Partendo dal basso

Da quelle parti c’ero stata l’ultima volta anni fa. In una “vita precedente”, quando la montagna per me era o escursioni in MTB, o a piedi o ancora luogo di lavoro per occuparmi di pascoli, censimenti, interviste. Questa volta sono salita con altri occhi. Lungo un sentiero (la citazione è voluta!). Avrei sì avuto bisogno di una guida, un qualcuno del posto che facesse parlare le pietre.

E di pietre che potevano raccontare ce n’erano tante. Per cominciare, tutte quelle che calpestavo. Non si tratta di un semplice sentiero, ma una vera e propria mulattiera che anticamente doveva essere molto trafficata. Il colle del Colombardo infatti è un “comodo” passaggio verso la val di Viù ed un tempo questa era sicuramente una via di passaggio per le genti di montagna. Oggi la strada (sterrata) compie un ampio giro toccando molti degli alpeggi sparsi sul territorio comunale, ma la via usata anticamente era questa.

L’uomo qui aveva colonizzato tutti gli spazi. Baite isolate e gruppi di case si scorgono ancora ovunque, in questa giornata assolata di inizio autunno. Il bosco avanza, anche se nei pressi delle abitazioni si vedono alberi che avevano a che fare con la vita delle persone e degli animali. I ciliegi sono chiazze rosse, poi ci saranno gli aceri a tingersi di giallo.

Talvolta gli alberi hanno già letteralmente sommerso gli edifici, alcuni dei quali stanno iniziando a crollare. Quassù non si vive più. Poco sopra c’è ancora un nucleo di case abitate almeno temporaneamente. La sede di un alpeggio. Ma non un alpeggio moderno: non ci sono strade e le baite sono come quelle dell’immagine, prive di concessioni alla modernità. Eppure la strada passa qualche centinaio di metri più a monte…

Cosa faceva qui l’uomo quando le strade non c’erano ancora? In mezzo ai pascoli si leggono ancora numerosi segni della presenza umana di un tempo. Lavori che permettevano di gestire e curare il territorio. Oggi è quasi un “miracolo” il fatto che non sia tutto completamente all’abbandono.

Se alle quote più alte le montagne si stanno svuotando, una transumanza dopo l’altra, a questa quota intermedia c’è ancora da pascolare, sia per le vacche, sia per le capre. Solo il pascolamento può tenere indietro il bosco. Chissà, forse a queste quote una volta si viveva tutto l’anno e si saliva più in alto solo nel cuore della stagione estiva? Probabilmente si sfalciava. Sono tutte ipotesi basate su quel che conosco di altre vallate. La vita non era dissimile…

Incontro i due margari, due fratelli indaffarati a tirare il filo per “dare il pezzo” alle vacche. Scambiamo quattro chiacchiere sulle solite cose. Il maltempo dell’estate trascorsa, la speranza che almeno queste ultime settimane in alpeggio possano essere buone, con sole e clima mite, poi toccherà anche a loro scendere a valle. “Il lupo a noi fino ad ora non ha toccato nulla, ma di là – e indica gli altri valloni verso ovest – qualcosa c’è stato. Ad un certo punto sul giornale è persino uscito un articolo che diceva che c’era l’orso, ma saranno quelli dei funghi, per tener lontana la gente che viene da fuori!

Gli animali pascolano placidamente, non manca nè l’erba, nè l’acqua, nè l’ombra se facesse troppo caldo. Provate a pensare cosa sarebbe la montagna senza la presenza di questi animali e degli uomini che se ne prendono cura? La mulattiera che mi ha portata fin qui sopravviverebbe solo grazie agli amanti delle escursioni? Ma cosa vedrebbe, chi arriva fin qui a piedi? Di sicuro non un alternarsi di boschi e radure, di sicuro non gli spazi aperti dei pascoli.

Oltre alle vacche, c’è un bel gregge di capre. Riesco a raggiungerlo prima che gli animali scompaiano tra rocce e cespugli. Più tardi amici spenderanno numerose parole di elogio su queste capre e sull’ambizione dei loro padroni. Mentre lo scampanio caratteristico di disperde tra la vegetazione, ritorno sulla mulattiera e riprendo la mia salita.

Più in alto iniziano gli alpeggi “veri”. La tipologia costruttiva è abbastanza caratteristica, qui e nelle vallate limitrofe si ripete il modello abitazione-stalla adiacente, strutture in grado di ospitare numerosi animali. Alpeggi dove si è sempre munto, lavorato il latte, prodotto formaggi. Sono gli ultimi giorni prima della transumanza, i margari stanno per lasciare la montagna.

Poco sopra questo alpeggio se ne trova un altro in rovina. La distanza è davvero poca, chissà se si trattava di strutture utilizzate dalle stesse persone o se qui salivano anticamente più famiglie di allevatori, dividendosi pascoli e strutture? Anche le dimensioni di questo alpeggio erano considerevoli, la stalla in grado di ospitare un elevato numero di capi.

Ancora più a monte, poco sotto il colle, l’ultimo alpeggio, ormai vuoto. La transumanza deve essere avvenuta da poco, ma tutte le strutture sono chiuse. resta ancora l’acqua nei tubi, aprendo il rubinetto si può bere. Chissà se è stata una dimenticanza? Arriverà il freddo e gelerà tutto.

