Ci raccontano una storia 2

Vi lascio per qualche giorno con la seconda parte della storia di Gianni (qui la prima puntata). Appena riuscirò, ci saranno tanti racconti di transumanze, di alpeggio, di pascolo vagante. Per chi sentirà la mancanza degli aggiornamenti quotidiani… Potete andare indietro nelle pagine, magari vi siete persi qualcosa.

Era quasi sera e Battista decise che avremmo dormito lì.

Il pastore portò  gli agnellini che erano sugli asini alle rispettive madri ed uno lo allattò con un ciuccio fissato ad un bottiglione pieno di latte,   Walter tagliò alcuni bastoni che usammo per appendere la padella appoggiati a treppiede e legati in alto, io cercai legna secca e accesi il fuoco.

Mentre veniva buio cenammo con una minestra calda un po’  di formaggio e della “bernia” cioè dei salami di pecora fatti da Battista su al Pianale, salami molto asciutti e magrissimi, scuri, affumicati su legna di rododendro per farli asciugare e poterli conservare a lungo. Li tagliavamo con l’opinel a fette sottilissime per poterli masticare, avevano un gusto particolare e buono. Proprio non so cosa mangiarono i cani.

Intanto Battista aveva preparato il “paiun”, il letto formato con alcuni teli e coperte militari stesi a terra e con un paio di coperte fatte da velli di agnello cuciti insieme, caldissime. Il letto, nel quale dormimmo comodamente in tre affiancati, era poi coperto da un ultimo telone militare che copriva anche la testa.

Ricordo come fossero ora le sensazioni di quel momento: l’odore del fuoco da campo che mi era rimasto sulle mani, l’odore dei teli militari e delle coperte di vello, il tepore che ne scaturiva dopo pochi minuti, il rumore del torrente a dieci metri di distanza, il belare di qualche agnello, la campanella al collo dell’asino che pascolava un po’  lontano. Poi, scostando il telo che copriva il volto, l’aria gelida della notte che scendeva il vallone come l’acqua del torrente; il cielo! il Cielo! l’incredibile cielo stellato che sembrava vivo e pulsante con tutte le stelle a migliaia che brillavano insieme come mai avevo visto. “Ricordati di tutto questo” pensavo, ed in effetti ho ricordato.

Walter mi disse il giorno dopo che nella notte si svegliò e si stupì che mancasse Battista  e pensò  che fosse andato a trovare la Maria, una malgara che aveva la baita un po’ più a valle.. insomma,   … assenza giustificata.

Al mattino sveglia alle cinque, un freddo pungente, accendemmo il fuoco per scaldare il caffè ed intanto recuperammo gli asini che erano sempre a zonzo, di nuovo un po’ di latte all’agnellino con la mamma svogliata,  caricammo tutto sugli asini e via verso il Maccagno.

Attraversammo il torrente e poi risalimmo il vallone del Toso, le pecore camminavano sempre lentamente, dopo qualche ora arrivammo all’alpe Lamaccia un piccolo laghetto alpino, sulle sponde paludose c’erano i tipici fiori di questi laghetti: i piumini. Poi arrivammo all’alpe Prato, uno stupefacente pianoro di almeno mezzo chilometro di diametro perfettamente regolare e con l’erba alta e bella, chiuso in un anfiteatro circolare di montagne, una roggia dall’incredibile sezione quadrata con il fondo di ghiaia fine e pulita ed un’acqua di cristallo vi  scorreva serpeggiando .

Walter ed io eravamo la retroguardia, chiacchierando ci gustavamo l’ambiente, in effetti questi non sono sentirei molto battuti, anche in piena estate è rarissimo che passi qualcuno in quanto si è già a diverse ore di cammino da qualunque paese e fa un effetto strano trovarsi così lontani da case e strade. Uno dei cani stava con noi ma non si sognava neanche di eseguire i nostri ordini quando qualche capo si staccava dalla fila per andare a pascolare fuori dal sentiero, però  prima o poi il cane ci andava da solo a recuperare le pecore sparse. Battista era sempre davanti, lontano.

E poi ancora su verso un alto colle e oltre quello, dove scomparvero i rododendri e anche l’erba scomparve lasciando il posto a licheni e muschi sul terreno arido e sassoso. Ecco si aprì il vastissimo Pian del Loo , un enorme catino remoto e desolato che digrada verso la valle d’Aosta.

Qui la vista si perde nelle grandi distanze e lo spirito si solleva e pare di essere in un deserto di montagna, non si vedono tracce umane né baite né armenti né sentieri né nulla di antropico. Inoltre le creste che chiudono in lontananza questo catino paiono basse per cui si ha la sensazione di essere arrivati e di non dover più salire.

Sulla destra ecco il colle del Maccagno, da qui non pare granché , ma fu poi dura superarlo, pian piano ci avvicinammo attraverso il pianoro fino alla base del colle poi per fortuna il sentiero era abbastanza a posto e riuscimmo a passare  senza dover scaricare gli asini nei punti più ripidi.

Mentre salivamo un gregge di capre dall’aria selvaggia passava poco sopra di noi su dei pinnacoli di pietra rischiando di farci cadere pietre addosso. Saltavano con la massima disinvoltura da un pinnacolo all’altro, da rimanere allibiti.  Ricordo che un vecchio caprone nero, diabolico, con la barba biancastra larga come una mano e lunga più di mezzo metro mi guardava dall’alto con quelle pupille oblunghe ed inquietanti.

A risalire il colle impiegammo più di mezz’ora e da lassù Walter ed io ci aspettavamo di vedere l’alpe Maccagno che sapevamo molto bello, invece l’alpe è molto più in basso e non era in vista.

Era mezzogiorno e ci fermammo tra grandi massi a mangiare nel sole caldo. Il nostro compito era finito lì, salutammo il pastore con un po’ di nostalgia aspettando di rivederlo l’anno seguente di nuovo a Montesinaro. Ogni commiato porta in sé il germe dell’emozione, ed è fertile il terreno della montagna. Walter ed io prendemmo la strada del ritorno, scendemmo dal colle, attraversammo il Pian del Loo poi i  Lozonei, arrivammo al colle della Mologna Grande, passando deviammo un po’ sulla destra per andare a vedere un piccolo lago, poi dal colle giù al Rifugio Rivetti e da lì un’ora e mezza ancora e arrivammo a Piedicavallo, guarda caso giusto per cena…

 

 

Ponderano, dicembre ’98, notte

  1. bellissimo, ieri ero proprio da quelle parti e la montagna si ripopola ho visto 3 greggi ma di 3-400 capi abbastanza vicini tra di loro ma in montagna c e posto x tutti….saluti aldo

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