Una volta si viveva qui

C’è chi addita l’allevamento come il responsabile di tutti (o quasi) i mali del mondo… Ma io (e non solo io!) continuo a dire che ci sono diverse forme di allevamento, alcune delle quali non solo sostenibili, ma anche basilari per il mantenimento di certi ambienti, del territorio, della biodiversità. Per riflettere su questi temi vi invito a seguirmi in una breve passeggiata.

Sono tre estati che passo alcune settimane in primavera ed altre in autunno in un alpeggio, e sempre avevo alzato gli occhi in su verso quel villaggio in cresta. Quest’anno, con la primavera tardiva, l’ho notato in modo particolare, perchè la vegetazione non lo mascherava ancora (per quello ci pensava la nebbia!). Sapete quanto io ami “le pietre che parlano”, quelle antiche case che hanno lunghe storie da raccontare, e così…

Così mi sono fatta spiegare a grandi linee il sentiero e mi sono avviata, in una mattinata di sole. Prima sono passata alla “Balma”, non segnata sulle mappe, due case costruite a ridosso di una roccia sporgente, da cui il nome. Disabitate da anni, ma con all’interno ancora oggetti, vestiti e coperte a brandelli. Se non ci fosse il gregge a pascolare lì, probabilmente la vegetazione avrebbe già inglobato il tutto, accelerando il crollo.

Faticosamente ho cercato il sentiero nella parte bassa, poi più su la traccia era maggiormente evidente (anche perchè gli ontani non avevano ancora messo le foglie), e così sono arrivata a Lausas. La prima casa è a nido d’aquila, costruita proprio sullo sperone roccioso in cresta.

Però all’interno già cresce una pianta… Il degrado avanza, poco per volta anche quest’abitazione sparirà. Siamo a 1500m di quota, qui si saliva d’estate, non era un nucleo abitato permanentemente, presumo. I testimoni ancora in vita mi parlano appunto di un utilizzo del genere, anche se magari ci si spostava solo dagli insediamenti poco più a valle, quelli a quota 1000, 1100, dove sicuramente 70-80 anni fa c’era chi viveva lì anche d’inverno.

Qualcuno, non moltissimi anni fa, ha aggiustato un paio di queste case. Ma abita altrove, forse in Liguria… “Sembra che anni fa venisse anche a Capodanno, ma adesso chissà, forse viene una volta all’anno…“. D’altra parte sarebbe impossibile o quasi abitare lì, anche solo d’estate. Come si farebbe oggi a viverci? Potrebbe essere il tranquillo ritiro di un pensionato, o di un eremita…

Colpisce la bellezza di queste “povere” abitazioni, la ricerca di elementi estetici che vanno oltre la funzionalità. Guardate il trave incurvato sopra alla porta d’ingresso, la geometria della scala. Un architetto saprebbe definire meglio questi dettagli, ma anche l’occhio meno tecnico li può rilevare, facendo paragoni con altre baite viste qua e là nelle valli.

Se si attraversa il piccolo nucleo e si sale appena oltre le baite, si capisce il perchè del nome. Bisognerebbe avere un elicottero per scattare una foto davvero esplicativa della terrazza naturale in pietra che si estende oltre il villaggio. Ecco le lause che si protendono sulla valle! In una giornata limpida qui si gode di un panorama davvero fantastico. Però, in una giornata di vento, di pioggia, di tormenta, credo che l’effetto sia di tutt’altro tipo.

Le case sono davvero numerose, il territorio invece è minimale, il bosco si è inglobato pascoli e campi, ci si chiede davvero come si vivesse quassù. Ovviamente l’allevamento era fondamentale per la sopravvivenza, se non ci fosse stato almeno il latte, qui cosa mangiavi?

L’insediamento è antico, Anche senza fare ricerche d’archivio, basta guardarsi intorno e le pietre parlano davvero! Qui c’è scritto 1790, ma chissà, forse non è nemmeno la prima casa costruita quassù. Su di un’altra sembra di leggere 1760 e poi chissà…

Cosa ne dite poi di questa pietra scavata accanto alla soglia? Il mio cane è subito andato a lappare l’acqua piovana all’interno, forse era proprio questo l’uso per cui era stata concepita, anche perchè non ho visto sorgenti o fontane lì intorno e gli anziani mi hanno confermato che, per prendere l’acqua, bisognava fare un cammino non così breve.

