L’intera intervista

Credo che siano tante le persone a fare dei mestiere a loro dire “normali”, ma che riscuotono interesse in chi li vede dal di fuori. Comprendo che la mia vita possa sembrare strana e curiosa, in tanti faticano a capire perchè, con una laurea in tasca, uno debba andare a fare “quella vitaccia” al seguito di un gregge. Io non mi definisco affatto “pastore”, al più “pastore part-time”… Comunque recentemente c’è stato chi mi ha intervistato e chi mi sta filmando. Vi propongo qui il testo integrale dell’intervista rilasciata a Erica Vagliengo, che conosco da anni e che ho incontrato recentemente durante il convegno al GAL (presso cui attualmente lavora). On line trovate questo articolo.

INTERVISTA A MARZIA VERONA

SCRITTRICE-PASTORE

di Erica Vagliengo

 

La passione, a volte, ti porta in alto, non solo in senso metaforico, ma veramente, su pascoli erbosi, ai piedi di cime innevate, in alpeggi di alta montagna. E tutto perché, un giorno di dieci anni fa, incontri un pastore  che “mi parlò del pascolo vagante. Fu come uno di quei semi che riescono a trovare chissà come il modo di germogliare nei posti più impensati. Era il 2003 e da allora sono successe tante cose.” Quella vita, lei, Marzia Verona, scrittrice, pastore piemontese, l’ha osservata, fotografata, ascoltata , vissuta ed è diventata la sua.

– Buongiorno Marzia, come si vive da scrittrice-pastore: raccontaci una tua giornata tipo

Non c’è una giornata tipo, ogni giorno è diverso, per me che cerco di barcamenarmi tra i miei lavori come tecnico-consulente, scrittrice ed aiutante del mio ragazzo, che invece è pastore full-time da sempre (a 15 giorni di vita era già in alpeggio). Al mattino ci si alza abbastanza presto, specialmente in montagna. D’inverno invece ce la prendiamo un po’ più comoda e raramente la sveglia suona prima delle 6:30. Io a volte vado ad aiutare al pascolo o quando c’è da spostare il gregge in punti impegnativi, attraverso strade trafficate o quando si cammina per diversi chilometri e c’è da spostare l’auto. A casa l’aiuto che posso dare in questi giorni è andare alla stalla dove abbiamo le capre con i capretti, controllare le nascite, aggiungere acqua, fieno… Poi ci sono i lavori casalinghi, preparare la cena, ma anche il pranzo da portare al pascolo per Claudio ed il suo socio. Tante volte per lui la cosa più importante che io possa fare per aiutarlo è far trovare la casa calda, illuminata e la cena pronta. In alpeggio invece siamo “fuori dal mondo”, non c’è la corrente elettrica ed il telefonino non prende se non salendo più in quota. Allora lì tutta la mia giornata è dedicata alla pastorizia. Se non ci sono agnelli che hanno bisogno del latte, si munge qualche capra e allora faccio qualche formaggio per noi, tomini freschi o qualche toma da mangiare poi nell’inverno. Dopo salgo al pascolo e sto con lui e il gregge tutto il giorno, ma scendo verso le 18:00 alla baita per preparare cena, preparare il mangiare per i cani, ecc.

– Parlaci dei tuoi libri pubblicati.

I miei libri sul mondo della pastorizia/alpeggio sono quattro. Il primo è stato “Dove vai pastore?”, dove racconto il mio incontro con il mondo dei pastori vaganti, le interviste con alcuni di loro, la nascita della mia passione per questo mestiere. Poi “Vita d’alpeggio”, a seguire “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”. Adesso è uscito “Di questo lavoro mi piace tutto”, oltre 70 interviste a giovani tra i 15 ed i 30 anni che fanno gli allevatori per passione, per hobby, per scelta o per tradizione.

– I tre problemi principali per un pastore nel nostro Paese: burocrazia, società e ambiente. Ce li analizzi?

La burocrazia è la bestia nera: una volta con pochi animali vivevi o comunque riuscivi a sopravvivere, oggi è impossibile perché ci sono mille vincoli burocratici e… finisce che a fare il pastore sei sempre fuori legge, perché non riesci a rispettare tutto.. La società non vede di buon occhio il pastore: un mestiere umile,degli ultimi, sporco, secondo i luoghi comuni. Il pastore fa paura, perché è un solitario. Se poi è nomade, si aggiunge sospetto a sospetto. Per fortuna però ci sono anche tanti amici, quelli che aspettano il tuo arrivo di anno in anno, quelli che vengono a trovarti in alpeggio. C’è poi il legame costante con gli animali, che spaventa i più. Un ragazzo mi diceva di non riuscire a trovare una compagna che accettasse il suo essere pastore… L’ambiente invece da una parte vede l’abbandono, sempre più aree che non vengono coltivate, sfalciate, specie nelle cosiddette zone marginali. Dall’altra invece vede il consumo di territorio da parte del cemento e dell’asfalto. Il pastore fatica sempre di più nel trovare zone di pascolo, poi gli spostamenti sono sempre più difficili, perché nessuno tollera più di restare in attesa del passaggio di un gregge lungo una strada.

