La “mia” montagna

Tante volte in queste pagine vi ho parlato di montagna, oltre che di pastorizia, di alpeggi, di allevamento. Cos’è la montagna? Possono esistere tante diverse montagne? Sicuramente sì. C’è la montagna che piace a chi la frequenta per diletto (chi solo d’inverno, con la neve, chi solo d’estate, chi in tutte le stagioni), chi la frequenta per sport, chi a piedi, chi in bici, chi in auto, in moto. C’è chi ci lavora come studioso, come tecnico, osserva le rocce, le frane, le foreste, i ghiacciai. C’è chi ci abita e ci lavora tutto l’anno. C’è chi sale con gli animali per la stagione d’alpe.

Nello stesso posto, ciascuno ci vede qualcosa di diverso. Una bella fioritura di ginestre e rododendri è anche un “brutto segnale” di abbandono della montagna. Sicuramente una volta qui non c’erano tutti questi cespugli. Gli uomini e le donne che abitavano la moltitudine di baite diroccate disseminate a tutte le quote, la montagna la dovevano tener pulita per avere pascoli. E la legna serviva per scaldarsi, cucinare, fare il formaggio.

Per chi in montagna ci “va”, questo è un elemento accessorio. Un qualcosa che può capitare di incontrare sul percorso. A volte persino un fastidio. Molti non si chiedono nemmeno cosa ci facciano lì gli animali, da dove provengano, a cosa “servano”. E’ paradossale, ma mi è capitato di sentire i commenti più assurdi. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non sono pochi coloro che, abitando in città, ma non solo, hanno completamente perso il contatto con la realtà rurale.

Facendo una gita in montagna, ciascuno la vede con occhi diversi. Allo stesso modo altrove capiterà per altri ambienti, presumo che il mare del pescatore e quello del turista da spiaggia siano molto differenti! E così io qui guarderò i pascoli e le antiche baite in rovina, un altro invece ammirerà le rocce che si innalzano al di sopra degli spazi verdi. Le pareti, le vette, l’alpinismo. D’altra parte, lo sappiamo, per il mondo degli alpeggi la “montagna” è tutto ciò che gli animali possono pascolare. Per gli altri è la cima, la catena montuosa.

Io qui guardo il pianoro, lo spazio dove potrebbero pascolare degli animali. Penso alla vita che faceva chi un tempo saliva in alpe. Oggi invece da queste parti vengono lasciati quasi liberi (tranne qualche filo qua e là) bovini che non richiedono la presenza continua dell’uomo. Così mi scriveva l’altro giorno un’amica: “Tutto quello che hai descritto lo provo anche io. Se ad esempio vado a camminare qui dalle mie parti, la gente mi appare ridicola per come gira e parla… ma alla fine sono persone normali che non hanno avuto le mie stesse esperienze. Certo, preferisco anche io andare in montagna, ma sulla “mia” montagna, perché lì sono libera e la sento un po mia. La gente che puoi incontrare è un po’ diversa dal mio e dal nostro modo di vedere…“.

Mi piace vedere, incontrare animali selvatici, ma la montagna mi sembra vuota quando non sento una campanella, un belato, un muggito. Se durante un’escursione percorro un intero vallone senza segni di “vita d’alpeggio”, mi manca qualcosa. Come attraversare un villaggio fantasma.

Trovare un antico alpeggio ad oltre 2600 m di quota (Alpe la Motta, Vallone di Noaschetta) a me fa riflettere e non poco sulla vita dei pastori di un tempo. Da queste parti ora passano escursionisti, alpinisti e guardiaparco. La vita di questi ultimi, anche se votata alla montagna, alla solitudine, alla natura, ha poco in comune con quella del pastore e del margaro.

Certe esperienze della vita ti lasciano un segno. Anche se non sei nato in un certo mondo, una volta che ne hai fatto parte, non riesci più a tornare indietro. La montagna ti parla in un certo modo e non puoi non ascoltarla. Sai leggere certi segni. Non arrivi magari alle vette dove c’è da scalare, ma puoi essere felice lo stesso. Chi ha dovuto, per mille motivi, lasciare la sua montagna, ne parlerà sempre con nostalgia, anche se lassù ha fatto una “vita grama”.

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