Dietro ai luoghi comuni

C’è la gente che, in generale, invidia il mondo dell’alpe con in testa un’idea a metà tra Heidi e le immagini dei servizi fotografici/televisivi e c’è chi fa questo lavoro, ma pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde. E’ vero che, nel mondo agricolo, c’è una tendenza di fondo alla lamentela, ma quest’anno che sto girando parecchio e parlo con numerose persone, sto scoprendo un quadro non così piacevole. Sono sempre stata contraria alla filosofia del “lassù gli ultimi” e, con ottimismo, ho anche scritto un libro sui giovani che vogliono continuare/iniziare a fare gli allevatori. Però adesso nella mia mente si fanno sempre più strada riflessioni di altro tipo.

Prendiamo per esempio la Valle d’Aosta. Regione confinante con il Piemonte, nell’immaginario collettivo del mondo dell’allevamento, è un po’ vista come un piccolo paradiso. Poi andandoci e chiacchierando con la gente, vieni a sapere alcune cose. Per esempio, che gli alpeggi stanno spopolandosi. Dove manca la strada, solo pochi “eroi” salgono ancora a piedi seguendo gli antichi sentieri e mulattiere. Non a caso qui vediamo un gregge e, per di più, di provenienza biellese. Le mandrie monticano solo più dove ci sono strade, strutture e… e comunque di animali a pascolare in quota ce ne sono sempre meno.

Lo verificherò con mano il giorno successivo, senza fare una scelta mirata, ma andando dove mi porta il caso. Un lungo vallone, pascoli estesi, ma quasi interi. Pochi fili tirati, pochi suoni di campanacci, poche zone brucate. Come mai? Non è colpa del maltempo, sta succedendo qualcos’altro! Anche dalle mie parti comunque ho sentito gente che si lamenta perchè non trova “animali in guardia” da portare in alpe: “Non ci sono più quelli che avevano la piccola azienda, lavoravano in fabbrica e intestavano quelle 5-6, 10 bestie alla moglie. O c’è il grande allevatore, o…

E così in tutto quel lungo vallone alla fine trovo solo questa mandria. Intendiamoci, sono io la prima a “lamentarmi” per le esagerazioni, per quei numeri sproporzionati, per quelle situazioni in cui il territorio viene devastato dai troppi animali in alpeggio. Però ricordiamoci che abbandono e sovra-pascolamento sono ugualmente dannosi per la montagna e la biodiversità. Serve, come sempre, un giusto equilibrio. Questi animali non riusciranno di sicuro a pascolare tutta la montagna che ho visto (e la nebbia non mi ha nemmeno permesso di rendermi pienamente conto delle reali dimensioni dell’alpe).

Ho però visto un nucleo d’alpeggio disabitato ed abbandonato da tempo: situazioni che ben conosciamo nelle vallate piemontesi, che che stridono con il luogo comune della Val d’Aosta dove tutto invece è perfetto. Però comunque questa non è che una delle strutture… Chi sale in alpe qui ha abitazioni e stalle sistemate alla perfezione.

Nella parte intermedia del vallone avevo visto questo alpeggio. Non conosco la zona e la situazione di utilizzo attuale, ma apparentemente non sembrava abitato da allevatori e non vi era alcun segno di pascolamento lì intorno. Forse servirà come tramuto, quando la mandria tornerà verso il fondovalle. Resta il fatto che diverse persone mi hanno confermato come, in Val d’Aosta, sempre meno animali salgano in alpeggio.

La colpa? In Piemonte c’è gente che piange perchè non trova un alpeggio dove portare i suoi animali e qui attraversi valloni del genere senza quasi sentire un muggito o una campana? Alla fine il discorso va a finire sempre sugli stessi temi, cioè il sistema dei contributi che ha falsato tutto. Non conosco nel dettaglio la situazione di questa regione a statuto speciale, ma non è che siano finiti i tempi delle “vacche grasse” (perdonatemi il gioco di parole) e questi siano i primi risultati?

Cosa succederebbe in Piemonte (e nelle altre regioni, ovviamente) se tagliassero/eliminassero i contributi? Ci sono già stati dei controlli, molta gente si è già trovata in difficoltà perchè questi soldi attesi sono stati bloccati per alcuni anni o, addirittura, perchè si è dovuto restituire quanto percepito nei periodi precedenti. “Per sopravvivere, bisogna ancora far rendere le bestie…“, mi diceva un margaro che è passato attraverso diverse vicissitudini legate alle aste degli alpeggi, alle speculazioni, ecc ecc. Le cose ovvie e scontate ormai sembrano quasi strane. Non è sostenibile un sistema che si regge quasi solo più sui contributi!