Prima di scendere, è stato fatto quello che si faceva un tempo. Sono stati ripristinati i canaletti e l’acqua è stata fatta passare nella concimaia, in modo da provvedere a quella che, tecnicamente, si chiama fertirrigazione dei pascoli. Ovviamente è impossibile farla a monte della concimaia, ma dalle tracce par di capire che si è provveduto anche in certe zone grazie ad un trattore con l’apposita botte.

Sulla via del ritorno, ancora qualche scatto alle vacche e alle capre che stanno ruminando al sole. Laggiù in basso la pianura, lo smog, il traffico. Un’altra vita. Ma questi animali tra non molto scenderanno e continueranno la loro vita per qualche mese circondate da un mondo che sa sempre meno di loro, del mestiere dell’allevatore. Pensate che si leggono addirittura articoli in cui si parla della necessità di abolire le campane, in quanto dannose per gli animali stessi!

Questi animali invece non credo che scenderanno in pianura. Nella frazione dove parte la mulattiera, c’è infatti un’azienda agricola, con tanto di stalla in mezzo alle abitazioni. Gli animali sono al pascolo, poco sotto qualcuno sta girando il fieno con il trattore. Una montagna ancora viva, fin quando ci sarà qualcuno con la passione dell’allevamento. Fin quando si riuscirà a (soprav)vivere con questa passione.

Qui in montagna il tempo di matterie ne ha sempre fatte

Alla gente piace parlare del tempo, argomento “neutro” che va sempre bene sia tra amici, sia tra conoscenti che devono trovare qualcosa di cui discorrere senza troppo impegno. Ma se pratichi un mestiere che dipende fortemente dalle condizioni meteo, allora il tempo assume un’importanza maggiore.

A dispetto di chi mesi fa con troppo anticipo preannunciava estati torride (che probabilmente si sono avute altrove, abbiamo la tendenza a vedere solo ciò che accade sotto il nostro naso), qui la “bella stagione” si è presentata con una faccia molto diversa dal solito. Altro che la siccità, il tutto secco e “bruciato” degli anni scorsi! A metà agosto i pascoli di alta montagna sono ancora così, verdi e coperti di fiori, complici le precipitazioni abbondanti e le temperature non troppo elevate. Eppure c’è già chi dice che la stagione è “alla fine”. Siamo pur sempre in agosto, nel mese di settembre molti lasceranno l’alpe, solo qualcuno resterà fino ad ottobre. C’è chi già teme la neve, che potrebbe arrivare se le temperature manterranno la tendenza attuale.

Mentre in molti si lasciano influenzare da fantasiose teorie che chiamano in causa mille fattori per “dimostrare” queste stranezze del clima, chi lavora in montagna, lontano da internet, dalla televisione e spesso anche dalla radio, si rimbocca le maniche e continua le sue attività come sempre. Si fatica un po’ meno quando c’è il sole, un po’ di più quando invece piove, grandina, c’è la nebbia o il vento gelido.

D’altra parte si diceva da tempo che l’inquinamento avrebbe contribuito a modificare il clima… E, sempre solo in Italia, se a qualcuno gelano le mani mentre si munge, magari altri soffrono il caldo in qualche regione più a sud. Vi invito a leggere un articolo scientifico dove viene analizzata la situazione dello scorso mese di luglio: come vedrete, a parte il caldo eccezionale degli ultimi anni, già solo 100 anni fa le temperature medie erano ben più basse.

Al mattino c’è già la brina a 2000 metri. Però chi vive e lavora in montagna non se ne stupisce più di tanto. Più che altro si preoccupa per l’erba che potrebbe patirne, fa i calcoli di quanto gli resta da pascolare, alza le spalle quando qualcuno gli parla di neve. Van bene le previsioni meteo, ma una volta tutti se la sono sempre cavata anche senza internet. Se al mattino era tutto bianco, si partiva e si scendeva. Oggi sembra tutto così immensamente complicato, proprio quando ci sono tante comodità in più.

Una delle pietre che costituiscono le mura di queste baite porta la data 1688. Il pastore me la mostra e io come sempre penso a come fosse la vita qui quando quelle pietre sono state poste le une sulle altre. Oggi si sono aggiunte tante comodità, anche se per la gran parte delle persone quassù si conduce una vita sicuramente spartana e priva della gran parte di ciò che oggigiorno molti ritengono indispensabile.

Fa freddo anche se c’è il sole. I ghiacciai sullo sfondo ben si intonano alle temperature. Siamo solo a duemila metri, eravamo abituati a stare in maglietta, nelle scorse estati, ma proprio i segni lasciati dal ghiacciaio nel suo ritirarsi anche troppo veloce ci fanno capire come forse non sia poi così strana quella che oggi ci pare un’estate anomala. “Su di qua di matterie il tempo ne ha sempre fatte… Forse è in pianura che quest’anno è stato peggio del solito. A volte qui non era poi nemmeno così brutto, mentre era giù che pioveva tanto. Quest’inverno ha nevicato parecchio, ma nel 2008-2009 ne era venuta ancora di più.” I pastori sono abituati a prendere quello che viene senza troppe discussioni. Adesso l’importante è sfamare gli animali giorno per giorno. Se arriverà la neve, si vedrà il da farsi. Per adesso di erba ce n’è.

