Domande di fine estate

Sfruttando i lati positivi della mia precarietà lavorativa, quando me lo posso permettere, scappo sui monti, a metà tra la gita ed il lavoro. Come ho scritto ieri sera, ero andata a sentire com’è andata la stagione in un alpeggio sullo spartiacque tra Val Chisone e Val di Susa. L’ultima volta che ero stata là, c’erano altri allevatori…

Sono bellissime giornate, queste di fine estate. Temperature gradevoli, colori caldi, tempo abbastanza soleggiato, l’autunno che bussa delicatamente tra foglie che iniziano ad ingiallire e frutti rossi. C’erano vari cespugli che si tingevano della gamma del rosso: diverse specie di rose di macchia, con cinorrodi più o meno grossi, poi i grappoli di frutti del crespino… Intanto salivo lungo il sentiero che porta da Balboutet a Cerogne, perfettamente pulito e segnalato.

Da Cerogne, dove ho visto da lontano alcune manze al pascolo, ho continuato a salire verso le vecchie bergerie dell’Assietta. Altri bovini erano al pascolo in un vasto pianoro la cui parte iniziale era stata fortemente frequentata dai cinghiali, che avevano arato e sconvolto vaste chiazze del cotico erboso. Una volta raggiunte le bergerie, il più della salita era fatto. Adesso iniziavano i pascoli dell’Alpe Assietta.

Grasse marmotte scappavano al mio passaggio, dopo il fischio della sentinella: una aveva indugiato quell’istante in più prima di entrare nella tana, tanto da permettermi di fotografarla con una boccata di erba secca. Si preparano al lungo letargo, ormai qui non c’è quasi più nulla da mangiare e per loro l’autunno vuol già dire brutta stagione da trascorrere sotto terra.

Finalmente l’alpeggio, circondato da pascoli ormai completamente bruciati dal freddo. E’ veramente ora di abbandonare queste alte quote. Ma cosa sta succedendo? C’è una draga che scava, ma non è quello il problema. Non capisco cosa stiano facendo gli uomini là nel recinto delle vacche. E come mai gli animali non sono ancora al pascolo, a quest’ora?

La spiegazione ce l’avrò poco dopo: è stato allargato del fieno e le vacche lo stanno mangiando soddisfatte. "Non ci sono camion disponibili fino a lunedì mattina… tutti che scappano dalle montagne, in questi giorni! Speriamo che il tempo tenga e che non arrivi la neve… Le previsioni danno brutto venerdì, ma poi dovrebbe tornare subito il sole." Non conoscevo direttamente questi allevatori, ma le presentazioni sono presto fatte e… loro conoscevano me, almeno di "fama". Ida chiama subito Stefano, il figlio. "E’ Marzia, quella che fotografa i pastori! Portala su dalle pecore!!"

Pur tra le mie proteste, perchè dal gregge potevo andarci anche da sola, Stefano fa salire la cagnetta in macchina e mi porta su, chiacchierando costantemente e raccontandomi mille cose. "Come ti sembrano, le mie pecore? E’ una buona montagna, questa… Quelle lì segnate di verde non sono mie, le ho in guardia. Ce ne sono più o meno 500, di più sarebbero troppe." Anche se ormai mostra i segni della stagione, la montagna è buona sì, una delle migliori. Si sente nell’aria il profumo del trifoglio alpino…

Stefano mi racconta di averle sorvegliate tutta l’estate, costantemente. In questi giorni che le ha appena sopra alle baite, va giù a dare una mano qualche ora, anche perchè c’è tutto da preparare per la transumanza. Mi racconta del lupo (e ne abbiamo già parlato qui ieri), mi racconta delle preoccupazioni della moglie: "Lei è giù, fa un altro lavoro, ma tutti i giorni ci sentiamo, mi chiede delle pecore. Adesso dice che devo scendere, che devo venir via, che si rischia troppo… Si potrebbe ancora stare, non stanno male, posti dove andare al pascolo ce n’è ancora, per loro… Ma tra un po’ iniziano a partorire, e allora devo scendere. Io non le faccio partorire, in montagna. Troppo lavoro, anche con le vacche da mungere, i formaggi, tutto!"

Stefano parla, parla, anche se non ci eravamo mai visti prima, quando sei qui tra queste montagne, con vari altri alpeggi all’orizzonte ed un gregge intorno, argomenti di discorso ce ne sono. "Stavo per venderle tutte, una volta. Ogni tanto prendono quei momenti così… I miei stavano male, sia mio padre che mia madre. Era febbario, non ne potevo più. Davo da mangiare alle vacche in stalla, tutto a mano, poi alle pecore, poi di nuovo dalle vacche, avanti… Fino a mezzanotte ed alle sei del mattino già di nuovo in piedi. Ho chiamato uno a vederle, aveva un cliente, le avrebbe prese tutte per mandarle in Liguria. Un po’ per il prezzo, io volevo 10 euro in più di quello che mi offriva per ciascuna pecora… Poi ho iniziato a pensare: <<Ma cosa mangiano, in Liguria?>>. E così non le ho vendute e sono ancora qui!"

La passione traspare in tutte le sue parole, l’entusiasmo di questo giovane è trascinante. "Se hai da fare, io poi proseguo per conto mio…". Invece no, è felice che io sia lì, a fotografare le sue pecore in questi magici colori autunnali. Più in basso passa un branco di camosci, sono sei, tutti in fila. "Ci sono anche i cervi, sai? Escono dal bosco, li vedo spesso." Parliamo di altri pastori e di margari, della sua passione per le pecore nere e per i montoni con le corna. "C’è chi dice che dovrebbero darti pecore, quando il lupo te le ammazza. Io non vorrei… Ognuno ha la sua razza, non sono mica tutte pecore uguali! Quelle che piacciono a me, magari non piacciono a te, no?"

Mi accompagna su alla Testa dell’Assietta, di qui il panorama è superbo: le cime ed i ghiacciai francesi, le montagne della Val Chisone ed altre ancora alle nostre spalle, il Rocciamelone e quella linea netta di una strada che tante volte ho percorso d’estate, negli anni scorsi. Ricordi, ricordi ovunque io mi trovi. Ma ormai i cammini sono altri e scatto foto a queste pecore che, come bianche formiche, avanzano verso di noi. Sono animali sospettosi e diffidenti, non riesco a fotografarli da vicino, scappano appena io provo ad avvicinarmi.

Stefano insiste perchè io scenda nuovamente all’alpeggio per pranzo. "Dove ero prima, stavo al pascolo tutto il giorno, con lo zaino. Adesso qui è comodo, fa anche piacere mangiare a casa. Poi vengono gli amici a trovarti… Lasci le pecore un’ora o due, ma tanto al sabato ed alla domenica su di qua c’è sempre tanto di quel movimento!". Pranziamo tutti insieme, raccontando aneddoti del passato, ridendo, commentando vicende accadute in altri alpeggi. C’è il tale che quest’anno vuol fare tutta la transumanza a piedi con le vacche: "Ed è capace di farlo, conoscendolo! Chissà cosa succederà…". La foto di rito è con il Plaisentif, questo è uno degli alpeggi dove viene prodotto. Ida mi racconta che, proprio l’altro giorno, le hanno telefonato da Eataly: "Ma ne ho solo più poche forme, è quasi tutto già prenotato… Meglio così!"

Ida mi mostra anche la cantina di stagionatura, dove tome di varie forme e vari gradi di maturazione attendono di essere portati a valle. "Dopo facciamo un giro per portarne giù in cascina. Ormai manca poco, iniziamo a spostare quel che si può!"

"Fai la foto anche qui, che ci sono le tome fresche, il sale, il latte!". A proposito di foto, rimaniamo daccordo per la transumanza, se io non avrò impegni per il giorno stabilito. Partenza verso le 9:00, 9:30. Vedrò come organizzarmi, il percorso da seguire è molto bello e già Ida mi sta suggerendo qualche punto particolare dove si possono fare scatti interessanti: "…se uno è capace ed ha una buona macchina… Perchè era venuta un’amica, un anno, ma le foto non sono uscite un granchè!"

Il caseificio è piccolo, ma essenziale. In questo alpeggio manca solo una cosa, la corrente elettrica, e bisogna ovviare con un generatore. "Certo, potrebbero mettere un pannello… Con tutto quello che paghiamo per l’affitto al Comune!". Anche l’acqua scarseggia un po’, solo in questi giorni stanno facendo lo scavo per mettere dei tubi nuovi e far sì che torni a riempirsi la vasca per le vacche appena sotto alle baite.

Stefano vuole ancora una foto con il vitello di razza Pinzgau, che fa uscire apposta dal box nella stalla. Intorno alle baite ci sono innumerevoli cani, faraone, galline, oche, gatti… Bisognerà riportare a valle anche tutti loro! Ma la vita dei marghè è questa, qualche mese in alpeggio, il resto dell’anno in qualche cascina giù in pianura, per qualcuno ancora affittata, di anno in anno.

