In alpeggio nel XXI secolo

Nel 2003-2004 giravo per il Piemonte a censire le strutture d’alpeggio. In 10, 11 anni sono successe tante cose, ho anche abitato in alpeggio per alcune stagioni, conoscendo dal vivo questo mondo, le sue dinamiche, tutto ciò che un semplice frequentatore della montagna ignora. Forse in questi anni alcune delle baite sono migliorate, sono stati fatti lavori, ristrutturazioni, nuovi edifici, qualche strada. Ma restano numerose situazioni dove le condizioni di vita non sono propriamente consone al XXI secolo.

Certo, in alpeggio si trascorrono “solo” pochi mesi all’anno. Chi fa questo mestiere è “abituato” ai sacrifici. Passa molto tempo all’aperto. Però non sarebbe ora di cambiare? Qualcuno mi può dire che ci sia anche un fattore di mentalità e di cultura, ma non pensate che sia così per tutti. Nella maggior parte delle situazioni, tocca arrangiarsi, tocca sopportare, ma credo che il passare degli anni, l’avanzare del progresso, renda più difficile farlo, quando si sa che ormai “tutto è possibile”, anche aggiustare una baita a 2000 e più metri, non raggiungibile con una strada.

E’ vero che chi sale in alpeggio guarda soprattutto il pascolo: estensione, morfologia, qualità dell’erba, disponibilità di acqua. Insomma, tutto quello che va sotto il nome di “montagna”. E’ una bella montagna, ma non è detto che ci sia anche un’abitazione decente. Quand’è che qualcuno si deciderà ad intervenire? L’ho già detto molte volte, trovo assurdo che si affitti un territorio dove qualcuno dovrà stare a sorvegliare gli animali per mesi e non ci sia un’abitazione degna di questo nome. Doppiamente grave se, a farlo, è un Ente pubblico.

Inutile lamentarsi della cattiva gestione dei pascoli o di animali incustoditi, se non c’è una baita, se non c’è un posto per ricoverare almeno quelle bestie che ne hanno la necessità. E che dire degli aiutanti? Il titolare dell’alpeggio può stare in un rudere, ma se ha un operaio regolarmente assunto, a norma di legge dovrebbe garantire certe condizioni di vita. Mi hanno spiegato che il Comune affitta l’alpeggio inteso come pascoli e non ha responsabilità sulla parte relativa alle strutture (classificati come ricoveri e non come abitazioni), ma non mi è ben chiaro come questo sia possibile. Se qualcuno ne sapesse di più, mi farebbe un gran piacere spiegandocelo nei commenti.

Così puoi avere una bellissima montagna, un paradiso per gli animali, ma vivere più o meno come 100-200 anni fa. Giovane o anziano, l’allevatore (pastore o margaro che sia), si adatta. Ma magari queste condizioni di vita gli complicano l’esistenza. E’ difficile tenersi in ordine e puliti quando non hai l’acqua in casa, meno che meno calda. Quando mancano i servizi igienici. Quando il tempo è come quest’anno e non puoi nemmeno accendere una stufa. Non si pretende chissà cosa, ma non pensate che anche chi sale in alpeggio non abbia diritto a quel minimo di comodità? Potersi fare una doccia, scaldarsi dopo una giornata sotto la pioggia, un pavimento che non sia di terra battuta, un tetto e quattro mura? E pensate a cosa significhi per le donne: mogli, compagne, fidanzate…

Poi ci si stupisce se di giovani se ne incontrano pochi. Ma anche a vent’anni puoi chiederti perchè devi lavorare in certe condizioni. Prendete questa struttura (ma è solo una delle tante): la proprietà è privata, ma non vogliono nè vendere, nè fare delle ristrutturazioni. In una bella giornata di sole dentro è freddo e umido da far paura, va bene per conservare i formaggi, ma viverci… Certo, si è sempre vissuto così, una volta. Ma perchè nel mondo dell’alpeggio il progresso non deve arrivare? Se si caseifica, la legge richiede certi parametri. E allora facciamo una legge che stabilisca parametri anche per le abitazioni d’alpe. Gli affitti vengono pagati? E allora adeguiamo tutte le strutture, pubbliche o private che siano. Poi imponiamo che, una volta aggiustate, vengano mantenute correttamente, che dove c’è il caseificio venga prodotto formaggio (e non che ci sia una mandria di animali in asciutta).

