Una piacevole sorpresa

Si torna in Val Pellice quando non manca poi tanto tempo alla transumanza. Lo scopo è quello di incontrare il pastore Ivan ancora in alpeggio, per proseguire  il lavoro iniziato in primavera  con il film sui pastori. Nel mio caso, è anche la continuazione di due delle storie contenute in “Di questo lavoro mi piace tutto”, e sarà un bel seguito… ma andiamo con ordine!

Queste non sono zone solitamente vittime della siccità, eppure quello che appare quest’anno è un paesaggio arido. La pioggia e la neve della settimana scorsa ormai qui non hanno più portato benefici immediati, se si esclude quello di aver riattivato a pieni giri la centralina idroelettrica. Ancora una settimana o poco più, poi le vacche se ne andranno in fondovalle e le pecore seguiranno poco dopo.

I ragazzi hanno appena finito di mungere le vacche e le capre: ormai il latte è poco, la neve dei giorni scorsi ha fatto calare ancora di più la produzione: “Ma non c’è un posto dove chiuderle di notte, solo le capre possiamo metterle in queste vecchie stallette pericolanti… Le vacche, quei giorni là, erano lì fuori… E noi a mungere al mattino sotto la bufera, con le mani gelate!“. E’ una storia che avevo già sentita, questa. Ma purtroppo ancora nulla è cambiato, quassù.

Sicuramente è un bel posto, quassù all’Alpe Giulian, quasi 2.100 metri di quota. Ma immaginate essere qui nei giorni di pioggia, di neve, di nebbia! Il romantico lavandino all’aperto è tutt’altro che piacevole. “Abbiamo delle piccole comodità che mancano altrove, la centralina è fondamentale: così c’è la luce e l’acqua calda, abbiamo fatto uscire il tubo anche fuori dal locale del latte e così c’è l’acqua calda anche lì. Per lavare gli attrezzi del latte è indispensabile, altrimenti non si riesce“, raccontano Katia e Omar. “Nella baita dove mangiamo e dove dorme Ivan c’è anche il bagno e due termosifoni che scaldano e consumano la corrente prodotta quando non la si usa diversamente, così la stufa a legna non la accendiamo sempre.

Prima seguiamo Ivan, che dopo aver aiutato la sorella ed il cognato a mungere, parte alla volta del gregge. “Oggi sposto il recinto, le abbasso vicino alle baite, domani le dividiamo, quelle che stanno per partorire le porto giù in fondovalle, qui l’erba è troppo secca e non le sostiene abbastanza, quando avranno l’agnello, hanno bisogno di fare latte.” Intanto ci racconta le disavventure dell’estate, l’infezione alle tonsille che l’hanno costretto al ricovero all’ospedale, dal quale non vedeva l’ora di scappare per tornare quassù. “Una delle cose più belle è stato quando sono arrivato su, il mio cane si è accorto prima di tutti che stavo arrivando e mi è venuto incontro…“.

C’è anche un ragazzo a dare una mano, oggi: “…uno di quei malcapitati che ogni tanto vengono a trovarci e che finiscono per essere coinvolti!“, scherza Ivan. “Vedete cosa vuol dire difendersi dal lupo? Oggi siamo in due e le reti ed i picchetti li portiamo metà a testa, c’è anche la batteria da portare. E lo spostamento è breve, in discesa… Ma non è una cosa semplice. Il nervoso che mi ha fatto venire quell’articolo sull’Eco del Chisone! Me l’ha portato su mia mamma… Altro che cento anni fa! Io qui per fortuna grossi problemi con il lupo non li ho mai avuti, ma l’alpeggio dove andavamo prima è quello dov’è successo l’attacco di cui si parla nell’articolo. Uso le reti e servono anche per migliorare i pascoli, concimarli, poi ho i cani, ma una ho dovuto toglierla perchè si mordeva con la figlia e arrivavano a portarsi via i pezzi. Quella aveva morsicato anche diversi turisti…“.

