Genuina semplicità

Esistono delle situazioni che sembrano fuori dal tempo, storie che paiono fatte apposta per essere raccontate, realtà che uno crede di poter leggere solo più in un libro. Innanzitutto quindi devo ringraziare Beppe e Cristiana dei Camoscibianchi per avermi accompagnata dalla loro amica Marinella.

All’alpe Attia in realtà c’ero già stata anni fa. Ero passata durante una gita autunnale, diretta al Monte Dubia. Le baite erano chiuse, i pascoli deserti, più a monte avevamo già incontrato la neve. Ieri il clima era torrido, afoso, l’ondata di caldo saliva fin qui, partendo da Ala di Stura si sudava al minimo movimento. Una volta in cammino, procedevamo appesantiti dalla cappa di caldo ed umidità. Arrivati a 1700 e più metri, il caldo era quello che ci si può aspettare in pianura. I pascoli intorno all’alpe sono già bruciati, lo spazio è ristretto, le baite come una volta.

Marinella ed i suoi bambini, Alessio e Sabrina, ci stavano aspettando. L’uomo di casa, tre anni ancora da compiere, inizialmente faceva il timido… Questo è uno di quei (pochi) casi in cui la donna sale in alpe con la famiglia ed il marito lavora nel fondovalle. Succedeva più comunemente un tempo, a quanto si legge nei documenti di cento e più anni fa. Lui però li raggiunge a piedi tutte le sere, per ripartire al mattino. La piccola mandria non è sufficiente al sostentamento famigliare, serve quindi un reddito da cercare altrove. Sono però delle realtà fondamentali per la montagna, perchè Roberto e Marinella abitano in valle tutto l’anno e non appartengono alla categoria dei grandi margari, emigrati verso la pianura per cercare spazi per mandrie da decine, anche centinaia di capi.

La tradizione però è ben radicata: nella stalla, un numero di campane e rudun proporzionate al numero di animali che si vedono pascolare all’aperto. La passione è forte anche per le reìne, le vacche castane che compongono la maggior parte della mandria di questi allevatori. E ci sarà modo di parlarne, nel corso della giornata, visto che anche i più piccoli hanno già ben radicato l’amore per questo mondo in cui crescono, tra massima libertà e doveri ben precisi.

Marinella sta facendo il bucato, approfittando del sole e del caldo che asciugherà in breve i panni. Non c’è quasi nessuna concessione alla modernità, da queste parti. Non c’è l’acqua in casa, tanto meno calda (la si fa scaldare nel paiolo sul focolare nell’angolo della baita), non c’è la luce elettrica, non c’è una strada che raggiunga l’alpeggio. Ci sono i muri in pietra che regalano una relativa frescura in queste giornate torride, il pavimento in terra battuta, il fuoco dove scoppietta il legno profumato di larice, con il fumo che sale ed esce in mezzo alle lose del tetto. Una radio a batterie ed un fornello a gas, eppure sembra che qui non manchi nulla.

Le cose più moderne sono i giochi di Alessio. La mamma specifica che qualcuno glieli ha regalati e allora bisogna portarli su… ma già solo Sabrina, che ha nove anni, a suo tempo giocava con pietre e rametti, divertendosi lo stesso. Alessio è un bambino felice, che sorride sempre e non tiene il broncio a lungo, anche dopo un rimprovero della madre per qualche marachella. Ora con le scarpe, ora scalzo, corre intorno all’alpeggio, sale sulle lose del tetto, si muove tra le vacche, cerca con soddisfazione i suoi tesori, le uova appena deposte dalle galline. Qualcuno potrebbe indignarsi, ma… lasciate da parte i pregiudizi e venite qui a vedere questa famiglia felice, unita, dignitosa.

Sabrina va a salutare la sua reìna, quella che ha già vinto anche dei premi alle battaglie. Si chiama Jena e, come tutte le vacche viziate, accetta di buon grado le coccole della padroncina. Questa bambina, quando ricomincerà la scuola, scenderà tutti i giorni dall’alpeggio a quote inferiori (dove presto si trasferirà la famiglia) fino all’aula delle scuole elementari, per risalire a fine giornata. Per fortuna ci sono delle maestre che capiscono (quasi tutte) e sono anche orgogliose di avere un’allieva così. Marinella spiega che Sabrina è fondamentale nell’attività dell’azienda.

Lei intanto ha finito di lavare, l’acqua insaponata è stata fatta defluire dalla vasca e gli animali vengono ad abbeverarsi. Con una piccola mandria come questa, dove ogni bestia ha il suo nome (tranne i vitelli maschi che verranno allevati esclusivamente per la macellazione), il rapporto con gli animali è ancora più forte. Infatti questi si aggirano tra le persone, senza timore, la maggior parte si lascia accarezzare. Viene da riflettere sulle realtà più grandi, su allevamenti da centinaia di capi dove è vero che comunque li conosci uno ad uno, ma inevitabilmente il rapporto è diverso, meno stretto… e lo stress del lavoro fa perdere parte della "poesia" di questo mondo.

