La “maladia”

La “maladia” per le pecore. La passione. Parole ricorrenti. Un qualcosa che non viene compreso da tutti, specialmente da chi non ha mai toccato con mano, da chi non ha mai vissuto sulla propria pelle certe esperienze ed emozioni.

 

Avventurarsi su per un vallone, un vallone che conosci, ma dove non torni da anni. Qui un tempo c’erano vacche sì, ma anche pecore. Tante pecore. Qui si viveva tutto l’anno. Nove mesi d’inverno e tre d’inferno, dove bisognava fare tutti i lavori, le scorte di legna, di cibo, di fieno. Qui oggi si viene d’estate. Le vacche sono appena fuori dal paese, a pascolare nei fili tirati. Più avanti… nessuno.

 

Solo poche case non sono ancora state ristrutturate e recuperate. Il resto del villaggio non ha più quel senso di abbandono spettrale che mi aveva colpita in passato, anche perchè ero venuta in inverno o in autunno. Questo posto però mi è sempre piaciuto, da ragazzina dicevo addirittura di voler vivere qui! Nelle orecchie mi risuonavano sempre le parole di Giovanna Giavelli (potete leggere ed ascoltare qui) riportate da Nuto Revelli ne “Il mondo dei vinti”.

 

Pascoli tutto intorno, oggi solo più pascoli e non prati e campi come un tempo. “I ragazzi hanno il compito di guidare e governare al pascolo prima le pecore e poi più tardi, quando l’erba è più alta, le mucche. (…) Le pecore, marchiate e radunate formano il gregge, che è custodito da un solo ragazzo. Il gregge è composto da circa 350 pecore, se il numero è maggiore, si forma un altro gregge (…)“. Questo si legge in Ferìiros (a cura di Franco Rovere, edito da Primalpe), libro che parla della vita e della storia di questo posto.

 

 

Sali, sali verso il fondo del vallone, che poi a dire il vero più in alto si congiunge dolcemente con un altro vallone che risale dal versante opposto. Tutte “montagne” da pascolare. Non certi alpeggi aspri, rocciosi, difficili. Essendo così belli, ormai sono esclusivamente destinati ai bovini. Niente belati su di qui, pecore e tracce del loro passaggio non ne ho viste.

 

Dal Colle sul confine uno si gode il panorama, ma manca proprio qualcosa. Ci sono tante marmotte, ma la “maladia” reclama qualche soddisfazione in più. Non basta sapere che il nome della vetta lì sopra sia Enciastraia (o Enchastraye), che parrebbe derivare dall’Occitano enchastre, che indica un recinto dove vengono rinchiuse le greggi nei pascoli di alta quota.

 

“Di là” la montagna è ancora più dolce. Rocce calcaree e terre di colori diversi, conche, pianori, un altro alpeggio “facile”. Inoltre da queste parti la nebbia non è una presenza costante come altrove. Basta poco per scorgere in terra i segni lasciati dalle pecore l’anno precedente. Era facile supporre che questo fosse uno dei tanti alpeggi frequentati da ovini, quelle greggi che d’inverno pascolano nella Crau.

 

Laggiù si vede un alpeggio. Prima il binocolo, poi lo zoom, confermano che non c’è solo la struttura, ma anche un gregge e alcune persone. La maladia è tale che non si può non ascoltare il richiamo. E’ ancora presto, nemmeno mezzogiorno. C’è tempo per scendere fin là e tornare indietro. Questa potrebbe sembrare a molti una follia, ma ciascuno ha le sue priorità. C’è chi deve ad ogni costo raggiungere la vetta e chi… le pecore!

 

Ci sono diverse persone che stanno finendo di pranzare vicino alle pecore. E’ un problema andare verso il gregge e scattare foto? No. E non ci sono nemmeno i patou a sorvegliarle. L’unico problema è che il gregge ha voglia di sale… e il sale sulle pietre non c’è. Così avanzano compatte verso il visitatore, belando a muso alzato e annusando.

 

C’è un miscuglio di razze e di incroci. Ciascuna porta ben evidente il marchio del proprietario, impresso con la vernice sulla lana. Uno dei motivi che hanno contribuito a scendere fin qui, è stato il nome dell’alpeggio, letto sulla cartina. Non c’era l’indicazione specifica di quella cabane, ma poco più giù nel vallone c’è il Camp de Fourches, nome impresso nella mente, meta della “famosa” transumanza del gregge Chemin, immortalata nel 1951 dal fotografo Marcel Coen e comparsa sul National Geographic. Altri tempi… I tempi in cui si faceva la Routo.

 

E così, per malattia, uno fa tanti passi per stare pochi minuti in mezzo ad un gregge che ti scruta con curiosità e vorrebbe quasi seguirti, nella speranza di avere il sale tanto desiderato. Che facce sorprese, tra i pastori, quando provi a spiegare in un Francese mischiato all’Italiano, che le pecore cercano il sale. Chi sarà mai quell’escursionista che ne sa di pecore?

 

Loro sono un gruppo: c’è un maestro di sci, quello che manda i cani a girare il gregge è chiaramente il pastore, ma anche gli altri sembrano avere a che fare con questo mondo. Peccato non conoscere abbastanza la lingua da potersi spiegare. Peccato che loro parlino solo Francese e non sappiano l’Inglese o qualche parola di Italiano.

 

Si risale pensando a quanto sia più facile fare il pastore da queste parti rispetto a certe vallate aspre, nebbiose, pietrose. Certo, non è una passeggiata nemmeno qui: orari, esigenze, imprevisti restano gli stessi ovunque. Però è un altro lavorare rispetto al cercare nella nebbia pecore o capre che sono rimaste attardate balze rocciose, ripidi canaloni e strapiombi pericolosi.

 

Raggiunto nuovamente il colle, c’è solo più da scendere. Tornare a Ferriere. L’erba bassa dei pascoli più in quota sarà poi foraggio per le vacche nella stagione avanzata. I colori di queste fioriture ricordano le stoffe della Provenza…

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