Usare la montagna

Sembra di ripetere sempre gli stessi discorsi, ma in ogni valle ritrovi le medesime situazioni. Sarò solo io a chiedermi a che punto dobbiamo arrivare affinché cambi qualcosa? Quello che sta mutando è il clima (e anche lì è un po’ colpa nostra), con temporali che paiono uragani, due o tre ore di pioggia e le terre appena un po’ in pendenza franano, si spostano, colano… I torrenti straripano, trascinano, erodono.

In pianura si subiscono le alluvioni, ma la gran parte di queste nasce in montagna. La stagione d’alpeggio è in pieno svolgimento. Quest’anno non c’è per ora il problema della siccità, piuttosto sono le giornate di nebbia, di pioggia, il freddo, l’umidità, la pioggia e il fango a preoccupare. Addirittura pare che possa arrivare neve a quote relativamente basse nei prossimi giorni. Qua e là la grandine ha massacrato non solo la pianura con i frutteti, le coltivazioni, ma anche i pascoli in quota. Gli animali (e i loro sorveglianti) prendono sulla schiena quel che viene, ma il territorio a volte “si lascia andare” sotto la violenza delle precipitazioni. E’ vero che ultimamente ci troviamo spesso di fronte a fenomeni estremi, precipitazioni di violenza ed intensità inusuale, concentrate su di un territorio abbastanza circoscritto, ma è anche vero che la montagna non è più quella di una volta.

A me fa impressione incontrare mandrie immense, nuvole bianche composte da centinaia di bovini in un unico gruppo. Certo, ci sono “montagne” (cioè alpeggi) in grado di sostenere anche carichi elevati grazie alla morfologia del territorio e la ricchezza della vegetazione, però mi sembra che stiamo esagerando. Da un lato troviamo montagne abbandonate che si ricoprono di vegetazione arbustiva, baite che crollano, dall’altro montagne sfruttate eccessivamente.

Anni fa da queste parti avevo scattato immagini che testimoniavano quanto era stata brucata la vegetazione in un anno siccitoso. Terra bruciata, polvere, camminamenti degli animali. Quest’anno il pascolamento è stato ugualmente estremo e, alla polvere, si è sostituito il fango. Gli animali comunque insistono eccessivamente su questo terreno e, stagione dopo stagione, lo rovineranno.

Un buon pascolo, per mantenersi, deve essere utilizzato adeguatamente. A seconda della quota, un pascolo perde progressivamente le sue caratteristiche quando viene sfruttato erroneamente. Non è solo l’abbandono a far sì che via sia un’involuzione verso la perdita del pascolo (erbe cattive, cespugli, bosco), ma anche un eccesso di pascolamento/calpestamento rovina le praterie. Pascolamento per mantenere la biodiversità vegetale (e di conseguenza animale), ma come in tutte le cose… ci va il giusto mezzo!

Dove mancano le strade, la montagna spesso va all’abbandono. Vengono al massimo messe su bestie in asciutta, talvolta senza un sorvegliante. Dove bene o male si arriva con dei mezzi, è anche più facile che vengano risistemate le strutture. Non serve una reggia… Giusto un posto dove dormire, mangiare, accendere un fuoco per scaldarsi, far asciugare vestiti e scarponi, cucinare. Altro elemento essenziale, un bagno. Se nell’alpeggio si caseifica, allora occorrono i locali idonei. Un alpeggio ben sistemato è anche una buona immagine in generale, sia per la montagna, sia per chi vi lavora.

Vi ricordate quando cercavo scatti di abbeveratoi? Credo di aver raggiunto il nuovo record con questa sfilata di vasche (per fortuna realizzate appositamente e non vasche da bagno riciclate). E’ vero che l’importante è che gli animali si dissetino ed abbiano acqua pulita a volontà… Ma anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte.

La montagna di oggi è diversa da quella di ieri. Qui un tempo si abitava tutto l’anno, ma poi iniziò l’abbandono. Siamo a Seytes, in Val Troncea. Il villaggio venne bruciato dai Tedeschi come rappresaglia contro i partigiani, ma da una ventina d’anni non era già più abitato. L’utilizzo era limitato alla stagione d’alpeggio.

Ecco un estratto dalla bacheca illustrativa che racconta la storia di questo luogo.

