Pastorizia sostenibile 2: proposte?

Il post dell’altro giorno sulla sostenibilità della pastorizia ha generato interesse e dibattito, il che mi fa molto piacere. Però qui, e soprattutto su Facebook, dove i lettori esprimono le opinioni con maggiore facilità, mi è stato detto che era un post decisamente pessimista. O era realista? Io l’ho scritto basandomi su ciò che vivo in prima persona, ciò che vedo e sento in giro, ciò che mi raccontano gli amici, situazioni con le quali vengo a contatto per motivi casuali, professionali o personali. La sensazione generale che si respira oggi, nella pastorizia come un po’ ovunque, non è affatto positiva. Però ci sono molti margini per non piangersi addosso, solo che bisogna avere il coraggio di cambiare, di gettarsi in nuovi progetti.

Mi potreste dire: come si fa a tentare nuovi progetti proprio oggi, in tempo di crisi? Come fai a dire di proporre prodotti di qualità che ti garantiscano il giusto reddito dall’allevamento, quando la gente guarda sempre di più il prezzo di ciò che acquista? Eppure prima o poi si tornerà a risalire e allora saranno quelli che hanno osato a beneficiarne per primi. Ovviamente però in molti casi, per mettere in pratica questi progetti, occorre avere dei capitali per fare degli investimenti e non tutti li hanno… Sul “chiedere aiuti / contributi” sapete già cosa ne penso, quindi proseguiamo con le riflessioni.

Nei commenti, qualcuno mi ha detto che non è un film, un Salone, un prodotto che acquista la connotazione di “tipico” a salvare la pastorizia. Non sono i progetti più o meno “di carta”, ma servono azioni concrete ed un vero impegno da parte degli amministratori. Sono d’accordo, ma fino ad un certo punto. Le azioni concrete sono assolutamente indispensabili, per la pastorizia, per l’allevamento tradizionale, per la montagna (e per molto altro ancora, ma restiamo nei temi di questo blog), ma purtroppo non sembra esserci un vero interesse a questi temi, così “difficili” ed apparentemente poco redditizi (anzi, dispendiosi!) per i palazzi del potere. Le azioni intraprese vanno ahimè in tutt’altra direzione… Si tagliano le spese, i costi, ma la montagna e tutti coloro che lassù vivono/lavorano pagheranno un duro prezzo. Chissà quanti se ne andranno, con sempre meno servizi…

E invece ci sarebbero molti (soprattutto giovani, ma non solo) che in montagna vorrebbero ritornare. Una rinascita per la montagna? C’è chi lentamente ci sta provando, anche facendo il pastore. Spesso sono micro aziende, dove si cerca di valorizzare tutto ciò che si produce, ed alcune (già attive da qualche anno) iniziano ad avere dei successi positivi. Qui entra anche in gioco la valorizzazione, il nome, il marchio, che aiuta sicuramente. Se in Valle Stura, per esempio, non fosse stata fatta quell’immane opera di recupero e valorizzazione della pecora sambucana, oggi avremmo ancora tutte quelle pecore e quelle persone che lavorano/vivono più o meno direttamente su quell’economia zootecnica di montagna? (E allora forse le Comunità Montane non sono solo Enti inutili…).

Soluzioni ce ne sarebbero, ma il “sistema” spesso le rende inattuabili. Parlo delle normative che non fanno distinzioni tra grandi e piccole aziende, normative che vanno a legiferare anche su tutto quello che si è sempre fatto in casa. In montagna, nelle campagne, c’è sempre stata un’economia domestica che si reggeva anche sul “di più” che veniva prodotto in casa. Esiste ancora oggi, ma se vendi il chilo di pomodori, la mezza dozzina di uova o la tometta di capra che eccede il consumo famigliare privato… sembra di essere uno spacciatore di droga o peggio! Come si ragionava un giorno con un’amica, le nostre mamme/nonne/bisnonne avevano quel cassetto, quella scatola del caffè con gli spiccioli ricavati da queste piccole vendite. Non erano grosse cifre, l’attività principale di sostentamento famigliare era magari un’altra, ma erano i soldi che servivano ad acquistare quello che non c’era in casa per preparare il pranzo e la cena. Soldi in contanti sempre pronti per le piccole spese quotidiane. Oggi, a farlo, sei evasore fiscale, ma non solo. Se vendi la tometta fatta in casa violi non so quante altre leggi. Ma se per lavorare quei 5-6 litri di latte al giorno per qualche mese all’anno devi realizzare un caseificio a norma di legge… lasci perdere. Riconosco però che è difficile stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, specialmente in un mondo dove tutti pronti a lamentarsi se non a sporgere denuncia!