Più tardi, quando sarà al pascolo, Ivan si dedicherà ad una canaula che è da finire. Lui procede con l’intaglio, poi la sorella invece la dipingerà. “Infatti le firmiamo tutti e due, è un lavoro in società!“. Ci racconta che sta cercando una cascina per l’inverno, fino a fine anno è a posto, poi si vedrà. Dopo la transumanza, giorno di festa durante il quale verranno gli amici ad aiutare, si passerà ancora qualche tempo nel fourest, quindi inizieranno i giorni in pianura: “Strade da attraversare, spostamenti, l’inverno, poi la primavera, i diserbanti…“.

L’alpe Giulian, vista dall’alto, pare un cumulo di rovine. “Sono quattro anni che veniamo su e non è stato fatto niente, solo parole, purtroppo. Adesso il Comune ha detto che c’è il bando della Regione, speriamo bene!“, spiega Katia. “Il locale per il latte e la baita che usiamo ce li siamo sistemati noi a nostre spese. Io e Katia dormiamo nella roulotte, quando tira vento ci fa la ninnananna… Ma è umida, al mattino ti svegli ed  è tutto bagnato, le lenzuola, i vestiti che ti devi mettere“, racconta Omar.

Tra le rovine delle antiche baite, una lapide a ricordare un triste fatto avvenuto ormai vent’anni fa, un omicidio tra pastori la cui vera storia nessuno  ha voglia di raccontare. E’ assurdo che un alpeggio, soprattutto abitato solo da giovani, sia in queste condizioni. Loro non recriminano alzando la voce, ma spiegano pacatamente e si augurano un futuro migliore. Se lo meritano, visto l’impegno, la gioia e la passione che spendono nel praticare il loro mestiere.

Katia sta finendo la caseificazione, è l’ora del saras, poi laverà il piccolo locale dove quotidianamente lavora il latte di capre e vacche. “Per mungere anche le pecore servirebbe una persona in più. Il formaggio lo portiamo quasi tutto giù, vengono i nostri genitori a prenderlo, qui passano soprattutto stranieri che fanno gli itinerari lunghi, molti Tedeschi, ma non vengono quasi mai a comprare. La gente qui non sale, giusto qualcuno di quelli che ci mandano le bestie, perchè hanno il permesso di salire in macchina, ma la strada è brutta e tanti non si fidano.

Davanti alle telecamere, con un po’ di timidezza, i due giovani raccontano la loro storia. Katia aveva solo 17 anni quando hanno iniziato quassù la loro avventura. I genitori in fondovalle, ad occuparsi della fienagione e delle altre incombenze, lei, il fratello maggiore ed il fidanzato a badare alle bestie. “Paura? No, non ho mai avuto paura. La strada è brutta, se devi scendere d’urgenza è un problema, ma non sono mai stata preoccupata da quello. Io ho iniziato ad andare in alpeggio che avevo sei anni. Adesso speriamo che ci mettano a posto le baite, facciano una stalla per chiudere le vacche la sera e mungere al chiuso. Anche perchè… Il prossimo anno sarà diverso, saremo uno in più!“. Katia e Omar stanno per coronare il loro sogno. Come mi aveva confidato lo scorso anno, la sua più grande speranza per il futuro era avere qualcuno a cui tramandare quello che i genitori avevano trasmesso a loro. Il lieto evento è previsto per febbraio. “Noi tanto quanto ci adattiamo, ma con un bambino piccolo… Certo che verrò su, magari servirà qualcuno o che mi dia una mano, o che me lo guardi, ma per il resto sarà com’è stato per tutti quelli che sono cresciuti in alpeggio. Solo che così come si fa? Ci fosse la stalla, me lo porto dietro quando mungo, ma adesso sistemati così non si può.” Colpisce la loro serenità, la semplicità, il legame fortissimo che c’è tra questi due giovani. Speriamo davvero che l’Alpe Giulian possa essere tra le prime a beneficiare dei fondi regionali per la sistemazione degli alpeggi. Se c’è qualcuno che se lo merita, sono questi ragazzi che con immensa passione portano avanti la tradizione della loro valle.

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  1. Condivido pienamente…la voglia e la passione a volte non basta,al giorno d’oggi si DEVE vivere dignitosamente..
    Ho letto sul tuo libro la loro storia e ho seguito i blog passati..bella coppia unita nella vita e nel lavoro..meritano proprio che il prossimo anno,oltre al lieto evento,ci sia la “nascita” di un nuovo alpeggio…
    Buona fortuna per tutto a katia e omar..

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