Non si fa niente, però…

Ricordate il convegno sulla filiera ovicaprina di qualche settimana fa? Bene, ieri sera ci siamo riuniti per iniziare a pensare alla parte operativa. Molti più allevatori in sala e molte meno “personalità”. Presidente e Direttrice del GAL hanno spiegato concretamente ciò che si vuole fare, cioè creare una vera e propria filiera dei prodotti ovicaprini nell’area GAL. Gli allevatori ci sono ed hanno problemi a vendere ad un prezzo sostenibile quanto producono (specialmente la carne e la lana, per i formaggi va un po’ meglio), ma si tratterebbe di mettere insieme macellai e soprattutto ristoratori, gastronomie, punti vendita, per creare un circuito. Sulla lana, insieme a Biella The Wool Company, si vorrebbe creare un punto di raccolta della lana succida.

Soldi ce ne sono, un finanziamento abbastanza importante, che permetterebbe di coprire un 30-45% a seconda dei casi gli investimenti che i partecipanti al progetto vorrebbero fare: strutture (punto vendita, sala lavorazione latte, stalle…), ma anche mezzi di trasporto per la carne o cose del genere e altre attrezzature (macchine per tosare…). Ovviamente ci vanno più soggetti che partecipano e non una singola azienda. Il GAL si occuperà di coordinare il tutto, quindi gli allevatori (e gli altri soggetti) dovranno solo dare la loro adesione e dire di cosa hanno bisogno. Pensate che a questo punto si siano levate voci entusiaste dalla sala? Ahimè no…

Ovviamente sono stati sollevati dubbi e perplessità, perchè siamo tra gente concreta e si vuole capire bene di che si tratta. Questo va bene, solo discutendo le criticità si può costruire e migliorare, anche perchè sono gli addetti ai lavori che devono dire/spiegare al GAL di cosa hanno bisogno e come funzionano certi meccanismi del sistema. Però quella che ha prevalso è stata la sfiducia e la critica. “Chi volete che mangi la carne di pecora!“. “Il ristorante XYZ l’agnello nel menù ce l’ha sempre, ma su 10 che vengono a mangiare, se lo ordinano in due è tanto.” “La gente non mangia l’agnello, figuriamoci la pecora!”. Oppure: “Ma se aderiamo poi… e se la cosa non funziona?

Anche se macellai e ristoratori saranno invitati successivamente ad altre riunioni, alcuni di loro erano già presenti in sala. Un macellaio continuava a spegnere i già scarsi entusiasmi: “Se metto la pecora sul bancone, me la posso poi mangiare io! Le donne ormai non vogliono più cucinare, per loro va bene la bistecca da far saltare in padella due minuti, figuriamoci se mi comprano la pecora! L’agnello invece… poverino, piccolino e cose così…“. Gli ho parlato di bistecche e salsicce di pecora, ma mi ha quasi riso dietro. Ecco, persone del genere evitino di venire alla riunioni ed evitino eventualmente di aderire al progetto per poi ritirarsi in corso d’opera, perchè il ritiro di qualche anello della filiera vanificherà del tutto il progetto. Servono poche, ma buone, persone che ci credano e sappiano agire loro per prime al fine di valorizzare il prodotto. Presentarlo in un certo modo, proporlo… Saranno fondamentali i ristoratori e la comunicazione, poi qualcosa si muoverà di certo.

Ovvio che, dall’oggi al domani, il progetto non risolleverà l’intera filiera, ma da qualche parte bisogna pur partire. L’interesse e l’appoggio del Museo del Gusto di Frossasco servirà per coinvolgere il mondo della ristorazione. Se 5, 10, 50, 100 persone mangeranno spezzatino di pecora, arrosto di pecora, salsiccia di pecora e l’apprezzeranno, ne parleranno con gli amici, a loro volta qualcuno di loro si farà attirare e proverà. Il solito macellaio: “Se va bene la comprerà qualche Meridionale…“. Ma certo! Quante persone del Centro-Sud rimpiangono le pecore che mangiavano nella loro terra di origine? Quante volte, mentre sono al pascolo, mi sono sentita dire: “Da noi al paese si mangia tanto, qui la carne di pecora non la trovi…“. Ovvio che uno non può prendere una pecora intera, ma se comparissero nelle macellerie tagli ben fatti per bolliti, arrosti e altre preparazioni? E se si insegnasse a preparare sia piatti della tradizione, sia piatti innovativi?