Nella stalla i rudun attendono la transumanza. "Speriamo non ci prenda la neve prima…". Stefano però dice che non nevicherà ancora: "Le marmotte non raccolgono l’erba, quindi non è ancora ora!". Mi spiace contraddirlo, ma gli mostro la foto scattata al mattino. Speriamo davvero che sia solo una marmotta previdente che si porta avanti con i lavori prima del tempo! Saluto i nuovi amici e mi rimetto in cammino. Che fare? E’ già tardi… Scendere dalla strada e rinunciare all’itinerario che avevo studiato sulla cartina?

Mentre salgo, noto con sorpresa che sono stati concimati i pascoli. Il letame tolto dalla stalla è stato sparso su alcune porzioni di terreno, in modo omogeneo ed ordinato. Un gran bel lavoro che non ho visto fare in tanti altri posti. La giornata è bella, decido di rischiare e tentare il giro lungo, la strada la percorrerò poi già con la transumanza.

E così salgo verso il Gran Serin, ammirando in tutta la loro estensione i pascoli dell’Assietta. Le vacche adesso si stanno allontanando per andare a brucare ancora un po’ d’erba, dopo aver ruminato il fieno. Le pecore invece si sono affacciate sul versante della Val Chisone e tra poco saranno visibili anche dalle baite, ma c’è già qualcuno che sta salendo per andare a controllarle. Questo è veramente un bell’alpeggio ad alta quota…

La strada militare mi porta tra fortezze e caserme, laghi e creste ventose. E’ un posto così unico, con tutto questo reticolo di vie tracciate e realizzate secoli fa. Passa qualche ciclista, qualche moto, anche in un giorno qualsiasi di una settimana di fine settembre, ad un passo dall’autunno, dal freddo, dal gelo.

Continuo il mio cammino, non si sono più mandrie o greggi a queste quote e nemmeno nei pascoli più in basso, che appaiono e scompaiono tra le nebbie. O sono scese definitivamente a valle, o sono tornate nei pressi degli alpeggi, dove brucano l’ultima erba prima della transumanza. Quassù l’aria è già più fresca, frizzante, ma è anche pomeriggio inoltrato. Non accendo il telefono, non guardo l’ora, arriverò quando arriverò, mi godo la giornata senza preoccupazioni.

Dalla Val di Susa salgono nuvole e nebbie, il Rocciamelone è scomparso, non posso guardare lontano con il binoccolo, così evito di pensare troppo al passato. Cammino veloce sulla strada, è così bello essere quassù completamente soli, lontano dalla confusione, da tutto. Mi domando perchè tanti si stupiscano, quando racconto delle mie gite in solitaria. E’ bello andare in montagna in gruppo, ma così riesco a cogliere tanti più dettagli, mi fermo a fotografare quello che voglio, penso… e assaporo quell’odore intenso di erbe amare che il sole e la nebbia diffondono nell’aria.

Dal Colle delle Vallette scendo seguendo tracce evanescenti di antichi sentieri, spaventando e facendo fuggire diversi branchi di camosci. Ogni tanto perdo la strada, poi la ritrovo segnata dal passaggio delle vacche che sono state fatte scendere più in basso non tanto tempo prima, a giudicare dalle tracce.

Il sentiero mi riporta sulla strada dell’Assietta, ma io sto cercando un’altra via di discesa, più "diretta", che troverò con qualche difficoltà e dopo un primo tentativo errato, tra i larici. Prima è la traccia delle vacche a guidarmi, in alcuni punti vi sono persino segni color rosso mattone sulle rocce, ma si confondono con i licheni. Sono comunque sulla strada giusta, per ora. Qua e là devo piegarmi sotto i rami dei larici cresciuti nel sentiero, che lasciano già cadere i loro aghi nel mio collo, tra i capelli.

Poi le cose si fanno più difficili, perdo le tracce in una vasta radura non pascolata, dove l’erba secca è frammista a piccoli cespugli di rose che si stanno allargando a colonizzare tutto. Chissà come mai qui non viene più nessuno? Che peccato, che tristezza questo pascolo abbandonato. Ci sono anche delle vecchie baite crollate e ritrovo qui il sentiero, tra due muri, completamente invaso dagli arbusti. Di lì in giù il mio cammino si fa difficile, con le spine che mi graffiano le gambe, alberi cresciuti sul sentiero, rocce franate, erba alta, arbusti. La discesa sulla strada è inesistente, la nuova pista che porta a Cerogne ha fatto morire questo sentiero.

Di lì in avanti taglio per i prati, domandandomi come mai solo pochissimi siano stati sfalciati. A Balboutet c’è una bella azienda che resta in montagna anche d’inverno, di fieno ne serve di sicuro tanto (ed infatti anche di qui vedo delle rotoballe nel cortile), ma la maggior parte dei prati ha ancora l’erba secca in piedi e le solite rose stanno già spuntando a chiazze qua e là. Sarebbe certamente un altro panorama vedere tutto pulito e curato. Come mai? Proprietari sconosciuti, emigrati, scomparsi? Storie di paese, tra gelosie e confini guardati a vista?

Con queste domande per me senza risposte, raggiungo l’auto e fotografo ancora i colchici, i fiori dell’autunno. Così come i crocus spuntano tra l’erba secca appena dopo lo scioglimento della neve, questi loro cugini segnalano la fine della stagione e la prossima venuta di nuova neve, quella che farà crescere i pascoli dell’anno che verrà.

Pecore ammaestrate?

Da quanto tempo non salivo a Praclaud? Ve lo posso dire con sicurezza, era il 2 settembre 2005 e stavo scrivendo "Dove vai pastore?". Quindi, dopo cinque anni e due giorni, ho attraversato il pittoresco borgo di Fenils e, tra nuvole di polvere, ho affrontato i tornanti che arrivano all’alpeggio della famiglia Fantino. A differenza di allora, l’alpeggio è dotato di una baita confortevole, dopo che, per anni, i pastori hanno abitato in un sorta di accampamento composto da roulotte. Saluto Rina, che mi fa visitare la casa, poi proseguo per incontrare Federico. Lui mi accompagnerà dove ci sono suo padre e suo fratello.

Polvere, erba gialla che pare di essere nella steppa. Queste sono montagne secche, aride, e poi adesso stiamo comunque andando verso la fine della stagione. Dopo i saluti, si parla del motivo per cui sono tornata qui. Il gregge ha appena subito un attacco da parte del lupo. Racconta Piero: "Le stavo portando giù da Pian dei Morti, ormai su non c’è più erba, è tutto secco, bruciato. Ero dietro, le pecore scendevano, ed ho visto… due lupi che attaccavano una pecora! Davanti a me, così, come se niente fosse! Di cani ne avevo solo uno, la femmina era giù con i cuccioli. Ma due lupi enormi, non ho mai visto bestie così! L’hanno uccisa sotto i miei occhi, tempo che sono arrivato, la stavano già mangiando…"

La carcassa è rimasta là nel canale, tra le rocce. Il giorno prima è venuto l’incaricato a visionarla per certificare l’attacco e dare il via alle pratiche per il rimborso. "Adesso la mangeranno le volpi, i corvi, i lupi dopo non la toccano più." In tutta l’estate non c’erano stati incidenti, ma questo gregge in passato era stato tra i primi ad avere dei problemi con i predatori. Dal 2000 in avanti, ogni anno il lupo aveva colpito. All’inizio non c’erano cani o recinti e Federico dormiva su ad alta quota con la tenda, per non lasciare il gregge da solo. "Nonostante che c’era lui, il lupo ha attaccato lo stesso, lui l’ha visto con la pila, mentre uccideva le pecore."

Le pecore adesso stanno scendendo tra i larici ed i pastori tornano alla baita per il pranzo. "Speriamo non le tocchi, quaggiù. Non puoi mai essere sicuro. Si tribola già tutto l’inverno, noi, e nemmeno in montagna si può stare un attimo tranquilli. Una volta… andavi su una volta al giorno per vederle, ma per il resto le lasciavi stare." A pranzo Piero continua a ribadire l’eccezionale dimensione di quei due lupi. "Abbiamo sentito sparare in Francia, al mattino. Secondo me si sono spaventati e sono venuti in qua. Ma non sono i soliti lupi delle nostre parti, erano più grossi di un maremmano, con il pelo più lungo. Sembravano quelli americani, quelli che si vedono nei documentari." Federico scuote la testa. "Ma sono io che li ho visti, non tu!!!", replica il fratello.

