Un gregge di servizio

Oggi voglio parlarvi di una cosa nuova. Un progetto che coinvolge un parco naturale e le pecore. In Italia, non in Francia! Il progetto è questo e si chiama LIFE Xerograzing. Sul sito che vi ho indicato, trovate tante informazioni e dettagli, per chi volesse, c’è anche una pagina Facebook qui.

Adesso però passiamo ad analizzare la riunione tenutasi venerdì scorso 22 novembre a Bussoleno (TO), uno dei due comuni coinvolti direttamente nel progetto. Comuni, Università di Torino e Parco Alpi Cozie hanno presentato al pubblico il progetto nelle sue varie fasi progettuali e operative, dando poi spazio al pubblico per domande e suggerimenti. Ottenere l’approvazione di un progetto LIFE dall’Europa non è semplice, quindi c’era un certo orgoglio nell’avere avuto successo in questa sfida.

Il pubblico ascoltava attento, ma ancora prima della presentazione dettagliata serpeggiava un certo scetticismo e qualche malumore, alimentato anche da articoli usciti qua e là sui giornali e on-line, dove si polemizzava apertamente sulle cifre e sugli obiettivi, senza tentare di capire il significato e l’importanza di un progetto del genere. Innanzitutto, com’è stato ben spiegato, i progetti LIFE stanziano soldi per l’ambiente, quindi quel milione di euro non era comunque possibile girarlo per le industrie o per gli ospedali che chiudono. E poi, proprio oggi, con negli occhi le alluvioni che hanno flagellato alcune parti d’Italia… possibile che vediamo sempre e solo gli effetti, sordi a chi parla di prevenzione, di corretta pianificazione territoriale, ecc ecc? L’area interessata è anche spesso oggetto di incendi, quindi ripulire delle superfici abbandonate preverrà rischi di dissesto ed eviterà che si spendano soldi per dover estinguere l’ennesimo fuoco sulle montagne.

Il progetto potete leggerlo nel dettaglio sul sito, se siete interessati a conoscerne le singole parti, ma io qui cerco di farvi una rapida carrellata dei punti che maggiormente potrebbero interessare anche chi non vive da quelle parti, usando le slides dell’intervento di Giampiero Lombardi dell’Università di Torino. Siamo nella zona SIC delle Oasi Xerotermiche (qui la scheda), un’area abbastanza unica per le sue caratteristiche ambientali (e quindi per la flora, prima che per la fauna), che presenta ancora visibili segni di uso agricolo antico, ma che oggi è sempre più vittima dell’abbandono da parte dell’uomo.

Questo territorio è, tra gli appassionati, famoso per le fioriture delle orchidee selvatiche (oltre che per la presenza di numerose altre specie botaniche rare), messe a rischio dall’abbandono, perchè l’espansione della vegetazione arborea ed arbustiva riduce la biodiversità, andando ad invadere i prati e i pascoli nelle zone più impervie e gli antichi coltivi e terrazzamenti nelle aree più facilmente raggiungibili.

Già in passato qui c’era un utilizzazione da parte di greggi, con un pascolo di animali locali e, in determinate stagioni, il passaggio di greggi transumanti. Oggi anche quest’attività è scomparsa quasi del tutto. Il territorio ne sta risentendo ed è messa a rischio persino la sua stessa fruibilità, dato che anche i sentieri vengono invasi dai cespugli.

Per gli addetti ai lavori, questi sono concetti ben noti da tempo. Quante volte ve ne ho parlato anche sulle pagine di questo blog? Purtroppo mi è capitato anche di dover raccontare vicende in cui Parchi naturali accusavano le greggi di mettere a rischio la biodiversità vegetale (e animale)… Mi viene da sorridere se ripenso a quando proprio si citavano le orchidee come specie minacciate dal pascolamento. Certo, eravamo in altri territori (parchi fluviali), ma a me sembra che, se si mantiene pulita l’area di pascolo, ci sono e ci saranno sempre fioriture evidenti e varie.

Quindi? Quindi anche aree soggette a tutela (parchi, riserve, ecc) presentano determinati ambienti di pregio che non si mantengono senza intervento umano! Mi piacerebbe che questo concetto lo comprendessero anche tutti coloro che si definiscono “ambientalisti”, senza conoscere fino in fondo il significato della parola. Esistono sì le riserve naturali integrali, ma per tutto il resto del territorio, l’uomo gioca la sua parte, nel bene e nel male. Una corretta ed equilibrata presenza/utilizzazione da parte dell’uomo è FONDAMENTALE per preservare l’ambiente.

Veniamo allora al cuore del progetto, che durerà 5 anni. Come gestire quelle aree di pregio? Le colture agrarie ormai sono improponibili, bisognerebbe lavorare come 100-200 anni fa e non ci sarebbe alcun reddito (erano colture di sussistenza). Anche lo sfalcio sarebbe arduo, vista la quasi totale assenza di viabilità e le pendenze. Rimane quindi il metodo più naturale, il pascolamento degli ovini.

Così il progetto prevede di istituire un “gregge di servizio”, 150 pecore da affidare ad un pastore (ma che resteranno proprietà del parco), da utilizzare per il pascolamento delle aree individuate. Per ora si tratta di terreni di proprietà comunale, poi ci si auspica di coinvolgere anche i privati. Alcune aree verranno prima decespugliate, poi si realizzeranno recinzioni fisse per il contenimento degli animali, punti acqua e punti sale, sistemazione di sentieri, ecc ecc.

