Alpeggio, montagna

Mi piace la montagna, gli animali, voglio cambiare vita, voglio vivere un’estate diversa, mi piacerebbe fare il pastore…“. Molti mi scrivono così. Io non so se bastino queste cose per fare il pastore. Credo che prima di tutto ci voglia la “maladia“, la malattia delle pecore, la passione per questi animali e per ciò che significa condurle al pascolo, in montagna o altrove.

Fare il pastore vuol dire salire ogni mattina lungo lo stesso sentiero per raggiungere il recinto. Poco per volta arrivi a conoscerne i sassi, i rami, i ciuffi d’erba. Lo stesso pastore è felice quando finisce l’erba in una zona e può quindi cambiare versante, conca, pianoro…

Il pastore sta con il gregge ogni giorno, con qualunque tempo. Nelle giornate di nebbia non vedi tanti escursionisti passare sui sentieri, ma magari alcuni di quei pochi hanno maglietta e pantaloncini, perchè comunque camminano, sudano. Il pastore no, ha pantaloni lunghi, maglia di lana e magari il berretto, perchè per ore sta lì a sorvegliare i sui animali, magari senza muoversi.

Al mattino è sole caldo e bruciante, poco dopo nebbia fredda e umida, chissà… Le pecore disegnano cerchi sulla montagna, seguendo sentieri noti solo a loro. In parte sono loro a decidere, in parte è il pastore a guidarle, indirizzarle, frenarne l’impeto, accelerarne la marcia. Si deve saper valutare la ricchezza del pascolo, la sua eventuale pericolosità e tanti altri fattori che si acquisiscono con il tempo, con l’esperienza. Nella montagna che lo circonda, il pastore vede tante cose che sfuggono ad altri. E’ come in ogni altro lavoro, d’altronde.

Per il pastore la neve è nemica-amica. In montagna la neve è quella che più di tutto garantisce la buona stagione, fornendo acqua e, indirettamente, erba fresca a volontà anche quando la pioggia è scarsa. La neve può essere refrigerio per le pecore in una calda giornata di sole, può essere un rischio quando copre un torrente e gli animali vi camminano sopra, ignari del pericolo.

In montagna il pastore vive momenti della giornata negati ad altri, piccole meraviglie della natura, istanti che non si ripetono mai uguali. Talvolta sono in positivo, ma anche in negativo. In montagna il pastore scruta i confini, cercando non le vette, ma le altre “montagne”, cioè gli alpeggi, i territori di pascolo.

Il pastore conosce i fiori, ma la sua classificazione non è quella del botanico. C’è un nome in dialetto per le erbe e per i fiori che gli animali pascolano volentieri, poi ci sono quelle velenose e quelle con proprietà medicinali. Ci sono le erbe che servono per curare un animale e quelle per farsi la tisana la sera, o l’unguento per i dolori. Ci sono quelle da raccogliere per i liquori e quelle per aromatizzare la cena. Altre ancora non hanno un nome specifico, ma i pastori con animo più sensibile, gusto del bello e voglia di scoprire sanno apprezzare anche quelle e ne chiedono il nome a chi l’ha studiato.

Poi viene il giorno che si decide di cambiar direzione, perchè la zona frequentata nelle ultime settimane ormai non offre più cibo a sufficienza. Si imboccano altri sentieri, si va a “scoprire” nuove zone dove per altri giorni quotidianamente ci si recherà. Alla novità si accompagna il rischio, capire dove gli animali non devono passare, dove possono smuovere dei sassi. Solo frequentando la montagna di anno in anno facendo questo mestiere si capiscono certe cose.

Forse chi ama la montagna preferisce rocce, picchi, vette. Il pastore sogna pascoli pianeggianti, erba buona, assenza di pietre… Il pastore ragiona attraverso ciò che serve alle pecore e molte volte addirittura si dimentica di ciò che servirebbe a lui. Cosa importa l’alloggiamento per l’uomo? La bella montagna (alpeggio) ha buoni pascoli, se poi c’è anche una baita decente tanto meglio, ma non è fondamentale.

A questa stagione si pascola in alta quota, perchè quassù da un giorno all’altro potrebbe addirittura arrivare la neve. Forse non quest’anno, ma la saggezza popolare fa dire cose del tipo: “Quando inizierà a piovere, verrà poi giù tutta insieme…“. Quando sei lì in alto anche al pastore viene la voglia di andar su per vedere dietro, ma lo fa solo se le pecore sono tranquille, per non correre il rischio di vedere il gregge partire a tutta velocità proprio mentre è a metà della salita verso il colle.

La montagna del pastore inizia all’alba e va a finire oltre il tramonto, specie ora che le giornate si stanno visibilmente accorciando. Essere quassù quando le ombre iniziano ad allungarsi e godere della lenta fine del giorno vuol però dire arrivare tardi al recinto e ancora più tardi alla baita, quando è ormai notte fonda. Se va bene c’è qualcuno che ha preparato la cena, altrimenti la casa è fredda e tocca al pastore pensare a tutto, dai cani da sfamare al mettere insieme qualcosa da mangiare. Non basta una generica idea romantica di montagna per amare la pastorizia e non basta amare gli animali per star fuori un’ora in più per cercare una singola pecora di notte. E nemmeno per portarsene una in spalla per un interminabile tratto quando ha una gamba rotta: “Perchè una rimasta fuori la sera prima con nebbia e trovata mangiata da lupo oggi. Così questa ho portato recinto. Più di ottanta chili…“, diceva il pastore rumeno alle dieci di sera, duramente provato dalla giornata.

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  1. Ieri Sono stato a Gressoney (1400 m), li stanzia un contadino con 12 mucche tutto l’anno. In estate si reca in alpeggio, sempre nella stessa valle ma a quote più alte. Suo fratello ieri mi diceva che quest’anno non sale per motivi vari ma non è certo scontento. Mi ha detto che per andare al-peggio preferisce rimanere al-meglio. Anche se a 1400 m la vita non credo sia poi così comoda; per loro comunque è già meglio che in alpeggio. Ciao, Bruno

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