L’ultima generazione

Ho scritto un libro parlando di giovani allevatori. In effetti, nel settore dell’allevamento, sembra che un minimo di ricambio generazionale ultimamente ci sia. Stando a certe statistiche ed articoli che vanno di gran moda, in generale parrebbe che il ritorno alla terra sia il settore che va per la maggiore. Forse, in certe aree d’Italia, è anche vero. Guardandomi intorno però vedo un’altra realtà

Vivo in un paese originariamente agricolo, progressivamente trasformatosi in area residenziale, con l’agricoltura relegata ai margini, lavoro a tempo perso, erba vista come un fastidio e non come risorsa per il pascolo e la fienagione, boschi sempre più abbandonati e in espansione verso aree un tempo coltivate. Di qui si parte e si va a lavorare ogni giorno verso uffici e fabbriche…

Quello dove sono nata, era un paese famoso per la frutta. L’attività più praticata agli inizi del XX secolo era quella del commerciante di frutta. Addirittura, già nell’Ottocento, le “mele di Cumiana” erano così famose da andare in Inghilterra e addirittura in India o nelle Americhe, esportate dal Cavalier Cirio. E oggi? Oggi la frutticoltura su vasta scala, quella “che rende” si è spostata in altre aree. Quelle dove per chilometri, lungo i rettilinei di pianura, vediamo grandi frutteti avvolti da reti antigrandine. E qui il bosco si mangia i vecchi frutteti e pure i vigneti.

Quanto erano buone le mele coltivate in collina! Molto meglio di quelle che vengono sugli alberi piantati in pianura… Per non parlare poi delle varietà antiche di una volta, centinaia di varietà, soppiantate da quelle 2-3 che andavano per la maggiore. Oggi resistono alcuni frutteti. Piccoli appezzamenti, meli, peri, kiwi, peschi, niente a che vedere con i frutteti della pianura anche come forma di gestione delle piante. Anche belli da vedere, in un paesaggio vario e curato, specialmente adesso che è primavera.

Ma anche questi vanno verso l’abbandono. Poco per volta i più lontani dalle borgate vengono lasciati perdere e comunque, a mandare avanti questi frutteti, sono comunque persone di una certa età. Molti di loro sono in pensione, altri curano il frutteto come secondo lavoro. Altri ancora sono anziani che continuano per passione. Ma che reddito da ancora questa agricoltura? Per non parlare poi dei problemi legati alla fauna selvatica: cinghiali che mangiano la frutta sui rami più bassi o che rivoltano interi campi di patate. Caprioli e cervi che brucano tutto ciò che riescono a raggiungere.

Persino i piccoli frutteti famigliari devono essere protetti da fili elettrici, se si vuole raccogliere qualcosa. Ma il gregge passa, anno dopo anno, in un territorio sempre più abbandonato. “Mio fratello voleva insegnare a mio figlio come curare le piante da frutta e la vigna, ma lui non ha voluto, perchè tanto non gli interessa…“, racconta una signora che sta vangando l’orto. Cosa resterà a queste nuove generazioni?

Il padrone dei prati che stiamo pascolando, nel poco tempo libero tiene ancora pulite e curate viti e piante da frutto. Racconta di quando tutta la collina era una vigna e spiega dove, nei boschi, ci sono ruderi di case ormai invisibili. “Non c’è più nessuno che fa il fieno, giusto Tizio che ha preso due capre e allora si è messo a tagliare qualche pezzo. Altrimenti qui tutti hanno la preoccupazione di tagliare l’erba almeno vicino alle case, che non venga troppo alta“.

E i rovi, neanche tanto lentamente, avanzano dai lati e anche dal centro del (ex)prato. Chissà quanto duro lavoro le generazioni passate hanno speso per ricavare spazi dove coltivare, sfalciare, costruire. Ora, le nuove generazioni, escono di casa in auto e riempiono il carrello al supermercato con mele che arrivano da chissà dove, fragole e pomodori in qualsiasi stagione. Si indignano al pensiero di mangiare un agnello, acquistano carne già porzionata e pronta per la cottura, bevono acqua che arriva dall’altro angolo dell’Italia ed ignorano la collocazione delle fontane intorno alla loro frazione…

Maria delle pecore

Un librettino che occupa poco spazio, si potrebbe dire che è l’ideale per infilare nel gilè oppure nello zaino e portarlo al pascolo. Ma oggi non è più il tempo di Maria, oggi persino pascolare le pecore è un’altra cosa, è diventato un mestiere stressante e non si riesce più a cogliere la gioia delle piccole cose, quelle che invece hanno sostenuto la vita di Maria attraverso le mille difficoltà che l’hanno contraddistinta.

Me l’ha consigliato un amico, anche lui “malato” di pastorizia. Ho dovuto ordinarlo, perchè non era presente in libreria, ma quando ho iniziato a leggerlo ho scoperto di aver ben speso i miei 10 euro. La storia è semplice (qui la trama), ma non per questo meno coinvolgente o emozionante. Maria racconta all’Autore la sua vita, da quando viene trovata in fasce da un pastore fino all’età avanzata, ormai ottantenne bloccata su di una sedia a rotelle. Nata con niente, nemmeno i genitori, la donna ha saputo gioire di tutte le piccole cose che via via la circondavano, ha dovuto sopportare la perdita di molte delle persone amate, ma ha sempre saputo affrontare il futuro. Così racconta uno dei tanti episodi che la vedono legata al suo gregge. Maria è appena tornata dall’ospedale, dov’è stata ricoverata per le conseguenze di una caduta. “Ho ritrovato la mia casa, le mie pecore, il mio luminoso altipiano un mese più tardi, ma senza poter camminare. Non li avevo mai lasciati così a lungo. Sono rimasta parecchio tempo con le mie bestie che venivano a leccarmi le mani, a morsicare il grembiule, a manifestare la loro gioia di avermi ritrovata.