Torniamo dal gregge nel pomeriggio, Federico va dalle vacche, i genitori partono alla volta di Roaschia, paese di origine, per la festa della leva. Scendiamo lungo il pendio ripido, ma le pecore intanto risalgono nel bosco. "Andiamo comunque giù a vedere, non si sa mai… Se non sei insieme agli animali, non sei mai sicuro." Il gregge ormai è piccolo, poche centinaia di animali, ma questi pastori hanno vissuto ogni sorta di disavventure, nei tempi passati. L’abbattimento dei capi malati di scrapie, l’acquisto delle vacche, il lupo, i lunghi difficili inverni, il nomadismo senza una casa… Quando raggiungiamo il gregge, le pecore stanno già entrando nel recinto, anche se sono da poco passate le quattro del pomeriggio.

"Sono ammaestrate, vanno nel recinto da sole. Le ho aperte presto, quando sono piene vengono su. Il recinto lo lascio sempre qui, anche quando sono su in alto." Infatti è lo stesso posto di 5 anni fa, quando effettivamente eravamo saliti e scesi a piedi con tutto il gregge. "Se le lasci fuori fino alla sera tardi, prendono il vizio e di giorno dormono. Invece… se sanno che le chiudi ad una certa ora, mangiano quando possono!". Ogni pastore ha i suoi metodi. Piero chiude le reti, a me sembra di sentire ancora belati e campanelle altrove, ma probabilmente si tratta dell’eco.

"I cuccioli sono là sotto…". Alla base di un larice cavo, c’è una perfetta cuccia naturale, dove i tre cuccioli di pastore maremmano stanno giocando e ruzzolando. "Almeno uno lo tengo, gli altri li darò via ad altri pastori." Lo scorso anno il lupo ha attaccato anche un vitello, ma le ferite non sono state letali ed è sopravvissuto fino alla vendita. Si continua a dire che gli allevatori hanno "imparato" a convivere con il lupo, ma ogni volta che si parla direttamente con un pastore, il malumore emerge subito e le recriminazioni sono sempre le stesse. "E’ sempre più difficile lavorare! Il lupo ci causa problemi e disagi, anche se adesso di pecore ne abbiamo solo più poche. Se penso a quelle volte, ai primi attacchi, quando c’erano pecore morte tutte giù lungo il pendio… Le avevamo chiuse alla sera, ma c’era la nebbia, un gruppo era rimasto fuori, ed al mattino era una strage!"

Piero d’inverno non segue più le pecore, ma si occupa delle vacche. Tutta la famiglia continua questo mestiere e non hanno aiutanti esterni. Il padre a pranzo diceva che bisogna fare quel che si può in famiglia, se si inizia a rivolgersi ad operai esterni, non si riesce a rientrare delle spese, visto che si guadagna sempre meno. Piero fa anche il tosatore e mi racconta come, la scorsa primavera, abbia tosato 6.000 pecore. "Tutte io da solo! Un lavoraccio, una fatica, ma è ancora una cosa che rende, di richieste ce ne sono."

La mia sensazione era giusta, non si trattava dell’eco, c’è ancora un piccolo gregge rimasto più in basso, nel bosco. Le facciamo risalire verso il recinto, ed intanto più in alto tra i larici fa capolino un altro gruppo di animali, tra i quali vi sono numerose capre. "Mi sembrava che non ci fossero tutte…". Alla fine l’intero gregge è al sicuro nel recinto, la batteria viene accesa, il cane maschio resta tra le pecore, la femmina invece va dai cuccioli, a pochi metri dal recinto.

"Andiamo ancora fin là? C’è un bel panorama… e poi così vedi l’asino bianco." L’asino è al riparo in una delle caserme diroccate, su di qua è tutto un reticolo di vecchie strade militari e strutture abbandonate, fin su alla cima dello Chaberton. Questo maschio ha avuto degli scambi di opinione un po’ violenti con l’altro asino, quindi adesso sta per i fatti suoi e Piero dice di volerlo vendere, perchè non può gestire insieme i due animali.

Questi pendii sembrano essere quelli di un vulcano, con queste rocce così scure ed i versanti che scendono a picco, quasi senza un filo d’erba. Il panorama in effetti è molto suggestivo, il fondovalle è lontano, ma il pastore parla già di quando si dovrà partire, scendere a valle. A tavola lui ed il fratello raccontavano di quando, lo scorso anno, avevano pensato di portare la mandria a pascolare in Liguria, d’inverno, ma alla fine non se n’era fatto niente per vari intoppi bucocratici. "Ero anche andato a vedere, sarebbe stato un bel posto, lungo il fiume… altro che i nostri inverni qui!", spiegava Federico.

Ancora uno sguardo a queste montagne dove di pioggia n’è caduta meno che altrove, poi si ridiscende per piste e sentieri, fino a raggiungere la macchina. Altre nuvole di polvere mentre si affrontano i tornanti, lascio Piero alla baita e mi sposto verso un’altra vallata, per altri incontri, altre storie, altri momenti di vita in montagna, prima che davvero la stagione sia finita.

Camminando ed osservando

Una gita in Val di Susa. Bene o male, ovunque si vada in montagna, vicino a qualche alpeggio si passa. In qualche caso può anche essere un alpeggio molto particolare.

Come qui, alla Certosa di Montebenedetto. Un alpeggio all’interno di un edificio storico! Sicuramente non il "classico" alpeggio che potremmo pensare di incontrare. Quando arrivo, i margari hanno appena finito i lavori di mungitura, caseificazione e pulizia di tutte le attrezzature.

Nel punto vendita, in bella mostra, i "soliti" rudun. Due parole con i margari, ma la giornata è ancora lunga ed i passi da percorrere… molti, moltissimi. Questo alpeggio è collocato ad una quota relativamente bassa, che però permette agli allevatori di trascorrere qui una stagione lunga, più lunga che non ad altitudini maggiori.

Le vacche sono ancora in stalla, tra poco verranno fatte uscire all’aperto per andare al pascolo. Sono di razza Vosgienne, una razza francese rustica ed adatta alla montagna.

Qui i pascoli non sono un granchè: sembra sia già stato pascolato tutto… Certo, l’effetto visivo è ottimo, sembra un prato all’inglese, ma mi domando dove verranno condotti gli animali. Poco più in là c’è un irrigatore in funzione. Sento i campanacci, la mandria viene avviata verso qualche pascolo dove sicuramente c’è ancora erba.

Più avanti lungo il mio itinerario incontro altre baite, siamo all’Alpe Fumavecchia. Anche in questo caso, sento solo le campane e non vedo nessuno. I pascoli, oltre ad essere stati mangiati completamente, sono secchi, riarsi. Serve pioggia e, soprattutto, non serve il vento! Da queste parti però è una presenza quasi costante.

Il mio lungo giro prosegue, raggiungo quote maggiori, vedo mandrie più in basso sul versante della Val Sangone. Dopo il Colle del Vento ricomincio a scendere, sembra un vallone abbandonato, fotografo i miei "soliti" eriofori nei pressi di un laghetto che si sta interrando. Qualche campana risuona lontana, ci sono delle vacche sul versante, molto più in alto, lasciate sole a consumare quei pascoli, senza sorveglianza, senza persone che risiedano stabilmente in qualche baita.

Sicuramente un tempo non era così. L’Alpe Mustione contava quattro grossi fabbricati, ma ormai le baite sono prossime al crollo. Apparentemente ancora integre, circondate da una spianata di romici ed ortiche, mostrano i segni del tempo e dell’incuria. Troppo scomodo vivere quassù, troppo difficile… Si usano ancora un po’ i pascoli, ma questo non è più un alpeggio.

Scendendo lungo il torrente, non si possono non notare i cumuli di legname ammucchiato nel suo letto, tra i sassi, dalle valanghe dell’inverno 2008-2009. In caso di forti piogge saranno un vero pericolo per chi, ignaro, risiede nel fondovalle. Ma chi viene ancora quassù a recuperare questa legna? Questa non è una montagna viva, nonostante le decine e decine di turisti che si incontrano poco sotto, intorno al Rifugio Gravio.

Arriva l'estate

Era l’ultimo giorno di primavera. Nella notte era capitato di svegliarsi… o perchè si aveva troppo caldo, avendo esagerato, tra sacco a pelo e coperte, o perchè qualche pecora scuoteva la testa, facendo risuonare la campana. Qualche belato di un agnello, la risposta della madre. Forse una capra era pure salita sul tetto. Ad un certo punto era stata la pioggia che batteva sulle lamiere a dare la sveglia, ma fuori era ancora troppo buio. Si aspettava che fosse il pastore a dare il buon esempio, alzandosi per primo.

"Che giornata di m…", questo era stato all’incirca il suo buongiorno, dopo aver alzato la tendina per guardare fuori. Alle sette del mattino eravamo tutti in circolazione intorno alle baite, mentre le pecore erano ancora in gran parte sedute. Qualcuna si guardava intorno, quasi a chiedere perchè… Perchè faceva così freddo? Perchè c’era la neve appena sopra alle baite? Per fortuna il comignolo iniziò subito a fumare, un posto caldo c’era, accanto alla stufa.