Quindi? Quale futuro per la pastorizia? L’auspicio è che cambi qualcosa a livello delle politiche agricole (ma si sa che, dopo tante parole e promesse, alla fine contano i grandi numeri e non le piccole realtà importanti per il territorio, la biodiversità, ecc…). Se così non sarà, l’unica salvezza può essere quella di avere il coraggio di ridurre nei numeri, integrare le attività lavorative, puntare sul prodotto e sulla qualità. Sapendole cercare, le prime strade già ci sono e chi le ha seguite è soddisfatto, dal momento che i primi risultati arrivano (lentamente).

Dico la mia, poi chiunque può vederla diversamente (anche portando esempi pratici, ci mancherebbe che esista un unica strada percorribile!). Un gregge, per rappresentare una forma di sostentamento sostenibile, dovrebbe avere dimensioni medio/piccole, magari essere formato da animali di due allevatori che lavorano in società, facendo così cessare la problematica di assumere personale stipendiato. Bisognerebbe sfruttare appieno tutte le attitudini che può fornire la pastorizia, dall’essere uno strumento nella gestione/pulizia del paesaggio (e quindi un piccolo gregge può utilizzare un’area più ristretta, facendo diminuire i costi sia dell’acquisto del foraggio, sia degli spostamenti), alla carne (e trasformati), al latte ed alla lana. Non tutta la pastorizia attualmente esistente può trasformarsi in questo modo, sicuramente ci sono realtà più o meno vocate, e non tutti i pastori attualmente operanti sul territorio secondo me sarebbero disponibili al mettersi in gioco su queste tematiche. Ci sono dei progetti, ci sono persone che già hanno iniziato a lavorare in questo senso, il futuro darà il responso. Mi auguro che comunque ci sia un futuro per tutti i pastori attuali e per quelli che verranno!

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  1. La pastorizia nomade è sempre esistita, bisogna esser CAPACI per praticarla ed avere reddito, che indubbiamente è maggiore di una pastorizia semi-fissa nella quale i costi sono maggiori. Abitando in una valle, l’erba pascolabile è quella che è, prima o poi finisce e bisogna metterle in stalla a fieno per almeno 100 giorni. Chiunque si fa due conti sa che è meglio lasciar perdere, però se vogliamo rendere questa pastorizia economicamente sostenibile bisogna rischiare e valorizzare i propri prodotti.Probabilmente una strada è quella di avere un piccolo/medio gregge di pecore a duplice attitudine, abitando in Piemonte mi vien in mente alle Roaschine, pecore rustiche, con una discreta produzione di latte e di resa in carne. Bisognerà effettuare degli investimenti per un piccolo caseificio con “spaccio” di formaggi, carne, arrosticini e salumi, ma se a livello italiano e/o regionale non si fa promozione e si prova a sensibilizzare le persone ad utilizzare questi prodotti sarà ugualmente dura. Questa può essere una strada, sicuramente molto tortuosa, economicamente dispendiosa e probabilmente, a mio parere, con animali che non piacciono molto, però sicuramente + adatti a questo progetto che non le Biellesi o le Bergamasche eccellenti pecore da Pastore Vagante……So già che qualcuno mi dirà: ” beh se non ti piace la Roaschina puoi cmq mungere la Biellese o la Bergamasca, però se dovessi spendere dei soldi per un caseificio allora dovrei cercar di mungere il più possibile e da queste razze la resa in latte è troppo bassa.