Due guerre, malattie, ristrettezze, ma la gente era unita e solidale. Poi arriva il benessere e tutto cambia, la televisione tiene la gente in casa e si perde la vita del paese. Questi sono i luoghi di Maria, una realtà senza dubbio agricola, ma diversa da quella descritta nel libro. Qui un sito turistico sulla regione.

Vi invito a leggerlo per riflettere, soprattutto oggi in questi tempi di “crisi”. La forza d’animo di Maria, la sua capacità di trarre gioia dalle piccole cose quotidiane (le pietre calde su cui sdraiarsi, gli agnelli che giocano, i profumi ed i colori dell’altipiano) dovrebbero farci riflettere su cosa andiamo cercando noi oggigiorno e sui motivi della nostra insoddisfazione. Molti passaggi mi hanno profondamente emozionata. Lo consiglio a tutti gli amanti della pastorizia, della vita rurale, della semplicità… ma anche a tutti gli altri, che provino a mettere in discussione le vite di cui non sono soddisfatti. Certo, erano “altri tempi”, ma bisognerebbe lavorarci su per fare in modo da coniugare quello che di buono ci ha portato il progresso con certi importanti valori che si sono persi.

Maria delle pecore, di Christian Signol. Libreria Editrice Fiorentina

…nel Biellese

L’amica Gabriella “che cammina con l’asino” è tra coloro che mi hanno fatto degli inaspettati (e graditissimi) doni arrivati per posta. Lei è andata a cercare un vecchio libretto pubblicato dalla Comunità Montana Bassa valle Cervo e Valle Oropa, intitolato “La pecora “biellese” nel Biellese”. Testi e foto sono di due grandi che oggi non ci sono più, Gustavo Buratti e Gianfranco Bini.

Si legge di un fiato, sono “solo” 64 pagine, dense di dati, notizie e testimonianze interessanti. Pubblicato nel 1988, a quanto pare se ne trovano ancora alcune copie in CM (fin quando, ahimè, ci sarà la CM…).

Vorrei fare qualche riflessione con voi. Innanzitutto un “lamento” sul fatto che ben poco è stato fatto da allora per valorizzare e conservare la razza biellese. Ormai non si tiene nemmeno più l’annuale fiera ovina a Castellengo di Cossato, evento che richiamava un gran numero di appassionati nel mese di aprile. “…una razza ovina che ha accompagnato, fin dai tempi più lontani, la vita della nostra gente, per la quale ha rappresentato una fondamentale risorsa economica ed una componente culturale…“.

Ci sono molti spunti di riflessione leggendo i dati storici. A me ha colpito soprattutto questo: “Nel 1864 una pecora valeva 15 lire e un chilogrammo di lana 2,20 lire“.

Che dire poi sui numeri? 16.500 capi nel 1850, 5499 nel 1930, 4712 capi di Biellese nel 1952, con il minimo storico di 2334 nel 1961. E’ triste leggere che lo standard di razza venne definito con decreto Ministeriale nel 1959, quando la popolazione era così ridotta. Nel 1985 erano stimati 15.700 capi di ovini Biellesi.

Il nomadismo è il sistema adottato dagli allevatori con le greggi più grandi, i quali, pur essendo poche decine, allevano la stragrande maggioranza dei capi. Oltre all’aspetto quantitativo, bisogna osservare che essi eccellono anche dal punto di vista della qualità del bestiame; i pastori sono i veri esperti della razza e potendo contare su un elevato numero di capi, svolgono un’empirica ma efficace selezione genetica.

Si descrive la vita del pastore nomade nelle varie stagioni, le caratteristiche della razza, le attitudini produttive, per terminare con delle testimonianze molto evocative. Viene intervistato Ferruccio Ramella Paia (intervista raccolta da Buratti nel 1967-68), classe 1932: “Dorme sempre all’aperto, anche d’inverno, così come si conviene ad un buon pastore ramigher; sono gli scusciat (imboscati) che dormono in un letto a casa. (…) Se piove, la testa è riparata dall’ombrello aperto. (…) Per i pascoli invernali e o primaverili, ci si arrangia con i padroni dei fondi; nel Biellese, i padroni che non vogliono pastori sul proprio fondo mettono la cros, cioè un bacchetto piantato verticalmente, con sulla cima legata della paglia od altro; questa usanza non vi è in basso, verso il Novarese.

Piero Lanza invece torna a casa la sera e conduce il gregge da solo: “Durante i pascoli invernali e primaverili, siamo tutti dei fuorilegge, perchè ormai ovunque il pascolo è abusivo. Non comprende perchè la legislazione del pascolo abusivo sia così severa, nel senso che, anche risarciti i danni al proprietario del fondo, vi debba anche essere la condanna penale. (…) Tutti i pastori ormai sono stati condannati con la condizionale quindi rischiano la galera in quanto non vi è alcuna legale possibilità di pascolare durante l’inverno e la primavera.

Vi sono poi situazioni assurde: si pensi al pastore che deve sgomberare la strada (su intimazione della Polizia Stradale) al passaggio di corriere, funerali ecc. Ma non ha la possibilità di uscire dalla carreggiata senza incorrere nel reato di pascolo abusivo!

