Uno scherzo di Carnevale?

Vi racconto una storia, vorrei che foste voi, dati alla mano, esperienze personali come testimonianze, a dirmi se è uno scherzo di Carnevale o realtà vera. Ovviamente i lettori “curiosi” resteranno a bocca aperta, perchè certe cose le si conoscono solo dal di dentro. Chi invece ha un’azienda agricola potrà dirci davvero se sto raccontando una barzelletta oppure ho riportato un fatto che potrebbe essere capitato a qualcuno di noi.

Chi vive di pastorizia al giorno d’oggi si potrebbe dire che in realtà sopravviva… Ci sono leggi che dicono che, al di sotto dei 7000 euro (avete letto bene, settemila) di reddito anno, non vi sia l’obbligo di fatturare, per un’azienda agricola. Non so quale sia quella “soglia di povertà” di cui ogni tanto si sente parlare alla Tv, ma comunque questo è ciò che succede. Nel momento in cui alla fine dell’anno il nostro piccolo pastore (che vive solo di quello, non ha un altro lavoro integrativo) si accorge che la somma delle autofatture ha superato (anche solo di poche centinaia di euro) questa soglia, capisce non di essere diventato ricco, ma di avere qualche grana in più.

Il gregge è sempre quello, nè piccolo, nè grosso, ma la legge è quella e allora tocca andare al Sindacato che segue tutte le pratiche, compresa la contabilità, e dire come stanno le cose. Tanto per cominciare, fogli da firmare e… PAGARE! Pagare per cosa? Ma per il lavoro che ti FARANNO tenendoti la contabilità dell’IVA ecc ecc ecc. Pagare un lavoro in anticipo, questa cosa suona davvero strana, eppure c’è da sborsare e tacere.

Nonostante gli affari dell’anno non siano andati un granchè bene e le vendite natalizie non siano state eccezionali, con agnelli rimasti per lo più invenduti (nel suo gregge, ma anche nel gregge di tutti gli amici e colleghi con cui ha avuto modo di parlare scambiandosi gli auguri durante le feste), il fisco dice che adesso lui è un imprenditore agricolo potente, ricco! Visto che così dev’essere, almeno riuscire a fare qualcosa di nuovo per guadagnare qualcosa in più, perchè 7.000 euro comunque al giorno d’oggi sono una miseria e le spese sono sempre tante. Per fortuna che qua e là qualche contributo arriva per integrare, o meglio, per pagare i costi d’affitto dell’alpeggio, per pagarsi la mutua e la pensione, quelle cose lì.

Però il pastore ha sentito parlare di iniziative per valorizzare la carne dei suoi animali. Gli hanno accennato alla possibilità di far lavorare la carne di pecora e di capra, trasformandola in salumi. Glieli hanno anche fatti assaggiare. Lui già sapeva che la carne di pecora è buona, anzi, ben migliore dell’agnellino che troppa gente si ostina a comprare. Questi salumi sembrano una cosa interessante e allora gli sarebbe piaciuto provare. Tutto in regola, lui porta la pecora a macellare, la ritira e la consegna a chi gliela lavora e poi lui venderà i salumi, sottovuoto o stagionati, tutto a norma con permessi, nessuna necessità di avere un macello o una sala per la lavorazione carni. Giusto un cassone refrigerato per il trasporto.

Ma l’impiegata del Sindacato gli dice che… No. La carne non è un prodotto agricolo. E nemmeno il salume. Visto che comunque la sua resta una piccola azienda, con contabilità semplificata, visto che le spese che ha e che avrà non sono quelle di una grande azienda che acquista macchinari, terreni e può scaricare IVA, con quel regime fiscale la carne non la può vendere, è un prodotto commerciale. Lo potrebbe fare solo con una contabilità separata (cambiando di nuovo tutte le carte che stava firmando in quel momento), con costi aggiuntivi, obbligo di registratore di cassa, registri, apertura e chiusura della cassa giornaliera ecc ecc ecc. L’impiegata lo sommerge con un mare di parole, prospettando difficoltà che gli fanno pensare che il gioco non valga la candela.

