Inizio stagione in Valsesia

Sabato volevo fare un giro in Valsesia e Flavio mi fa: "Sicura di voler andare da quelle parti? Tanto di bello da vedere non c’è… Comunque, se vai in Val Sorba, vedi in che razza di posti siamo andati in montagna nel Novanta." Per BELLO lui intende alpeggi con ampi pascoli ed erba buona. In effetti, quelle cose lì non le ho trovate.

Partita da Rassa, dopo un tratto di ripida pista ho iniziato a camminare su sentiero, passando accanto ad alcune baite ristrutturate (qui siamo all’Alpe Sorba) e ad un Bed&Breakfast. Qui ho chiesto informazioni su eventuali alpeggi: "Le mucche sono scese ieri…". Ma su in alto, non ci sono pecore? Quando nomino anche il pastore che dovrebbe esserci, allora la signora si sbottona un po’ e chiede anche agli altri, ma nessuno mi sa dire con precisione dove possa essere il gregge. Lì, oppure là, oppure già tornato indietro…

Proseguo nel bosco tra faggi ed abeti bianchi, con piazzole in cui sono state ricostruite le carbonaie, pannelli sul forno da calce ed altre informazioni didattico/turistiche. Ogni tanto qualche radura erbosa, poi si esce nei "pascoli". Ci sono i segni delle slavine dello scorso inverno, tracce di frane, rocce dappertutto, cespugli. All’alpe Massucco quasi non riesco a vedere l’alpeggio, nascosto dietro un roccione e perfettamente mimetico. Un piccolo pianoro dove le vacche sono sicuramente state, tante pietre, erba di scarsa qualità. Una marmotta fischia e si nasconde nella tana.

Il sentiero sale fiancheggiando il fiume, non sempre è così evidente, ma comunque è abbastanza ben segnato. Mangio mirtilli e lamponi in grande quantità, ma dopo aver visto una grossa vipera scura sul sentiero, faccio più attenzione a dove metto le mani. Dopo il "punto d’appoggio" dell’Alpe Toso, il sentiero sale più ripido e mi sembra di sentire delle campane. Arrivo in un pianoro dove l’acqua limpida e trasparente disegna chiazze di colore più verde e finalmente vedo i bovini.

C’è un gruppo di manzette che cerca di trovare erba tra i tanti sassi. Come mi vedono, si avvicinano curiose e quasi si spintonano per entrare tutte nell’inquadratura. Sono state lasciate qui da sole, probabilmente verranno fatte scendere più avanti, finiranno di pascolare l’erba che c’è quassù, in questa conca attraversata dal torrente.

Poco dopo, al fondo della conca, incontro un nevaio e dei rododendri fioriti. Siamo all’incirca a 1700 metri di quota e sembra che qui la stagione sia soltanto all’inizio. Se su di un versante ci sono mirtilli enormi in grande quantità, sull’altro l’erba è tenera, verde brillante, mirtilli appena in boccio, campanule, potentille ed altri fiori che di solito vedi ai primi di luglio. Salendo verso l’alpeggio successivo, pare proprio di essere indietro di due mesi rispetto al calendario.

All’alpe Lamaccia, accanto all’omonimo lago, una conca invasa dai rumex. Quello che potrebbe essere pascolo, sono invece specie invasive. Qui ci sono tracce del passaggio del gregge e le uniche baite ancora in piedi portano i segni della presenza umana, con dei nylon a copertura del tetto. Le rive del lago sono tutte un brulicare di piccole rane. Il cammino pare infinito, sono solo a quota 1900m e non vedo una persona da quando ho lasciato l’alpe Sorba. Più avanti incontro due escursionisti, chiedo loro se hanno visto il gregge, ma arrivano dai laghi e non dal Prato.

Il pianoro dell’Alpe Prato (2198m) è una specie di apparizione, dopo aver seguito il sentiero tortuoso tra le rocce. In quest’ultimo tratto la vegetazione è proprio quella di inizio stagione e le pecore l’hanno brucata qua e là. Dopo tanti sassi e ripidi pendii, vedere quella conca verde sembra incredibile. La foto non riesce a rendere appieno la sensazione di affacciarsi lì, pareva davvero un miraggio.