Passano gli anni, eppure siamo ancora qui a discutere all’incirca le stesse problematiche. Ci si auspicava la ricostituzione dell’Associazione dei pastori, a quel tempo sciolta ormai da più di dieci anni… E oggi, cosa racconterebbe un pastore biellese del 2013?

Un po’ di storia

Lo spunto per questo post viene da varie cose: vecchie foto che mi sono state prestate, due libri che mi sono stati regalati quest’estate, ma che finalmente solo ora riesco a leggere con calma, una lettera saltata fuori facendo ordine e pulizia.

(Foto archivio fam. Aglì)

Parliamo di alpeggi, alpeggi del passato. Guardare le vecchie foto fa riflettere e non poco. Su come è cambiato il territorio, su come fosse gestita la montagna, su come siano mutate le condizioni climatiche (a metà agosto c’era ancora la valanga che arrivava fino in fondo al vallone). Poi guardi le razze degli animali, la loro taglia (più piccoli, più adatti ai monti) ed infine guardi le persone.

(foto archivio fam. Aglì)

Ovvio che di baite ce n’erano tante dappertutto, le famiglie erano numerose. Vedi baite che oggi non ci sono più, trasformate in cumuli di macerie… Pensi a com’era la vita, senza strade, senza luce, con poco di tutto. Pensi alle parole degli anziani, che parlano di vita comunitaria, ordine e regole per tutti: “C’era uno che comandava tutti, ciascuno aveva il suo prato da tagliare e poi i pascoli, si comandava la roida… Adesso sono in due, e litigano!

Ho poi anche trovato questo, non così vecchio, perchè è solo del 2006. Sono gli aggiornamenti delle tariffe di affitto di alpeggi e fourest dal 2006 in poi, con variazione da lire ad euro. In questo caso le tariffe non sono in base agli ettari, l’alpeggio non va all’asta, ma si paga un tot ogni capo di bestiame condotto in alpe. E’ uno dei sistemi vigenti (che io sappia, ho incontrato casi del genere solo in Val Pellice, ma probabilmente accade anche altrove) per stabilire l’affitto della montagna.

Per chi ama le curiosità sulla storia locale, ecco due libri di Rinaldo Breusa, “L’uomo e la montagna” e “Sulle orme dei padri” (Alzani editore). Si parte dalla storia personale per avere uno sguardo più ampio sulla vita, la società del secolo scorso in Val Germanasca, terra di origine dell’Autore. Un capitolo de “L’uomo…” è intitolato: “La mia prima esperienza come pastore di pecore” e allora capita di emozionarsi leggendo, riconoscendo luoghi, situazioni… La foto di copertina invece fa riferimento ad un fatto narrato nel capitolo “Le mie pecore”, quando il 14 settembre 1972 (giorno della fiera di Pragelato), una fitta nevicata bloccò le pecore in alta quota. Rinaldo ci coinvolge narrandoci le fatiche del recupero, conducendoci lassù tra rocce, neve, tormenta e pericoli.

Nell’altra opera invece (“Sulle orme dei padri”) ho appreso interessanti notizie sull’alpeggio posto alla testata del Vallone di Rodoretto, l’alpe della Balma. Sembra tutto semplice… l’alpeggio! Pascoli, erba da mangiare per gli animali d’estate. Invece no, ci si addentra in un complesso sistema di proprietà, consorzi, addirittura: “…con un modello gestionale che risale al Medioevo, veniva utilizzato in forma collettiva dai proprietari i quali, con una gestione di tipo societario, possedevano delle quote che permettevano loro di introdurre nell’alpe stesso un certo numero di capi bovini e ovini a seconda delle quote possedute…“. C’era un pascolo dei bovini ed un pascolo delle pecore e c’erano delle norme che regolavano i diritti del prelievo del letame di pecora!!! Altri tempi…

Alpe di Giaveno superiore, Val Sangone

Mi piacerebbe avere libri che mi spiegano la storia di tutte le vallate, di tutti gli alpeggi (soprattutto quelli abbandonati) che incontro su per i monti. Come avveniva la gestione un tempo, chi saliva qui, chi erano i proprietari, cosa si produceva, come si pascolava. Scopri magari che su certi alpeggi piemontesi della provincia di Torino addirittura erano arrivati dei pastori bergamaschi, oppure c’era un Ruascin con le sue pecore a pascolare i perdù.

Transumanze e…

Come vi dicevo, d’ora in poi questo blog sarà meno aggiornato del solito. Non troverete aggiornamenti quotidiani, sia per mie assenze “professionali”, sia perchè sarò in alpeggio. Se qualcuno mi volesse più presente… è libero di regalarmi i mezzi per avere una connessione stabile dai monti, là dove anche i cellulari non trovano la rete e spesso ti lasciano isolato dal mondo!!

Parliamo della transumanza che finalmente ha portato al primo “alpeggio”, anche se un tempo questo era solo il fourest, laddove iniziava ad andare su qualcuno della famiglia con gli animali, mentre altri in fondovalle facevano il fieno. Ma si parla di tempi ormai passati, tempi in cui luoghi come questi erano abitati tutto l’anno e lì si nasceva persino. Non secoli fa, ma solo 50-60 anni sono passati da allora. Eppure così tante cose sono cambiate e siamo arrivati a giorni in cui la contrapposizione con il progresso estremo stride con le condizioni in cui ti tocca vivere quando sei in alpeggio.

A quei tempi il fieno si faceva eccome, non ci si preoccupava dell’aumento del carburante e del costo dei pezzi di ricambio dei macchinari, che si rompono giusto mentre devi imballare… Era una faticaccia, tutto a mano, anche in posti ripidi, ma sono sicura che la montagna era un vero “giardino”, non come oggi, con i vecchi sentieri che trovi a fatica tra arbusti ed ortiche. Ma a volte quei vecchi sentieri tornano utili, se la strada sterrata è inagibile per lavori iniziati troppo tardi, quando era ovvio che così facendo avrebbero intralciato chi d’estate sale in montagna per lavorare con le bestie.