    • sì, però daniele ne converrai anche tu che, vagante o stanziale, le spese al giorno d’oggi sono aumentate per tutti, anche se sei il MIGLIOR pastore 🙂
      comunque, anche selezionando le biellesi puoi avere una buona resa, infatti in val pellice (e non solo) c’è chi munge biellesi ed è soddisfatto.
      come però dici giustamente, per “valorizzare” e tentare queste nuove strade servono capitali che spesso uno non ha. per i giovani vale la pena tentare, se c’è la possibilità, perchè comunque ogni lavoro in proprio ti richiede degli investimenti. chi invece ha passato la metà carriera e oltre difficilmente si metterà in gioco in questo modo, ma è assurdo che le entrate servano giusto per pagare le spese, pur lavorando con gli orari e le fatiche che la pastorizia (o l’allevamento in generale) comporta

  2. Ciao Marzia, condivido la tua visione di un futuro con greggi di dimensioni minori e più utili al paesaggio ed alla montagna. A tal proposito tempo fà ho visto un servizio di Report (purtroppo dormicchiando sulla poltrona) riguardante la cura del terriotorio in Trentino. Si potrebbe obbiettare che si tratta di regioni autonome con cospicue fonti di denaro, ecc ecc. Quello che più mi è piaciuto di quel servizio è stata la disarmante semplicita che stava alla base del ragionamento dall’asessore. Questi infatti diceva: se non avessimo aiutato gli agricoltori di queste montagne, sarebbere scesi a valle a cercarsi un lavoro (magari pulito) in città. Conseguenza: 1)Affollamento delle città con relativi annessi e connessi, inquinamento, cementificazione esasperata 2) Spopolamento delle vallate con conseguente incuria del territorio, frane, smottamenti ri-imboschimento selvaggio e, cosa non trascurabile, un territorio poco gradevole ai turisti. Sommando quindi i costi per andare a porre rimedio ai danni potenzialmente causati (in assenza di aiuti agli autoctoni) alla città, alla montagna ed i mancati introiti per minor afflusso turistico, il RISPARMIO di denaro è sicuramente notevole. Tutto ciò mi riconduce a riflessioni di Gandhi circolanti in internet il quale afferma: strano modo di vedere hanno questi occidentali, sacrificano la salute per fare soldi, salvo poi spenderli tutti per curarsi .
    Riguardo poi al discorso di come trasformarsi creando caseifici, DOC, DOP, IGP, ecc, teniamo conto che andiamo comunque a minare una delle principali motivazioni per cui uno decide di fare questo lavoro. Si pensi solo all’ orticaria virtuale che ci assale quando dobbiamo correre per uffici a far documenti. Un Saluto, Bruno

    • grazie delle riflessioni, bruno.
      però secondo te davvero uno sceglie di fare il pastore, l’allevatore, per non avere a che fare con le scartoffie? ormai si sa che, vagante o stanziale, di carta ne devi fare tanta e ci deve comunque essere qualcuno che ti da una mano e che se ne occupa, una moglie, una sorella, una madre…
      anche a me assale quell’orticaria, ma tanto non c’è alternativa! 😦

  3. sicuramente questa attivita’ legata alla montagna ed al presidio dell’ambiente ha grosse prspettive soprattutto di questi tempi dove il territorio è sempre piu’ a rischi., Si deve sviluppare maggior attenzione e sensibilita da parte dei politici a tutto il mondo legato all’allevamento in ambiente montano. Deve essere sostenuto incoraggiato ed agevolato poiche torna a beneficio di tutta la colletivita’. La popolazione’, sopratutto quella delle grandi citta’ deve deve stima e ringraziamneti a tuttI quei giovani e non piu’ giovani che nonostante le innumerevoli difficolta’ continuano l’attivita’ con enormi sacrifici e privazioni.

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