Arrivati sul posto ci si accorge però che il pianoro in origine era un lago glaciale ed oggi è per la gran parte una specie di torbiera, attraversata da un ruscello tortuoso dove guizzano alcune trote. Anche questo verde non è quindi un vero pascolo, ma il gregge ha mangiato quello che c’era di appetibile, nei giorni precedenti. Si vedono le tracce delle pecore, ma non gli animali in carne ed ossa.

Le baite sono quelle che sono, poco più di un cumulo di pietre con la forma di una casetta. C’è però un casotto squadrato che pare risistemato di recente e si rivelerà essere un container rivestito di pietre, abitazione del pastore. Ci sono alcune museruole, un paio di scarponi sulla finestrella, qualche altro segno dell’uomo, ma il gregge proprio non si vede. Che sia all’Artorto? Oppure dietro al colle di Loo, verso il Lazoney, addirittura dietro, in val del Lys?

Sembra di sentire delle campanelle ed, anche se la traccia delle pecore pare andare nella direzione contraria, mi avvio lungo il vallone. Qualcosa c’è, ma sono solo gli asini. Il gregge non dev’essere sceso da molto, a giudicare dall’erba ancora schiacciata. L’ho mancato solo di un paio di giorni. Che fare? Ridiscendere al Prato? Salire al Colle di Loo, solo per il panorama? Cammino da quasi quattro ore, soste per mirtilli e foto comprese.

Cercare il gregge all’Artorto, ammesso poi che sia lì, vuol dire ridiscendere al pianoro e poi risalire. Di là potrei poi tornare in Val Sorba, ma il bivio visto al mattino indicava un sentiero evanescente già in partenza, che sembrava scomparire sul ripido versante, tra cespugli e tracce di frane. E se poi le pecore invece fossero state altrove? Probabilmente no, altrimenti non ci sarebbero stati gli asini e quel paio di scarponi. E poi la vegetazione è ancora indietro, nessun pastore lascerebbe indietro quell’erba, specie in un posto dove ce n’è così poca. E così salgo verso la Bocchetta della Gronda, pensando a Flavio che mi aveva suggerito appunto di fare un giro ad anello.

Anche i laghi sottostanti hanno visto il passaggio del gregge, ma oggi posso solo fotografate i miei amati eriofori, mentre uno stormo di rondoni mi sibila intorno con delle picchiate fulminee. Avevo intravisto altri due escursionisti, dal colle, ma paiono già essere svaniti. C’è un sentiero che sale, dietro al Baitino della Gronda, ma una freccia indica Rassa verso il basso, com’è giusto che sia, anche se la traccia è solo immaginabile, nell’erba.

Ancora una foto a questa matassa di girini, chiedendomi se ce la faranno mai a diventare rane. L’aria è fredda, nonostante la splendida giornata di sole, e può darsi che alla sera già le temperature si avvicinino allo zero. Pare di essere ad inizio stagione, è vero, ci sono dei nevai che degradano in uno dei laghi, ma in realtà la stagione è alla fine e presto sarà autunno. Fino al fondovalle, di foto non ne scatto più. E’ una discesa difficile lungo un sentiero che non c’è, segnato per fortuna recentemente con tacche di vernice rosso sangue che compaiono costantemente sulle rocce che emergono dall’erba e dai cespugli. Le storte e le scivolate costringono a camminare con prudenza, dimenticandosi anche di mangiare mirtilli. I cespugli mi graffiano le gambe, continuo solo perchè indietro è troppo lungo tornare, e poi giù nel fondovalle si vede un ampio sentiero battuto, vacche ed alpeggi.

Attraversato il torrente (il ponte non c’è più, è stato divelto da alluvioni o slavine), mi lascio alle spalle quella tremenda discesa, complicata nella parte finale dalle piante coricate al suolo dalla neve dell’inverno. Adesso che sono di nuovo in zone utilizzate dagli animali, il sentiero è ben battuto, l’erba è pascolata e la montagna ha un altro fascino. Ci pensino, quelli che dicono che il lupo porta turismo… Se la montagna diventasse terra solo più di lupi, orsi, linci, cinghiali, non riusciremmo nemmeno più a fare una gita! Il suono dei campanacci e dei muggiti è rassicurante. E’ tardi, molto tardi, ma sapere che d’ora in poi camminerò sul sentiero fa dimenticare parte della fatica.