Il gregge già da qualche giorno pascolava comunque in quota, respirando un’altra aria, con le montagne che si erano rivelate imbiancate dopo le precipitazioni che a quote più basse erano state “solo” pioggia. Anche se qui bisognava comunque tirare qualche rete per rispettare confini, prati e pascoli altrui, era già un altro lavorare rispetto alla pianura, alle strade trafficate, ai campi diserbati, a vigneti, frutteti…

La vera transumanza è quella che ti porta lassù, da dove non scenderai per tutta la stagione, se non per eventi eccezionali. Vanno su non solo gli animali, ma anche le attrezzature, viveri per uomini e cani, vestiario pesante per quelle giornate in cui pare inverno, ricambi per quando sei bagnato fradicio di pioggia, ma pure la crema solare per le scottature che affliggono anche chi è abituato a star sempre all’aria aperta 365 giorni l’anno. Per quella transumanza vengono in tanti, amici, parenti, chi ti da le bestie in guardia per la stagione.

Una solita, normale giornata di nebbia, quassù. Lasci l’asfalto, ti incammini lungo la pista. L’erba è ancora bassa, ma “…bisogna mangiarla adesso, così non viene vecchia e ributta per avere poi un buon secondo pascolamento tra un po’, ora che inizierà a scaldare!“. Per il momento infatti non si è patito il caldo, in quota. L’anno scorso si era arrivati qui un po’ più tardi, ma questa volta ci sono pascoli da utilizzare prima, visto che i bovini invece saliranno più tardi, sempre per colpa di quella strada interrotta e del fieno da finire in fondovalle.

Lo scorso anno la strada interrotta invece era questa, per colpa delle piogge cadute a fine maggio che avevano reso instabile il punto già ripristinato dopo passate alluvioni. Eppure sembrava essere assai più pericoloso quest’anno, con un tratto quasi sospeso nel vuoto, dato che la terra era franata al di sotto della sistemazione. C’è un solo mezzo al seguito per caricare eventuali animali in difficoltà, per il resto si passa a piedi, scuotendo la testa nel pensare a come e quando ci si ricordi delle esigenze di chi vive e lavora in alpeggio.

Il fiume di pecore si snoda lungo la strada, quelle di proprietà del pastore e quelle in guardia, segnate con evidenti marche colorate. Ogni stagione d’alpeggio che inizia è ricca di incognite ed interrogativi, soprattutto per chi cambia alpeggio, ma anche per chi ritorna in quello di sempre. C’è anche chi in montagna non può salire, perchè qualche speculatore gliel’ha strappata, ma di questo avremo modo di riparlare più approfonditamente nei prossimi giorni.

Il cammino del gregge è cadenzato dal suono delle campane: quelle più leggere, dal suono squillante, che resteranno al collo per tutta la stagione di pascolo, a segnalare presenza e spostamenti degli animali nella nebbia. Invece i rudun dal suono profondo verranno tolti già la sera e riposti al sicuro in attesa della fine della stagione.

La strada finisce ed inizia il sentiero. Gli animali lo seguono, c’è poco pascolo tutt’intorno, infatti il pastore che sale qui d’estate non è ancora arrivato. Poco per volta la montagna andrà a popolarsi, come sempre sono le pecore le prime a salire, anche se qua e là qualche margaro aveva anticipato i tempi, finendo persino nella neve per “colpa” delle temperature. Ma una volta a certe quote si arrivava più tardi. Oggi è cambiato il clima, è vero, poi sono cambiati i costi… Visto che l’alpeggio lo paghi caro, c’è chi pensa forse di sfruttarlo più a lungo, fuggendo pure dalle spese di alimentazione quotidiana degli animali in pianura.

Una breve tappa nel pianoro più verde, a consumare quel po’ di erba che almeno ricaccerà, tenera, quando anche i versanti più ripidi avranno vegetazione a sufficienza. La nebbia avvolge tutto e allora si scende, rabbrividendo e pensando ai lunghi difficili giorni che attendono uomini ed animali, di nuovo con la paura degli attacchi del lupo. Purtroppo i primi ad essere arrivati in valle, sia qui, sia oltre le creste, hanno già subito perdite ed i lupi sono stati addirittura visti all’opera dagli stessi pastori.

Il gregge scende ancora e si arriva all’alpeggio. Per fortuna c’è stato chi ha rinunciato alla transumanza ed è andato avanti, approfittando dell’apertura temporanea della strada, per preparare sia il recinto per il gregge, sia una cena abbondante per tutti. C’è anche un compleanno da festeggiare, ma prima come sempre bisogna finire almeno i lavori più urgenti e poi ci si metterà a tavola.

Dall’indomani inizia il pascolamento, ora con il sole, ora con nuvole minacciose e nebbia lassù in quota. Di neve in alto ce n’è poca, il canalone solitamente ingombro dai resti delle slavine è pulito fin su in punta e ci si chiede se l’acqua verrà a mancare, ad un certo punto. Si può solo sperare in periodiche piogge. Il fondovalle non è ancora così lontano, a queste quote, ma per adesso si è completamente isolati. I lavori per la centralina idroelettrica stanno sconvolgendo la strada ed il panorama, eccezionalmente si è ottenuta l’apertura solo per chi lavora in quota nel fine settimana. Per tutti gli altri giorni tocca scendere a piedi e farsi venire a prendere…

Un libro che mi emoziona

 Sto leggendo “Rubare l’erba” di Marco Aime (Casa Editrice Ponte alle Grazie, qui il link per ordinarlo). Se siete appassionati di pastorizia, questo libretto sottile, leggero, tascabile non potete non averlo.

