Quando i laureati fanno i pastori

Non so se vi ho mai raccontato dell’ormai lontano giorno della mia laurea. Era il 2001, un torrido mese di luglio. Dopo la discussione della tesi, la cerimonia finale, tornai a casa in un misto di sollievo e senso di disorientamento, perchè per la prima volta nella mia vita non c’era un dopo certo e definito. Tornata in Dipartimento qualche giorno dopo, ricordo bene che il professore mi disse: “Lei che ama cucinare, perchè non si mette in società con qualcuno, alleva capre e fa formaggi?“. Sono passati più di dieci anni da allora. Il mio futuro continua ad essere incerto ed indefinito, anche se di cose ne ho fatte e ne sto facendo tante. Però altri che hanno fatto la mia stessa strada (stessa università, stesso Dipartimento, poi un periodo di lavoro in progetti che ci hanno visti essere colleghi) adesso le capre le hanno davvero, la stalla pure e stanno attrezzandosi per il caseificio.

Alessia ama i cavalli e con essi continua a lavorare, ma insieme a Marco sta dando il via a quest’avventura di giovani allevatori di montagna nei pressi di Lanzo. Allevatori che iniziano con umiltà, ben sapendo di non sapere, nonostante gli anni ed anni di studi fino alla laurea. Mi mostra la stalla nuova ed i capretti che lei vizia, consapevole di quanto sia sbagliato affezionarsi ad un animale “da reddito”.

Volevo condividere con voi una sua nota scritta su Facebook, che si riallaccia a quanto vi avevo raccontato qui.

Certo, l’allevatore ‘stanziale’, colui che ha una stalla e un bel pezzo di montagna dove poter sfamare le sue capre, fa una vita forse più agiata, del collega nomade. Bene o male, una volta sistemate le reti, riempita la vasca dell’acqua, messo un po’ di fieno in stalla, guardate le neo mamme, munto chi necessita e messa un’abbondante lettiera, è sufficiente lasciare aperte le porte della stalla, e le capre fanno tutto da sole. Decidono se starsene in stalla a mangiare fieno, uscire appena fuori a farsi un pisolino, oppure avventurarsi lungo i pendii recintati della montagna, che sono sempre ‘casa’, in fondo.

E così, nei giorni di festa, se tutto va bene, i pastori possono concedersi un buon pranzo in famiglia, persino un riposino dopo mangiato, prima di tornare a prendersi cura delle bestie. Poi, ci sono i giorni in cui qualcosa va storto, come è stato per noi il 31 dicembre. Una rete cade lungo il pendio, forse sfondata da un cinghiale, e le capre escono. Hanno una montagna, letteralmente, a disposizione, e ne approfittano.

Non tornano a casa il 31 sera, come fanno sempre. Inutile chiamarle, ormai è buio, passeranno la notte in giro. E così’, la sera di capodanno, con gli amici intimi (per fortuna!) riuniti a casa tua, cerchi di tenere gli occhi aperti perché sei sfinito dalla stanchezza, e nello stesso tempo i tuoi pensieri vanno alle 20 capre perse chissà dove. Avranno paura dei botti? Ci saranno cani randagi? Qualcuno le porterà via?

Il primo gennaio, giorno di festa, anziché poltrire davanti alla tv, o gironzolare per la città con gli amici, ti alzi, ti vesti e ti prepari a cercare il branco perduto, dopo aver dato da mangiare e da bere alle capre mamme rimaste in stalla, e ai cavalli. I tuoi amici, proprio perché quelli giusti, si offrono di aiutarti a cercare le bestie e così, il primo dell’anno inizia a spasso per la montagna, incespicando tra rovi e rami secchi, con qualche senso di colpa, per aver coinvolto amici ‘cittadini’ a seguirti in un’impresa poco consueta. Dopo alcune ore di cammino, qualcuno avvista le capre in cresta, che appena sentono la voce del pastore, rientrano a casa, tranquille e con la pancia piena. Come se niente fosse.