L’altro giorno camminavo sullo spartiacque tra due valli e, nella nebbia, sentivo risuonare le campane di una mandria “rimasta sola”. Mi hanno raccontato che il margaro è morto da poco, probabilmente un infarto, mentre mungeva. Gli animali sono stati chiusi per oltre dodici ore, fin quando qualcuno si è accorto del tragico fatto. Adesso non c’è nessuno su quella montagna. L’uomo era solo da quando la moglie era mancata, uno dei figli ha una sua mandria in alpe, l’altro lavora in cascina in pianura. La gente dice: “Non ci sono più le famiglie!“, ed in effetti è vero. Questo lavoro richiede impegno, sacrifici, servirebbe tanta gente, gli operai esterni sono un costo e non sempre si ha la certezza dell’affidabilità… Ma rimanere a lavorare in casa, per figli, fratelli, nipoti spesso è impossibile. Idee differenti, voglia di cambiare, desiderio di costruire qualcosa di proprio, difficoltà nell’andare d’accordo e così alla fine può anche capitare di morire soli, a 63 anni, in mezzo alla propria mandria a 2300m di quota. Dicono che gli animali sono rimasti lì fermi e non l’hanno pestato. Era una strana sensazione, quella che provavo camminando su quel sentiero…

Montagne vuote, montagne dal futuro incerto, poi ci sono giovani che da una parte vorrebbero andare avanti, ma dall’altra si scoraggiano, perchè abbandonati da tutto e da tutti. Anni ed anni che si sale sullo stesso alpeggio, che si paga l’affitto, ma nessuno è ancora intervenuto per fare qualche minimo intervento per avere una struttura decente nella parte alta della montagna! Così tocca dormire in tenda e potete immaginare cosa significhi, specialmente in quest’estate di pioggia e di freddo.

Questo non è un alpeggio dove si soffre la solitudine, di gente ne passa… anche troppa! Solo che nessuno si impietosisce per le condizioni di vita del pastore, ma sono subito pronti a parlare se vedono una pecora zoppa attardata rispetto al gregge, o se osservano l’uomo fare un’iniezione ad un animale. Altro che vita idilliaca in alpe, il pastore mi racconta di sentirsi continuamente sorvegliato e giudicato. La gente non capisce più cosa significhi questo mestiere, ma… invece di informarsi, preferisce gridare puntando un dito accusatorio.

Non sono tutti luoghi comuni, resta la bellezza dei posti, la passione per il proprio lavoro, per gli animali, ma mi sembra di cogliere sempre più amarezza nelle persone che incontro. Questa per esempio non è una “bella montagna”, intesa come pascoli. Greggi di pecore sono sempre saliti qui, ma oggi, nel XXI secolo, si vorrebbe quel minimo di comodità in più. Almeno una baita, visto che già non c’è la strada. I pensieri vagano, mentre uno è al pascolo in solitudine. C’è chi arriva a chiedersi se non sia “giusto” stare da soli, facendo un mestiere così, perchè non si può costringere qualcuno a condividere gli stessi sacrifici. Mi hanno detto che il mio ultimo libro è pessimista, ma mi sa che ho descritto, con la fantasia, aspetti che esistono davvero.

Sono convinta che, nonostante tutto, il popolo dei margari e dei pastori continuerà ad esistere, ma in questo momento sta davvero attraversando un momento di crisi, non soltanto economica. Come si trasformerà, per sopravvivere?

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  1. Purtroppo margari e pastori vanno in guerra armati di fionda e lancia di bambù; se la volontà delle persone che contano è quella, ben poco possono fare i piccolini. Anche per gli alpeggi vale sempre la legge di mercato. Quando le cose vanno bene e si riescono a vendere i propri prodotti ad un prezzo remunerativo un pastore, magari, per un anno o due affitta un alpeggio non proprio comodo (e magari buono come pascoli) se non dispone di tanto denaro. A fine stagione vende i suoi prodotti, mette da parte due soldini e negli anni successivi riesce ad affittarsi un alpeggio più a misura di persona, lasciando il posto a qualche altro nelle sue condizioni precedenti. Vecchi pastori mi raccontavano che pascolavano in modo strategico, non solo in funzione delle esigenze degli animali ma anche delle proprie tasche, lasciando le zone più vicine alle città ed ai luoghi di lavoro da pascolare nell’imminenza di Pasqua e Natale. ” quando uscivano dal lavoro si fermavano e comperavano agnelli e capretti per le feste”. Oggi tutto questo, per tutta una serie di motivi noti a tutti, non esiste più; si vendono i montoni o gli agnelli ai commercianti ricavando una miseria (e ci reputiamo ancora fortunati se riusciamo a venderli). Ai nostri alti strateghi succederà la stessa cosa successa a quei signori che si vantavano di aver risparmiato 50 E di una latta di grasso per i propri macchinari, salvo poi essersi fatti migliaia di Euro di danni per aver grippato tutto. Buona erba a tutti. Ciao Bruno

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