Dico che lo sto leggendo perchè l’ho aperto, l’ho letto di un fiato, poi sono tornata indietro, lo sto soffermandomi sui dettagli.

Mi emoziona, perchè è come se fossi anch’io lì con Marco Aime (antropologo, che ha seguito le sue radici per tornare a fare ricerche anche a Roaschia, paese di origine dei suoi nonni) ad ascoltare le parole di Toni e Margherita, anziani pastori di Roaschia, appunto. Antropologia, ma non abbiate paura, non è un testo pesante e di difficile lettura. Il libro scorre con le ruote del carro dei pastori di Roaschia dietro al loro gregge, fin giù in Lomellina, a “rubare l’erba” per le pecore.

Dire Roaschia vuol dire pastori, il Ruas-cin è IL pastore, riconosciuto ovunque nelle valli alpine piemontesi e non solo. Mi ha emozionato particolarmente leggere l’episodio dell’incontro tra Marco ed un pastore in Val Pellice, nel Vallone degli Invincibili (pag.85-86-87): ho immaginato di vedere Marco ed il suo amico che chiacchieravano con il pastore che saliva lassù a Barma d’Aut, scomparso recentemente.

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita.” Emigrazione, pastorizia, la storia della gente di montagna del secolo scorso. Troverete tanto in questo libro all’apparenza semplice, ma che sarà in grado di suscitare a chi la pastorizia la conosce molte emozioni. Chi invece è un curioso, un semplice appassionato, potrà attraverso le parole dell’Autore approfondire un aspetto della nostra storia non così antica, che mostrerà come i pastori fanno parte del nostro territorio, delle radici di un po’ tutti noi.

Dovresti andare un po’ con i pastori, così impareresti come si sta al mondo!“. Così il papà del piccolo Marco minacciava il figlio che faceva i capricci a tavola.    Leggetelo, vi farà viaggiare nel passato e vi aiuterà a comprendere meglio il presente della pastorizia nomade del XXI secolo.

Se le pietre parlassero

Dovrei raccontarvi la Fiera di Barcellonette, ma ho così tante cose da scrivere su quell'evento che preferisco andare con calma e mostrarvi immagini e pensieri dei giorni d'alpeggio, per riprendere poi con calma l'argomento quando avrò tempo.
Così vi porto in montagna, con giornate di sole che sarebbe bello proseguissero fino alla fine della stagione.

Se il tempo fosse più spesso così, se al mattino il sole facesse brillare le schiene delle pecore con i suoi raggi obliqui, se l'autunno che sta iniziando regalasse giornate senza nebbia, tutto sarebbe più facile. Intanto si inizia a godere di quel tempo, freddo ma stabile, ben sapendo che ormai i giorni da trascorrere in quota saranno sempre meno. Già molte mandrie hanno abbandonato i pascoli, scendendo verso la pianura, verso il fondovalle.

Pascolare su montagne come quelle vuol dire sfruttare anche territori non così ottimali. I pascoli migliori sono già stati utilizzati dalle vacche, alle pecore toccano le "aree marginali", che solo grazie al passaggio del gregge in questi pochi giorni di fine stagione non diventano del tutto una boscaglia. Chissà com'era un tempo… Anche il vecchio sentiero che saliva quassù si sta chiudendo, pure gli escursionisti seguono la strada sterrata, solo le pecore lo usano ancora. Sicuramente una volta non c'erano tanti ontani, il loro legno sarà stato usato per accendere fuochi, stufe, per scaldare stanze e caldaie colme di latte.

E non parliamo solo del secolo scorso. Vorrei interrogare queste pietre ormai consumate che riportano date antiche di secoli e scritte ormai illeggibili. Se sulle baite avevo letto 1839, questa roccia tra l'erba va indietro nel tempo alla seconda metà del 1600. Chi c'era quassù allora? Quante persone? Quanti animali? Come si viveva?

Il freddo del mattino lascia spazio ad un bel sole che inonda la vallata ed i pascoli. Il gregge si sposta qua e là a cercare erba: tra gli ontani, anche se apparentemente non sembra, ce n'è di più verde, che ha patito meno il vento, il freddo, la siccità. E così, nonostante l'andirivieni degli animali, a fine giornata le pance sono piene e la gran parte del gregge ritorna spontaneamente al recinto. Ma c'è sempre qualche irriducibile che starebbe lì sul posto, continuando a pascolare o trovandosi il luogo più adatto per trascorrere la notte.

Con il bel tempo e la visibilità ottimale si riescono ad individuare tutte le ritardatarie e riportarle al recinto, che viene chiuso quando ormai è quasi notte. Le giornate si stanno visibilmente accorciando, appena tramonta il sole il freddo torna a farsi sentire e poter accendere la stufa nella baita è un grande vantaggio. In fondo ad un pastore, che trascorre tutta la giornata all'aperto, non serve chissà cosa, però un tetto e quattro mura, una stufa, un letto, magari anche un bagno al coperto… Piccole grandi cose, quassù.

Ogni pietra ha la sua storia. E se sul territorio ci sei nato, ci sei vissuto, molte di quelle storie le sai raccontare. Così quello non è solo un vecchio muro crollato, ma una ramà per le pecore, lo spazio chiuso dove venivano confinati gli animali da mungere, con il passaggio obbligato dove sfilavano una ad una mattino e sera.