Il cielo non prometteva nulla di buono, anche se il sole filtrava dalle nuvole. Dopo colazione, ciascuno si occupò di qualcosa: in due partirono per risistemare al meglio i tubi dell’acqua, altri badavano agli agnelli, controllavano che avessero poppato e che fossero vicini alle madri, e c’erano anche alcuni nuovi nati, venuti al mondo proprio in quella notte di maltempo. "Alle 10:30 mettete su il paiolo!", aveva detto Beppe prima di partire a controllare i tubi dell’acqua. Di certo era il giorno giusto per la polenta!

Appena sopra alle baite, c’era questa femmina di camoscio con il suo piccolo. Erano stranamente fermi e quasi si lasciavano avvicinare. Lei continuava a chinarsi a terra, sembrava leccasse qualcosa. Appena cercavo di andare verso di lei, scappava appena qualche passo più in là, ma poi tornava a quel monticello di terra. Più tardi lì avrei trovato la terra raspata e leccata, era il posto dove lo scorso anno i pastori avevano dato il sale alle pecore.

Il gregge non accennava a muoversi, la notte era stata difficile, la giornata sarebbe stata lunga… Così potevo aggirarmi indisturbata, a scattare foto ai soggetti più fotogenici. Come questa buffa capra dalle lunghe orecchie che ruminava con gusto. Il pastore dice che è di razza Ionica, ci sono anche due caprette che le assomigliano, probabilmente sue figlie? Mi sono dimenticata di chiedere informazioni in merito!

C’era anche questa pecora elettricista, che aveva scelto come punto di osservazione il pilastro del palo della linea elettrica, così poteva guardare dall’alto le sue compagne, mentre il tempo evolveva rapidamente, passando dalla tormenta a qualche timido raggio di sole. L’aria restava fredda e, sulle montagne dello spartiacque con la Val Chisone, stava ancora nevicando.

Il gregge attendeva tempi migliori per ripartire al pascolo. Le pecore erano concentrate sul sentiero, per avere un posto più comodo ed un po’ più in piano. Il poco sole che era spuntato non riusciva ancora ad asciugare la loro lana, ma aveva già fatto sciogliere parte di quella spruzzata di neve caduta nella notte.

Guido aveva fatto risalire gli asini, prima di tirare un filo che impedisse loro di scendere verso i pascoli più ripidi. Visto che il maschio era salito fin verso le baite, perchè non approfittarne per una foto? Ma si lascerà salire in groppa? L’asino si presta senza protestare, addirittura si mette in posa… e così ecco una foto di gruppo con Claudia, Guido e Cristina.

Di salire verso il colle, con questo tempo, non se ne parla. Così seguo un sentiero che taglia via in piano e va verso la cascata. Appena girato il costone, l’erba è più bassa, in alcuni punti la neve è appena sciolta, qua e là fioriscono i rododendri, ma soprattutto sono gli smottamenti ad essere impressionanti. In vari punti la montagna è fessurata, grosse zolle sono scivolate verso il basso. Solo in qualche caso si è davvero innescata la frana, portando a vista la terra e le rocce, altrove ci sono queste spaccature larghe una spanna o poco più, che fanno temere per la prossima pioggia, specie se intensa come quelle dei giorni scorsi.

Sulle rocce sopra alle baite fa capolino anche una giovane femmina di stambecco. Ormai siamo tutti intorno alla stufa, ha ripreso a piovere, la nebbia va e viene, le pecore stanno pascolando vicino alle case, si spera che non si allontanino, proprio adesso che è ora di pranzo e che tutti vorrebbero sedersi a tavola senza preoccupazioni.

Tutti vorrebbero andare vicino alla stufa a girare la polenta. Guido dà il cambio a Beppe, non c’è più nessuno che abbia scarponi o pantaloni asciutti. La trippa e lo spezzatino sono stati fatti scaldare, si aspetta solo che arrivino quelli che erano scesi a recuperare un’asina ed a fare un altro carico per la teleferica. Si mangia con gusto, è tutto buonissimo, l’atmosfera è rilassata, ma non si scherza più come la sera prima. Sarà il tempo? Sarà quest’ultimo giorno di primavera così freddo? Sarà che sta iniziando davvero la stagione di alpeggio? Gli amici presto scenderanno, lassù resteranno solo i pastori e non è detto che qualcuno vada a trovarli, nelle giornate fredde ed uggiose.

Ancora quattro chiacchiere dopo pranzo, prende sonno, la digestione, il caldo della stufa… Le pecore sono tornate vicino all’alpeggio, c’è di nuovo la nebbia, quando si inizia a scendere verso il basso. Nel fondovalle sembra faccia un po’ più bello. Un saluto a tutti, un arrivederci, magari quando il gregge avrà poi passato lo spartiacque e sarà sui pascoli di Malciaussia.

Inizia a gocciolare quando ormai siamo nei pressi di questo alpeggio: le vacche sono appena state condotte al pascolo e lassù, al limite delle nebbie, si intravvede appena anche il gregge, che poco dopo si allargherà sui pendii ripidi ai confini con il cielo. Tempo di raggiungere la macchina e piove a dirotto. Nel fondovalle è tutto deserto: un po’ il tempo, un po’ la partita alla TV. Il termometro della macchina segna 12°C a Chianocco, forse allora era giusto, quello appeso fuori dalle baite, che segnava 4°C… Buona estate a tutti i pastori e margari lassù nelle valli.

L'arrivo sull'alpe

Le previsioni del tempo, in questo mestiere, non si sfidano… si accettano passivamente o, quando lo si può fare, si cerca di usarle per non correre dei rischi. Questa volta le previsioni parlavano di violenti temporali, ma per fortuna la transumanza stava iniziando con condizioni buone.

Il gregge, al mattino presto, era già in cammino. Lentamente si saliva lungo la strada, ben sapendo che la destinazione finale era molto, molto più su. Il fiume di pecore offriva il solito spettacolo, ma ben pochi lo potevano apprezzare, in quel sabato mattina. Più in basso, nel fondovalle, si sentiva invece il suono caratteristico di una rudunà, infatti c’era anche una transumanza di vacche diretta all’altro versante della valle.

Abbandonato l’asfalto, si inizia a salire nel bosco lungo una pista che, più avanti, diventerà sentiero. Le pecore sono lente, chi è alla fine della fila si domanda come mai davanti non procedano più spediti, in fondo qui non ci sono ostacoli, non ci sono problemi… L’aria è fresca, ma camminando ci si riscalda e c’è pure il sole a rendere più gradevole il viaggio.

Il tempo, come sempre, è un ottimo argomento di conversazione… Sarà proprio vero che nel pomeriggio arriverà la pioggia, i temporali? Riusciremo a raggiungere le baite senza la nebbia, a differenza di due anni fa? E’ possibile che l’indomani possa davvero nevicare? Le pecore intanto continuano il loro cammino.

Le montagne della valle hanno ancora le cime imbiancate e parte della neve è fresca, caduta nei giorni scorsi. Si spera che, più a monte, le forti precipitazioni non abbiano causato danni. Un anno è l’alluvione, un anno sono le valanghe, il successivo… Insomma, c’è sempre qualche imprevisto ad incrociare il cammino del gregge.

Giovanni osserva il passaggio delle pecore, la speranza è che tutto fili liscio, ma già al mattino presto qualche contrattempo si presenta ad "animare" la giornata. Si cerca di girarla sullo scherzo, chissà quante cose potranno ancora succedere, prima che sia sera! E non è detto che siano colpa delle donne, o degli uomini… A volte la colpa è della fretta, della stanchezza, del nervosismo. Nonostante questi piccoli momenti di tensione, la transumanza comunque procede bene, per adesso.

Una breve pausa per le pecore, qualcuno torna indietro per recuperare i mezzi ed anche il cibo, che non è dove doveva essere. Ci si organizza anche per chi tornerà a valle il giorno successivo o quel giorno stesso, di modo che le macchine siano nel punto più comodo dove raggiungerle.

Quelli che sono rimasti riprendono il cammino con il gregge, che si snoda in una lunghissima fila lungo la pista. Dalla fine della colonna arriva l’abbaiare dei cani, le grida degli uomini che incitano gli animali, davanti invece le prime pecore e le capre camminano veloci, quasi spingendosi, come se avessero fretta di arrivare a destinazione.

Le piogge hanno rovinato la fioritura dei maggiociondoli, che quasi non hanno profumo. La vegetazione quest’anno è in ritardo, la primavera non è sicuramente stata calda. Il pastore non ha tosato le pecore e, per adesso, non è pentito di questa scelta, anche se nella lana ci sono parecchi semi spinosi che gli animali hanno "raccolto" lungo i fiumi.

