E’ finita l’estate?

Ci sarebbero tante cose di cui scrivere, argomenti legati al mondo dell’allevamento, della pastorizia, dell’alpeggio, di cui sarebbe bello parlare con voi. Molte sono notizie negative, tristi o che fanno innervosire. Francamente non ne ho voglia e non me la sento di impegolarmi in queste discussioni, tanto più che la mia ricomparsa on line è di breve durata e presto tornerò in alpe, quindi non potrei nemmeno portare avanti la discussione.

Parliamo così più semplicemente dei giorni passati, quando il grande caldo era stato bruscamente interrotto da una perturbazione che, qua e là, era stata anche abbastanza intensa. Dopo tanto caldo e sole, trovarsi delle giornate immersi nella nebbia fitta, interrotta solo da violenti scrosci di pioggia, temporali, vento freddo, era stato un cambiamento abbastanza brusco. La montagna non conosce molte sfumature, più si sale in quota più il clima si fa sentire in modo drastico. Questa volta però, a sentire le notizie che vengono dalla pianura, le cose sono state ben più gravi là nella bassa e quassù, nebbia a parte, si sentono solo i benefici del “rinfresco” generale.

Poi, come accade di solito in questa stagione, al maltempo fanno seguito alcune belle giornate. Ci sono ancora alcune nuvole passeggere, ma niente che faccia temere perturbazioni. L’aria è tersa, limpida, ed anche piuttosto fresca. Sembra già di cogliere delle note autunnali da fine stagione. Il sole ha i raggi più obliqui, le giornate si accorciano, il vento è subito più freddo. Che sia già finita l’estate, decisamente in anticipo sul calendario? Non ci sarebbe poi tanto da stupirsene, quassù.

In queste giornate succede un qualcosa che si verifica raramente, cioè che, senza nemmeno particolare sforzo, dalla cresta delle montagne si vede la città, di solito soffocata da una cappa di smog e foschia. Le “montagne di casa” le tocchi con un dito e dietro c’è Torino. Ad occhio nudo intuisci qualcosa, poi con il binocolo arrivi ad individuare gli edifici. Addirittura, oltre la collina, spicca addirittura la mole inquietante della centrale di Trino Vercellese. Sono in momenti così che i pastori pensano al “viaggio” dei loro colleghi che, a piedi, con il gregge, vanno anche oltre quei luoghi che ora loro stanno guardando con i propri occhi.

L’estate è appena arrivata su in alta quota, dove le piante devono sbrigarsi in poche settimane a compiere tutto il loro ciclo vegetativo. Qui c’è la flora che preferisco, tante erbe dalle fioriture meravigliose, più sono piccole ed abbarbicate al poco suolo disponibile, più ti stupiscono con colori e forme di rara bellezza. Anche la qualità di queste erbe è pregiata, ben lo sanno gli animali, che si spostano fin quassù per cercare i ciuffi che spuntano qua e là in quelle che vengono definite “vallette nivali”. Man mano che il pomeriggio avanza, l’aria si fa più fredda, il vento intenso spinge uomini ed animali a rientrare verso il basso.

Poi però, nei giorni successivi, la stagione riprende il suo corso e, al mattino, quando il recinto viene aperto gli animali già si ammucchiano, nel classico atteggiamento da giornate calde. Fosse per loro, passerebbero così delle ore, fino al raggiungimento di temperature più miti ed adatte per andare al pascolo. Ma questo poteva funzionare quando gli animali venivano lasciati liberi, ora che si è obbligati a confinarli nei recinti, bisogna anche forzarli a pascolare anche quando fa caldo.

La salita verso le quote maggiori e verso i pascoli avviene lentamente, con una fila che si snoda irregolarmente lungo il sentiero. Le nuvole di quel giorno hanno una consistenza diversa, non sono cariche di pioggia, né si tratta di passeggeri ammassi nuvolosi. Queste sono nuovamente le nebbie del caldo, quelle che si formano quando il calore della pianura arriva fin quassù. Per fortuna non sembrano essere troppo fitte e stazionarie.

Su su in quota l’estate forse non inizierà mai del tutto. Mentre il gregge pascola più in basso, si sale a vedere la testata del vallone, tra la nebbia che va e viene. Lassù, sui nevai, le tracce dei camosci e degli stambecchi, che pascolano in alto sulle cenge tra le rocce. Si sentono le pietre che cadono, mosse dal loro passaggio, ed i caratteristici sibili di allarme dei camosci, spaventati dai cani del pastore. Anche se quassù non verrà mai l’erba per il gregge, anche se (per fortuna) la neve non scioglierà mai del tutto, il pastore sa quanto è importante tutta questa massa d’acqua solida, a garantire torrenti mai asciutti ed erba fresca anche a fine stagione.

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