Tracce di campi sono più evidenti procedendo oltre sul sentiero che porta ad un altro insediamento, anche questo non presente sulle mappe. Segale, patate, grano saraceno, chissà cos’altro si coltivava qui? Oggi da queste parti passa un gregge (arrivato un paio di giorni dopo la mia visita), che trascorre su questi magri pascoli solo parte della stagione, per il resto è tutto abbandono. Ma se non vi fosse almeno questa forma “naturale” di pulizia, scomparirebbero anche queste antiche tracce che vi sto mostrando.

Prima di Busìa c’è un enorme tiglio, al momento ancora spoglio. Una pianta davvero imponente che sicuramente aveva un significato, se non è mai stata tagliata. Anche gli alberi, oltre alle pietre, possono raccontare storie!

Non è quella l’unica particolarità di questo luogo. Oltre le case (con una scritta 1881) c’è un albero già verde di foglie e questo è una sorpresa ancora maggiore. Si tratta infatti di un grosso ippocastano. Chi l’ha portato qui? E quando? “Avrà almeno 200 anni, chissà…“, dice un anziano. “Io l’ho sempre visto grosso così…“. Andate da queste parti adesso, ad inizio primavera, oppure in autunno, prima della neve. Sono luoghi che fanno riflettere…

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  1. Marzia, sei sempre straordinaria nel raccontarci di montagna vera grazie a quelle “carezze” che sai far scivolare con il tuo sguardo sul luogo montagna.

    Crollano le malghe e con esse una cultura millenaria.

    Pochissimi se ne accorgono e ancora meno sono coloro che si rendono conto di quale grave ed irrimediabile perdita stiamo subendo nella nostra epoca.

    I giovani -il nostro avvenire- avrebbero il diritto di accogliere quella cultura che, personalmente, ritengo importantissima per il benessere di coloro che con le montagne ci hanno a che fare.

    Anche se distrattamente vivono e lavorano in città, a qualche decina di chilometri di distanza, come noi torinesi.

    Grazie.

    • e alcuni di quei giovani scrivono dicendo che è errato allevare, sostengono che l’allevamento sia la rovina del mondo, senza fare distinzioni tra il pastore che viene quassù e la porcilaia da migliaia di animali…

  2. Le tracce di queste persone (se le conti erano migliaia sparse qua e là), delle loro povere cose, e del loro lavoro mi toccano sempre quando vado per questi posti. Ed è sempre bello scoprire che pur nella durezza delle condizioni di vita, c’è onnipresente un gusto estetico:di chi ha messo su quelle pietre. Penso spesso che alcuni fossero dei “poeti del paesaggio”..

  3. siamo anche noi sempre affascinati da queste costruzioni per misere che siano . non si può fare a meno di volare con il pensiero a quando un tempo erano vive . ed è una fortuna quando si riesce ad incontrare un anziano che ti può raccontare qualcosa su quel posto, spero che in futuro anche per chi verrà dopo di noi possa ancora capitare, passeggiando in montagna , di imbattersi in un posto dove oltre che ammirare si possa viaggiare nel passato per ricordarsi anche cos’è l’essenziale per vivere.

  4. Bellissima testimonianza della vita che fu… le pietre parlano davvero, solo poche persone però hanno la sensibilità di saperle ascoltare. Qui in Liguria ogni angolo dell’entroterra è ricco di testimonianze del genere, pascoli divorati dai boschi, boschi distrutti dagli incendi, centri abitati affogati dalla vegetazione. Una volta questi posti davano da mangiare a centinaia di persone, pastori e contadini che vivevano la montagna, lavoravano, festeggiavano…. amavano! Ora tutto è silenzio e desolazione, la natura si riappropria degli spazi perduti e solo pochi (come te!) possono salire fin lassù ad ascoltare il silenzio assordante delle “Pietre che Parlano”!!!
    Fabrizio

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