Si attraversa un ruscello, le pecore hanno sete nonostante non faccia caldo. Sono ancora evidenti i segni delle passate stagioni: alberi e rami divelti dalla furia dell’acqua o delle valanghe. La mulattiera sta per sfiorare la strada asfaltata, finalmente anche gli uomini potranno fare uno spuntino, a metà tra una colazione tardiva ed un rapido pranzo.

Poco per volta il gruppo si compatta, si "prepara tavola" e ciascuno si serve con ciò che preferisce. Il discorso si sposta sulla teleferica, che parte proprio da quel punto. Con apprensione tutti guardano verso l’alto, alla base dell’ultimo pilone pare ci sia stata una frana: e se il pilone si fosse inclinato? E se fosse scivolato verso valle? La corda principale non sembra sufficientemente tesa… Che fare? Qualcuno inizia a raccontare le brutte avventure dell’anno precedente, quando invece il carico forse eccessivo aveva fatto sì che il carrello toccasse i rami, rimanesse impigliato e… si rovesciasse, spargendo cibo, pentole ed ogni alta cosa giù per il pendio. "Proprio nel punto più ripido!". Si era recuperato il recuperabile, ma…

Per fortuna dall’alto arrivano voci positive, il pilone è a posto, si può tirare un sospiro di sollievo, perchè nessuno voleva pensare a cosa poteva voler dire dover portare su tutto a spalle, anche utilizzando qualche asino come aiuto. Il carrello inizia la sua salita mentre tutti trattengono il fiato, poi ci si rimette in marcia e le pecore non vogliono saperne di incamminarsi. Il passaggio di questo torrente richiederà un tempo infinito…

Le pecore si allargano a pascolare, le retrovie non arrivano, non si capisce bene cosa stia succedendo nel bosco. Per fortuna c’è il sole, altrimenti questa attesa avrebbe potuto essere snervante, irritante! Che fare? Come mai sotto ci impiegano così tanto tempo? Davanti non ci sono cani, gli animali fanno quello che vogliono, è impossibile contenerli.

Solo gli asini seguono il sentiero, mentre il gregge appare e scompare tra alberi e radure. Loro preferiscono non faticare troppo affrontando ripide salite, così, brucando lungo la strada, poco per volta salgono verso i pascoli oltre il bosco. C’è un buon numero di asini, anche se il pastore ha detto che alcuni sono già all’alpeggio a Malciaussia, insieme alle vacche.

Più tardi Giovanni raggiungerà il gregge, dopo aver finito gli spostamenti dei mezzi ed aver completato il secondo carico della teleferica. Finalmente gli animali verranno un po’ ricompattati ed inizieranno a salire verso l’alto, uscendo dal bosco. Il tempo tiene ancora, nonostante i nuvoloni che si addensano qua e là. L’attesa sarà ancora lunga… Il sentiero in qualche punto è quasi interrotto da frane che sembrano molto recenti.

Finalmente si arriva alle ultime curve del sentiero, Cristina ha un agnello a spalle e ci racconta le varie peripezie che hanno rallentato la salita: il passaggio difficile del torrente, il basto dell’asino scivolato a terra, una generale mancanza di coordinamento, con tutti che gridavano da una parte e dall’altra, una pecora che non voleva più saperne di salire, un’asina zoppa… Il gregge adesso si sta radunando nei pascoli sotto la bastionata: gli animali brucano tranquilli, sembrano non avere intenzione di salire, d’altra parte mancano ancora gli uomini con i cani a "chiudere" la transumanza.

Quando si arriva quasi in vista dell’alpeggio, c’è un balcone naturale sulla valle, con questo enorme sasso che pare uno scherzo della natura. Arriverà, il temporale? Ormai non fa (quasi) più paura, visto che le baite sono lì vicino. Tra l’altro, pare che ci sia un altro imprevisto: le frane non hanno danneggiato la teleferica, ma manca l’acqua… perchè probabilmente uno smottamento deve aver interrotto i tubi. Ci sono 1.700 metri di tubazione che, dal torrente più vicino, corrono fino all’alpeggio, con un dislivello di appena 22 metri.

Ecco le baite di Balmafol, questa volta la nebbia non c’è, per il momento splende il sole, pur con un’arietta abbastanza fresca. Quanto tempo per arrivare fin quassù… ed il gregge comunque non c’è ancora, solo qualche asino ha completato la transumanza, per adesso!

Arriva il secondo carico della teleferica, manca ancora l’acqua e si è scoperto che le piogge degli scorsi giorni sono riuscire ad entrare in una delle baite, bagnando l’unico letto che non era stato coperto con un nylon. Si prova a far asciugare materasso e coperte al sole, ma… D’altra parte, a quasi 2000 metri, non si può pretendere di avere proprio tutto! Oggi ci sono già comodità e "lussi" che le passate generazioni di pastori non si sognavano nemmeno. E pensare che questo alpeggio viene citato già nei documenti del 1600!

Finalmente arriva anche il gregge. La lunga colonna si attorciglia sulla mulattiera, per affrontare quel tratto lastricato del sentiero che sale ripido oltre la bastionata rocciosa. Il cammino adesso è veramente concluso, sono passate quante ore da quando si è partiti? Almeno una decina… però alla fine è andato tutto bene! La transumanza a piedi è faticosa, ma caricare gli animali sui camion è persino peggio.

Le pecore vengono chiamate avanti, l’erba verde brilla nell’ultimo sole pallido, il tempo sta cambiando rapidamente, le temperature si stanno abbassando e sempre più si riflette su quanto stiano bene le pecore con la lana lunga. Fossero state appena tosate… E così il gregge si porta in avanti, attraversando i ripidi versanti che pascolerà nei giorni successivi.

Mi suggeriscono di salire sulle rocce sovrastanti l’alpeggio, per fotografare di là l’arrivo del gregge, ma pecore e nebbia stanno avanzando di pari passo. Un paio di istanti dopo questo scatto, il gregge è presente solo più come suono confuso di belati e campanelle, mentre la nebbia avvolge tutto.

Gli animali prendono possesso del luogo, mentre gli uomini svolgono i vari compiti: chi si occupa degli agnelli, chi ancora sta cercando di avere la meglio sui tubi dell’acqua, chi prepara i letti e chi tossisce vicino alla stufa che stenta ad accendersi. Lentamente l’alpeggio prende vita, dimenticando in fretta i lunghi mesi trascorsi da quando tutto era stato chiuso e gli animali erano scesi a valle.

Uno degli ultimi lavori di giornata è quello di predisporre il recinto per gli animali. L’acqua intanto è arrivata, le vasche della fontana si stanno lentamente riempiendo, ma l’indomani si provvederà ad aggiustare qualche tratto per il quale adesso è stata trovata una soluzione di fortuna temporanea. Quando finalmente tutti saranno nelle baite… si potrà dire che la giornata è andata bene ed il tempo è stato clemente!

A cena si può ridere e scherzare: c’è la luce, c’è l’acqua, la televisione funziona, la stufa scalda, dopo aver affumicato l’ambiente, c’è cibo in abbondanza e non manca l’allegria, aiutata anche dal vino. L’indomani si vedrà… per adesso si può andare a letto con la pancia piena ed una buona dose di stanchezza accumulata da quando era suonata la sveglia al mattino. Prima di raggiungere il letto, uno sguardo all’impressionante panorama della pianura illuminata di migliaia di luci gialle, bianche ed arancioni. C’è una vista spettacolare, da Balmafol… Ma viene anche voglia di non dover più scendere a far parte di quelle luci, di quel mondo lontano e vicino nello stesso tempo.

Tenere bene le pecore

Nella gran parte dei casi, su questo blog riesco a presentarvi foto di "belle pecore". Intendiamoci, ciascuno ha le sue preferenze per quello che riguarda la razza e l’aspetto dell’animale (orecchie, naso, biellesi o bergamasche, sambucane o roaschine, sarde o…). Io però sto parlando di animali in forma, ben tenuti, sani, grassi. Certo, in un gregge ci può sempre essere qualche animale più vecchio degli altri, oppure qualcuno che sta male, sofferente per un malanno temporaneo o invece vicino alla sua ultima ora. Però un buon pastore gli animali li tiene bene, si sacrifica per loro, gli piange il cuore se alla sera per qualche motivo deve "chiuderle vuote", cioè deve farle entrare nel recinto senza che si siano saziate pascolando.

L’altro giorno, rientrando da una serata di presentazione del libro, ho visto in una stoppia di mais un piccolo gregge. Non piccolissimo, ma non arrivava a 300 unità. Insomma, un gregge che non ti da da vivere, il proprietario sicuramente ha qualche altra entrata, che sia la pensione, che sia un altro mestiere. Non ho potuto resistere, ho deviato, parcheggiando in una stradina che fiancheggiava il campo, e mi sono avvicinata a piedi.

