L’ultimo pastore, bello, ma…

Finalmente anche in Italia un film sul mondo della pastorizia nomade, sul pascolo vagante! Quale strumento migliore per raggiungere il pubblico, per far conoscere questa realtà? Scrivere una recensione de “L’ultimo pastore” però non è un compito per niente facile per la sottoscritta. Da una parte la lunga attesa di quest’opera, diventata famosa ancor prima di essere terminata per “aver portato le pecore in Piazza Duomo a Milano”, fatto che è stato ripreso da tutti i TG, come compare anche nelle scene finali del film. La sua visione mi ha lasciato sentimenti contrastanti: gioia e commozione, ma anche un po’ di delusione ed amarezza. Quello che posso dire è che un film che sicuramente emozionerà e stupirà tutti coloro che mai hanno visto dal vivo un gregge vagante, che non sanno che questo mestiere viene ancora praticato, anche in periferia di una grande città come Milano.

Un appunto iniziale sul titolo. Cosa vi viene in mente? A me un senso di fine, di sconfitta, di mancanza di futuro. L’ultimo dei Mohicani… Tutte le volte che ho incontrato il compianto Gianfranco Bini, con lui ho discusso sulla sua teoria degli “ultimi”. Lassù non ci sono gli ultimi… Perchè nonostante le difficoltà, i pastori, i montanari, sanno adattarsi e resistere, magari trasformandosi, ma continuano la loro vita, il loro mestiere. Vedendo il film si capisce che questo è (forse?) l’ultimo pastore a pascolare in periferia di Milano, ma poi dalla stessa visione dell’opera si capisce che un futuro per il suo mestiere c’è. Forse non con il figlio maggiore, Gottardo, ma di sicuro con il mediano Giovanni, che ha quello sguardo del pastore che sa vedere lontano. Il mio timore è che il pubblico veda sì una favola di speranza, in cui i bambini possono ancora incontrare un mondo che non è scomparso, che continua anche tra le difficili condizioni della periferia urbana. Ma temo anche che vi legga un messaggio di un mondo che va a morire. Speriamo di no!

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Non c’è problema di svelare la trama, perchè non è un film che debba mantenere una certa suspance… Che le pecore arriveranno a Milano lo sappiamo tutti. “Non ti aspettare un documentario, perchè è una fiaba“, mi aveva detto chiaramente il regista Marco Bonfanti. E così mi sono accomodata in sala curiosa di vedere come questa fiaba avrebbe raccontato il mondo della pastorizia nomade a chi invece non lo conosce. Perdonatemi, di lavoro non faccio il critico, meno che meno il critico cinematografico, quindi quello che segue è scritto dal punto di vista di chi la pastorizia nomade l’ha prima “studiata” e poi è entrata a farne parte.

La prima parte mi è piaciuta, le immagini sono molto belle e coinvolgenti, suoni “ambientali” e musica aiutano ad entrare davvero nel film, in alpeggio, tra le pecore. In realtà fino ad un certo punto del film vedevo più il documentario/film (ben fatto, non noioso o didascalico, non soltanto tecnico) che non la fiaba, e l’equilibrio tra il mondo del pastore Renato e quello dei bambini della scuola milanese che non sanno nemmeno chi è o cosa fa il pastore funzionava bene. Dalle parole di Marco Bonfanti, il regista, temevo che la fiaba non mostrasse/nominasse i problemi che affiggono il mondo della pastorizia, quelli che lo mettono in pericolo, invece per la maggior parte emergono qua e là nell’intera opera.

Ancora di più mi è piaciuta la famiglia di Renato, la moglie Lucia, una donna forte, l’ennesima figura femminile di questo mondo dell’allevamento tradizionale, che non compare davanti al gregge come il pastore conosciuto da tutti, ma che è la base dell’azienda, oltre che della famiglia. A lei il compito, oltre che di crescere i figli e tenere la casa, di sbrigare l’imponente mole di burocrazia, tenere i contatti per le vendite di animali, ecc… Ma anche fare forza al marito quando a questo può venir voglia “di venderle tutte”. Perchè lei ha sposato l’uomo e il pastore, sono due cose indissolubili, senza le pecore non sarebbe più lui e quindi in un certo senso si romperebbe anche il loro legame. Bellissimi i figli, specialmente il mediano Giovanni, che nel film dice poche parole, ma ha sguardi e modi che parlano da soli. Mi piacerebbe incontrarlo, quel ragazzo, e chiedere a lui, più che a suo papà, cosa ne pensa del film.