Proprio ieri, in questo variegato mondo virtuale, ho incontrato una persona che mi ha parlato dei piatti della sua terra, preparazioni tradizionali che hanno alle spalle anche delle storie che sono belle da leggere, da comprendere, da capire, perchè parlano di ritmi di vita sani, legati alla terra. Leggete ad esempio la “Pignata di pecora di agosto” o anche un piatto particolare dal nome curioso, “Cazzomarro alla brace“. Ricette che richiedono tempo per la loro preparazione e che sicuramente non funzionano per la casalinga dei quattro salti in padella, ma la pecora non è solo questo. Le milanesi di pecora sono ottime e cuocciono in un paio di minuti in più delle fettine di vitello. Inutile continuare a lamentarsi perchè il settore è in crisi e poi sputare sulle opzioni che ci vengono offerte. Sicuramente con questa mentalità è impossibile pensare di creare un consorzio, un marchio, ma esperienze anche non tanto lontano da noi dimostrano che, chi lo ha fatto, dei risultati li raccoglie. Chi però pensava che questo bando fornisse la strada per arricchirsi facendo il pastore, farà meglio a lasciar perdere e lasci il posto alle riunioni per chi invece crede nell’idea di una pastorizia sostenibile, vicina al territorio, che punta sulla qualità e non sulla quantità.

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  1. Percè lo spezzatino di pecora non è eccezionale? Di ricette ce ne sono, senza conare che muoio dalla voglia di mangiare interiora, pulite, arrotolate intorno ad erbe aromatiche e arrostite. Stigghiole in dialetto siciliano, dicono che Pietro le mangiò di nascosto a Gesù e questi lo rimproverò perchè il prodotto più umile apparteneva a lui (Vangelo Popolare) 😉

  2. Ricordidiamoci che in tempo di crisi nascono e soprattutto vengono riscoperte nuove mode. Io 20 anni fa non sapevo a chi vendere un pezzo di legna da ardere, oggi sono assalito dalle richieste e non riesco nemmeno a soddisfarle tutte. Con i prezzi che hanno gli ovicaprini si può sicuramente essere competitivi e chissà che magari diventi di moda anche solo per il prezzo. Un saluto, Bruno

  3. Buongiorno, ogni anno al mese di settembre a Masera VB alla festa dell’uva il piatto forte é il “mutun a la sau” favoloso!! potreste contattare la pro loco per la ricetta, o invitare un cuoco alle fiere, ci vuole la griglia.

  4. noi alleviamo capre e stiamo cercando di fare conoscere i trasformati di quest’ultima alla gente, subito sono scettici ma poi quando assaggiano si rendono conto che invece è una cosa molto buona! infatti a me il bando interessa (anche se non c’ero alla riunione perchè non sono riuscita ad organizzarmi) vorrei fare un laboratorio per la carne e iniziare anche ad allevare qualche pecora per lana e carne!!! quindi ben vengano le nuove idee! magari davvero questa volta riusciamo a fare qualcosa di concreto e intelligente!

  5. Spero che questo e altri progetti simili riescano: io la carne di pecora la comprerei subito, se potessi trovarla facilmente e di qualità, memore anche del tempo passato in Medio Oriente, dove si può comprare anche trita o per degli ottimi spiedini. E’ vero che forse rimarrebbe un prodotto di nicchia, ma questo è vero per tante cose che adesso stanno prendendo piede, e che forse non saranno più di nicchia fra un po’. Ad esempio, quante siamo a Milano a fare il pane a casa due volte alla settimana? Poche forse, rispetto alle amiche dei quattro salti in padella, ma esistiamo perché l’abbiamo voluto davvero, e i prodotti dedicati a noi sono sempre in aumento 🙂

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