Gli Invincibili… in alpeggio!

Una gita in montagna, una gita tra gli alpeggi. Questo post può anche essere considerato “turistico”, ma vi invito a percorrere con me tutto il viaggio per riflettere, come al solito, sulla montagna e sulla pastorizia.

C’è un vallone, in Val Pellice, che si chiama il Vallone degli Invincibili. Solitamente, parlandone, non si pensa immediatamente all’alpeggio, ma piuttosto alla storia: “Il “Vallone degli Invincibili”, per l’ambiente suggestivo e selvaggio ancora integro che offre, ma soprattutto per l’importanza storica che riveste, è da considerare uno dei siti turistici più interessanti della Val Pellice, ed è per questo visitato ogni anno da numerosi escursionisti estudiosi, sia italini che stranieri. Infatti, sotto le “barme” e tra gli anfratti quasi inaccessibili di questo vallone, verso la fine del XVII secolo, trovarono rifugio e riparo numerosi valdesi che si videro costretti a lasciare il fondo valle per sottrarsi all’imposizione di abiura, decretata da Vittorio Amedeo II di Savoia, dopo la revoca dell’Editto di Nantes (1685). Questi rivoltosi, favoriti dalla profonda conoscenza di quei luoghi e sorretti dalle proprie convinzioni, diedero parecchio filo da torcere all’esercito Sabaudo che, seppur organizzato, non riuscì ad avere ragione di questi “ribelli” e a volgere la situazione a proprio favore.” (dal sito Il Portale della val Pellice)

Mentre salgo, tra faggi, rocce, passaggi resi più sicuri da catene, muretti, fontane ripristinate e dotate di tazza appositamente dedicata, il Monviso prima sbuca dietro alla cresta di montagne, poi subito inizia a coprirsi. Le previsioni sono incerte, si annunciano temporali pomeridiani, quindi sono partita presto e prevedo di rientrare altrettanto velocemente.

Il sentiero sale e si inerpica. Qualcuno è passato a pulirlo, tutta l’erba è stata da poco tagliata con il decespugliatore. Potete pensare alla storia di chi qui riuscì a resistere, diventando Invincibile, ma anche a chi per questo ripido viottolo saliva e scendeva con gli animali in transumanza. Immaginate per esempio che sia questo il sentiero del mio ultimo libro… anche se, in realtà, non è a questo alpeggio che mi sono ispirata. Bene o male qualche animale quassù è sempre salito anche in passato, ma chi più di tutti poteva raccontare come fosse la vita lassù nella stagione d’alpe, ormai non c’è più.

Arrivo a Barma d’Aut. Intorno gli animali ci sono già stati a pascolare, e si sentono le campane più in alto. Le baite sono in fase di ristrutturazione, ma io voglio andare a vedere la Barma vera e propria. Anche questo ricovero naturale può essere considerato sotto diversi punti di vista, storici e culturali: “Si tratta di un massiccio costone, una specie di alto promontorio che dalle baite avanza e si affaccia sul vallone sottostante, e che quasi sul frontone (lato orografico sinistro) ospita due singolari barme/balme, di fatto caverne con un piano terroso ben livellato e che sarebbero state elette come abitazioni nel corso del tempo da tutti gli eroi culturali che qui sarebbero vissuti, e cioè dall’uomo preistorico, dalle fate, detentrici di conoscenze e di saperi sulla Natura, dagli Invincibili, dai pastori con i loro gregge. Alcuni gradini ed un rustico ma efficace passamano, ne favoriscono l’accesso e la visita (…).” (dal sito “Villar Pellice, storia e storie“). Per terra infatti vi è un vero e proprio strato di escrementi secchi di ovicaprini, che qui si riparavano dalle intemperie.

Di lì in avanti, il sentiero è una traccia evanescente tra l’erba alta, parzialmente invaso anche da ortiche e cespugli, ma per fortuna gli attraversamenti dei ruscelli sono agevoli e si vedono ancora i segni bianco-rossi sulle pietre. La mia meta è il Gias Subiasco, abbandonato da oltre vent’anni. Il sentiero torna ad essere evidente solo dove hanno pascolato gli animali. Quest’anno infatti l’alpeggio è di nuovo utilizzato. In passato qui veniva un gregge di pecore, ma nessun pastore aveva più abitato in queste baite. Solo una è ancora agibile, ricovero temporaneo di pastori e cacciatori, ma quest’anno è stata ripristinata e rimessa in sesto.

Non ci sono molti animali: qualche vacca appena sopra alle baite, pecore e capre molto più in alto. “Quest’anno sono salito solo con le mie, ho solo qualche capra in guardia. Devo sistemarmi un po’ e sono riuscito a salire solo da poco. Qui i pascoli sono comunali, sulle baite abbiamo sempre pagato il diritto dei muri e adesso mi sistemo quelle che sono nostre, così il prossimo anno potrò organizzarmi diversamente.