Anche se non è un documentario, vengono spiegati vari aspetti del pascolo vagante, tanto che il pubblico dovrebbe farsi un’idea generale di questo mondo, e magari avere voglia di scoprirne di più. Renato parla, racconta della nascita della sua passione, del Gaì, la lingua segreta dei pastori, del rapporto con il cane, ma anche del suo sogno di portare le pecore ai bambini, a quei bambini della nostra nuova società multirazziale che sicuramente saranno felici di vedere gli animali, gli agnellini, “perchè a tutti i bambini piacciono le pecore“.

Trovo però che la seconda parte del film perda ritmo. Secondo me si insiste troppo sulla tematica del consumo di territorio, sia con le parole del pastore, sia con le immagini. Mentre tutta la prima parte era spontanea, a parte alcune belle scene volutamente surreali e fiabesche, i viaggi del pastore con il suo camion tra le vie di Milano li ho trovati eccessivi. Bellissima invece la scena del cammino delle pecore tra il cemento di un sottopasso, ma quella da sola spiegava già tutto e non era, secondo me, necessario insistere così a lungo con il pastore (senza gli animali) tra il cemento ed i grattacieli. Opinione mia, ma avrei inserito ad esempio i commenti della gente ferma in coda quando il gregge attraversa una strada, blocca il traffico.

L’arrivo a Milano ovviamente è la fiaba, non più realtà, ma mezzo per narrare questa storia poetica e strumento (molto molto efficace) per attirare l’attenzione sulla pastorizia. Speriamo che nessun Comune a questo punto osi più fare una multa ad un gregge quando attraversa un paese, una cittadina, perchè “sporca” le strade! Se capiterà, citeremo l’esempio de “L’ultimo pastore!”.

Un’altra mia critica (e non solo mia, ho assistito alla proiezione con alcuni amici in un modo o nell’altro “del mestiere”) riguarda alcuni stereotipi che ci hanno lasciato la bocca amara. Se la gente lo guarderà con mente aperta, capirà che questo è UN pastore. Ma non avendo altri esempi, e visto che per molti tutto quello che mostra lo schermo è LA verità, ho un dubbio… Renato è un pastore, uno dei tanti, nelle sue parole ho ritrovato ciò che ho tante volte ascoltato dai suoi colleghi, ma ho il dubbio che la visione del film, a parte la fiaba, vada ad alimentare certi “luoghi comuni” sulla pastorizia che sicuramente non giovano alla categoria. Oltre a Renato c’è un suo aiutante: Piero. “Personaggio” particolare, ma che troppo spesso appare come macchietta anche perchè è il suo suo datore di lavoro a dipingerlo come tale. Nel film appaiono qua e là altri suoi tratti, anche comici, ma quello che resta in mente al pubblico è il pastore senza età, trascurato, ubriacone, che addirittura parla da solo o con un cane immaginario. Quanti riusciranno davvero a capire il significato della bella scena di Renato e Piero, nuovi Don Chisciotte e Sancho Panza?

Voi l’avete visto? Cosa ne pensate? Ci terrei molto a sentire i vostri commenti, perchè tutti quelli che leggo in rete sono entusiasti e mi sento la solita pecora nera ad esprimere queste critiche.

Consiglio comunque la visione di “L’ultimo pastore”, vedere lo schermo del cinema “invaso” dalle pecore un brivido lo fa venire. Andate oltre quello che vedete, cogliete le metafore, la poesia, ma anche le difficoltà di questa vita. Mi piacerebbe che, in parallelo, nelle sale cinematografiche arrivasse anche “Hiver Nomade“, sul pascolo vagante in Svizzera. Forse più un documentario, ma  probabilmente più vicino a quello che noi allevatori/pastori/tecnici vorremmo vedere sullo schermo. Peccato poi che si sia interrotto per mancanza di finanziamenti il progetto di Lorenzo Chiabrera di realizzare un film su di un pastore nomade piemontese.

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  1. Marzia sono d’accordo con te: io non ho pensato che sia un mestiere che va a morire e che si porta dietro altre realtà perchè perchè so che lui non è l’ultimo pastore, perchè un po’ conosco la montagna e perchè in Europa stanno ri-nascendo tanti mestieri che si pensavano perduti. Però immagino che possa dare quest’impressione. Così come immagino che in alcune persone possa aver fatto venire la nostalgia di un mondo “diverso” senza allo stesso tempo capire quanta fatica e in certi casi – per fortuna non sempre – abbruttimento ci sia in questi contesti. Ricordo la fatica di mia nonna con la schiena curva sulle vigne a quasi 80 anni e so il degrado umano, la solitudine e la disperazione di certi ambienti rurali ad esempio in Irlanda.
    Penso che il film serva in ogni caso a far conoscere delle realtà diverse, delle persone con altri valori e che quindi ci aiuti a domandarci se quello che stiamo facendo nella quotidianità abbia un senso. Bellissime le immagini della prima parte, concordo. Tutto quanto serve a porre domande, a emozionare e a far venire voglia di conoscere è UTILE.