– Perché in Francia, sembra essere diverso, a partire dalle Fiere, e il mestiere viene considerato un mestiere dignitoso, come tanti altri?

In Francia l’agricoltura in generale ha un altro peso. Quello di pastore è uno dei mestieri, come lo è il frutticoltore… Basta dire che dagli anni 30 esiste una scuola da pastore per formare giovani che vogliano lavorare come salariati in aziende che allevano pecore. Ci sono Italiani che sono emigrati per fare i pastori là nella prima metà del ‘900 e oggi sono allevatori che, a loro volta, impiegano pastori salariati. In Italia, invece, c’è il concetto che il pastore lo va a fare chi non va avanti a scuola, l’immigrato, il disadattato sociale.

– Il lupo è l’orso, sono seri pericoli anche da noi?

In Piemonte l’orso non c’è ancora, ma il lupo ormai da quasi 20 anni colpisce duramente la pastorizia in alpeggio. Da una parte ci sono gli animali predati e uccisi, dall’altra i tanti dispersi, ma soprattutto i pastori, che hanno dovuto cambiare radicalmente il loro modo di lavorare. E’ necessaria la presenza costante dell’uomo, oltre ad altri metodi di prevenzione degli attacchi (presenza di cani da guardiania, ricovero notturno in recinti elettrificati, ecc) e questo significa non poter mai tirare il fiato nemmeno per mezza giornata

– Ma forse, più degli animali, c’è la cattiva informazione… nella metropolitana di Torino, sono stati affissi dei manifesti 6x3m “Gli animali sono tutti uguali “, della campagna Agire Ora. Quali sono le tue riflessioni in merito?

Sicuramente queste campagne non fanno bene… In generale c’è molta cattiva informazione sull’allevamento. Si mostrano gli aspetti più negativi, si punta il dito contro l’allevamento intensivo e contro i danni ambientali dell’allevamento, senza però dire che vi sono forme più tradizionali compatibili con l’ambiente e sostenibili dal punto di vista energetico. Per quello che riguarda la macellazione, ovviamente si alleva anche per quella finalità. O si smette di allevare, o comunque vi sono animali che vengono macellati. Se non si macellasse, non ci sarebbero più le greggi e le mandrie che salgono in montagna, ma la gente queste cose non le riesce a capire. Uno non alleva solo così per passatempo! Le leggi vigenti fanno sì che la macellazione avvenga nel migliore dei modi dal punto di vista igienico ed anche evitando al massimo la sofferenza. Più in generale le varie campagne in difesa degli animali (si vedano anche certi servizi di Striscia la Notizia) umanizzano l’animale e fanno credere al pubblico che l’animale abbia le stesse esigenze di un uomo.

– Si riesce vivere di sola pastorizia in Italia?

E’ sempre più difficile, ma per adesso si sopravvive ancora. Di sicuro non si diventa ricchi. Va un po’ meglio per chi munge, caseifica e vende direttamente il suo prodotto.

– Quali misure possono prendere gli amministratori per aiutare chi vive di pastorizia a non abbandonarla?

Innanzitutto serve attenzione per il settore: servono campagne per incentivare e valorizzare il consumo di carne ovicaprina, e che sia carne locale, visto che il mercato, già in difficoltà, a quanto pare importa grandi quantitativi di carne da stati come la Nuova Zelanda e di animali da Spagna, Francia, Romania. Poi servirebbe meno burocrazia e vincoli per le piccole aziende, quelle maggiormente legate al territorio, soprattutto nelle aree marginali di montagna e collina.

– Il consumo procapite annuo, in Sardegna, di carne ovicaprina, è di 11 chili, nel resto d’Italia, meno di un chilo. Perché qui da noi non c’è l’usanza di consumare carne di agnello?

Non so perché si sia persa l’abitudine. Parlando con alcuni anziani, specialmente nelle valli, mi dicono che un tempo se ne mangiava di più e si consumava anche la pecora, adesso è rimasto proprio solo più l’utilizzo legato alle ricorrenze di Pasqua e Natale.

– E per ultimo… so che ti piace cucinare la carne, è vero che l’arrosto di pecora, come gusto, è simile al cervo?

Alcune persone che hanno assaggiato dei miei piatti (senza sapere che carne fosse) pensavano per l’appunto che fosse selvaggina. Certo che la carne di pecore richiede una cottura lunga e paziente, io infatti la cucino sulla stufa a legna, il putagè, in pentole di terracotta. Preparo anche spezzatini e mi sono fatta insegnare la ricetta della pecora bollita, tipica della Sardegna

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  1. ciao
    ci ho messo tanto a capirlo, 30 anni, ma ora ho deciso. io voglio fare questa vita .
    so che è dura. ma per me la cosa più difficile è da dove iniziare. non riesco ad avere un contatto giusto. per favore aiutatemi
    simone

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