Lui non pensava di mettersi a fare il salumiere, ma giusto far trasformare una pecora ogni tanto, per avere quell’entrata in più. Ovviamente non potrà farlo quand’è lontano isolato in alpeggio, non avrà tempo e modo di farlo durante la transumanza. Ma, da piccola azienda com’è, poteva essere uno sbocco. Di fronte a queste difficoltà aggiuntive, di fronte a nuovi ostacoli burocratici, carta in più da fare (e lui non ama la carta, che gli tocca seguire di notte, quand’è stanco, perchè tutto il giorno è impiegato dal pascolo, dalla cura del gregge), rischi di sbagliare o dimenticare qualcosa ed incorrere in sanzioni… Bhè, scuote la testa e pensa che allora sono sempre solo belle parole quelle che sente dire in giro, ma la realtà è differente. Quelli come lui, i piccoli che mantengono vivo il territorio, i custodi della biodiversità animale (e non solo), alla fine sono destinati a soccombere. Il loro prodotto di qualità viene inghiottito dalla massa senza riconoscimenti e tutti quei bei progetti di cui qualcuno si riempie la bocca davanti alle telecamere… ma poi, nella realtà?

Adesso a voi il compito di dirmi se davvero “è la legge”, come ha sentenziato l’impiegata, o se al nostro amico pastore hanno fatto uno scherzo di Carnevale e ci sia la possibilità di vendere un prodotto di carne trasformata come quei salumi, senza doversi impelagare in contabilità separata ecc ecc ecc.

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  1. Marzia – per noi che produciamo FIBRA ANIMALE anziche carne la storia e sempre stata questa: vedita di riproduttori e un’attivita agricola, trasfomazione della fibra grezza in prodotto da vendere diventa un prodotto commerciale….sono qauasi 20 anni che io cerco di risolver il problema, ma fino adesso riguardavo soltanto la fibra e non la carne….che te lo ha detto e qual’e la legge che lo specifica?????////

  2. oltre ad esprimere solidarietà per quel poco che vale,una sintesi:la burocrazia consente a circa tre milioni di famiglie di vivere, peccato che ne affami otto milioni

  3. non è uno scherzo ,ma la realtà.se pensiamo che le istituzioni ecc risolvano i nostri problemi non si va da nessuna parte ,tranne chi ha le possibilità economiche per affrontare tutte le incombenze .ma senza lottare non si ottiene niente.disposto a tutto propongo di iniziare ad affrontare forme di lotta senza esclusione di colpi anche verso il semplice impiegato sindacale complice di questo sistema di annientamento del piccolo allevatore agricoltore ecc.non dobbiamo avere paura tanto non c è alternativa alla lotta e con un sorriso e un mazzo di fiori non c è futuro ne in sardegna ne in piemonte ne in emilia ne in nessuna parte del mondo.ora e sempre viva la resistenza!

    • l’impiegata diceva “è la legge”, ma l’articolo che ci segnala il corsaro (che vende i salumi derivanti dai suoi animali) così riporta “Per l’Irpef i relativi ricavi si considerano rientranti nel reddito agrario dei terreni dell’azienda, purchè i beni venduti siano compresi in un apposito decreto emanato ogni 2 anni dal ministero dell’Economia. Il decreto attualmente in vigore è del 26/10/2007 (G.U. n. 264/2007) ed elenca, tra gli altri, i seguenti beni:
      – produzione di carni e prodotti della loro macellazione
      – produzione di carne essiccata, salata o affumicata (speck, prosciutto crudo, bresaola), produzione di salsicce e salami”
      quindi la legge non sarebbe quella che ha detto l’impiegata del sindacato! come la mettiamo?
      è ovvio che, stando così le cose, uno è “incentivato” a lavorare in nero 😉

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