Qui il sale lo si può dare direttamente ad ogni animale, specie a quelli più giovani, che così si abitueranno ancora di più al rapporto diretto con l’uomo. Le lingue raspose leccano ghiotte il minerale, Sabrina si occupa delle vitelline e delle manze. A lei questo lavoro piace e, specialmente quando si scenderà a valle, dovrà sempre aiutare la madre. Ha imparato a mungere quando era piccolissima e non è stato un obbligo, ma un piacere.

Anche adesso, se c’è da indirizzare gli animali al pascolo, prende la sua canna ed il cane la accompagna prontamente. Ma non è un problema anche pulire la stalla o fare altri lavori. Poi bada al fratellino, ma ti parla anche della scuola, dei compiti… obbedisce alla mamma senza sbuffare, è una bambina giudiziosa, educata, cresciuta in un mondo adatto a lei, anche se forse potrebbe sembrare un’aliena rispetto a tanti suoi coetanei.

Non dovrebbe esserci niente di strano in questi bambini, non dovrebbero suscitare stupore. La loro genuina semplicità dovrebbe appartenere a tutti, non rappresentare un’eccezione. In questo mondo per fortuna esistono ancora tanti bambini come Sabrina ed Alessio, ma incontrarli dovrebbe far riflettere sul "troppo" che sommerge la nostra società, dove magari si sopperisce al vero affetto ed al tempo da dedicare ai figli con un’enormità di cose spesso inutili (e magari anche dannose???).

Dopo un pranzo ottimo ed abbondante, ancora qualche chiacchiera davanti alle baite, appena disturbati da due gocce di pioggia che non riescono nemmeno a lasciare il segno nella polvere. Poi si torna verso valle, riflettendo sulla vita d’alpeggio, su come viene vista dall’esterno, sulla necessità di farla conoscere, sull’interesse che può suscitare negli "altri".

  1. Si veramente bravi. Questa bimba mi ricorda la mia figlia grande, ora quindicenne, che ci ha sempre aiutati nelle vigne fin da piccola.Gioendo per i successi ottenuti e arrabbiandosi per gli eventi negativi (grandinate, trombe d’aria…). E’ cresciuta responsabile e forte. Alla piccola non è mai stata richiesta molta collaborazione in quanto per carattere più pigra e giocarellona e noi la chiamiamo la bimba di città che innoridisce davanti a ragni, topini ecc.
    Questi bimbi riusciranno ad affrontare la vita, anche in contesti diversi, con più senso della responsabilità.

  2. Ecco: se avessi potuto progettare la mia famiglia, avrebbe avuto questo profilo i cui cardini portanti sono fatti da cose semplicemente genuine: aria buona, monti, animali e convivenza con essi…senza dimenticare l’integrazione socio-culturale.
    …Ma non essendomi stato permesso, mi accontento di leggere questi ritagli di vita, devo dire ormai rara, felice di sapere che qualche fortunato (i bambini, soprattutto) esiste ancora.
    Brava Marzia, scrivi, scrivi…
    BB

  3. Contesto e quadretti veramente affascinanti, forse perché ci sembrano così rari? noi siamo tornati da tre giorni in Savoia, sul massiccio dei Bauges e dintorni, e lì sembra che situazioni del genere siano molto più comuni, a pochi chilometri da Chambery, Annecy ed Albertville. Mentalità, costume, diversa attenzione da parte dello stato?

  4. Siamo sempre lì col rischio di far passare per bucolica una vita che in realtà è una bella fatica… e tendo più ad incazzarmi che altro quando vedo ancora tutti gli alpeggi senza strada, senza corrente e “le diverse attenzioni da parte dello Stato” (o meglio della Regione…). Chiediamo loro 10.000 € per un PPA???

  5. Ciao blacksheep,
    gran bel racconto, complimenti..La conosco anche io Marinella, e il suo alpeggio, e per quel poco che mi ero fermato tornando da un’escursione avevo respirato la stessa aria…
    Franz

  6. @#1: i figli vengono su come li cresci…
    @BB: esistono ancora e sono felici qui. ma io mi domando… cosa succede loro quando devono integrarsi nella società? hanno bisogno di un carattere doppiamente forte, perchè altrimenti saranno vittime
    @gp: secondo me un mix delle tre cose che dici!
    @john: perfettamente daccordo, i bambini possono venir su bene anche se il loro padre può arrivare alla baita con la macchina!
    faticaccia sì ed anche un po’ di bucolico, visto che la mandria è piccola ed il lavoro non è immenso come altrove.
    @franz: …peccato non esserci conosciuti, l’altro giorno. sarà per la prossima!

