Il pastore, il territorio, la storia

I pastori sono sempre gli ultimi a lasciare le montagne. Campanacci in alto non ne senti quasi più, in certe valli si sono spostati a mezza quota o già nei prati vicino alle cascine. Le grandi mandrie sono in pianura. Le bestie in guardia per la maggior parte sono rientrate dai loro padroni, a pascolare nelle reti, piccoli appezzamenti qua e là.

Però qualche gregge è ancora su. Greggi più o meno grossi. Greggi che scendono a piedi. Pascolare quello che c’è a quote intermedie, prima di scendere nella pianura a spendere soldi nei prati. Si pascola in terreni di proprietà, terreni affittati. Luoghi dove un tempo magari si tagliava il fieno ed oggi è già tanto se li pascola ancora qualcuno.

E’ autunno, è una magnifica giornata di sole e vento in quota. Vento quasi caldo. Le nuvole si rincorrono, cadono le foglie e gli aghi dei larici. Sono le giornate più belle, quasi che la montagna voglia salutare così greggi e pastori. Una scusa tardiva dopo settimane, mesi di nebbia e pioggia. Giornate al pascolo durante le quali nemmeno vedevi i tuoi animali.

Erba ce n’è ancora, oggi le pecore dovrebbero “fermarsi” di più a pascolare, ma forse vorrebbero qualcosa di nuovo, di diverso. Così salgono, e si spostano, e si dividono. La speranza era quella di mangiare in cresta, godendo del sole caldo, del panorama, della gioia di essere quassù e non là, in pianura, sotto la cappa di foschia. Ma le campanelle si allontanano quando non abbiamo nemmeno ancora finito di perlustrare le montagne con il binocolo, quindi tocca scendere velocemente.

Il pastore conosce bene la montagna e conosce le sue bestie, quindi sa già dove andare a cercarle, dove fermarle, da che parte mandare i cani. Non è ancora ora di scendere verso il recinto, tanto meno verso il fondovalle! Il sole filtra tra i rami dei larici che si stanno tingendo di giallo. Le schiene delle pecore quasi brillano. Per un po’ potranno ancora pascolare lì, consentendoci di mangiare un pranzo… pomeridiano.

Sulle montagne dell’alta valle le greggi rimaste si contano sulle dita della mano. I pastori sono fatti così, uno con l’altro devono “tenersi sotto controllo”, guardare a che ora viene aperto il recinto, immaginare perchè oggi tizio si è spostato più in qua, pensare a quanta erba avranno ancora lassù. C’è anche quell’alpeggio là sull’altro versante, quello dove sono stata quest’estate, “…di nuovo verde a questa stagione dopo anni che non lo si vedeva così!” Ed è una gioia per tutti sapere che un collega ha riportato in vita una montagna, come se si trattasse di un segnale positivo per il futuro di tutti. Pur tra i mille problemi, pur con il ricordo di diatribe per i confini, per i pascoli, per  gli alpeggi, in questo o in quel vallone, con questo o quel margaro, pastore.

Il gregge prende di nuovo la direzione sbagliata, ma è sufficiente mandare il cane, quello più vecchio, più esperto, per fermarlo ancora una volta. Il pastore mi espone i suoi “piani”, dove pascolerà ancora, per quanto tempo (meteo permettendo). Finire l’erba su, mentre magari poi quella in basso “marcisce”. Mentre i contadini in pianura iniziano ad agitarsi perchè non arriva il gregge a mangiare la loro erba.

E poi viene l’ora che le si lascia scendere. Dai larici e abeti si passa ai faggi, sotto cui non c’è erba. “Se metti poi questa foto, la gente si chiederà cosa mangiano, le pecore!“. Ma le pecore la faggeta la attraversano solo, puntando dritte alle vecchie baite, dove c’è ancora erba, e acqua e magari il pastore darà loro un po’ di sale.

Si raggiunge la pista sterrata, gli animali vanno dritti alla meta senza nemmeno bisogno di essere guidati. Il pastore si ferma a contarli, un controllo non è mai male, in questi boschi. Anche perchè ci sono pecore prossime al parto, una avrebbe potuto rimanere indietro per quel motivo. Quella sera però tutte sfilano ordinatamente, ci si può avviare al loro seguito senza preoccupazioni.

E’ quasi sera, il sole sta tramontando dietro alla cresta. le pecore si sparpagliano, l’aria si fa più fresca, anche se comunque è un caldo fuori dal normale, per la quota e per la stagione. Il pastore inizia a raccontare fatti che hanno il sapore quasi di leggende e riguardano quei posti, quei valloni.

Nessuno tiene conto anche di questi aspetti. Avere qui un gregge, un pastore, è garantire la vita del territorio sotto molti diversi punti di vista. C’è il pascolamento, c’è la pulizia, c’è la manutenzione delle strutture, ma anche il perpetrarsi di storie, toponimi, aneddoti, leggende che altrimenti andrebbero definitivamente perdute. E in questo caso non è la voce di un anziano a raccontare, ma un giovane che sicuramente le avrà apprese da altre che lì hanno vissuto e pascolato prima di lui. Anche tutto ciò è pastorizia.

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