Saliamo fin dalle pecore e capre, che stanno pascolando nei pressi di uno dei nevai ai piedi delle pareti del Cornour, sorvegliate da un cane da guardiania. Danilo mi mostra i pascoli, poco utilizzati in passato e in gran parte invasi dai cespugli. Sarebbero da ripulire, ma una gestione stabile potrà contribuire a recuperarli. Una volta su di qua ci sono sempre state vacche, capre e pecore, oggi pare fin strano vedere dei bovini su certi pendii. “Ma non è poi così brutto, là sopra fa un piano, non è peggio che sui versanti di là“, spiega, indicando l’alpeggio confinante.

Mi racconta un po’ la sua storia, in parte già la conosco, ricordiamo insieme la prima volta che ci siamo incontrati, forse era il 2001 o 2002, io salivo in MTB lungo una famosa strada militare, lui mi aveva inseguita con il fuoristrada per avvisarmi della presenza dei cani da guardiania con il suo gregge. In mezzo, tanti anni, tante vicende personali, un periodo ad occuparsi di altro: “…ero giù a fare il muratore, sentivo passare i rudun e mi veniva il magone…“, una passione mai dimenticata. Danilo gira, conosce tanta gente, appassionati di capre, ci sono contatti vecchi e nuovi anche attraverso Facebook, anche se sembra strano parlarne quassù dove le baite sono vecchie, il pavimento è in pietra, non c’è la luce e ben poco è cambiato rispetto a 100 anni fa.

Il maltempo non arriva, così mangiamo pranzo e poi decido di proseguire lungo il sentiero che Danilo e suo papà utilizzano per arrivare all’alpeggio. Un antico sentiero, anche questo invaso dalla vegetazione, dai rododendri e  dall’erba, che loro stanno pian piano ripristinando a colpi di zappa, piccone e falcetto. Mi spiega dove passare, c’è un tratto ancora da ripulire, ma non dovrei perdermi. Altro che rapido rientro a valle!

Anche se è già pomeriggio inoltrato ed il cammino è ancora lungo, valeva la pena proseguire lungo questo antico percorso in quota che arriva a sfiorare la cresta, dove ci si può affacciare sul Vallone di Angrogna, altri alpeggi, altri pascoli. A parte un breve tratto sul costone, dove i segnavia scompaiono tra l’erba, tutto il resto del cammino è perfettamente ripulito. Poi si dice che i pastori in alpeggio non fanno nulla!

Anche i pascoli dell’alpe Caugis non sono pianeggianti. Nonostante sia l’inizio di agosto, domina il verde e le fioriture pure su questi versanti ripidi ed esposti. Forse l’unico posto un po’ meno scosceso è proprio il punto dove sono collocate le baite e ciò spiegherebbe il toponimo con cui è indicato l’alpeggio. “Il nome di Caugis non è una contrazione della locuzione “cave di gesso” — dalle cave si estraeva marmo bianco e non gesso —, ma ha origine da “caugia” che in dialetto villarese significa letto, giaciglio per il bestiame. Più propriamente la grafia di questo toponimo è “Cougis” (Guide des Vallees
Vaudoises, 2′ ed., 1907, p. 135)” (da Mappe e sentieri: itinerari)

Ed ecco i segni, più che evidenti, dell’affioramento di marmo. Ho cercato on-line notizie su questa cava, sull’attività estrattiva e sul suo impiego, ma purtroppo non ho trovato niente di specifico. Se qualcuno sapesse segnalarci ulteriori notizie… sarà molto gradito per completare le informazioni.

La pista termina proprio accanto ai resti della cava. Oggi qui ci sono alcune manze che si alzano in piedi non appena mi vedono. Il resto della mandria si sta già avvicinando all’alpeggio. Per fortuna le previsioni erano errate: invece della pioggia, solo nuvole qua e là, sole che brucia ed aria non troppo calda.

Le vacche rientrano da sole all’alpe, sarà presto ora della mungitura. Io tiro dritto, non c’è più tempo per andare a salutare e far due parole, la discesa lungo la strada sterrata è ancora molto lunga, arriverò all’auto solo quando ormai sarà quasi sera. Anche se è tutto così verde, anche se il sole (quelle poche volte che c’è) è caldo e luminoso, l’aria pare già quella di settembre. Nel bosco più a valle è pieno di funghi di ogni tipo, davvero un’atmosfera autunnale.

L’ultima generazione

Ho scritto un libro parlando di giovani allevatori. In effetti, nel settore dell’allevamento, sembra che un minimo di ricambio generazionale ultimamente ci sia. Stando a certe statistiche ed articoli che vanno di gran moda, in generale parrebbe che il ritorno alla terra sia il settore che va per la maggiore. Forse, in certe aree d’Italia, è anche vero. Guardandomi intorno però vedo un’altra realtà

Vivo in un paese originariamente agricolo, progressivamente trasformatosi in area residenziale, con l’agricoltura relegata ai margini, lavoro a tempo perso, erba vista come un fastidio e non come risorsa per il pascolo e la fienagione, boschi sempre più abbandonati e in espansione verso aree un tempo coltivate. Di qui si parte e si va a lavorare ogni giorno verso uffici e fabbriche…

Quello dove sono nata, era un paese famoso per la frutta. L’attività più praticata agli inizi del XX secolo era quella del commerciante di frutta. Addirittura, già nell’Ottocento, le “mele di Cumiana” erano così famose da andare in Inghilterra e addirittura in India o nelle Americhe, esportate dal Cavalier Cirio. E oggi? Oggi la frutticoltura su vasta scala, quella “che rende” si è spostata in altre aree. Quelle dove per chilometri, lungo i rettilinei di pianura, vediamo grandi frutteti avvolti da reti antigrandine. E qui il bosco si mangia i vecchi frutteti e pure i vigneti.

