Cosa faranno, si mangeranno le banconote?

Ho ancora un paio di interviste a giovani allevatori ricevute via internet. Anche se il libro è ormai finito, restano lo stesso le benvenute, se vi fa piacere condividere la vostra storia.

Mi chiamo Gloria Angelica Cerri, sono nata  nel 1987. Vivo a Morbegno: abito in periferia cittadina, e in zona agricola ho una piccola fattoria a conduzione famigliare. Il mio è un paese di montagna, anche se siamo comunque a fondovalle; come quasi tutti i paesi di montagna non abbiamo moltissimi abitanti, nonostante Morbegno sia una città piuttosto grandina per le statistiche provinciali (circa 13.000 abitanti).

Sono ancora in famiglia, prima di tutto perchè il lavoro che ho è ancora saltuario, ma soprattutto perchè con la crisi che c’è non si trova da andare a vivere fuori molto facilmente. In più l’azienda agricola è di mia madre, e ha sempre bisogno di una mano.

L’azienda è una piccola azienda famigliare, principalmente per autoconsumo; è di stampo tradizionale (piccola stalla di una volta, animali tenuti puliti a mano, pochi macchinari per la produzione e quasi tutto fatto a mano). Il latte proviene principalmente dalle capre e, quando non ci sono più i capretti in genere ci sono i vitelli da ingrasso che lo bevono. E’ capitato che avessi i vitelli piccoli e le capre in lattazione dessero più latte di quello che consumavano i vitelli: in quel caso ho fatto anche formaggio di capra, principalmente di quello da stagionatura medio-lunga, tipo caprino da grattare. Essendo una microazienda per autoconsumo difficilmente vendiamo prodotti. Al massimo qualche uovo a parenti e amici, o qualche coniglio. Abbiamo conigli, galline, anatre e capre, più due manzi l’anno che compro fuori e allevo fino all’anno di età. Sono nata in una famiglia di “stampo antico”, mio nonno aveva la fattoria e mi ha cresciuta tra mucche, vitelli e galline. Tutto è iniziato in maniera un po’ strana, non è proprio stata una scelta, ma è capitato.  Mio nonno stava “dismettendo” l’azienda agricola perchè ormai troppo su di età, ma non voleva abbandonare del tutto. Aveva venduto tutte le mucche e teneva un vitello, da ingrasso, quando un amico ci regalò una caprettina da ingrassare un po’ e poi mangiarla… manco a dirlo “dai nonno l’alleviamo?” visto che era una femmina, e da lì è partito tutto l’ambaradan.  Pally (la capra) era un mix di camosciata (razza non selezionata), le prime due monte le fece con dei becchi saanen, di cui tenemmo una femmina (una bianchina muta che chiamammo “Candy”). E da lì ho diversi aneddoti da raccontare, che il libro potrei scrivercelo io!

Mio nonno paterno ha sempre avuto animali. Mia madre, quando s’è sposata, è approdata nel mondo dell’agricoltura, perchè i nonni materni di animali non ne hanno mai avuti (a malapena le facevano tenere il canarino). Poi quando ha smesso mio nonno, visto che le figlie non volevano saperne di coltivare la terra, mia madre ha preso in mano la stalla e la fattoria, proprio partendo da quella famigerata capra.

Nonno è stato il parente che mi ha sempre avuto più a cuore, da lui ho preso la passione per le bestiole, il rispetto per loro nonostante vengano allevate per essere alla fine uccise e tutto il resto… Molte cose poi le ho approfondite io, un po’ tramite i libri e internet, ma molto seguendo altri allevatori e agricoltori e soprattutto un amico veterinario a cui ho fatto spesso da assistente.

Sono stata anche in alpeggio, nella zona di Albaredo per San Marco e anche, prima, in Val Gerola (Alpe Trona Soliva). Ho fatto un paio di stagioni ad aiutare i pastori, e ancora adesso quando ho tempo vado a dare una mano a mungere. I nostri animali li portiamo con noi in baita: i miei hanno comprato anni fa un rudere che abbiamo ristrutturato, e incluso nel contratto vendevano anche una piccola stalla con fienile e i terreni. Con la ristrutturazione abbiamo sistemato appunto anche la stalla, e in estate mia madre gode delle passeggiate nei boschi con le “sue” caprette…. che se prova ad abbandonarle da sole nel boschetto di nostra proprietà, quelle tornano a casa e bussano alla porta come dire “oh, ma non resti mica con noi!?”

 La mia giornata è sveglia alle 6, alle 6:10 sono già alla stalla… mungitura, sfamare le belve, pulizia della stalla, non necessariamente in questo ordine… Alle 9 vado al lavoro fino a mezzogiorno circa (in base a quel che c’è da fare). Al pomeriggio, sempre che non ci siano lavori da fare, pisolo di un paio d’ore, poi di nuovo al lavoro e di nuovo alla stalla alle 6 di sera. In genere la sera si passa a sistemare i documenti della stalla e del lavoro e a pianificare i lavori dei giorni successivi. Ovvio che poi in estate c’è il fieno, le coltivazioni…. in pratica non c’è poi una giornata tipo, perchè ogni giorno è diverso.