  7. Brava Marzia, sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi riguardo ai giovani figli di Marinella ed al modo in cui vengo cresciuti. Frequentando la montagna, anche solo da escursionista ed alpinista, ho riscoperto certi valori importanti. E mi dispiace constatare che mia figlia, ormai diciasettenne, pur non essendo certamente stata abituata al “troppo”, abbia comunque oltre il sano necessario, sicuramente anche qualcosa di “superfluo”. Spero che ciò non le porti danni in futuro.

  8. …a me sembra che quando si tratta di certe tematiche, in cui entrano ineluttabilmente in gioco aspetti molto importanti della nostra vita, sovente non compaiono parole che, a mio modesto, parere ritengo importantissime: felicità, amore, condivisione,…
    Conosco Roberto e Marinella e le percezioni che provo, quando sono con loro, sono perfettamente rappresentate da quella poche parole. Ma noi, ormai, cittadini post-moderni, abbiamo tralasciato di riflettere su certe parole così scomode.

  9. io mi domando… cosa succede loro quando devono integrarsi nella società?

    Marzia
    devo dire che di tutto questo (bel) post la cosa che più mi colpisce è proprio questa tua riflessione.
    Va a scuola questa bimba, no? dunque il suo versante “sociale”, almeno per il momento, ce l’ha assicurato; ha modo di avere i suoi normali momenti di incontro e conflitto con i coetanei che vivono in modo differente.
    Sarà senza dubbio interessante tornare a vedere tra qualche anno, in epoca di adolescenza, come andranno le cose.
    Tanto, comunque noi si scelga di tirare su i figli, si sbaglia sempre e comunque 😉
    Baci *

  10. @schneesturm: non che io sia cresciuta senza superfluo… solo che adesso mi sembra che ci sia veramente troppo di tutto. chissà che forse la crisi, ahimè, serva a farci recuperare il senso della misura, riscoprire qualche sano valore che è stato dimenticato tra l’eccesso ed il consumismo?
    @beppeley: piccole parole, grande significato
    @franz: …magari potevi essere tu una di quelle moto dietro al gregge nella transumanza che ho descritto oggi!
    @equipaje: sabrina adesso scende ad una scuola di un paesino di montagna, dove i suoi compagni e le sue maestre più o meno capiscono e/o condividono molti aspetti della sua vita. ma cosa succede invece a quei figli di margari che d’inverno scendono in pianura e si trovano a scuola con bambini che conducono una vita completamente diversa dalla loro? ne conosco tanti, troppi, con problemi di vario tipo (integrazione, apprendimento, ecc…), bambini che lassù in montagna sono svegli, curiosi, desiderosi di mostrare al visitatore tutte le piccole grandi cose dell’alpeggio… ma che poi in pianura sono timidi, chiusi in sè stessi, che generano chiamate ai genitori da parte degli insegnanti che non riescono a costruire un rapporto, una comunicazione con loro

  11. mi raccontava mia madre di un suo compagno di classe alle elemetari (primi anni ’30): ogni giorno, sole o neve, scendeva dai masi su in montagna fino in paese per la scuola. Mancava quando c’era da “far i feni”, da “semnar le patate” da “parar le vacche”.

    E aveva problemi di apprendimento, finche’ il maestro vecchio, che sapeva stare al mondo, non ha iniziato a cambiargli i termini dei problemi: “se ho due vacche, una mi fa 20 litri di latte al giorno e l’altra me ne fa 15, quanti litri di latte avro’ in un mese?” “il prato dell’augusto e’ lungo 100 metri e largo 200, sapendo che produce tot fieno ogni metro quadrato…” etc etc.

    E quei problemi li risolveva per primo, e ha smesso di considerare la scuola una cosa aliena ed e’ diventato un allevatore benestante, capace di gestire la sua azienda e rispettato.

    Cosa voglio dire con questo? esattamente non lo so. Forse che quando c’e’ volonta’ di integrazione da parte di tutti, l’integrazione avviene. Quando c’e’ rispetto per la cultura dell’altra persona ci si trova e ci si capisce. E non e’ detto che il nostro punto di vista sia quello migliore.

    Una societa’ multietnica e multiculturale dovrebbe trovare il modo per far sentire a proprio agio chiunque, che sia figlio di un margaro piemontese o di un pastore algerino. Difficile ma il modo si DEVE torvare altrimenti va a finire male.

    just my 10 cents, da parte di una che con i problemi di integrazione culturale ci e’ cresciuta.

  12. @mosco: ecco, appunto… quello che dicevo io per un ragazzino di mia conoscenza. se solo la maestra, per insegnargli a leggere, usasse un testo che parla di trattori… filerebbe tutto liscio come l’olio. inveve no, si impuntano con i classici testi scolastici, e quello non andrà mai oltre la scuola dell’obbligo, uscirà di lì con il minimo apprendimento e incontrerà molti più problemi nella vita

  13. Grazie per il bel post e la compagnia, Marzia.

    Questi bambini, come tutti quelli che sono nati/nasceranno in questa societa’ multirazziale, non vanno lasciati soli. Con il dialogo le guerre scompaiono. Basta aver voglia.

    Serpillo

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