Le pecore si sono avvicinate alla rete, guardandomi con curiosità. Sembravano nutrire qualche speranza sull’apertura delle reti, per andare al pascolo, visto che la mattinata era ormai inoltrata. La prima cosa che si notava era la lana: lunga, stopposa, sicuramente non tosata da tempo. E poi i lineamenti, diversi da quelli delle pecore che solitamente vi mostro. Assomigliavano a certe pecore che avevo visto in delle foto storiche, qui non si sono operate grosse selezioni per migliorare la razza.

Non c’era poi bisogno di entrare nel recinto per vedere che molti animali avessero dei problemi di vario tipo. Uno dei più evidenti era la rogna, malattia della pelle che fa sì che la lana si stacchi a ciocche e la pelle si lesioni. Gli animali si grattano per il prurito, arrivando anche a ferirsi, presentando poi vaste chiazze sanguinanti. Non è difficile curare questa malattia, basta fare agli animali un bagno con dei prodotti particolari. In questo caso bisognerebbe sottoporvi tutto il gregge, non solo gli animali che manifestano il problema in modo più evidente. E poi le pecore andrebbero tosate almeno una volta all’anno. Ultima annotazione: questo gregge sicuramente si sposta sul territorio e quella è una zona dove transitano diverse greggi vaganti, pertanto c’è anche rischio di trasmissione della malattia. Come mai la rogna non è una patologia che venga tenuta sotto controllo? Non è pericolosa per l’uomo e non causa la morte dell’animale, ma sicuramente influisce sul suo benessere. Qui il sito dei servizi veterinari svizzeri, dove è chiaramente detto che è contagiosa. Oltre che tra di loro, gli animali possono essere contagiati da selvatici affetti da rogna (caprioli, cervi, mufloni).

Anche ieri ho visto animali non proprio ben tenuti. Alle alte quote gli alpeggi sono ancora silenziosi e la neve copre la gran parte dei pascoli. Il manto nevoso non è consistente come nello scorso anno ed in questi giorni in cui finalmente splende il sole, le temperature sono abbastanza elevate, infatti un po’ ovunque scorrevano ruscelli intorno ai quali già si aprivano delle chiazze di suolo.

Le pecore le ho incontrate ovviamente a quote inferiori. Un piccolissimo gregge, che pascolava l’erba quasi inesistente tra le chiazze di neve. Anche questi animali presentavano i sintomi della rogna, ma non ho potuto avvicinarmi: loro scappavano spaventati, e poi è intervenuto l’anziano pastore, per nulla socievole, mandando il cane affinchè io non potessi andare vicino. Ho provato una battuta in dialetto, dicendo che era ancora un po’ presto per andare al pascolo, ma non ho ricevuto risposta. Uno potrebbe pensare che un piccolo gregge sia più facile da gestire che non uno di grandi dimensioni, ma purtroppo spesso si incontrano miseri animali allevati in qualche borgata sparsa sulle montagne.

Qui vedete la stalla ed il fienile di questo gregge… ed è ancora una sistemazione di lusso, perchè mi è già capitato di vedere vere e proprie spelonche buie ed umide, con lo strato di letame sul pavimento che sale, sale, fino a quando gli animali si trovano a contatto con il soffitto. Certo, anche questi allevatori hanno la passione per le pecore, ma mi domando perchè non intervenire almeno a curare la loro salute, per avere la soddisfazione di vedere animali belli!

Soluzioni per il "problema lupo"?

La rassegna stampa sulla questione lupo si sta facendo sempre più voluminosa. Vi avevo detto che era uscito un articolo su "La Stampa" ed adesso finalmente sono riuscita a trovarlo on-line qui. Per semplicità, ve lo riporto di seguito.

Rassegna stampa del: 28/01/2010   Fonte: La Stampa Canavese

Contro i lupi Mp3 in aiuto agli allevatori

Quaranta attacchi nell’estate 2009 in provincia di Torino: 5 imputabili a cani vaganti, con nove capi uccisi. Gli altri 34, per un totale di 77 animali domestici morti, portano la firma del lupo, che da oltre quindici anni si è reinsediato stabilmente in alcune vallate piemontesi dopo aver risalito la dorsale appenninica e quella delle Alpi Marittime. Nel Torinese la presenza di questo straordinario predatore rimanda per il momento alle Valli Susa, Chisone e Germanasca. Una buona notizia. Perché resti tale la Provincia – attenta a monitorare con la Regione non solo il progressivo radicamento del lupo ma anche la convivenza con l’uomo, seppur indiretta -, ha in progetto alcune iniziative volte a scoraggiare gli attacchi al bestiame domestico: l’unico, vero elemento di potenziale «conflitto sociale» tra gli allevatori e il predatore, che in tutti gli altri casi evita il contatto ravvicinato con l’uomo. La progressiva riduzione delle incursioni, dopo l’impennata dei primi anni, non è un buon motivo per trascurare il fenomeno. Da qui la decisione di distribuire agli allevatori un certo numero di dissuasori, acustici e agli infrarossi, da posizionare attorno ai recinti per mettere in fuga gli esemplari più intraprendenti. Come premette Gianfranco Righero, dirigente del Settore Tutela Fauna Selvatica, sono strumenti di difesa attiva già testati nel «Parco dei Gessi» di Bologna: in sintesi, tramite un sistema Mp3 emettono a intervalli più o meno regolari suoni pre-registrati (voci umane, latrati di cani, sirene di allarme) eventualmente abbinati a lampeggianti; i sensori ad infrarossi rilevano in tempo reale il passaggio di animali a sangue caldo. Un progetto intelligente e tutto sommato poco costoso, quello seguito dall’assessore provinciale Marco Balagna, per evitare che la parola passi alle doppiette. A proposito: il ministero dell’Ambiente, interpellato dalla Regione sulla possibilità di abbattimenti mirati di lupi in situazioni particolarmente critiche, ha risposto in maniera negativa. Il che, spiega l’assessore regionale Mino Taricco, impone di puntare sulla prevenzione. Nella stessa ottica, da quest’anno la Regione intende riprendere il progetto avviato nel 2004: la cessione agli allevatori più esposti di «cani da guardia», essenzialmente Pastori Maremmani, in grado di azzerare il rischio di attacchi. Strumenti diversi, al netto dei risarcimenti e dei premi riservati ai conduttori di greggi che sostengono maggiori costi per la prevenzione. In tutti i casi, l’obiettivo è quello di prevenire regolamenti conti contro i branchi tornati nelle nostre vallate, spingendoli a privilegiare le loro prede naturali: cervi e, in misura minore, camosci e cinghiali.

Ma non è l’unica notizia recentemente apparsa sui giornali. Qui l’articolo sul lupo travolto sulla strada in bassa Val di Susa, che riporto di seguito.

Lupo travolto in Val di Susa

Problemi per la conservazione della specie protetta

Sale a 39 il numero dei lupi morti recuperati dal 1999 a oggi in Piemonte. La maggior parte è deceduta per investimento da treno o auto e per bracconaggio.
L’ultimo è stato recuperato lo scorso 14 gennaio 2010 scorso dai guardiaparco del Parco naturale Orsiera Rocciavrè, in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato e con gli agenti del Servizio Tutela Flora e Fauna della Provincia di Torino.

Il lupo, maschio adulto, probabilmente il dominante del branco dell’Orsiera, è stato travolto da un’auto lungo la Strada Statale 24 nel Comune di San Giorio in Valle di Susa. Il branco dell’Orsiera, monitorato oramai costantemente nell’ambito del Progetto Lupo Piemonte, era composto da 2-3 lupi fino ad una settimana fa. Le analisi genetiche che saranno effettuate sul tessuto del lupo morto potranno fornire ulteriori informazioni importanti sull’identità dell’animale. In tutta la regione, nell’inverno 2008-2009 è stato censito un massimo di 48 lupi, organizzati in 14 branchi su tutto il territorio alpino regionale. La popolazione di lupo sta crescendo lentamente negli anni occupando nuovi territori sull’arco alpino regionale, anche se nell’ultimo inverno 2008-2009 si è registrata una diminuzione nel numero totale di lupi da attribuire in parte ad un aumento del bracconaggio.

Le abbondanti nevicate dell’ultima settimana, probabilmente, hanno determinato uno spostamento della fauna selvatica alle quote inferiori, dove la copertura del manto nevoso è meno rilevante e dove è più facile reperire risorse alimentari per gli ungulati selvatici. Il lupo, in queste condizioni climatico-ambientali, è solito cacciare nel fondovalle dove sono concentrati gli ungulati selvatici, che dalle ultime ricerche del Progetto rappresentano la principale categoria alimentare del lupo in regione Piemonte.

