancellato da un’economia che se ne fotte della biodiversità, della cultura, delle tradizioni, della storia, del senso di un territorio e delle genti che vi abitano da sempre.. Grazie per questo post, questi tuoi “reportage” meriterebbero maggior rilievo e la pubblicazione su qualche rivista/editoriale. A meno che tu già non lo faccia.

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