Alcuni si sono dati da fare in prima persona. Laddove il Comune non riusciva a trovare i fondi per mettere a posto le strutture, si è trovato un accordo. I lavori sono stati fatti dall’affittuario e le spese sostenute scalate dall’affitto degli anni successivi. Mi raccontava un’amica di aver fatto la vita d’alpe, quella più dura. Con il telo sopra al tetto e il vento che si infila tra i muri della baita. Il freddo, l’umidità, il fuoco in un angolo che, se lo accendevi, piangevi per ore per il fumo e tutto si anneriva. Ma una volta era così ovunque, salivi a piedi con i muli. Oggi c’è la centralina, la luce, le piastrelle, la stufa, la doccia. Anche così a volte le condizioni di vita e di lavoro restano dure, quindi ben venga almeno una stanza asciutta e accogliente nel senso più spartano del termine.

Passando accanto a vecchie baite in disuso, molte delle quali ormai crollate, ogni volta mi faccio domande e provo ad immaginare come si vivesse qui 50-100 anni fa. Però, come avete visto, mi pongo ancora più interrogativi passando accanto a strutture poco diverse da queste, vedendole ancora utilizzate! Negli ultimi 20-30 anni sicuramente sono stati fatti passi in avanti per quanto concerne le strutture e infrastrutture d’alpeggio, ma per garantire un futuro a questo mondo e ai suoi protagonisti, c’è ancora da lavorare. Anche quando si parla di “convivere” con i predatori: sarebbe già un po’ più facile se almeno vi fossero le strutture idonee pure negli alpeggi più in quota, dove bisogna per forza risiedere quando il gregge è sui pascoli alti.

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  1. Sicuramente il tuo pensiero è condivisibile. Avendo tu vissuto per lustri nel “mondo civile”, fare un passo indietro di secoli ha subito catturato la tua attenzione. Chi invece in questo mondo ci è nato, probabilmente non si pone nemmeno il problema ( o la cosa li sfiora solo marginalmente). Io stesso non appartengo a questo mondo; tuttavia osservando e parlando con alcuni pastori (le mie conoscenze si limitano a meno di una decina di soggetti) noto che anche in pianura, quando si tratta di migliorare le proprie condizioni di vita o quelle degli animali, la risposta è sempre la solita:” l’uma sempre fait parej “. Ed a volte basterebbe proprio poco, anche in termini di investimenti economici, per sentirsi una persona e non una bestia. Basterebbe magari riuscire a salvare 10 o 15 agnelli in più per ripagarsi l’investimento. E visto che si è sempre fatto così lasciamo morire decine di agnelli di dissenteria o polmonite durante intere settimane di pioggia, in nome della tradizione (quì è come in guerra, chi si salva si salva). Stesso discorso vale per ila propria persona.
    Poi, magari, sono io che conosco solo i soggetti peggiori. Un saluto, Bruno

    • la filosofia dell’abbiamo sempre fatto così è comune in molti soggetti… passi l’anziano, ma il giovane dovrebbe vedere le cose diversamente!
      ci sono anche pastori che portano in cascina le pecore che partoriscono, quando ce n’è la necessità. o altri che cercano di rendere più civile il loro vivere.
      comunque è vero che chi ha vissuto “in un altro mondo” vede le cose da un altro punto di vista e cerca di migliorarle. che poi… quando la comodità c’è… alla fine la usa anche il pastore/margaro più attaccato alla tradizione! …salvo casi irrecuperabili…

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