    • grazie roberta della tua riflessione. anch’io in questi anni, al seguito dei pastori, ho incontrato squarci di degrado umano, in montagna e nelle campagne, che mai mi sarei immaginata esistessero ancora nel XXI secolo

  2. è una recensione completamente fuori fase!! Io il film l’ho visto a Torino e questo pezzo è totalmente fuorviante. Intanto, perché non si menziona quanto il film sia commovente e mi pare già uno scandalo. Poi, si dice che dà l’idea di un mestiere che sparisce. Ma il film parla di un incontro tra tradizione e progresso. Ma che scrivete?!?!?!
    Lui è l’ultimo pastore che porta le pecore dentro la più grande metropoli italiana, altro che…è un film pieno di poesia che fa ridere, piangere, pensare…
    E poi è un film, non un trattato informativo!!
    Ma valà!!

    • per fortuna siamo in un paese libero e così io esprimo la mia personale opinione derivante dalla visione del film, ma anche dall’essere uno degli appartenenti al mondo della pastorizia nomade. il gran numero di recensioni e commenti entusiasti che il film sta ricevendo è sicuramente incoraggiante per l’opera, ma consentitemi di esprimere nel mio blog privato il mio modesto punto di vista 😀
      un commento “fuori dal coro” poi non fa che accrescere l’interesse e la curiosità di tutti quelli che non hanno avuto la nostra fortuna di vederlo, no?
      forse non hai letto bene quello che ho scritto “un film che sicuramente emozionerà e stupirà”. la commozione non è un’emozione?
      e poi, come scrivo “dalla stessa visione dell’opera si capisce che un futuro per il suo mestiere c’è. Forse non con il figlio maggiore, Gottardo, ma di sicuro con il mediano Giovanni”
      in ultimo, visto che il regista me lo aveva descritto come fiaba, mi immaginavo fin meno “informazione”, mentre invece quella giustamente c’è, per inquadrare la realtà della pastorizia nomade.

  3. Hai criticato un soggetto estraneo al mondo pastorale e… zac! quello ti manda subito il compare Mario a bilanciare le critiche. Vedrai Marzia che se arrivano altri commenti negativi per il film ti scatena amici parenti e ufficio stampa. Ci puoi contare! A rimetterci la faccia sarebbe lui però: se è intelligente molla il colpo.

    A me il film è parso senza capo né coda: per di più si vede che è il primo lungometraggio di un regista che sa fare i corti, quindi la sfida che ha lanciato a sé stesso su due fronti (cambiare respiro al lavoro e trattare di un mondo che non conosce) a mio avviso è doppiamente fallita

    Roberto

  4. Quando 2 anni fa ho sentito la notizia passare su tutti i TG, della prossima uscita di un film intitolato “L’ultimo Pastore” mi sono subito entusiasmato…ho pensato che finalmente qualcuno voleva seguire, capire, “vivere” la vita da Pastore e di farla conoscere ai “non addetti ai lavori”. Non stavo più nella pelle, non vedevo l’ora di poterlo vedere. Con un titolo del genere ” L’ultimo Pastore ” credevo di vedere un film VERO, un documentario sulla pastorizia, invece non è così!!! Penso che se il regista aveva l’idea di raccontare una fiaba DOVEVA intitolarlo diversamente. La cosa che mi ha dato più fastidio è vedere come viene raccontato il pastore…..se non “masticassi” di pastorizia capirei che il pastore è uno DORMIGLIONE (Renato più volte sia in alpeggio che in pianura dorme) uno SFATICATO ( per spostarsi da un alpeggio all’altro va a cavallo, ed in pianura usa il cammioncino….) NON è quasi mai al pascolo…..In una scena secondo me si è toccato il fondo, Renato stava camminando davanti al gregge in sandali……non proprio da Pastore ;-P Facesse veramente così nella vita reale non avrebbe questo BEL GREGGE OMOGENEO, sicuramente è un Gran Pastore, sa fare bene il suo mestiere…… L’aiutante è narrato come un DISADATTATO ( Non parla con nessuno ) UBRIACONE e PAZZO ( visto che “litiga” con un cane immaginario di nome Bubu )…..questa è pura finzione e lo capisce chi appunto conosce i Pastori, ma non fa una buona pubblicità alla categoria e questo mi rattrista. Ho apprezzato molto la prima parte del film perchè è più reale, i luoghi sono molto belli anche se….PURTROPPO….. tutte le immagini della montagna sono col sole, sembra che è SEMPLICE far il Pastore, con il gregge che pascola in solitaria mentre i pastori si riposano, ma nella realtà la vita d’alpeggio è faticosa soprattutto con la nebbia, la pioggia ed il lupo 😦 Ho trovato pesante e molto lunga la seconda parte del film, dove Renato girava e girava per la metropoli sul cammioncino e troppo spesso senza il gregge, avrei preferito vedere e sentir i commenti della gente in coda mentre il gregge attraversava la strada….PROBABILMENTE sarebbero stati negativi, ma se il regista intendeva narrare una fiaba poteva inserirli in un copione e farli esprimere alla gente SODDISFATTA e GIOIOSA di vedere un gregge……….allora avrei capito meglio la sua idea di film fiabesco.