Gli incidenti che coinvolgono il lupo sono eventi localizzati, facilmente reperibili e che interessano fortemente la Val di Susa, valle molto antropizzata e dove sono stabili tre branchi di lupo, che hanno il loro territorio frammentato dalla presenza di vie di comunicazione ad alta percorrenza. Dal 1999 ad oggi sono ben 14 lupi morti in Val di Susa travolti dal treno e da auto e si trattava per lo più cuccioli inferiori all’anno di età. Lo studio condotto nell’ambito del Progetto Lupo Piemonte sui sottopassi e sui possibili corridoi per limitare questo problema dovrebbe essere la base per la realizzazione di strutture di mitigazione, che potrebbero diminuire i casi di investimento di fauna selvatica pericolosi anche per gli automobilisti.

Il bracconaggio, al contrario, è un fenomeno di difficile quantificazione e risoluzione. L’alta mortalità del lupo rilevata in Piemonte negli anni, in particolare di individui giovani, principalmente per eventi di bracconaggio per avvelenamento, può avere effetti importanti sulle dinamiche della popolazione alpina e sulla conservazione del lupo.

L’avvelenamento danneggia gravemente molte altre specie, tra cui i piccoli carnivori e i rapaci, e può colpire anche i cani di privati.

La necessità di conservazione del lupo, specie protetta a livello nazionale (Legge 157/92), comunitario (Convenzione di Berna, Direttiva Habitat 92/43 CE) e mondiale (C.I.T.E.S., I.U.C.N Redlist) e oggi parte integrante dell’ecosistema alpino, è alla base di una politica comune definita dall’Unione Europea e dal Ministero dell’Ambiente Italiano, e volta all’instaurazione di un regime di coesistenza stabile tra predatore e attività economiche.

Poi ci sono state le varie polemiche sulla riapertura alla caccia al lupo in Svezia qui. E ci si domanda come mai in Italia questa possibilità (quella dell’abbattimento controllato dei predatori in caso di pericolosità dimostrata) sia stata esclusa. Non siamo tutti in Europa? Qual è il vero motivo per cui in Italia (in Piemonte) si è detto di no, nonostante l’Assessore regionale avesse inoltrato una richiesta? Non dico che sia una strada giusta o sbagliata, ma vorrei almeno capire.

 

Qui su ruralpini, una lunga serie di articoli e riflessioni sull’argomento, dove si sostiene che il protezionismo assoluto, alla fin fine, sia più pericoloso per il lupo che non l’abbattimento controllato. Dal momento che il malessere contro il lupo e qualunque altro predatore/animale che metta in pericolo le attività umane (allevamento, agricoltura, ecc.) c’è, le persone esasperate finiscono per farsi giustizia da sole, ed il risultato è ancora ben peggiore. Bracconaggio, avvelenamenti, trappole e così via. Sempre su ruralpini, Michele Corti qui interviene direttamente sulla questione lupo in Piemonte, scrivendo anche una lettera all’Assessore Taricco, pubblicata su targatocn.it.

Riusciremo mai a risolvere la questione? L’altro giorno ho sentito la conferma della presenza della lince in Valsessera, ma anche chi diceva che non manca molto e poi l’orso arriverà in Piemonte. Se così fosse, gli ambientalisti, gli amanti degli animali e della natura… potrebbero iniziare a pensare a come aiutare i pastori, invece di limitarsi a gioire? L’altro giorno, presentando il mio libro, a conclusione di tutto sono stata avvicinata da chi mi ha detto: "Ma è poi sicura che quelle pecore sbranate siano state uccise dal lupo? Non sono poi cani? Perchè il lupo non fa poi così tanti danni." Si trattava di animali che sono stati rimborsati, dopo che era stato accertato da chi di competenza l’effettivo attacco da lupi. Fino a quando ci sarà chi comunque reputa i pastori solo dei bugiardi e dei brontoloni, perchè "che danno vuoi che sia un paio di pecore morte", credo che sia impossibile riuscire a lavorare insieme alla soluzione del problema.

Concludiamo con uno scambio di lettere tra Italia e Francia che mi è stato inoltrato e che pubblico tal quale.

"Lettera da un amico pastore francese,  dove i pastori hanno avuto il coraggio di andare sul lungomare di Nizza con 2000 pecore a protestare (dove sono i nostri?) e hanno ottenuto quello che volevano.
Ma il rimedio non funziona granchè, a quanto pare. E si ritorna alla convivenza semipacifica, come da noi. Anche sull’orso non siamo distanti.
RF"

En France le loup est interdit de tir.
Mais si un animal dans un endroit précis tue beaucoup de moutons, le préfet peut à titre exceptionnel donner l’ordre de tuer ce loup:
– par l’administration (ONCFS),
– par le berger, avec des obligations, date du … au …, le nombre 1 ou 2 loups, le contrôle , le devoir de préciser s’il y a eu un tir le jour et l’heure, la réussite ou l’échec , …. très souvant le loup est parti quand le permi arrive !
Si un loup est tué sans autorisation et que le tueur est pris,  il y a braconnage. Donc procès pour destruction d’une espèce protégée (Convention de Berne), alors il faut payer. Combien ? qui est votre "parrain" je vous dirai après !! Mais alors,  il y a beaucoup d’affaires médiatiques (TV , journaux) et la pression est forte, le juge réclame une amende… 3 à 4 ans après.
le chasseur qui a tué un ours dans les Pyrénnées et qui a été attrapé a d’abord été puni dans sa dignité, puis la ministre a fait venir un ours de Slovaquie !

Respectueusement GD

Pensando all'estate: un futuro per la Stazione Vezzani

Ricevo e pubblico immediatamente, nella speranza che questa possa essere un’opportunità per una o più famiglie di giovani allevatori. Non solo brutte storie come quella di ieri, ma anche nuove speranze. Si cercano persone per dare un futuro alla Stazione Alpina Vezzani di Sauze d’Oulx.

MANIFESTAZIONE DI INTERESSE A PARTECIPARE ALLA GESTIONE DELLA STAZIONE ALPINA DI SAUZE D’OULX

 

La Regione Piemonte, proprietaria della “Stazione Alpina Vittorino Vezzani” di Sauze d’Oulx, in esecuzione alla D.G.R. n°60-10039 del 10-11-2008, ha affidato all’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA SpA) l’incarico di riorganizzarne le attività e le funzioni.

Presso la Stazione Alpina, fondata nel 1931, si sono svolte attività di ricerca e sperimentazione in campo agro-zootecnico e caseario, nonché soggiorni di  formazione nel contesto della conduzione dell’azienda zootecnica.

Il progetto di massima approvato per il rilancio della Stazione prevede che siano mantenute le finalità originarie dell’azienda, adeguandole ai mutamenti intervenuti nel contesto dell’economia montana piemontese, in piena sintonia con gli enti locali.

La Stazione Alpina è costituita da:

  1. Prato-pascoli in quota (m 1850 slm) per 52 ettari, stalle capaci per 100 capi bovini, in stabulazione libera e a poste fisse, sala di mungitura attrezzata,  ricoveri per ovini e caprini
  2. Alloggiamenti per il personale
  3. Caseificio in grado di lavorare 20 q.li di latte al giorno, con impianto per la produzione di yogurt e locali di stagionatura
  4. Spaccio per la vendita dei prodotti aziendali
  5. Stabile ricettivo con 22 camere dotate di servizi, privati e comuni, cucina e locali per ristorazione, locali per la didattica, ideale per soggiorni di giovani, settimane di studio, seminari, attività di agriturismo ecc.

Al fine di adempiere al mandato ricevuto, l’IPLA intende valutare l’interesse e la disponibilità  di aziende agricole singole o associate, enti, associazioni d’impresa o cooperative che presentino caratteristiche di idoneità alla gestione di una o tutte le attività sopra delineate. La loro gestione, congiunta o separata, richiede il coinvolgimento di personale professionalmente preparato e/o abilitato.    

Si richiede pertanto una prima manifestazione di interesse in merito da inviare a:

IPLA spa – c.so Casale 476 – 10132 TORINO – Tel.011 8998933

Le proposte dovranno pervenire entro il 28 febbraio 2010  in busta chiusa  con la dicitura “Manifestazione di interesse per la gestione della Stazione Alpina V.Vezzani”, indicare le attività per le quali si manifesta interesse e una ipotesi organizzativa per la loro realizzazione (max due pagine) oltre al curriculum di lavoro dettagliato dei soggetti interessati, con professionalità disponibili e riferimenti verificabili.

Conclusa questa fase preliminare interlocutoria e non appena i lavori di ristrutturazione degli edifici saranno ultimati, l’IPLA inviterà le aziende con i prerequisiti richiesti a presentare offerte per la gestione complessiva del bene  o delle singole attività, fermo restando la funzione di coordinamento e indirizzo assegnata all’IPLA dalla Regione Piemonte.

