Un incontro non del tutto casuale

Prima di queste piogge avevo fatto diversi giri in montagna, in quella montagna che amo, che preferisco. E’ la montagna di mezzo, non su oltre il limite della vegetazione, tra le rocce e il cielo. Quella montagna che è bello esplorare in autunno, tra i colori, ma senza troppe foglie.

In questa stagione può già esserci neve in quota. Quest’anno il clima è così strano che non sai davvero cosa aspettarti, per esempio l’erba verde e persino qualche fiore laddove dovrebbe esserci solamente gelo ed erba gialla. Invece a fine novembre, dove gli animali hanno pascolato, si notano chiazze verdi anche in quota.

Procedo per il sentiero fino a sentire le campane delle capre. Le avvisto sul fondo di un canalone, che si dirigono al pascolo. Se ci sono le capre, da qualche parte incontrerò anche il pastore. Ho sentito tanto parlare di lui, spero di riuscire a trovarlo per chiacchierare un po’.

Sul sentiero, più avanti, c’è molto pelo. Chissà se si tratta di un animale che è stato predato dal lupo? Se incontrerò il pastore, glielo chiederò. Certo che, su una montagna così cespugliata, impervia, non si può dire che non siano posti da lupi. Il gregge è da solo, senza accompagnamento di un cane da guardiania, più aventi incontrerò il recinto dove viene ricoverato la notte.

Continuo il mio cammino in quella montagna silenziosa, dove un tempo vivevano, almeno per diversi mesi all’anno, numerose persone. Oggi è un deserto, le case in pietra si confondono perfettamente con il paesaggio. Si incontrano grossi faggi secolari, poi i pascoli più verdi vicino all’alpeggio.

Quando raggiungo la baita, addossata alla roccia, provo una sensazione strana. A parte i secchi di plastica contenenti il cibo per i cani, che abbaiano forsennatamente, sembra di essere davvero fuori dal tempo. E’ la prima volta che vengo qui, ma mi rendo conto di aver forse descritto questo luogo in un mio libro. Dov’è però il suo abitante?

Ci sono diverse baite, ma a parte i cani, non c’è nessuno. Siamo a fine novembre, ma in tanti mi avevano detto che questo pastore non scende fino a quando la neve non cade fin sotto al suo alpeggio. E’ un posto particolare, si sale soltanto a piedi dal fondovalle, io ci sono arrivata da sopra, seguendo un altro sentiero. Sembra quasi incredibile che ci sia ancora qualcuno che vive quassù.

Oltre il vallone, gli ultimi raggi di sole autunnale illuminano un altro gruppo di case dove ci sono anche dei bovini al pascolo. Si vedono insediamenti un po’ ovunque, anche se siamo nell’inverso, la parte meno solatia, la parte più fredda. Fino a quando sono stati abitati, questi posti?

E queste baite abbandonate appena sotto l’alpeggio? Qui non ci sono grossi pascoli, come si viveva? Di cosa si viveva? Non c’è nessuno, mi avvio sul sentiero di discesa, rassegnata a non conoscere il pastore che abita quassù. Per fortuna però…

Appena imboccato il sentiero per scendere, mi viene incontro un cane, seguito a breve dal suo padrone, che porta a spalle un carico di legna. Lo saluto, mi dice che era andato a dare il pezzo alle vacche. Mi presento e… Mi viene imposto di risalire per tornare alla baita, così potremo chiacchierare. Entrambi abbiamo sentito parlare l’uno dell’altro, quindi adesso bisognerà approfondire la conoscenza dal vivo. Chi ha letto “Lungo il sentiero” capirà un certo senso di deja vù che ho provato.

Vi garantisco che questa era la prima volta che incontravo Rino, anche se tante volte mi avevano parlato di lui. Mi porta nella baita che funge da abitazione. Quella dove stava prima è rimasta danneggiata da un incendio: “…il lunedì della fiera di primavera a Pinerolo. Mi hanno detto che c’era il fumo quassù. Ha preso l’albero e ha danneggiato la baita.Accende la stufa per scaldare il latte per un agnello, intanto chiacchiera inarrestabile. Altro che il pastore solitario e taciturno! A tutti i costi devo pranzare con lui, anche se io avevo già mangiato poco prima più a monte. Mi racconta dei campi di patate e cereali che si piantavano quassù ancora quando lui era ragazzo. Adesso non c’è più nessuno qui: “…e quando smetterò io, chi vuoi che venga ancora a fare una vita del genere? Nessuno! Anche i giovani… O non vogliono fare questo mestiere, o comunque non più così!

Quando scenderà, se il tempo lo permette, farà ancora una tappa più in basso, prima di rientrare a “casa”, solo che sotto alle capre piace poco, non rientrano da sole la sera e bisogna andarle a prendere. Infine si sposterà in un’altra frazione e mi invita a passare a trovarlo. Mi racconta di avere un rimpianto: “Non ho mai preso la patente quando era ora. E adesso? In moto, anche quando piove…

Devo scendere e così saluto Rino, anche se avrei potuto stare ore ad ascoltare i suoi racconti. Il sentiero è ripido e scivoloso, tra pietre viscide, fango e foglie. Poi sbuco su di un sentiero ben ripulito. Poco dopo incontro chi si sta occupando di togliere le foglie: “Da tanti che eravamo, solo più io faccio la roida a pulire. Gli altri… Nessuno! Ma se non si tolgono le foglie, poi arrivano le capre, pestano tutto e non si sta più in piedi. Vado avanti fino lì, poi oltre… ci hanno già pensato. Un altro appalto!!!” Una montagna ancora viva, una montagna che sopravvive a stento, solo grazie ad anziani. Quale sarà il futuro?

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