  5. Ciao Marzia, non so se ti ricordi di me, ci siamo conosciuti alla fiera delle capre di Ardesio qualche anno fa, purtroppo io non ho ancora visto il film ma essendo amico/”collega” da un’eternità di Renato e Piero ho la fortuna (come te d’altronde) di viverlo sulla mia pelle il film! Secondo il mio modesto parere il regista non ha doppiamente fallito come dice robertovannidue perchè nella tua recensione parli di Renato, Lucia, Giovanni… come se li conoscessi da anni e ti garantisco che hai azzeccato in pieno sui loro caratteri!

    Piaccia o no il film, chi segue il tuo blog dovrebbe solo essere felice che qualcuno (Bonfanti e il suo staff questa volta) sia riuscito anche se con una “favola” e non il solito documentario a portare il mondo dei pastori (e tu più di tutti sai quanto è difficile…) tramite internet, stampa, telegiornali,ecc… in MONDOVISIONE!
    Questa sera hanno fatto anche un servizio a geo&geo su l’ultimo pastore.

    Io ho la speranza che il nostro mondo di pastori, malghesi, hobbisti vaganti e non ne tragga qualche vantaggio da tutto questo can-can mediatico, e che sia da aiuto e stimolo anche a te Marzia che da anni sei in prima fila a far conoscere e difendere questo mondo quasi sconosciuto e tante volte umiliato ma VERAMENTE ricco di valori veri!

    P.s.: Volevo precisare che il “personaggio” Piero, si ha avuto ed ha tutt’ora una vita difficile e che ha volte ha un rapporto strano con Renato, ma i quasi 20 anni di collaborazione tra di loro fanno si che Piero ormai sia una di famiglia!

    Grazie per lo spazio Marzia e in bocca al lupo per tutto e come ha scritto a caratteri cubitali sulla sua roulotte Piero … VITA DA PASTORE VITA DA SIGNORE…

    • credo di sapere chi sei…
      sì, ho visto il servizio e sono stra felice che si parli di pastorizia! il regista però dice (anche sui commenti su facebook) che non è un film sulla pastorizia, ma una fiaba (con vari significati e metafore sull’incontro tra due mondi, sulla libertà, ecc ecc ecc).
      gente come me, come te, come altri che la pastorizia la conoscono dal di dentro certe cose le capiscono. ma per chi invece è a digiuno dell’argomento, il mio dubbio è che ne ricavino un’impressione non del tutto reale/corretta. spero di sbagliarmi, spero che serva a far conoscere la pastorizia e a rendere meno complicata la nostra vita.
      come dicevo su facebook al regista, va bene immergersi e sognare per un’ora e mezza con una bella fiaba. la mia amarezza però è dovuta al fatto che, tornata alla vita reale, le fiabe non ci sono, ma solo ostacoli ed ottusità. cambierà qualcosa? me lo auguro, anche se… proprio ieri sono venuta a conoscenza dell’ennesimo caso di furto di bestiame, problema che, con la crisi, temo diventerà sempre più di attualità. tutte queste sono considerazioni personali che vanno oltre il film.
      vita da pastore, vita da signore? non so, a me fa male al cuore vedere guerre tra pastori. oltre a tutte le difficoltà che già ci sono… sapere che il tuo mestiere è in pericolo perchè dei colleghi invidiosi, ottusi, disonesti vengono a rovinare la tua zona di pascolo… bah!

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