Gli Invincibili… in alpeggio!

Una gita in montagna, una gita tra gli alpeggi. Questo post può anche essere considerato “turistico”, ma vi invito a percorrere con me tutto il viaggio per riflettere, come al solito, sulla montagna e sulla pastorizia.

C’è un vallone, in Val Pellice, che si chiama il Vallone degli Invincibili. Solitamente, parlandone, non si pensa immediatamente all’alpeggio, ma piuttosto alla storia: “Il “Vallone degli Invincibili”, per l’ambiente suggestivo e selvaggio ancora integro che offre, ma soprattutto per l’importanza storica che riveste, è da considerare uno dei siti turistici più interessanti della Val Pellice, ed è per questo visitato ogni anno da numerosi escursionisti estudiosi, sia italini che stranieri. Infatti, sotto le “barme” e tra gli anfratti quasi inaccessibili di questo vallone, verso la fine del XVII secolo, trovarono rifugio e riparo numerosi valdesi che si videro costretti a lasciare il fondo valle per sottrarsi all’imposizione di abiura, decretata da Vittorio Amedeo II di Savoia, dopo la revoca dell’Editto di Nantes (1685). Questi rivoltosi, favoriti dalla profonda conoscenza di quei luoghi e sorretti dalle proprie convinzioni, diedero parecchio filo da torcere all’esercito Sabaudo che, seppur organizzato, non riuscì ad avere ragione di questi “ribelli” e a volgere la situazione a proprio favore.” (dal sito Il Portale della val Pellice)

Mentre salgo, tra faggi, rocce, passaggi resi più sicuri da catene, muretti, fontane ripristinate e dotate di tazza appositamente dedicata, il Monviso prima sbuca dietro alla cresta di montagne, poi subito inizia a coprirsi. Le previsioni sono incerte, si annunciano temporali pomeridiani, quindi sono partita presto e prevedo di rientrare altrettanto velocemente.

Il sentiero sale e si inerpica. Qualcuno è passato a pulirlo, tutta l’erba è stata da poco tagliata con il decespugliatore. Potete pensare alla storia di chi qui riuscì a resistere, diventando Invincibile, ma anche a chi per questo ripido viottolo saliva e scendeva con gli animali in transumanza. Immaginate per esempio che sia questo il sentiero del mio ultimo libro… anche se, in realtà, non è a questo alpeggio che mi sono ispirata. Bene o male qualche animale quassù è sempre salito anche in passato, ma chi più di tutti poteva raccontare come fosse la vita lassù nella stagione d’alpe, ormai non c’è più.

Arrivo a Barma d’Aut. Intorno gli animali ci sono già stati a pascolare, e si sentono le campane più in alto. Le baite sono in fase di ristrutturazione, ma io voglio andare a vedere la Barma vera e propria. Anche questo ricovero naturale può essere considerato sotto diversi punti di vista, storici e culturali: “Si tratta di un massiccio costone, una specie di alto promontorio che dalle baite avanza e si affaccia sul vallone sottostante, e che quasi sul frontone (lato orografico sinistro) ospita due singolari barme/balme, di fatto caverne con un piano terroso ben livellato e che sarebbero state elette come abitazioni nel corso del tempo da tutti gli eroi culturali che qui sarebbero vissuti, e cioè dall’uomo preistorico, dalle fate, detentrici di conoscenze e di saperi sulla Natura, dagli Invincibili, dai pastori con i loro gregge. Alcuni gradini ed un rustico ma efficace passamano, ne favoriscono l’accesso e la visita (…).” (dal sito “Villar Pellice, storia e storie“). Per terra infatti vi è un vero e proprio strato di escrementi secchi di ovicaprini, che qui si riparavano dalle intemperie.

Di lì in avanti, il sentiero è una traccia evanescente tra l’erba alta, parzialmente invaso anche da ortiche e cespugli, ma per fortuna gli attraversamenti dei ruscelli sono agevoli e si vedono ancora i segni bianco-rossi sulle pietre. La mia meta è il Gias Subiasco, abbandonato da oltre vent’anni. Il sentiero torna ad essere evidente solo dove hanno pascolato gli animali. Quest’anno infatti l’alpeggio è di nuovo utilizzato. In passato qui veniva un gregge di pecore, ma nessun pastore aveva più abitato in queste baite. Solo una è ancora agibile, ricovero temporaneo di pastori e cacciatori, ma quest’anno è stata ripristinata e rimessa in sesto.

