Tutto Piemonte, ma…

Una delle cose belle della montagna è la sua varietà: di valle in valle, anche solo rimanendo in Piemonte, incontriamo panorami così diversi sia dal punto di vista ambientale, sia da quello degli insediamenti umani, con architetture che variano molto spostandoci dal Cuneese fin su nell’Ossola.

Cambia il tipo di suolo, l’aspetto delle montagne, le fioriture e pure il clima. In quest’estate di siccità si arriva perfino ad apprezzare le giornate di nebbia, durante le quali almeno un po’ di umidità arriverà alle foglie assetate delle erbe dei pascoli. E poi non ci sono sole e vento ad asciugare sempre più il terreno.

Comunque da qualche parte, nebbia o non nebbia, ci sono ancora le fioriture tipiche di stagione e l’erba ha un bel verde brillante. Anche se la pioggia è stata scarsa, forse d’inverno c’è stata più neve, chissà…

Se poi arriva anche quella giornata di brutto tempo quando non solo senti lontani brontolii di tuono, ma arrivi persino ad aprire l’ombrello, allora sei felice. Certo, è più facile fare questo mestiere con una buona visibilità, senza il freddo e l’umido, senza doverti bardare con pantaloni e giacche impermeabili. Ma se non piove e se continua a non piovere è a rischio la stagione d’alpeggio e, per i pastori, tutto il resto dell’anno, autunno e inverno. In tanti posti la pioggia non serve più per salvare una stagione ormai troppo compromessa.

Serve comunque per reintegrare le riserve idriche, servirà per far crescere qualcosa in fondovalle, se si dovrà scendere anzitempo. Ma altrove ci sono greggi che pascolano nell’erba gialla a 2.500 e più metri di quota, sollevando nuvole di polvere al loro passaggio. E pastori che stanno pascolando adesso zone che solitamente venivano utilizzate a settembre. Cosa succederà quando l’erba sarà finita? Anche il fieno in fondovalle o in pianura, complice la siccità, asciuga bene, ma è scarso…

In certi posti sembra verde, a vedere da lontano, ma poi camminandoci in mezzo vedi che l’erba è bassa, più di quello che sarebbe lecito con queste specie a queste quote. Bassa e dura, di un verde non brillante. I fiori sono ormai secchi, spesso la polvere si è depositata sulle foglie e l’acqua compare raramente negli avallamenti. Animali che trovano poco da mangiare e poco da bere!

Ho visto alpeggi con mandrie immense che partivano dal recinto presso le baite al mattino presto, in una nuvola di polvere, per andare a pascolare dove l’erba è sempre più scarsa. E ancora una volta mi sono chiesta perchè questi alpeggi, in posti meravigliosi, con una vegetazione che permetterebbe di ottenere formaggi dalle caratteristiche di gran pregio, sono invece famosi per le speculazioni, i prezzi alle stelle (ho sentito parlare di 60.000 e 54.000 euro all’anno) e i “furbi” che se li accaparrano. Magari questi prenderanno poi anche dei risarcimenti per i danni della siccità. E nessuno che penserà al danno che patisce il cotico erboso già sofferente, nell’essere calpestato da queste mandrie immense (300, 400, 500 capi, mi hanno detto!! parlo di bovini…) che si spostano avanti ed indietro a cercare di che saziarsi o andando a bere dove vi sono appositi abbeveratoi.

Vedere cose del genere ai primi di agosto mi fa paura. Paura per l’ambiente (pioverà? e se pioverà di colpo, saranno alluvioni??), paura per il sistema (quello dell’allevamento, montano in particolare). Credo che un tempo il margaro con il suo giusto numero di bestie sarebbe sceso, magari imprecando per la grama annata e per i costi aggiuntivi (il fieno in più da consumare a valle), ma non sarebbe rimasto là.

(Archivio ANABORAPI)

Certo, c’erano già casi di grosse mandrie anche nel secolo scorso, ma solo laddove la montagna lo permetteva davvero. E poi chi aveva tante bestie è perchè poteva permetterselo, poteva gestirle, e non in nome dei contributi che premiano la quantità e non la qualità. Mi sa che è anche per quello che tanti cercano di resistere, per paura che, scendendo prima, saltino i finanziamenti. Giustamente questi sono stati pensati per chi fa la stagione su fino in fondo, per evitare “furbi” (misura 241.6.1), ma adesso che succede? Le Associazioni di categoria chiedono la calamità naturale e, fortunatamente, denunciano anche le altre problematiche. Ma come si farà (siccità a parte) a ricondurre l’allevamento montano ad un assetto più sostenibile e compatibile con il territorio?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...