Da più di vent’anni ormai qui solo i pascoli vengono utilizzati dagli animali di un altro alpeggio limitrofo. Questa stalla, vera e propria opera d’arte, è vuota. Siamo partiti dalle alluvioni per arrivare all’architettura delle antiche borgate alpine, ma c’è un sottile collegamento. Perché quando qui si abitava tutto l’anno, ogni piccola cosa veniva sistemata. Il territorio era sfalciato, pascolato, coltivato. La legna veniva raccolta. Si facevano muretti, si tracciavano canali, i sentieri e le mulattiere erano percorsi quotidianamente. Forse queste piccole cose non bastano contro le “bombe d’acqua”, alluvioni ce n’erano anche nei tempi passati, ma questa montagna abbandonata di oggi assorbe sempre meno acqua, lascia che i torrenti trascinino giù il legname che via via si accumula, i muretti crollano e la terra frana.

E’ bella la montagna in un giorno di sole, ma l’uomo qui non deve solo essere turista. La bella montagna c’è quando l’uomo la vive, la cura. Oggi ho saputo di amici che hanno pagato un duro prezzo alla montagna, vuoi per la grandine, vuoi per frane e fango, ma sono soli a lottare con l’abbandono che li circonda. E’ facile riempirsi la bocca di “ritorno alla montagna”, ma poi ci si ricorda di quelle persone solo per chiedere tasse ed esigere il rispetto millimetrico di norme che ti soffocano lentamente. Non è possibile equiparare chi resiste lassù con le grandi aziende di pianura… Se si vuol far rivivere la montagna, bisogna studiare qualcosa di apposito! E smetterla di far sì che sia solo una terra di conquista per speculatori dell’edilizia, del turismo, ma anche dell’agricoltura di carta, giocata su ettari, numero di animali e contributi a pioggia.

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  1. Grazie per questo articolo. Conosco bene i problemi che da anni la montagna vive, e subisce, perchè nel mio lavoro di funzionario pubblico ho conosciuto questa realtà. Se la montagna oggi vive un momento molto delicato lo si deve anche alle molte promesse mai mantenute di molti politici locali e nazionali che negli anni si sono succeduti alla “guida” dei territori montani! Fortunatamente ci sono stati anche sindaci, amministratori e presidenti di Comunità montane illuminati che hanno, con il loro duro lavoro assieme a tanti abitanti montani, lottato per arginare l’abbandono della montagna. Ma questi personaggi illuminati hanno generato degli eredi, se sì dove sono? Dai tuoi articoli leggo amarezza e delusione e quasi scorgo una resa, come se la speranza fosse davvero morta! Abito in Valle di Susa, che come tu ben sai, è una valle martoriata che lotta con orgoglio e passione per impedire che venga distrutta dalla TAV. Una valle militarizzata, dove chi lotta contro questa mostruosità è considerato un terrorista, ma noi siamo solo dei ribelli pacifici… dove è possibile esserlo!
    La montagna da giovane l’ho vissuta da alpinista e ben ricordo la meraviglia e la gioia quando, dopo ore di cammino per raggiungere la vetta da scalare, transitavo per un alpeggio e facevo conoscenza con il pastore e i suoi animali. Allora ne incontravo tanti e tutti avevano una battuta sagace e ironica verso di noi, considerati un po’ matti e sfaccendati che andavano a perdere tempo sulle rocce invece di lavorare! Adesso a 58 anni vivo la montagna in modo diverso con il desiderio di avere delle pecore (adesso inizierò con due!) e di andarci a vivere per presidiare il territorio e ricominciare a coltivare i vecchi terrazzamenti, queste fantastiche opere ciclopiche che generazioni di contadini hanno costruito negli anni con enormi fatiche. Ho conosciuto una coppia di “matti”, Carlo e Margherita, che vivono da anni in una grande fattoria sopra la borgata Mortera di Avigliana e insieme ad una giovane coppia con figlia di tra anni, Chiara, Simone e Arianna ci siamo trovati e abbiamo deciso di creare una piccola comunità agricola! C’è tutto da fare, i lavori sono tanti come tu ben sai ma la cosa più bella è aver instaurato rapporti di affettiva e sincera solidarietà, di amicizia e affetto vero! La casa si trova sul Sentiero dei Principi che conduce alla Sacra di San Michele, per raggiungerci dopo la borgata bisogna salire a piedi (per chi non ha il permesso di transito) per un chilometro e mezzo su una sterrata piacevole e giunti da noi ci si può fermare per un caffè, comprare delle uova e dell’insalata, riempire le borracce d’acqua e anche fermarsi a pranzo e se si ha voglia dare una mano nell’orto, perchè il lavoro non manca mai!
    Io credo che se saremmo in tanti a voler ritornare a vivere in montagna, questa non morirà mai! Un abbraccio. Marcello Salvati

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