 Così vanno i giorni di festa per gli allevatori. Qualche volta, fila tutto liscio, e ti senti come tutti gli altri. Altre volte, festa o no, sole o pioggia, fai il tuo dovere, pensando al benessere delle bestie prima che al tuo. La cosa bella è che, nonostante tutto questo, non faresti a cambio con nessun dipendente pubblico o impiegato o imprenditore che sia. Non faresti a cambio con nessun ufficio caldo e comodo e nessun orario fisso con tanto di cartellino da timbrare. Perché quella vita ti appartiene, ce l’hai scritta dentro, e i sacrifici, alla fine, sono solo una parte sopportabile di un meraviglioso percorso.

Augurando ad Alessia e Marco un lungo e felice percorso, concludo con la foto di questo capretto che presenta una particolarità che mai avevo visto (ma che mi è stato detto ogni tanto presentarsi in alcune capre). Vediamo se la notate anche voi…

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  1. Non sò se è un gioco di luci,ma sembra che ha una “magia” sotto l’orecchio sinistro..ho un momento di smarrimento e non ricordo come si scrive in italiano quelle due “gocce” che han le capre sotto il collo.Io ho capre con e senza magie,ho avuto tempo fà un capretto con solo una,ma sotto l’orecchio e la prima volta che lo vedo..
    Ho indovinato???

  2. Sarebbe interessante si, indagare su quanti abbiano il coraggio o l’incoscienza, di lanciarsi tra il letame e il fieno, pur avendo in mano un ‘pezzo di carta’ che potrebbe dare loro qualcosa di più ‘prestigioso’, della vita di stalla. Almeno, secondo la visione comune.
    E sarebbe interessante capire se la laurea è uno strumento utile, per chi vuole mettere in pratica ciò che ha studiato.
    In ogni caso, ho già un’idea molto chiara i proposito…

  3. Ciao Marzia,
    io come sai sono Trentina, e laureata come te – tale-e-quale!
    Però non mi spaventa la fatica di organizzarmi, è molto, molto faticoso ma non mollo
    Ora sto preparandomi la casa per superare almeno gli ostacoli dell’HACCP.
    E’ un lavoraccio! Però intanto mi troverò la casa a posto.

    Mi hanno presentato diversi pastori; Lucian per il momento non riesce a tornare, così ci siamo lasciati perché stavamop troppo male per la distanza, e soprattutto per questo senso di grandissima insicurezza verso il futuro.

    Sarebbe meglio condividere questi progetti con un’altra persona; se non ci riuscirò però vado avanti anche da sola… ormai ho 37 anni… non voglio stare lì ad aspettare qualcuno che non arriverà mai, ma almeno mi faccio una vita che mi dà soddisfazione…

    Salutoni a Claudio!

  4. è vero, care amiche-colleghe… ci sarebbe proprio da riflettere sul perchè ci si laurea e poi si va a fare i pastori. ma le riflessioni secondo me sarebbero di vario tipo: da una parte i lavori “classici” che scarseggiano (o che forse non hanno più quell’attrattiva?), dall’altra la mancanza di preparazione concreta fornita dal corso di studi.
    però questi nuovi pastori (laureati o comunque con un titolo di studio) spesso hanno quella marcia in più che serve oggi al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento per essere competitivo e stare al passo con i tempi.
    ormai è fondamentale entrare in un ufficio a testa alta e non a testa bassa trascinando i piedi, è fondamentale saper leggere le carte, capire quello che ci fanno firmare, essere protagonisti anche in questi settori meno appassionanti dell’andare al pascolo, perchè altrimenti finiremo per avere ottimi prodotti (formaggi/carne…) che svenderemo al commerciante di turno, continuando poi a brontolare e mugugnare contro il mondo intero.
    di ingiustizie e “cose incomprensibili” ce ne sono tante anche per i laureati, ma l’allevatore che si ammazza di lavoro senza guardarsi intorno nel mondo in cui vive non ha più futuro

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