Nel rispetto delle procedure e degli obblighi per l’assegnazione dei beni pubblici, le offerte saranno valutate sulla base della professionalità dei proponenti, sulla qualità del progetto presentato e sull’offerta economica.

Sul sito IPLA (www.ipla.org) è visibile una prima documentazione; per maggiori approfondimenti in loco contattare  roland@ipla.org, ferraris@ipla.org

Il Direttore                      Il Presidente

f.to  Mario Palenzona        f.to     Lido Riba

 

Torino, li 20 gennaio 2010

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…nella speranza che, chissà, qualcuno di voi in futuro possa dirmi che questa è stata l’opportunità per dare una svolta alla sua attività…

Il podista, i pastori e la giornalista

Nessun giorno di "ponte" per il blog, quindi chi rientra oggi in ufficio ha anche degli arretrati da leggere. Oggi però c’è una storia nuova, di "attualità". Un’amica di questo blog mi ha girato un articolo comparso sul giornale locale “Luna Nuova” il 24 novembre scorso, a firma di Silvia Cavalasca. Si parla di un podista azzannato da un cane pastore in bassa val di Susa. Subito non mi sono posta il problema riguardante il CHI potesse essere… Nell’articolo il podista “coraggioso” racconta la sua versione dei fatti: una roulotte malconcia (“particolarmente malandata e rovinata”, il sospetto che potessero essere zingari o drogati, lui che si avvicina nonostante questi sospetti ed il cane che balza fuori all’improvviso, attaccandolo ad una gamba. Il podista, dopo aver ricevuto le cure del caso, si mette alla ricerca del proprietario del cane e riesce a rintracciarlo telefonicamente. La giornalista specifica che delle pecore non c’era più traccia… cosa molto difficile da credere, visto che si tratta di un gregge di diverse centinaia di animali che, volenti o nolenti, una traccia visibile nei primi giorni dopo il passaggio la lasciano! Mi ha detto che l’avevano dimenticato. Si stavano spostando con il gregge e non si erano accorti che il maremmano non era con loro – dice Rucchione – A fronte della ricostruzione dei fatti e del danno riportato, il proprietario si è reso disponibile a pagarmi il danno e questo compensa solo in parte l’amarezza per quanto accaduto.

Così dice l’articolo. L’avrei riportato qui insieme ad altre notizie che mi mandate, senza dare particolare rilievo, ma poi… L’altra sera mi telefona Giovanni. “E’ da un po’ che volevo chiamarti. Sai, mi è successa una cosa, il mio cane ha morsicato uno ed hanno fatto un articolo sulla Luna Nuova, ma non è mica vero quel che c’è scritto!

E così mi racconta che non c’era solo la roulotte, ma anche il carretto carico di agnelli. Loro si stavano spostando dall’altra parte della Dora, sarebbero tornati a riprendere i mezzi più tardi. Come sono soliti fare, per evitare sorprese indesiderate, avevano lasciato il cane legato ad una lunga catena attaccata al timone del rimorchio. “Non si sa mai che qualcuno vada a mettere il naso…

Il pastore non esclude che la catena fosse così lunga da arrivare alla strada lì vicino: “Ma non puoi neanche legarli corti, che passa uno della protezione animali e ti denuncia! Se nessuno si avvicina, il cane non viene fuori ad attaccare. Comunque sia, non ho mai detto di averlo dimenticato, questo proprio no! Era lì apposta ed era legato. Sì, gli ho detto che sono assicurato e quindi i danni li pagherà l’assicurazione, però… quell’articolo l’hanno scritto senza intervistarmi.

Certo, raggiungere il pastore non è una cosa immediata: bisogna saper leggere le tracce, sporcarsi le scarpe tra campi e fango, ma alla fine ecco il gregge al pascolo nelle ultime luci di questa giornata di fine autunno. Non è una cosa difficile ascoltare le parole del pastore, parla in Italiano, anche se ogni tanto gli scappa un’imprecazione in dialetto rivolta a tutti quelli che non si fanno gli affari loro.

Giovanni e Guido poi chiamano le pecore per spostarle altrove, prima che venga notte. “Sai, io non sono tanto buono a scrivere, e poi non c’è il tempo per pensare anche a ‘ste robe lì. La scrivi tu allora una lettera al giornale, per dire come sono andate le cose?

L’ho scritta, la lettera, e l’ho spedita. Speriamo che la pubblichino… Il pastore ci tiene, vuole che si sappia che lui non lascia indietro animali così a casaccio, tanto meno quei cani preziosi che è obbligato a tenere insieme alle pecore, affinché le difendano dagli attacchi mortali del lupo, su in montagna.

Guido va avanti, Giovanni aspetta che passino tutte le pecore, le frena in una discesa un po’ ripida. Il gregge sfila lentamente, ci sono parecchi asini, alcuni carichi di agnelli, poi gli animali si allontanano e Giovanni mi precede per mostrarmi la strada per andar via, senza dover passare in quella pista fangosa tra i campi.

Dal bosco si arriva ad una cascina, un breve tratto di asfalto e… sono sull’autostrada, dove scorre frenetico il traffico ignaro del pascolo vagante, dei pastori nomadi, di cani da guardiania, di contadini che aspettano il pastore e di altri che non vogliono assolutamente le pecore nei loro terreni….

Non prendete altri impegni!

Cosa fare nel fine settimana? Andare per fiere… Appuntamenti a carattere zootecnico non mancano, in questi giorni autunnali. E così anche gli amici mi segnalano qualche avvenimento da non perdere. La "Fiera d’la Calà" a Bobbio Pellice domenica 25, la Fiera dei Santi a Vinadio (CN) il 24 e 25, dove non mancate di visitare anche la mostra dedicata a Bartolomeo Marino, emigrante vinadiese in California agli inizi del ‘900. Laggiù lavorò per 7 anni come pastore. Sono veramente curiosa di andare a scoprire qualcosa su questo personaggio, lontano parente di Gloria.

Se invece siete appassionati di Battaglie delle Reine, Serpillo ci invita a quella di Cantoira, sempre domenica 25. Sicuramente ci saranno altri eventi, ma questi sono quelli di cui ho ricevuto segnalazione. Se partecipate o visitate qualche fiera, ricordatevi che le foto sono sempre benvenute. La stessa cosa vale per le transumanze incontrate per la via.

Questa transumanza risale ormai a qualche settimana fa ed è stata immortalata da Muccapazza68. Siamo in Val di Susa.

Non si rinuncia ai rudun, in queste occasioni! La mandria ha trascorso l’estate all’alpeggio Pietracassa di Mompantero ed è quella del margaro Rinaldo.

Emblematica la scritta sullo sfondo: spero che da queste parti nessuno abbia protestato contro l’intracio rappresentato dalla transumanza, visto che qui l’alta velocità non è cosa gradita!

Altra transumanza in alta Val Chisone, e questa immagine ce la manda Francesca. Sono le vacche che scendono dall’alpe Chezal, dove il suo ragazzo ha mandato in guardia alcuni animali.

Giovanni ha esposto la sua collezione di campane a Ponte di Legno: è impressionante vedere come questo elemento sia presente un po’ ovunque dove si pratichi l’allevamento. Ricordo infatti ancora una volta che questa raccolta contiene esemplari da tutto il mondo.

La mostra è stata realizzata in occasione del convegno sulle transumanze, di cui potete leggere qui una sintesi interessante sui temi trattati e sugli interventi che si sono susseguiti.

In conclusione, spostiamoci oltreconfine. L’amico Marco dalla Polonia costantemente mi tiene aggiornata sui suoi lavori e le sue "avventure". Questi sono i pascoli "dell’alpeggio" fino a qualche giorno fa, quando le temperature erano ancora eccezionalmente miti.

La mandria avrebbe ancora dovuto restare da quelle parti per qualche tempo, in attesa che i contadini finissero i loro lavori e si potesse quindi transitare negli appezzamenti per la transumanza di ritorno.

Intanto si preparavano le scorte per l’inverno, qui vediamo la trincia in azione per l’insilato di mais.

Il freddo però ha colpito da quelle parti qualche giorno prima di arrivare qui da noi, ed ecco un brusco cambiamento di paesaggio! Chissà se anche in Polonia c’è qualche detto simile a quello piemontese che dice che, quando nevica sulla foglia (cioè prima che gli alberi perdano le foglie), l’inverno poi non darà noia (cioè sarà mite).

Questa foto è stata scattata quando la neve era già un po’ calata, ma Marco ci parla di 40cm caduti! Ovviamente tocca portare fieno. Immagini suggestive da vedere, ma per chi fa questo mestiere… molto poco gradite, soprattutto pensando all’inverno scorso.