L'importanza della pastorizia sul territorio sta anche in queste piccole cose, frammenti di cultura popolare, di storia che rischiano di perdersi per sempre. Del nucleo di baite che si trovano quassù solo più un paio sono ristrutturate ed utilizzate, tutte le altre crollano al suolo, anno dopo anno. E' cambiata l'economia della montagna, della pastorizia. Certo, quassù si potrebbero fare tante cose, ma ce le immaginiamo solo in giornate del genere, perchè con la nebbia, con la pioggia, chi trascorrerebbe il suo tempo qui, a parte i guardiani degli animali?

Il gregge si avvia verso un'altra giornata al pascolo. Il sole terrà anche per quel giorno. Se ci fosse erba buona, se ci fossero pascoli "interi", gli animali si sposterebbero meno, ma ormai è fine stagione e tocca accontentarsi. E così il pastore corre da mattina a sera, quasi senza avere mai il tempo di sedersi un attimo, nemmeno per il pranzo.

Il vecchio cane si sdraia nell'acqua del ruscello, mentre le pecore sfilano una ad una. Fa di nuovo abbastanza caldo, splendide giornate d'autunno, le migliori di tutta la stagione d'alpe. Tra non molto anche le altre greggi lì intorno scenderanno e quassù non ci sarà più nessun altro, nessun confine da sorvegliare, nessun animale in fuga che va a mischiarsi ora con un gregge, ora con l'altro. Attimi di pace e serenità, se non ci sarà la nebbia.

Il sole scalda sempre più, gli animali scompaiono tra i cespugli, disperdendosi qua e là per la montagna. Ogni tanto però alcuni imboccano un sentiero, una traccia, ed inspiegabilmente gli altri smettono di pascolare per seguirli, andando chissà dove, magari verso il pascolo dove il giorno prima non c'era stato verso di far mangiare l'erba.

Vai a capirlo, il comportamento del gregge! Specialmente di un gregge così composito, con animali di tanti proprietari diversi. Ormai sono anni ed anni che giro "nell'ambiente", addentrandomi sempre più nel mestiere, ma ogni giorno c'è qualcosa di nuovo da imparare, sugli animali, sulla montagna, sul tempo. Qualcosa lo capisci di persona, osservando, qualcosa ti viene fatto notare, ti viene spiegato.

Le pecore salgono ed è bello poter spaziare di nuovo un po' con lo sguardo, come nelle settimane scorse, quando si era in cresta. Si guarda la pianura e si pensa che tra non molto si tornerà laggiù. Ci sarà erba? Saranno aumentati i prezzi anche dei pascoli? Sarà una buona stagione? Intanto il sole si avvia di nuovo a tramontare e gli animali già si incamminano verso il recinto. Ora di scendere, accendere la stufa, metter su le pentole. E' bello l'autunno, mi è sempre piaciuto, ma con la pastorizia lo apprezzo ancora di più, vivendolo all'aria aperta e secondo il ritmo degli animali.

Pastorizia di ieri e di oggi

Dicono che dovrei scrivere un altro libro… dicono che ho ancora così tante terre (pastorali) da esplorare, perchè in fondo il Piemonte degli alpeggi e dei pascoli è vasto ed io ho scritto soprattutto solo di una sua parte. Chissà, forse mi verranno davvero nuove idee, per il momento iniziamo a girare per strade meno note di quelle che frequentavo prima, ed a poco a poco anche in altre province magari inizierò a conoscere le vie di transumanza, i pascoli lungo fiumi e torrenti, i territori percorsi ed i tempi dell’uno e dell’altro. Conoscerò anche i pastori, con le loro vite, i loro racconti.

Ieri ero nel Biellese, come al solito le indicazioni dei pastori sono precise, così da farmi arrivare direttamente fino al gregge, anche se questo è piccolo e nascosto in una radura del bosco, lungo una stradina che si infila tra le case, diventando poi sterrata ed attraversando un ruscello. Nell’aria fresca, il profumo delle gaggie in piena fioritura, mentre poco lontano si sente lo scroscio dell’acqua di quello che scoprirò essere il torrente Elvo. Questo piccolo gregge, anche se oggi "ha dentro animali un po’ di tutte le razze", come dice il suo pastore, parla però del passato, e che passato! Ogni mestiere ha i suoi personaggi storici, epici, famosi, quelli che basta il nome per evocare qualcosa. Chi frequenta questo blog quasi sicuramente conosce "Fame d’erba" (beati quei pochi che lo posseggono nella loro biblioteca), quindi sa anche chi è Celso, uno dei due principali protagonisti delle immagini e dei racconti di quel mitico libro (e chiamarlo semplicemente "libro" è riduttivo).

Questo è il gregge di Celso, poche pecore e non più della razza di un tempo, come si lamenta il pastore. "E’ quello che succede a mescolare, a mandarle da una parte e dall’altra." Per tutto il giorno brontolerà contro il montone di un tale, sicuramente responsabile della nascita di agnelli che pesavano pochi etti appena partoriti e che hanno stentato nella crescita, resa ancora più difficile dal lungo e difficile inverno. "Quello? Lo vedi quello? Ha lo stesso tempo di quelli là, ma è grosso il doppio, è forte e robusto. Quelli lì come faranno? Me li vedo adesso in montagna, se devono strappare quell’erba dura su del Sestriere, cadono per terra per lo sforzo!"