Non ci sono molti animali: qualche vacca appena sopra alle baite, pecore e capre molto più in alto. “Quest’anno sono salito solo con le mie, ho solo qualche capra in guardia. Devo sistemarmi un po’ e sono riuscito a salire solo da poco. Qui i pascoli sono comunali, sulle baite abbiamo sempre pagato il diritto dei muri e adesso mi sistemo quelle che sono nostre, così il prossimo anno potrò organizzarmi diversamente.

Saliamo fin dalle pecore e capre, che stanno pascolando nei pressi di uno dei nevai ai piedi delle pareti del Cornour, sorvegliate da un cane da guardiania. Danilo mi mostra i pascoli, poco utilizzati in passato e in gran parte invasi dai cespugli. Sarebbero da ripulire, ma una gestione stabile potrà contribuire a recuperarli. Una volta su di qua ci sono sempre state vacche, capre e pecore, oggi pare fin strano vedere dei bovini su certi pendii. “Ma non è poi così brutto, là sopra fa un piano, non è peggio che sui versanti di là“, spiega, indicando l’alpeggio confinante.

Mi racconta un po’ la sua storia, in parte già la conosco, ricordiamo insieme la prima volta che ci siamo incontrati, forse era il 2001 o 2002, io salivo in MTB lungo una famosa strada militare, lui mi aveva inseguita con il fuoristrada per avvisarmi della presenza dei cani da guardiania con il suo gregge. In mezzo, tanti anni, tante vicende personali, un periodo ad occuparsi di altro: “…ero giù a fare il muratore, sentivo passare i rudun e mi veniva il magone…“, una passione mai dimenticata. Danilo gira, conosce tanta gente, appassionati di capre, ci sono contatti vecchi e nuovi anche attraverso Facebook, anche se sembra strano parlarne quassù dove le baite sono vecchie, il pavimento è in pietra, non c’è la luce e ben poco è cambiato rispetto a 100 anni fa.

Il maltempo non arriva, così mangiamo pranzo e poi decido di proseguire lungo il sentiero che Danilo e suo papà utilizzano per arrivare all’alpeggio. Un antico sentiero, anche questo invaso dalla vegetazione, dai rododendri e  dall’erba, che loro stanno pian piano ripristinando a colpi di zappa, piccone e falcetto. Mi spiega dove passare, c’è un tratto ancora da ripulire, ma non dovrei perdermi. Altro che rapido rientro a valle!

Anche se è già pomeriggio inoltrato ed il cammino è ancora lungo, valeva la pena proseguire lungo questo antico percorso in quota che arriva a sfiorare la cresta, dove ci si può affacciare sul Vallone di Angrogna, altri alpeggi, altri pascoli. A parte un breve tratto sul costone, dove i segnavia scompaiono tra l’erba, tutto il resto del cammino è perfettamente ripulito. Poi si dice che i pastori in alpeggio non fanno nulla!

Anche i pascoli dell’alpe Caugis non sono pianeggianti. Nonostante sia l’inizio di agosto, domina il verde e le fioriture pure su questi versanti ripidi ed esposti. Forse l’unico posto un po’ meno scosceso è proprio il punto dove sono collocate le baite e ciò spiegherebbe il toponimo con cui è indicato l’alpeggio. “Il nome di Caugis non è una contrazione della locuzione “cave di gesso” — dalle cave si estraeva marmo bianco e non gesso —, ma ha origine da “caugia” che in dialetto villarese significa letto, giaciglio per il bestiame. Più propriamente la grafia di questo toponimo è “Cougis” (Guide des Vallees
Vaudoises, 2′ ed., 1907, p. 135)” (da Mappe e sentieri: itinerari)

Ed ecco i segni, più che evidenti, dell’affioramento di marmo. Ho cercato on-line notizie su questa cava, sull’attività estrattiva e sul suo impiego, ma purtroppo non ho trovato niente di specifico. Se qualcuno sapesse segnalarci ulteriori notizie… sarà molto gradito per completare le informazioni.

La pista termina proprio accanto ai resti della cava. Oggi qui ci sono alcune manze che si alzano in piedi non appena mi vedono. Il resto della mandria si sta già avvicinando all’alpeggio. Per fortuna le previsioni erano errate: invece della pioggia, solo nuvole qua e là, sole che brucia ed aria non troppo calda.

Le vacche rientrano da sole all’alpe, sarà presto ora della mungitura. Io tiro dritto, non c’è più tempo per andare a salutare e far due parole, la discesa lungo la strada sterrata è ancora molto lunga, arriverò all’auto solo quando ormai sarà quasi sera. Anche se è tutto così verde, anche se il sole (quelle poche volte che c’è) è caldo e luminoso, l’aria pare già quella di settembre. Nel bosco più a valle è pieno di funghi di ogni tipo, davvero un’atmosfera autunnale.

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