Quanto erano buone le mele coltivate in collina! Molto meglio di quelle che vengono sugli alberi piantati in pianura… Per non parlare poi delle varietà antiche di una volta, centinaia di varietà, soppiantate da quelle 2-3 che andavano per la maggiore. Oggi resistono alcuni frutteti. Piccoli appezzamenti, meli, peri, kiwi, peschi, niente a che vedere con i frutteti della pianura anche come forma di gestione delle piante. Anche belli da vedere, in un paesaggio vario e curato, specialmente adesso che è primavera.

Ma anche questi vanno verso l’abbandono. Poco per volta i più lontani dalle borgate vengono lasciati perdere e comunque, a mandare avanti questi frutteti, sono comunque persone di una certa età. Molti di loro sono in pensione, altri curano il frutteto come secondo lavoro. Altri ancora sono anziani che continuano per passione. Ma che reddito da ancora questa agricoltura? Per non parlare poi dei problemi legati alla fauna selvatica: cinghiali che mangiano la frutta sui rami più bassi o che rivoltano interi campi di patate. Caprioli e cervi che brucano tutto ciò che riescono a raggiungere.

Persino i piccoli frutteti famigliari devono essere protetti da fili elettrici, se si vuole raccogliere qualcosa. Ma il gregge passa, anno dopo anno, in un territorio sempre più abbandonato. “Mio fratello voleva insegnare a mio figlio come curare le piante da frutta e la vigna, ma lui non ha voluto, perchè tanto non gli interessa…“, racconta una signora che sta vangando l’orto. Cosa resterà a queste nuove generazioni?

Il padrone dei prati che stiamo pascolando, nel poco tempo libero tiene ancora pulite e curate viti e piante da frutto. Racconta di quando tutta la collina era una vigna e spiega dove, nei boschi, ci sono ruderi di case ormai invisibili. “Non c’è più nessuno che fa il fieno, giusto Tizio che ha preso due capre e allora si è messo a tagliare qualche pezzo. Altrimenti qui tutti hanno la preoccupazione di tagliare l’erba almeno vicino alle case, che non venga troppo alta“.

E i rovi, neanche tanto lentamente, avanzano dai lati e anche dal centro del (ex)prato. Chissà quanto duro lavoro le generazioni passate hanno speso per ricavare spazi dove coltivare, sfalciare, costruire. Ora, le nuove generazioni, escono di casa in auto e riempiono il carrello al supermercato con mele che arrivano da chissà dove, fragole e pomodori in qualsiasi stagione. Si indignano al pensiero di mangiare un agnello, acquistano carne già porzionata e pronta per la cottura, bevono acqua che arriva dall’altro angolo dell’Italia ed ignorano la collocazione delle fontane intorno alla loro frazione…

Maria delle pecore

Un librettino che occupa poco spazio, si potrebbe dire che è l’ideale per infilare nel gilè oppure nello zaino e portarlo al pascolo. Ma oggi non è più il tempo di Maria, oggi persino pascolare le pecore è un’altra cosa, è diventato un mestiere stressante e non si riesce più a cogliere la gioia delle piccole cose, quelle che invece hanno sostenuto la vita di Maria attraverso le mille difficoltà che l’hanno contraddistinta.

Me l’ha consigliato un amico, anche lui “malato” di pastorizia. Ho dovuto ordinarlo, perchè non era presente in libreria, ma quando ho iniziato a leggerlo ho scoperto di aver ben speso i miei 10 euro. La storia è semplice (qui la trama), ma non per questo meno coinvolgente o emozionante. Maria racconta all’Autore la sua vita, da quando viene trovata in fasce da un pastore fino all’età avanzata, ormai ottantenne bloccata su di una sedia a rotelle. Nata con niente, nemmeno i genitori, la donna ha saputo gioire di tutte le piccole cose che via via la circondavano, ha dovuto sopportare la perdita di molte delle persone amate, ma ha sempre saputo affrontare il futuro. Così racconta uno dei tanti episodi che la vedono legata al suo gregge. Maria è appena tornata dall’ospedale, dov’è stata ricoverata per le conseguenze di una caduta. “Ho ritrovato la mia casa, le mie pecore, il mio luminoso altipiano un mese più tardi, ma senza poter camminare. Non li avevo mai lasciati così a lungo. Sono rimasta parecchio tempo con le mie bestie che venivano a leccarmi le mani, a morsicare il grembiule, a manifestare la loro gioia di avermi ritrovata.

