Se le pietre parlassero

Dovrei raccontarvi la Fiera di Barcellonette, ma ho così tante cose da scrivere su quell'evento che preferisco andare con calma e mostrarvi immagini e pensieri dei giorni d'alpeggio, per riprendere poi con calma l'argomento quando avrò tempo.
Così vi porto in montagna, con giornate di sole che sarebbe bello proseguissero fino alla fine della stagione.

Se il tempo fosse più spesso così, se al mattino il sole facesse brillare le schiene delle pecore con i suoi raggi obliqui, se l'autunno che sta iniziando regalasse giornate senza nebbia, tutto sarebbe più facile. Intanto si inizia a godere di quel tempo, freddo ma stabile, ben sapendo che ormai i giorni da trascorrere in quota saranno sempre meno. Già molte mandrie hanno abbandonato i pascoli, scendendo verso la pianura, verso il fondovalle.

Pascolare su montagne come quelle vuol dire sfruttare anche territori non così ottimali. I pascoli migliori sono già stati utilizzati dalle vacche, alle pecore toccano le "aree marginali", che solo grazie al passaggio del gregge in questi pochi giorni di fine stagione non diventano del tutto una boscaglia. Chissà com'era un tempo… Anche il vecchio sentiero che saliva quassù si sta chiudendo, pure gli escursionisti seguono la strada sterrata, solo le pecore lo usano ancora. Sicuramente una volta non c'erano tanti ontani, il loro legno sarà stato usato per accendere fuochi, stufe, per scaldare stanze e caldaie colme di latte.

E non parliamo solo del secolo scorso. Vorrei interrogare queste pietre ormai consumate che riportano date antiche di secoli e scritte ormai illeggibili. Se sulle baite avevo letto 1839, questa roccia tra l'erba va indietro nel tempo alla seconda metà del 1600. Chi c'era quassù allora? Quante persone? Quanti animali? Come si viveva?

Il freddo del mattino lascia spazio ad un bel sole che inonda la vallata ed i pascoli. Il gregge si sposta qua e là a cercare erba: tra gli ontani, anche se apparentemente non sembra, ce n'è di più verde, che ha patito meno il vento, il freddo, la siccità. E così, nonostante l'andirivieni degli animali, a fine giornata le pance sono piene e la gran parte del gregge ritorna spontaneamente al recinto. Ma c'è sempre qualche irriducibile che starebbe lì sul posto, continuando a pascolare o trovandosi il luogo più adatto per trascorrere la notte.

Con il bel tempo e la visibilità ottimale si riescono ad individuare tutte le ritardatarie e riportarle al recinto, che viene chiuso quando ormai è quasi notte. Le giornate si stanno visibilmente accorciando, appena tramonta il sole il freddo torna a farsi sentire e poter accendere la stufa nella baita è un grande vantaggio. In fondo ad un pastore, che trascorre tutta la giornata all'aperto, non serve chissà cosa, però un tetto e quattro mura, una stufa, un letto, magari anche un bagno al coperto… Piccole grandi cose, quassù.

Ogni pietra ha la sua storia. E se sul territorio ci sei nato, ci sei vissuto, molte di quelle storie le sai raccontare. Così quello non è solo un vecchio muro crollato, ma una ramà per le pecore, lo spazio chiuso dove venivano confinati gli animali da mungere, con il passaggio obbligato dove sfilavano una ad una mattino e sera.

L'importanza della pastorizia sul territorio sta anche in queste piccole cose, frammenti di cultura popolare, di storia che rischiano di perdersi per sempre. Del nucleo di baite che si trovano quassù solo più un paio sono ristrutturate ed utilizzate, tutte le altre crollano al suolo, anno dopo anno. E' cambiata l'economia della montagna, della pastorizia. Certo, quassù si potrebbero fare tante cose, ma ce le immaginiamo solo in giornate del genere, perchè con la nebbia, con la pioggia, chi trascorrerebbe il suo tempo qui, a parte i guardiani degli animali?

Il gregge si avvia verso un'altra giornata al pascolo. Il sole terrà anche per quel giorno. Se ci fosse erba buona, se ci fossero pascoli "interi", gli animali si sposterebbero meno, ma ormai è fine stagione e tocca accontentarsi. E così il pastore corre da mattina a sera, quasi senza avere mai il tempo di sedersi un attimo, nemmeno per il pranzo.

Il vecchio cane si sdraia nell'acqua del ruscello, mentre le pecore sfilano una ad una. Fa di nuovo abbastanza caldo, splendide giornate d'autunno, le migliori di tutta la stagione d'alpe. Tra non molto anche le altre greggi lì intorno scenderanno e quassù non ci sarà più nessun altro, nessun confine da sorvegliare, nessun animale in fuga che va a mischiarsi ora con un gregge, ora con l'altro. Attimi di pace e serenità, se non ci sarà la nebbia.

Il sole scalda sempre più, gli animali scompaiono tra i cespugli, disperdendosi qua e là per la montagna. Ogni tanto però alcuni imboccano un sentiero, una traccia, ed inspiegabilmente gli altri smettono di pascolare per seguirli, andando chissà dove, magari verso il pascolo dove il giorno prima non c'era stato verso di far mangiare l'erba.

Vai a capirlo, il comportamento del gregge! Specialmente di un gregge così composito, con animali di tanti proprietari diversi. Ormai sono anni ed anni che giro "nell'ambiente", addentrandomi sempre più nel mestiere, ma ogni giorno c'è qualcosa di nuovo da imparare, sugli animali, sulla montagna, sul tempo. Qualcosa lo capisci di persona, osservando, qualcosa ti viene fatto notare, ti viene spiegato.

Le pecore salgono ed è bello poter spaziare di nuovo un po' con lo sguardo, come nelle settimane scorse, quando si era in cresta. Si guarda la pianura e si pensa che tra non molto si tornerà laggiù. Ci sarà erba? Saranno aumentati i prezzi anche dei pascoli? Sarà una buona stagione? Intanto il sole si avvia di nuovo a tramontare e gli animali già si incamminano verso il recinto. Ora di scendere, accendere la stufa, metter su le pentole. E' bello l'autunno, mi è sempre piaciuto, ma con la pastorizia lo apprezzo ancora di più, vivendolo all'aria aperta e secondo il ritmo degli animali.

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