Il punto adesso è individuare il pastore, mentre si pensa a redigere il “piano di pascolo” da seguire. Vi sono terreni ad uso civico, quindi la precedenza ovviamente sarà data ad un allevatore locale. Verrà istituito un apposito bando per individuare il pastore che si occuperà della gestione, ovviamente impegnandosi a seguire le direttive dei ricercatori del progetto, al fine di poter monitorare gli effetti in campo. Cinque anni di progetto finanziato, ma il tutto dovrà essere portato avanti anche oltre, per almeno una trentina di anni, in un’ottica di continuità e reale gestione del territorio. Ci sono già state manifestazioni di interesse da parte di alcuni allevatori, ma tramite bando pubblico si sceglierà quello con le caratteristiche più idonee.

I costi del progetto hanno fatto discutere, ma a me le domande che sono venute in mente sono state di altro genere. 150 ovini sono un numero quasi da hobbista, tanto più che saranno di proprietà del Parco e l’allevatore potrà solo vendere gli agnelli. Avrà il pascolamento di quelle aree per quel certo periodo all’anno, ma dovrà mantenere i capi per tutti i restanti mesi. Quindi? Quindi ovviamente serve un’azienda già esistente sul territorio, con un numero di capi maggiore, attività integrative (es. mungitura e caseificazione). Ci sono realtà simili? Mi auguro di sì e mi auguro davvero che questa sia una buona opportunità da sfruttare anche per dare alla pastorizia il suo giusto riconoscimento. Non facciamo sempre solo polemiche, ma trasformiamo i nostri dubbi/perplessità in critiche costruttive. Ci saranno altre riunioni sul territorio, ma comunque possiamo far arrivare per via telematica i nostri suggerimenti e idee qui.

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  1. Sicuramente ad aver cura del territorio non c’e nulla di male, anzi !!!. Il problema grosso di tutte queste cose sono comunque le persone deputate alla gestione del progetto (gestori del gregge compresi) . Se questo è visto, come nell’italico costume, al pari di un pozzo al quale attingere denaro un pochino ne beneficierà il territorio, molto chi lo gestisce, dopodiche si procederà ad una bella euroeutanasia. Nella giusta ottica,invece, a lungo termine potrebbero anche esserci dei bei ritorni (non necesariamente soltanto economici). Di questi micro progetti penso che potrebbero farne tutti i comuni o consorsi di comuni. Quasi tutti i comuni hanno centinaia di ettari di terreni abbandonati e, tutti i comuni, hanno assessori all’agricoltura (magari come terza o quarta carica), i quali dovrebbero anche occuparsi della gestione del territorio comunale e non solo vedere di mettere i lotti di legname all’incanto prima che finisca la legislatura. Unica pecca è che queti argomenti non fanno apparire il simbolo dell’euro negli occhi come i dollari di Paperon de Paperoni, per cui ognuno preferisce delegare al collega successivo, a spese del territorio. Saluti, Bruno

  2. Devo dire che sono d’accordo con te che nel pensare che per una volta l’ambientalismo non si mette contro la presenza umana rurale e che già questa sia una cosa bella di per sé.
    Temo però che il progetto abbia dei rischi sulla concreta messa in opera.
    Come hai già sottolineato tu, un gregge di 150 pecore ad indirizzo carne non da da vivere.
    Se si sceglie un indirizzo lattiero caseario, 150 pecore da mungere a mano son troppe per una persona sola, che dovrebbe avvalersi di una struttura meccanizzata di tipo semindustriale; inoltre non mi risulterebbe consentita dalle vigenti norme sanitarie la mungitura all’aperto. In considerazione dell’ampiezza dei terreni mi sembra improponibile il rientro 2 volte al giorno del gregge presso una struttura idonea per la mungitura e la trasformazione del latte. Allo stesso tempo un gregge meno consistente non coprirebbe tutte le superfici interessate al progetto.
    Pertanto ritengo che la cosa migliore e forse l’unica fattibile sarebbe avvalersi di un allevatore esistente con gregge proprio ad indirizzo carne, già numericamente adeguato, e procedere alla sua remunerazione in cambio del pascolamento periodico delle aree interessate al progetto. Dubito fortemente che un operatore del settore, che verosimilmente conta già diverse centinaia di capi, possa farsi incastrare nei lacci di un progetto del genere per tenere in guardia 150 pecore altrui.
    Non sarebbe la prima volta che vengono spese ingenti somme pubbliche per realizzare progetti sulla carta apprezzabilissimi che poi vedono i bandi andare deserti per anni per una irrealistica messa in opera. Vedi Alpe Carema, per fare un esempio tristissimo (alpeggio con malga e caseificio rimessi completamente a nuovo, spesi 200.000 euro ma terreno inconsistente, carico massimo 2 UBA, cioè due mucche! Bando deserto mi pare da fine lavori nel 2010; il sindaco dice che non capisce come mai…)
    La riuscita di un progetto simile deve prevedere di creare le condizioni perché un operatore del settore possa considerare attrattiva la cosa. Con le attuali condizioni sia normative che di mercato, non mi sembra un’impresa facile. E’ necessaria una seria verifica con operatori o VERI esperti del settore.
    Ho già segnalato le mie perplessità al link che hai messo nel post, anche se il progetto mi sembra già abbastanza incamminato per la strada sbagliata. Naturalmente spero di sbagliarmi.

    ps: poi quando guardo quel numero (1 milione di euro), penso a quanto farebbero comodo quei soldi a chi vorrebbe aprire un’azienda agricola e non ha i soldi da investire, a chi vorrebbe chiuderla perché non riesce a star dietro ai costi e alle norme e ai problemi; poi penso a chi andranno realmente a finire quei soldi (sicuramente non ai pastori, cioè quelli che dovrebbero fare il lavoro VERO in questa storia) e non riesco a fare a meno di essere triste.

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