Pensavo di essere “malato” solo io

Una lettera di quelle di una volta, busta, francobollo, indirizzo, due fogli ed una foto. Mi ha scritto Adrianno, nato a Trivero nel 1957 e residente a Strona. Dice di essere ancora un po’ bloccato, con internet, ma spero che legga queste pagine oggi.

Premetto che pensavo di essere <<malato>> solo io, ma mi rendo conto che siamo in molti, sicuramente la maggior parte sono figli d’arte, altri come me, che pur non avendo discendenze pastorizie, hanno comunque preso la <<malattia>> nel mio caso agli inizi dei mitici anni 60. Quando parlo di greggi con alcuni miei coetanei vissuti in anni in cui l’apparire passava in secondo piano, sono sempre molto attenti.

Forse te l’hanno già detto, il Biellese è sempre stato terra di pastori, non per niente vennero costruite molte aziende legate alla lana, ora purtroppo molte sono cattedrali nella jungla, data la fitta vegetazione che costeggia molte strade dell’industria laniera locale.

Tu mi dirai, ma pastori biellesi ce ne sono ancora; è verissimo, anche se per un po’ di anni pensavo fossero spariti, per il semplice fatto che da qui non li vedevo più passare.

E Adriano mi racconta il passaggio delle greggi in passato, in primavera ed in autunno, degli incontri con i pastori, i loro nomi. La foto è stata scattata lo scorso giugno, un mattino alle 8:20, quando però faceva già caldo. Siamo sulla Panoramica Zegna a Bielmonte in direzione Valsesia, il gregge è quello di Federico e davanti vediamo camminare Germano.

Sono molto legato a quei ricordi, l’odore del gregge, tu mi insegni, è troppo particolare, quegli asini con un fanalino applicato sulla cavezza per far riflettere la luce delle auto nelle ore notturne, i cani del paese che abbaiavano al passaggio di questo mare bianco, i fischi dei pastori, il lavoro instancabile dei loro preziosi cani e così via.

Adriano dice che sarebbero tante le cose che gli tornano in mente: “…come un pomeriggio d’autunno, che con alcuni amici ho seguito un gregge in transumanza all’insaputa dei genitori per alcuni chilometri.

Caro Adriano, grazie della tua lettera e delle emozioni e ricordi che hai voluto condividere. Spero anch’io che si possa poi organizzare una serata a Strona, magari in occasione della presentazione del mio prossimo libro, quando sarà terminato.

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  1. Ciao Marzia, sicuramente è un paradosso dire “che bello essere malati”. Parliamo però di malattie buone e quindi, come citi tu da qualche parte: un agnello che succhia il latte, una pecora che rumina ………, sono un diletto permanente. Ma pensa che bello!!!! In un mondo dove ci stufiamo di tutto, trovare un diletto permanente con così poco, non è bellissimo. Unico peccato che alla valanga globalizzazione non sia sfuggito nemmeno il mondo pastorale: certe greggi globalizzate non hanno poi molto di poetico.
    Auguri di un felicissimo nuovo anno a tutti, Bruno

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