Celso e Federico hanno chiuso nel recinto di legno il gregge, per mettere gli orecchini agli agnelloni, in vista del risanamento ad opera dei veterinari e per prepararsi alla partenza verso le montagne. L’anziano pastore non segue più il gregge in alpeggio: insieme a quelle di un amico, le manderà dalle mie parti, in alta Val Chisone. Scavalca lo steccato: "Eh, una volta le ciuende le saltavo come niente!". Chissà, ad 81 anni, quanti scavalcano steccati con sufficiente agilità! Il pastore è un gran narratore, come tutti. I suoi ritmi sono pacati: non è solo l’età, è il modo di fare. Sicuramente ama raccontare aneddoti, battute, ricordare vicende del passato, transumanze, quei tempi in cui il gregge magari lo fermavi nella piazza del paese, perchè qualcosa era andato storto e non eri riuscito a raggiungere la "tappa" che ti eri prefissato.

Nel pomeriggio il gregge va al pascolo nel sottobosco, mentre Celso impreca ripetutamente contro "quella là", una donna che, con i suoi animali, non solo ha pascolato da queste parti ininterrottamente tutta l’estate scorsa, ma anche adesso, quotidianamente, fa delle incursioni lì, verso i suoi pascoli. Proprio in quel momento si sente l’abbaiare di un cane ed il suono delle campanelle, l’altro gregge è in arrivo, gli animali potrebbero addirittura mischiarsi! Vengono mandati i cani, si tiene una distanza di sicurezza sufficiente, mentre il pastore continua a brontolare contro quella donna, contro chi l’altra sera gli ha rubato la batteria, contro tutti i pastori che ci sono oggi, mentre un tempo le cose erano differenti, quando lui era uno dei grandi pastori, con un gregge di 7-800 pecore.

Nella sua lunga vita dedicata a questo mestiere, ne ha girate di montagne, il Celso! Ripetutamente torna il nome del Rutor, la Val d’Aosta, ma poi anche nomi di alpeggi della Val di Susa, sulle pendici del Rocciamelone o a Bardonecchia. Conosce pastori e margari un po’ di tutte le valli, in Piemonte e non solo. Parla del Bellunese, di Cortina d’Ampezzo, parla del mercato di Cuneo, dove… se non facevi ben attenzione, mentre contrattavi la vendita una pecora o un vitello, da dietro qualcuno tagliava la corda e l’animale spariva! "Sono più furbi, meno affidabili, di là da Cuneo!"

Sono tanti i nomi citati dal pastore: persone che non ci sono più, ma anche giovani, figli e nipoti di allevatori che lui ha conosciuto. Più volte nomina la nipotina, racconta quanto è smaliziata, intelligente, vivace, e lo fa con orgoglio. Poi parla ancora di animali, di alpeggi, di "pecore calve", che a lui proprio non piacciono, la bella pecora deve avere la lana sulla testa! Non ama nemmeno le cucce, quelle che dalle mie parti sono le bertun-e, definite razza con il nome di Tacola. Aneddoti e lezioni di vita, perle di filosofia mescolate ad antichi detti popolari, storielle su uomini e donne, storie di cani, il suo socio un po’ allegro per il vino, che aveva buttato nella macchina di una madamin un agnello che non ce la faceva più a seguire la transumanza… Realtà, fantasia, leggenda, tutto fa parte del personaggio, che è e resterà pastore fino alla fine, perchè (come già detto tante volte) questa è una passione, prima che un mestiere.

Pastori immobili?

E’ passato tanto tempo da quando vi avevo chiesto di inviarmi foto di statue a tema pastorale. Me ne avete già mandate alcune, ultimamente ne ho ricevute un paio da aggiungere a questa collezione! Se doveste scovarne ancora altre…

Questa ce la manda Gabriella, l’ha "incontrata" a Lucerna, in Svizzera. Chissà perchè qui, in mezzo ad edifici di architettura moderna, c’è un pastore con due pecore? Ho provato a fare delle ricerche, ma non sono riuscita a trovare nulla…

Quest’altra è un regalo di Leela, che, in mezzo ai suoi continui viaggi di lavoro, ha trovato il tempo di fermarsi ad immortalare una statua che raffigura "La Mesta" a Segovia, in Spagna. Cos’è La Mesta? Si tratta dell’antica tradizione della transumanza in quelle terre. Per chi volesse saperne di più, potete leggere qui un libro che si intitola, appunto "La Mesta. Transumanza ed istituzioni in Castiglia dal XIII al XIX secolo". L’opera si apre con questa citazione di Julio Llamazares: "Provengo da una razza di pastori che perse la sua libertà quando perse i suoi animali ed i suoi pascoli". La fondazione del sistema della Mesta risale addirittura al XIII secolo, per regolamentare le migrazioni di bestiame. Di pagina in pagina arriviamo fino al XIX secolo, con la scomparsa quasi totale di questo antico sistema. E oggi? Cos’è oggi la pastorizia nomade in Spagna? Bisognerebbe fare delle ricerche in merito. Ricordo ad esempio in nome di Jesùs Garzòn, fondatore dell’associazione Transhumancia y Naturaleza (qui potete leggere un suo articolo in Inglese, mentre qui, in Spagnolo, il sito di questa associazione).

Parliamo di libri

Con il panorama che vediamo fuori e guardando le previsioni per la settimana, meglio mettersi vicino alla stufa accesa con un buon libro in mano. "Voi che potete… state a casa!", direbbe un pastore. E’ il mese di marzo e, facendo questo lavoro, dovresti essere nei giorni in cui l’erba inizia a fare capolino e puoi finalmente tirare un sospiro di sollievo. Invece no, ieri nevicava con una bufera ed un freddo che mai si era visto in tutto l’inverno. E, per i prossimi giorni… meglio non pensarci e leggere un libro, chi può farlo.