Due guerre, malattie, ristrettezze, ma la gente era unita e solidale. Poi arriva il benessere e tutto cambia, la televisione tiene la gente in casa e si perde la vita del paese. Questi sono i luoghi di Maria, una realtà senza dubbio agricola, ma diversa da quella descritta nel libro. Qui un sito turistico sulla regione.

Vi invito a leggerlo per riflettere, soprattutto oggi in questi tempi di “crisi”. La forza d’animo di Maria, la sua capacità di trarre gioia dalle piccole cose quotidiane (le pietre calde su cui sdraiarsi, gli agnelli che giocano, i profumi ed i colori dell’altipiano) dovrebbero farci riflettere su cosa andiamo cercando noi oggigiorno e sui motivi della nostra insoddisfazione. Molti passaggi mi hanno profondamente emozionata. Lo consiglio a tutti gli amanti della pastorizia, della vita rurale, della semplicità… ma anche a tutti gli altri, che provino a mettere in discussione le vite di cui non sono soddisfatti. Certo, erano “altri tempi”, ma bisognerebbe lavorarci su per fare in modo da coniugare quello che di buono ci ha portato il progresso con certi importanti valori che si sono persi.

Maria delle pecore, di Christian Signol. Libreria Editrice Fiorentina

…nel Biellese

L’amica Gabriella “che cammina con l’asino” è tra coloro che mi hanno fatto degli inaspettati (e graditissimi) doni arrivati per posta. Lei è andata a cercare un vecchio libretto pubblicato dalla Comunità Montana Bassa valle Cervo e Valle Oropa, intitolato “La pecora “biellese” nel Biellese”. Testi e foto sono di due grandi che oggi non ci sono più, Gustavo Buratti e Gianfranco Bini.

Si legge di un fiato, sono “solo” 64 pagine, dense di dati, notizie e testimonianze interessanti. Pubblicato nel 1988, a quanto pare se ne trovano ancora alcune copie in CM (fin quando, ahimè, ci sarà la CM…).

Vorrei fare qualche riflessione con voi. Innanzitutto un “lamento” sul fatto che ben poco è stato fatto da allora per valorizzare e conservare la razza biellese. Ormai non si tiene nemmeno più l’annuale fiera ovina a Castellengo di Cossato, evento che richiamava un gran numero di appassionati nel mese di aprile. “…una razza ovina che ha accompagnato, fin dai tempi più lontani, la vita della nostra gente, per la quale ha rappresentato una fondamentale risorsa economica ed una componente culturale…“.

Ci sono molti spunti di riflessione leggendo i dati storici. A me ha colpito soprattutto questo: “Nel 1864 una pecora valeva 15 lire e un chilogrammo di lana 2,20 lire“.

Che dire poi sui numeri? 16.500 capi nel 1850, 5499 nel 1930, 4712 capi di Biellese nel 1952, con il minimo storico di 2334 nel 1961. E’ triste leggere che lo standard di razza venne definito con decreto Ministeriale nel 1959, quando la popolazione era così ridotta. Nel 1985 erano stimati 15.700 capi di ovini Biellesi.

Il nomadismo è il sistema adottato dagli allevatori con le greggi più grandi, i quali, pur essendo poche decine, allevano la stragrande maggioranza dei capi. Oltre all’aspetto quantitativo, bisogna osservare che essi eccellono anche dal punto di vista della qualità del bestiame; i pastori sono i veri esperti della razza e potendo contare su un elevato numero di capi, svolgono un’empirica ma efficace selezione genetica.

Si descrive la vita del pastore nomade nelle varie stagioni, le caratteristiche della razza, le attitudini produttive, per terminare con delle testimonianze molto evocative. Viene intervistato Ferruccio Ramella Paia (intervista raccolta da Buratti nel 1967-68), classe 1932: “Dorme sempre all’aperto, anche d’inverno, così come si conviene ad un buon pastore ramigher; sono gli scusciat (imboscati) che dormono in un letto a casa. (…) Se piove, la testa è riparata dall’ombrello aperto. (…) Per i pascoli invernali e o primaverili, ci si arrangia con i padroni dei fondi; nel Biellese, i padroni che non vogliono pastori sul proprio fondo mettono la cros, cioè un bacchetto piantato verticalmente, con sulla cima legata della paglia od altro; questa usanza non vi è in basso, verso il Novarese.

Piero Lanza invece torna a casa la sera e conduce il gregge da solo: “Durante i pascoli invernali e primaverili, siamo tutti dei fuorilegge, perchè ormai ovunque il pascolo è abusivo. Non comprende perchè la legislazione del pascolo abusivo sia così severa, nel senso che, anche risarciti i danni al proprietario del fondo, vi debba anche essere la condanna penale. (…) Tutti i pastori ormai sono stati condannati con la condizionale quindi rischiano la galera in quanto non vi è alcuna legale possibilità di pascolare durante l’inverno e la primavera.

Vi sono poi situazioni assurde: si pensi al pastore che deve sgomberare la strada (su intimazione della Polizia Stradale) al passaggio di corriere, funerali ecc. Ma non ha la possibilità di uscire dalla carreggiata senza incorrere nel reato di pascolo abusivo!

