I colori della Valle Nera

Ho passato il fine settimana in Valsesia, una valle un po’ lontana da raggiungere, per me. In questo caso ero stata invitata dall’Associazione Culturale per Frasso, una frazione di Scopello, al fine di tenere una proiezione su alpeggi e pastorizia. Approfittando dell’occasione, ne ho approfittato anche per fare una gita…

Ma già prima, lungo la strada principale che risale la valle, avevo compiuto una breve sosta per immortalare un gregge “parcheggiato” accanto alla via. Le tracce che seguivo da parecchi chilometri mi facevano presupporre che, prima o poi, l’avrei incontrato. La transumanza sicuramente era avvenuta di notte ed adesso gli animali stavano riposando. Anche qualcuno dei pastori recuperava le ore di sonno nell’auto lì vicino…

Come meta per la mia gita avevo deciso di risalire la Val Vogna, dov’ero stata solo una volta anni fa, con la neve e senza spingermi molto lontano. Adesso però c’è il sole e la fioritura multicolore ovunque, nei prati e nei giardini. Inoltre ci sono le caratteristiche architetture walser da ammirare.

In una delle case di una delle frazioni incontrate sul mio cammino c’è un estratto da un libro che avevo letto anni fa. “La Valle Nera”, di E. Neubronner. Si parla di abbandono, si parla della “fatalità” che fa morire i villaggi e della Val Vogna che tornerà ad essere la Valle Nera, nera di selve, di boschi.

Oggi non sembra così, ma uno dei colori incontrati è proprio il giallo delle ginestre di cui si parla in quel testo, le ginestre che invadono i pascoli, i prati. Colorate di giallo per qualche giorno e poi solo più una selva cespugliosa impenetrabile, figlia dell’abbandono. Qua e là, tra alberi, ginestre ed altri cespugli, dei recinti fissi che fanno intuire un’utilizzazione animale, ma quelle che scorgo in alto, su ripidi versanti, seminascosti tra la vegetazione, sono bestie ben strane! Mi sembra di riconoscere degli Highlands neri, dalle lunghe corna appuntite, arrampicati come capre in luoghi inaccessibili ad altri bovini.

Un altro colore della valle è l’arancione delle reti da cantiere, presenti in quasi tutte le borgate attraversate. Sembra che qui l’edilizia, sotto forma di ristrutturazioni, sia un’attività fiorente che non conosce crisi. Si sostituiscono legni, si riparano muri in pietra, si rimettono in sesto i tetti con le tipiche beole sovrapposte. I muratori parlano il dialetto locale, ma le persone che visitano i cantieri in compagnia degli impresari hanno accenti lombardi. Quale sarà il destino di queste case? Torneranno ad essere dei gioiellini, ma non ci saranno più le vacche nelle stalle, il fieno appeso ad asciugare sulle strutture in legno…

Questi nuovi abitanti temporanei oggi apprezzano il panorama che circonda le loro future case per le vacanze (dubito che verranno ad abitare stabilmente qui, in villaggi raggiungibili solo a piedi, con teleferiche che li collegano al fondovalle), ma sanno di cos’è frutto questo panorama? Solo un’attività zootecnica viva fa sì che vi siano prati da sfalciare e pascoli… da pascolare! Quando tutte le stalle saranno vuote e silenziose, le ginestre, le rose selvatiche, le ortiche ed altre malerbe muteranno il paesaggio e renderanno più ardua la percorribilità dei sentieri.

Chi verrà a trascorrere in queste case giorni di relax non dovrà lamentarsi per il suono delle campane, per i muggiti, e soprattutto non dovrà schifarsi per l’odore delle stalle, del letame sparso sui prati e sui pascoli a garanzia di buona erba (e fioriture) future. Ogni medaglia ha il suo rovescio, non si possono avere i prati multicolori senza il marrone della ciunta, come viene definita nel dialetto locale. E senza il suo odore acre, ma naturale.

Spero che siano concetti ben chiari a tutti, ma ahimè capita spesso di sentire il malcontento da parte di chi ha qualche animale nelle vecchie stalle. Le gente non tollera più i “disagi” connessi alla zootecnia. A dire il vero, molte volte però sembrano essere gli “antichi” abitanti di queste case a lamentarsi. Il cittadino capisce di più, mentre chi se n’è andato a cercare fortuna altrove, oggi ritorna schifando le stalle dov’è magari nato e cresciuto. Si atteggia a signore e arriccia il naso. Questi bei prati, comunque, se non serviranno a diventare fieno per alimentare animali locali, seccheranno e si trasformeranno in inestetiche e pericolose praterie secche.

Poi il mio cammino è proseguito su su per la valle, purtroppo ho mancato una transumanza, i cui suoni ho sentito risuonare alla mia sinistra nel bosco, diretta ad un alpeggio che scorgevo lassù… Io ho raggiunto altri alpeggi, ancora silenziosi. L’intero vallone che sale all’Alpe Maccagno è deserto, ma d’altra parte l’erba è sempre più bassa, via via che si sale a quote maggiori. In generale però i buoni pascoli sono scarsi, le poche aree pianeggianti e non ingombre di rocce e massi sono spesso invase dai romici. Molte baite non mostrano più segni di utilizzazioni recenti, ma piuttosto sono intaccate dall’abbandono e rischiano di crollare.

Raggiungere l’Alpe Maccagno richiede un lunghissimo cammino. Salire con uno zaino leggero contenente solo una maglia ed un pranzo leggero è cosa da poco, in confronto a quello che tocca a chi qui salirà con gli animali. Ogni passo della mia salita mi porta a pensare a cosa vuol dire alpeggiare qui: trasportare viveri e sicuramente niente più dell’indispensabile per i mesi da trascorrere quassù. Scendere con le tome, risalire con nuove scorte. Qui poi, su queste montagne, è impensabile pensare a grandi numeri di animali, la mandria non potrà essere tanto più grande di quelle che salivano nel secolo scorso. Quanta passione serve per vivere qui? E fino a quando si riuscirà a farlo, con la situazione economica attuale?

Rientro sui miei passi mentre in cielo si rincorrono nuvole che porteranno violenti temporali nella bassa valle, ma niente pioggia sui pascoli assetati, dove la poca neve dell’inverno è quasi del tutto scomparsa già adesso. Anche il tempo mette in dubbio il futuro di queste valli. Altre riflessioni le faremo poi la sera, in compagnia del folto pubblico arrivato a Frasso per sentir parlare di alpeggi e pastorizia…

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  1. ciao Marzia, sono felice che questa volta la Valsesia ti abbia accolto con il sole e i colori dell’estate (mi ricordo del tuo poco entusiasta resonconto di una giornata grigia alla fiera di Doccio di due anni fa…). Per la dura salita al Maccagno, invece, mi sa che ti sarà venuta in mente la tua lunghissima escursione nell’impervia valle Sorba, molti anni fa, della quale avevo letto il tuo racconto. E ti confermo: le “bestie ben strane” che hai visto in Val Vogna sono proprio bovini di razza Highlands! (vedi qua: http://www.montanahighlandcattle.it). Un caro saluto
    Gabriella (quella che cammina con l’asino)

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