Le pecore nere

Leggo sul blog dei Camosci Bianchi un post dove, come sempre, si parla di montagna. Belle foto e interessanti riflessioni, ma ad un certo punto si mostra una foto scattata in un alpeggio ad oltre 2100 metri di quota (Gias Vecchio, salendo nel Vallone di Unghisse): immondizia, un enorme cumulo di scatolette e bombolette del gas. Scrive Beppeley: “Peccato che pastori del XXI secolo, che lavorano in questo Vallone, utilizzino un anfratto tra due malghe come discarica a cielo aperto, quasi come volessero lanciare un messaggio molto esplicito agli escursionisti che tornano dalle acque cristalline del Gran Lago d’Unghiasse. Sembra quasi che vogliano dirci: “Non pensate di sfuggire dai rifiuti della pianura per arrivare qui e sperare di non trovarne“.

D’altronde gli alpinisti si comportano allo stesso modo quando aspirano a raggiungere ambienti ben più in quota di questi. Penso agli 8000 e a tutti i rifiuti che puntualmente vengono lasciati dalle spedizioni in cerca della loro dose di divertimento: alla faccia della sacralità delle vette.

Questo è un altro esempio di immondizia pastorale: una batteria per elettrificare il recinto distrutta e con le sue varie parti sparse (comprese le sostanze nocive che si trovavano all’interno) e lì intorno vi erano anche gli ahimè immancabili resti di sacchi di sale nonchè varie bombolette di spray per medicare le pecore. Segni di degrado che marcano come incivile l’intera comunità dei pastori. Mi domando se questo una volta non succedeva o se semplicemente non c’erano questi “scarti”. Era diversa l’alimentazione, quindi non c’erano scatolette da abbandonare sul pascolo dopo pranzo… Tutto l’imballaggio si bruciava o comunque era di materiali biodegradabili. Sarà stato così o c’era un’altra cura del territorio e dell’alpeggio? Me lo domando confrontando alpeggi essenziali, ma curati e ordinati, con alpeggi “comodi”, ma il cui biglietto da visita è rappresentato da disordine, pezzi di attrezzature in disuso sparsi qua e là. Questione di cultura? Di testa? Mancanza di tempo perchè ormai presi in un vortice di cose da fare per curare le (troppe?) bestie sull’alpe?

C’è il pastore che ha cura del territorio e, anche senza la certezza di tornare lì il prossimo anno, si “fa il mazzo” per collocare il recinto tra rododendri e mirtilli, aprendosi letteralmente il varco con la roncola e poi tirando le reti, per migliorare il pascolo. C’è invece chi, prima di lui, ha sempre messo il recinto nel posto in piano, dove c’era erba buona, con il risultato che oggi lì ci sono solo più romici, ortiche, spinaci di montagna e tutt’intorno avanzano i cespugli. Certo, così era più facile… C’è chi sistema sentieri e fontane, per sé, per le proprie bestie e per gli escursionisti e chi va al pascolo “per lavoro”, senza passione, solo per lo stipendio. C’è chi rimette la pietra caduta sul muretto e chi le toglie dai pascoli per dare più spazio all’erba, come si faceva una volta. C’è chi abbellisce l’alpeggio e chi letteralmente se ne frega. C’è chi vende formaggi e accoglie il visitatore con ordine e pulizia e chi invece dei fiori alle finestre ha oggetti che starebbero meglio in una discarica. Molti pregiudizi sul mondo dell’alpe nascono anche così… E perchè non caricare tutto sul fuoristrada e portarlo a valle, quando c’è la comodità di una strada?

Un amico l’altro giorno si stupiva, sentendomi raccontare certe storie. Non è la quota o il mestiere a generare perfezione e purezza… Come esiste “l’alpinista” idiota che lascia il bivacco sporco e disordinato, esiste il pastore o il margaro che approfitta della giornata di nebbia per “rubare l’erba” sul confine. Spariscono reti, picchetti, batterie dai pascoli di montagna e di pianura, o per ripicca o per abitudine al furto. C’è chi denuncia un collega che caseifica “abusivamente”, chi ricorre a sotterfugi per “portare via un alpeggio” ad un altro. Ma poi ci sono quelli che si aiutano a vicenda per andare a cercare un animale disperso, per spostare greggi e mandrie, per far nascere un vitello. Insomma, come dappertutto ci sono le pecore nere, che si notano di più, e tutti gli altri… Speriamo che almeno i giovani prendano coscienza di come anche l’immagine (soprattutto quella!) contribuisca a far giudicare la categoria e che l’ambizione non sia solo nell’avere delle belle bestie e pascoli ben mangiati dagli animali, ma anche un alpeggio ordinato (lo stesso vale per la cascina).

  1. Grazie Marzia per avermi citato e grazie per aver esposto con straordinaria lucidità ed obiettività il problema della zozzeria della nostra civiltà.

    Anche io spero che i giovani (non i quarantenni… come oggi si intendono…ma i ragazzini, le nuove generazioni) siano in grado di “inseguire” e di pretendere il bello in ogni dove: sia tra il cemento delle città e sia tra il verde dei pascoli delle montagne.

    http://camoscibianchi.wordpress.com/2012/08/17/paesaggiocai-it/

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