Faccio anche un altro lavoro, collaboro con un’altra azienda agricola, che include un piccolo allevamento di cani  insomma, animali a tutto tondo.

Sono diplomata al liceo scientifico. La mia idea era di andare a fare veterinaria, ma un prof del liceo mi ha fatto passare la voglia di studiare. Così mi son buttata nel mondo del lavoro… Per 2 anni sono stata a Mantova, lavoro precario come telefonista, ma alla fine le spese non permettevano di metter da parte nulla, quindi sono rientrata in Valtellina e ho ripreso a lavorare per mia madre in azienda agricola, e poi ho trovato anche l’altra azienda che cercava una persona di fiducia.

Di questo mestiere mi piace il fatto di non essere rinchiusa dentro 4 mura. Ho passato abbastanza tempo in aule scolastiche a sognare di esser fuori, e anche nel centralino dove lavoravo a Mantova, non sopporterei oltre di dover stare 8 ore al giorno rinchiusa in un ufficio, magari pure in centro di una qualche città tipo Milano, caotica da far paura. Così a parte l’esser fuori, all’aria, potermi guardare intorno e vedere il cielo, ho potuto anche includere la mia passione per gli animali nel mio “lavoro”.

La maggiore soddisfazione viene dal veder nascere e crescere nuove creature, ma anche sapere che cosa trovo nel mio piatto (ossia di non trovarmi a mangiare animali “pompati” di ormoni, animali magari maltrattati e seviziati, o anche contenenti porcate chimiche). Mi da soddisfazione anche quando qualcuno che viene a trovarmi mi fa i complimenti per i miei animali, per come son tenuti bene.

Non c’è niente che non mi piaccia di questo… in fondo sono tutti aspetti del lavoro e vanno presi come vengono, anche se sono magari compiti sgradevoli (caricare e scaricare le cariole di letame, spazzare la stalla, portare gli animali al macello) e qualcuno in fondo pesa anche (soprattutto accompagnare nell’ultimo viaggio gli animali che hai visto crescere). però ci si fa l’abitudine.

Non voglio pensare a progetti a lungo termine per ora, a breve termine spero di riuscire a realizzare il sogno di prendermi almeno un cavallo… E’ il mio sogno fin da bambina, ma per adesso preferisco aspettare che le cose si stabilizzino.

L’allevatore del XXI secolo ha dalla sua parte l’aumento delle tecnologie che allegeriscono il lavoro e studi che aiutano a bilanciare carenze -soprattutto alimentari- di cui un tempo si ignorava l’esistenza, ha a disposizione anche delle “armi” contro malattie che un tempo mettevano in ginocchio intere famiglie di agricoltori e allevatori. Ma per contro ha anche un aumento dello sfruttamento intensivo degli animali, della mancanza di rispetto nei confronti di ciò che sono e di come dovrebbero essere accuditi e un aumento delle speculazioni sulla loro pelle a scapito, oltre che dell’animale, anche del consumatore finale e degli allevatori che fanno le cose seriamente e con rispetto

A parte la cosiddetta “annata no” per quel che riguarda le riproduzioni, le malattie e via dicendo le uniche difficoltà sono date dalla burocrazia che c’è a causa di chi ha voluto fare il furbo e ha danneggiato tutto il mondo agricolo (vedi la mucca pazza, vedi le macellazioni fatte malamente e via dicendo).

Dalle mie parti l’allevatore non è visto nè bene nè male… Non sono ancora arrivati grossissimi allevamenti intensivi, la maggior parte sono piccole stalle. Però i ragazzi della mia generazione, tra i 20 e i 30anni non hanno più molto interesse in questo campo (prima dei 20 anni magari sì, ma poi cominciano gli studi e abbandonano l’idea delle levatacce, della fatica e dei sacrifici che comportano la vita di un “agricolo”) e perciò le campagne, le selve e i pascoli montani vengono abbandonati o dati in mano a “latifondisti” (=coloro che metton su aziende grosse o intensive).

Di tempo libero riesco a ritagliarmene un po’ tra un lavoro e l’altro, specie nella stagione invernale. Appena posso mi dedico all’arco e alla rievocazione storica, in cui ho introdotto molti aspetti del mio “lavoro agricolo” facendo vedere alla gente “antichi mestieri” e spiegando loro l’evoluzione proprio del mondo agricolo. Altro tempo lo dedico ai miei cani, e a diversi trovatelli in giro per l’italia.

Agli altri giovani allevatori in tutta Italia vorrei dire che bisogna tener duro, che il nostro lavoro spesso è sottovalutato dagli altri, tutti che vogliono fare gli avvocati i dottori e i direttori di banca, ma non capiscono che senza di NOI non potranno avere niente da mangiare. E poi cosa faranno, si mangeranno le banconote?  Inoltre sono dell’idea che un “agricolo” abbia una marcia in più, proprio perchè sa far crescere ciò che lo nutre.

Uso parecchio internet, soprattutto per mantenere i contatti con gli amici, ma lo trovo anche molto utile per confrontarmi con altri allevatori sia per le conoscenze che per scambi di esperienze utilissime.

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  1. Mi piace ciò che scrive Gloria Angelica ed attraverso il suo entusiasmo mi pare di vederla all’opera.
    Le banconote, mi sa, neanche le capre le mangiano…….

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