Passano gli anni, eppure siamo ancora qui a discutere all’incirca le stesse problematiche. Ci si auspicava la ricostituzione dell’Associazione dei pastori, a quel tempo sciolta ormai da più di dieci anni… E oggi, cosa racconterebbe un pastore biellese del 2013?

Un po’ di storia

Lo spunto per questo post viene da varie cose: vecchie foto che mi sono state prestate, due libri che mi sono stati regalati quest’estate, ma che finalmente solo ora riesco a leggere con calma, una lettera saltata fuori facendo ordine e pulizia.

(Foto archivio fam. Aglì)

Parliamo di alpeggi, alpeggi del passato. Guardare le vecchie foto fa riflettere e non poco. Su come è cambiato il territorio, su come fosse gestita la montagna, su come siano mutate le condizioni climatiche (a metà agosto c’era ancora la valanga che arrivava fino in fondo al vallone). Poi guardi le razze degli animali, la loro taglia (più piccoli, più adatti ai monti) ed infine guardi le persone.

(foto archivio fam. Aglì)

Ovvio che di baite ce n’erano tante dappertutto, le famiglie erano numerose. Vedi baite che oggi non ci sono più, trasformate in cumuli di macerie… Pensi a com’era la vita, senza strade, senza luce, con poco di tutto. Pensi alle parole degli anziani, che parlano di vita comunitaria, ordine e regole per tutti: “C’era uno che comandava tutti, ciascuno aveva il suo prato da tagliare e poi i pascoli, si comandava la roida… Adesso sono in due, e litigano!

Ho poi anche trovato questo, non così vecchio, perchè è solo del 2006. Sono gli aggiornamenti delle tariffe di affitto di alpeggi e fourest dal 2006 in poi, con variazione da lire ad euro. In questo caso le tariffe non sono in base agli ettari, l’alpeggio non va all’asta, ma si paga un tot ogni capo di bestiame condotto in alpe. E’ uno dei sistemi vigenti (che io sappia, ho incontrato casi del genere solo in Val Pellice, ma probabilmente accade anche altrove) per stabilire l’affitto della montagna.

Per chi ama le curiosità sulla storia locale, ecco due libri di Rinaldo Breusa, “L’uomo e la montagna” e “Sulle orme dei padri” (Alzani editore). Si parte dalla storia personale per avere uno sguardo più ampio sulla vita, la società del secolo scorso in Val Germanasca, terra di origine dell’Autore. Un capitolo de “L’uomo…” è intitolato: “La mia prima esperienza come pastore di pecore” e allora capita di emozionarsi leggendo, riconoscendo luoghi, situazioni… La foto di copertina invece fa riferimento ad un fatto narrato nel capitolo “Le mie pecore”, quando il 14 settembre 1972 (giorno della fiera di Pragelato), una fitta nevicata bloccò le pecore in alta quota. Rinaldo ci coinvolge narrandoci le fatiche del recupero, conducendoci lassù tra rocce, neve, tormenta e pericoli.

Nell’altra opera invece (“Sulle orme dei padri”) ho appreso interessanti notizie sull’alpeggio posto alla testata del Vallone di Rodoretto, l’alpe della Balma. Sembra tutto semplice… l’alpeggio! Pascoli, erba da mangiare per gli animali d’estate. Invece no, ci si addentra in un complesso sistema di proprietà, consorzi, addirittura: “…con un modello gestionale che risale al Medioevo, veniva utilizzato in forma collettiva dai proprietari i quali, con una gestione di tipo societario, possedevano delle quote che permettevano loro di introdurre nell’alpe stesso un certo numero di capi bovini e ovini a seconda delle quote possedute…“. C’era un pascolo dei bovini ed un pascolo delle pecore e c’erano delle norme che regolavano i diritti del prelievo del letame di pecora!!! Altri tempi…

Alpe di Giaveno superiore, Val Sangone

Mi piacerebbe avere libri che mi spiegano la storia di tutte le vallate, di tutti gli alpeggi (soprattutto quelli abbandonati) che incontro su per i monti. Come avveniva la gestione un tempo, chi saliva qui, chi erano i proprietari, cosa si produceva, come si pascolava. Scopri magari che su certi alpeggi piemontesi della provincia di Torino addirittura erano arrivati dei pastori bergamaschi, oppure c’era un Ruascin con le sue pecore a pascolare i perdù.

Transumanze e…

Come vi dicevo, d’ora in poi questo blog sarà meno aggiornato del solito. Non troverete aggiornamenti quotidiani, sia per mie assenze “professionali”, sia perchè sarò in alpeggio. Se qualcuno mi volesse più presente… è libero di regalarmi i mezzi per avere una connessione stabile dai monti, là dove anche i cellulari non trovano la rete e spesso ti lasciano isolato dal mondo!!

Parliamo della transumanza che finalmente ha portato al primo “alpeggio”, anche se un tempo questo era solo il fourest, laddove iniziava ad andare su qualcuno della famiglia con gli animali, mentre altri in fondovalle facevano il fieno. Ma si parla di tempi ormai passati, tempi in cui luoghi come questi erano abitati tutto l’anno e lì si nasceva persino. Non secoli fa, ma solo 50-60 anni sono passati da allora. Eppure così tante cose sono cambiate e siamo arrivati a giorni in cui la contrapposizione con il progresso estremo stride con le condizioni in cui ti tocca vivere quando sei in alpeggio.

