Adesso vi racconto una storia 5.3

Qui la prima e la seconda puntata della storia.

Vendere e partire

Il giorno che vennero i camion a caricare, Domenico piangeva. Per la prima volta, si spense il sorriso anche su quel volto semplice. Non aveva pianto al funerale, non per mancanza di affetto, ma perché non voleva farsi vedere debole dal suo padrone, anche se ormai il pastore non poteva più rimproverargli nulla, in quell’occasione. Però qui, davanti alle pecore che salivano sulla pedana, si mise a parlare loro, tra le lacrime.
“Piccola, non ci vedremo più… Tra un po’ sarai mamma, questa volta cerca di prenderlo, l’agnello. Io non ci sarò più, con te.”
Sandro distolse gli occhi, chiamò i cani e si allontanò. Venne il commerciante a cercarlo, lui era là accanto alla roulotte, con Lena e Turbo. Firmarono le carte sul cofano della macchina, i contanti passarono di mano, insieme ad un assegno. Sandro aveva lo sguardo sfuggente come quello di una bestia selvatica.
Quando il rombo dei motori dei camion si allontanò definitivamente, andò da Domenico.
“Cosa vuoi fare, adesso? Ti porto al tuo paese?”
“Io là non ho più nessuno, credo. Sono 15 anni che non ci torno. Penseranno che sono morto. Portami da un altro pastore.”
Fu la fidanzata di Paolo a trovare gli annunci su internet: cercarono un posto in Svizzera, dove si parlasse Italiano. Lo stipendio era buono ed il consorzio che richiedeva un pastore rimase soddisfatto dalle referenze. Combinarono l’incontro ed accompagnarono loro Sandro oltreconfine. L’uomo guardava fuori dal finestrino, parlava poco e commentava solo il paesaggio.
“Chissà se qui passa qualcuno con le pecore… Quel prato sembra mangiato. C’è della bella erba, qui.”
Arrivarono in Svizzera e, per la prima volta, gli occhi del pastore ripresero a brillare, guardando le montagne intorno, con le cime ancora innevate.
“Mi piace, sembra un po’ la valle da dove veniamo noi.”
Sandro incontrò i soci del Consorzio che gestiva l’alpeggio, alcuni dei quali proprietari delle pecore che gli sarebbero state affidate. Gli mostrarono alcune foto dei pascoli, dell’abitazione, poi passarono a parlare degli animali.
“Sarà un gregge di 600-700 capi. Ci sono 5 proprietari con più animali ed una decina di piccoli allevatori che magari hanno anche solo 10-20 pecore ciascuno.”
“Ce ne saranno che partoriscono in quel periodo?”
“No, noi programmiamo i parti, non ce ne saranno nel periodo estivo.”
“C’è il lupo, su quella montagna?”
“Eh… Da qualche anno sì. Avrai anche due cani da difesa. Ovviamente devi chiuderle, la sera.”
“Da noi sono 10 anni che abbiamo a che fare con quelle bestiacce… Purtroppo so bene cosa vuol dire.”
Sandro non contrattò nemmeno il prezzo che gli venne offerto. Glielo convertirono in euro e lui annuì. Sarebbe stato il suo primo stipendio e, probabilmente, i primi soldi che finivano direttamente nelle sue tasche, a parte quelli della vendita del gregge.
“Si sale agli inizi di giugno.”
“A fine maggio sarò qui.”
Una stretta di mano dopo la firma sul contratto, ed il pastore aveva, in qualche modo, perso la sua libertà. Nello stesso tempo, l’aveva anche acquisita, ma non riusciva ancora a rendersene pienamente conto.
Passò quei due mesi che lo separavano dall’inizio del nuovo lavoro a dare una mano qua e là per la stagione della tosatura, ma non fece parola con nessuno della Svizzera. Una lontana cugina gli lasciò l’uso di una casa umida nel villaggio di origine, con una stufa a legna che riempiva di fumo la cucina ogni volta che veniva accesa. Qualcuno ogni tanto lo invitava ad una fiera, o anche solo a bere un bicchiere al bar, ma Sandro rifiutava con qualche scusa e tornava al suo rifugio solitario.
Paolo venne a trovarlo prima della partenza.
“Vado in treno, non ti scomodare.”
“Buona fortuna, allora. Verremo a trovarti.”
E così il pastore partì. Per la prima volta la transumanza la fece senza seguire i suoi animali, con il grosso zaino a spalle, gli scarponi già calzati nei piedi ed i due cani che lo seguivano spaesati nelle stazioni. Non era il loro mondo, quello fatto di viaggiatori ben vestiti, tabelloni con gli orari e le destinazioni.
La corriera lo portò alla sua destinazione finale e prese alloggio in una locanda dalle finestre fiorite. Chiese informazioni alla padrona ed il giorno dopo salì verso l’alpeggio che l’avrebbe ospitato nell’estate. Era una bella giornata di sole e riuscì a farsi un’idea generale del posto. Camminò a lungo, guardò l’erba, i pascoli più alti dove la neve formava ancora delle grosse chiazze grigiastre, i due laghi in cui si rifletteva il cielo e le vette rocciose. Salì, scese, si spostò avanti ed indietro. La baita era piccola, ma accogliente, funzionale. Forse non si sarebbe trovato male, lì…
Nei giorni successivi andò a vedere due delle greggi che gli sarebbero state affidate: animali diversi dai suoi per taglia e fisionomia, avrebbe dovuto abituarsi, per riuscire a riconoscerli. I proprietari li avevano già marchiati con vernici dai colori brillanti e Sandro storse un po’ il naso di fronte a quel Carnevale. Ma doveva adattarsi.
Il giorno della partenza, tutti gli animali vennero radunati un uno spiazzo, contati e disinfettati con un bel bagno.
Sandro stava lì, appoggiato al suo bastone, con i cani accucciati al fianco. Sorrideva agli allevatori, chiacchierava con loro, chiedeva informazioni su certi animali, raccontava qualche piccolo aneddoto del Piemonte. Nei suoi occhi però c’era un guizzo di malinconia, di tristezza.

…Continua…

  1. Si dice “mors tua, vita mea”, morte tua, vita mia… se noi avessimo avuto un pastore così a disposizione per il nostro alpeggio non avremmo dovuto abbandonarlo. Io la vedo dal lato della Svizzera, quindi per me la storia non si sta sviluppando molto male… 😉
    Un saluto
    Chiara

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