Ancora due foto all’Alpe Salei. L’alpeggio abitato dai margari probabilmente è quello più a monte, dove si sta dirigendo il grosso della mandria. Mi manca il tempo (e le forze?) per risalire fin là, così bevo di gusto dalla gomma che porta l’acqua alla vasca per le vacche e mi accingo a scendere senza aver incontrato nessuno. Il sentiero adesso è una mulattiera che corre nel mezzo della conca dove gli alberi faticano a drizzarsi dopo tutta la neve che hanno sostenuto nei mesi passati. Altri invece sono stati sradicati e portati a valle dalle slavine. Poi il sentiero entra nel bosco, mentre sotto corre il torrente spumeggiante.

Si iniziano a vedere villaggi potenzialmente abitabili, anche se raggiungibili solo a piedi. Questo, visto dal basso, pare un miraggio, con case ristrutturate che sembrano quasi "moderne", posate lassù per sbaglio da un architetto pazzo. Non guardo più nemmeno il nome sulla cartina, ma continuo a camminare, perchè so che il vallone è ancora lungo ed è sempre più tardi. L’unica sosta è per raccogliere un fungo cresciuto proprio lungo il sentiero (una "crava nera", che va ad aggiungersi alle garitole del mattino).

Rassetta mi accoglie con questa improbabile staccionata che protegge un prato all’inglese sostenuto da un possente muro. Il resto della frazione è ancora abbastanza "autentico", la gran parte delle case è ritrutturata ed utilizzata, vedo un gruppo di amici intenti a giocare a carte, ci si scambia un cenno di saluto.

Il sentiero diventa strada sterrata più a valle delle borgate. Il torrente continua a scendere disegnando pozze e scivoli sulle rocce. Suona il telefono: "Sei tornata raggiungibile?". Sto rientrando nella civiltà, ho camminato quasi nove ore, con una piccolissima pausa per mangiare un boccone di pranzo e varie soste a far foto. Salire in alpeggio da queste parti è un vero atto di coraggio. "Hai visto in che razza di posti siamo stati? Certo che il Moncenisio è un’altra cosa…"

A Rassa il sole è già tramontato, mentre al mattino alle nove non era ancora arrivato ad illuminare le case. Siamo solo ai primi di settembre, figuriamoci cosa vuol dire qui l’inverno! I piedi fanno male e la stanchezza pervade un po’ tutti i muscoli, dalle spalle alle gambe. "Pensa quando caricavo il mulo, da ragazzino, e salivo su fino al Prato… A camminare ben veloce, ci mettevo due ore e mezza. La Val Gronda, da dove sei scesa, quella no, non la conosco. Ma quelle non sono belle montagne, per passare una stagione con un gregge ti devi spostare cinque o sei volte e magari non basta neppure."

  1. Se sei abituata ai grandi spazi la Valsesia ti sembra un pò strettina e ripida…..però vuoi mettere la soddisfazione dopo una ripida salita di alcune ore di trovare un pianoro erboso??

  2. ridurre il bello a un discorso di alpeggi mi sembra molto limitato… personalmente ho girato mezze Alpi e posso dire che la ricchezza ambientale della Valsesia ha pochi eguali…in pochi chilometri quadrati offre una varietà di ambienti per trovare la quale, altrove, occorre considerare superfici molto più vaste
    di territorio…

  3. @#1: infatti… l’ho detto che sembrava un miraggio!
    @john: è bello per una gita. quando però poi non c’è il sentiero… lì perde molto del suo fascino
    @#3: uff, quanti anonimi! 😉
    non ho ancora girato così tanto la valsesia… certo, hai ragione, ma pensavo si capisse l’ottica del pastore… visto che questo è un blog che parla principalmente di quel mondo, e non di escursionismo

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