Il libro è questo, "La vita negli alpeggi valdostani nella prima metà del Novecento" di Alexis Bétemps, edito da Priuli&Verlucca nel 2009, disponibile in Francese ed in Italiano. Qui sul sito dell’editore, una breve scheda dell’opera e l’elenco degli argomenti trattati. Un libro che si legge rapidamente, che scorre via pagina dopo pagina, con le frasi riportate in Italiano, ma con la versione originale in patois a fondo pagina.

Siamo negli alpeggi della Valle d’Aosta nella prima metà del secolo scorso, come recita il titolo, ma vi sono aspetti di questa vita, di questo lavoro, che sono rimasti immutati fino ai nostri giorni. Molti altri invece no e paiono quasi incredibili ad un giovane o ad un lettore non abituato alla vita di montagna. Per esempio quando si parla degli arpiàn, di tutte le persone che saliva in alpeggio, ciascuna con un suo compito. Quanto personale, un tempo… Chi andava al pascolo, chi mungeva, chi preparava le preziosissime fontine, chi si occupava dell’acqua (da bere, ma non solo, perchè i pascoli venivano concimati con la fertirrigazione)… E poi c’erano i tchit, i bambini, i pastorelli, spesso mandati all’alpe dai genitori per imparare un mestiere, ma soprattutto per togliere di casa per qualche mese delle bocche da sfamare. Questi non venivano pagati, lavoravano duramente, gli orari dell’alpe erano interminabili, da ben prima dell’alba a ben oltre il tramonto. Al più, i tchit ricevevano un paio di zoccoli o un cappello a fine stagione. Che delusione per quel bimbo che, ammalatosi una o due settimane prima della discesa dall’alpe, non ricevette proprio nulla…

Il libro contiene un inserto fotografico in bianco e nero, con splendide foto d’epoca provenienti dall’archivio BREL. Animali, uomini, transumanze, pesatura dei formaggi, lavori quotidiani, per capire meglio attraverso le immagini quello che racconta il testo. Prendiamo i formaggi, le fontine, grande e vera ricchezza dell’alpeggio. "In Valle d’Aosta, nelle grandes montagnes, si faceva generalmente la fontina, tranne che in bassa Valle dove si produceva la toma come a Champorcher: <<Non si fa la fontina, pare a causa dell’erba che è troppo amara. Si produce solo formaggio. Abbiamo provato varie volte, ma la fontina proprio non viene. Il formaggio ed il burro invece sono buoni.>>".

Oggi è ancora così? Cosa producono qui a Champorcher? Non so, conosco poco la realtà aostana, anche se è lo stesso autore a raccontarci qualcosa nel capitolo "La fontina oggi: i fermenti". "Oggigiorno nella lavorazione del latte sono cambiate molte cose e le conseguenze sono percettibili nei prodotti. I Valdostani più anziani rimpiangono ancora la fontina di una volta (…)". Più avanti un testimone dice ancora: "<<Oggi si utilizzano i fermenti. Sono forniti dall’amministrazione regionale che ha istituito veri e proprio corsi per fare sì che la fontina abbia un gusto uniforme. (…) Perchè la fontina di oggi è troppo dura? Occorre saper dosare correttamente i fermenti, così si può ottenere una fontina più morbida. Nei caseifici invece…>>. Certo, il consumatore di oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, vuole un gusto omogeneo e costante, cosa che era impossibile da ottenere un tempo, quando il casaro era quasi un alchimista. "Il casaro era scelto con cura, retribuito più degli altri ed era il punto di riferimento di tutti gli arpiàn. (…) Insieme con il primo pastore, doveva vigilare sulla qualità del latte. <<Il latte ha le sue astuzie. Occorre sapere se una mucca ha brucato erba tossica, se la souye era di cattiva qualità, l’erba del bosco ad esempio non è buona… Bisogna tenerne conto. Il casaro sapeva dove si pascolava, si informava presso il pastore, conosceva bene questo genere di cose, perchè tutto dipende dal latte. Si può riuscire o mandare tutto a monte.>>"

Gli alpeggi della Val d’Aosta sono spesso citati dai Piemontesi con un pizzico d’invidia, specialmente quando ci si trova davanti a grosse strutture ristrutturate alla perfezione. Non so se già un tempo ci fosse questa disparità, ma credo che la vita dell’alpe fosse dura per tutti. "Malgrado vi si portassero diverse masserizie, la casa d’alpeggio rimaneva comunque una seconda casa e non disponeva delle comodità (se di comodità si può parlare) della casa in basso, a partire dall’isolamento termico, spesso molto approssimativo." E non sempre erano vere e proprie case: "Anche in Valle d’Aosta si possono ancora trovare case d’alpeggio che si appoggiavano a caverne, dette barme, ultime tracce di un’antica architettura."

Si parla poi ancora di come funzionava la parte amministrativa dell’alpeggio, la suddivisione dei pascoli e poi le razze degli animali, il cibo consumato dagli arpiàn, le rare occasioni di fare festa, le pecore e la pastorizia, le transumanze, le regine ed i combattimenti… con un’appendice conclusiva su magia, immaginario e superstizione. Insomma, un "Vita d’alpeggio" storico! Quest’estate spero davvero di riuscire a fare qualche giro sugli alpeggi della Val d’Aosta, magari in compagnia di qualche amico di questo blog che ogni tanto mi scrive. Per adesso, vi auguro una buona lettura di questo libro, sperando comunque che arrivi la primavera e non ci sia bisogno di stare chiusi in casa mentre fuori nevica ancora!