A quei tempi il fieno si faceva eccome, non ci si preoccupava dell’aumento del carburante e del costo dei pezzi di ricambio dei macchinari, che si rompono giusto mentre devi imballare… Era una faticaccia, tutto a mano, anche in posti ripidi, ma sono sicura che la montagna era un vero “giardino”, non come oggi, con i vecchi sentieri che trovi a fatica tra arbusti ed ortiche. Ma a volte quei vecchi sentieri tornano utili, se la strada sterrata è inagibile per lavori iniziati troppo tardi, quando era ovvio che così facendo avrebbero intralciato chi d’estate sale in montagna per lavorare con le bestie.

Il gregge già da qualche giorno pascolava comunque in quota, respirando un’altra aria, con le montagne che si erano rivelate imbiancate dopo le precipitazioni che a quote più basse erano state “solo” pioggia. Anche se qui bisognava comunque tirare qualche rete per rispettare confini, prati e pascoli altrui, era già un altro lavorare rispetto alla pianura, alle strade trafficate, ai campi diserbati, a vigneti, frutteti…

La vera transumanza è quella che ti porta lassù, da dove non scenderai per tutta la stagione, se non per eventi eccezionali. Vanno su non solo gli animali, ma anche le attrezzature, viveri per uomini e cani, vestiario pesante per quelle giornate in cui pare inverno, ricambi per quando sei bagnato fradicio di pioggia, ma pure la crema solare per le scottature che affliggono anche chi è abituato a star sempre all’aria aperta 365 giorni l’anno. Per quella transumanza vengono in tanti, amici, parenti, chi ti da le bestie in guardia per la stagione.

Una solita, normale giornata di nebbia, quassù. Lasci l’asfalto, ti incammini lungo la pista. L’erba è ancora bassa, ma “…bisogna mangiarla adesso, così non viene vecchia e ributta per avere poi un buon secondo pascolamento tra un po’, ora che inizierà a scaldare!“. Per il momento infatti non si è patito il caldo, in quota. L’anno scorso si era arrivati qui un po’ più tardi, ma questa volta ci sono pascoli da utilizzare prima, visto che i bovini invece saliranno più tardi, sempre per colpa di quella strada interrotta e del fieno da finire in fondovalle.

Lo scorso anno la strada interrotta invece era questa, per colpa delle piogge cadute a fine maggio che avevano reso instabile il punto già ripristinato dopo passate alluvioni. Eppure sembrava essere assai più pericoloso quest’anno, con un tratto quasi sospeso nel vuoto, dato che la terra era franata al di sotto della sistemazione. C’è un solo mezzo al seguito per caricare eventuali animali in difficoltà, per il resto si passa a piedi, scuotendo la testa nel pensare a come e quando ci si ricordi delle esigenze di chi vive e lavora in alpeggio.

Il fiume di pecore si snoda lungo la strada, quelle di proprietà del pastore e quelle in guardia, segnate con evidenti marche colorate. Ogni stagione d’alpeggio che inizia è ricca di incognite ed interrogativi, soprattutto per chi cambia alpeggio, ma anche per chi ritorna in quello di sempre. C’è anche chi in montagna non può salire, perchè qualche speculatore gliel’ha strappata, ma di questo avremo modo di riparlare più approfonditamente nei prossimi giorni.

Il cammino del gregge è cadenzato dal suono delle campane: quelle più leggere, dal suono squillante, che resteranno al collo per tutta la stagione di pascolo, a segnalare presenza e spostamenti degli animali nella nebbia. Invece i rudun dal suono profondo verranno tolti già la sera e riposti al sicuro in attesa della fine della stagione.

La strada finisce ed inizia il sentiero. Gli animali lo seguono, c’è poco pascolo tutt’intorno, infatti il pastore che sale qui d’estate non è ancora arrivato. Poco per volta la montagna andrà a popolarsi, come sempre sono le pecore le prime a salire, anche se qua e là qualche margaro aveva anticipato i tempi, finendo persino nella neve per “colpa” delle temperature. Ma una volta a certe quote si arrivava più tardi. Oggi è cambiato il clima, è vero, poi sono cambiati i costi… Visto che l’alpeggio lo paghi caro, c’è chi pensa forse di sfruttarlo più a lungo, fuggendo pure dalle spese di alimentazione quotidiana degli animali in pianura.

Una breve tappa nel pianoro più verde, a consumare quel po’ di erba che almeno ricaccerà, tenera, quando anche i versanti più ripidi avranno vegetazione a sufficienza. La nebbia avvolge tutto e allora si scende, rabbrividendo e pensando ai lunghi difficili giorni che attendono uomini ed animali, di nuovo con la paura degli attacchi del lupo. Purtroppo i primi ad essere arrivati in valle, sia qui, sia oltre le creste, hanno già subito perdite ed i lupi sono stati addirittura visti all’opera dagli stessi pastori.

Il gregge scende ancora e si arriva all’alpeggio. Per fortuna c’è stato chi ha rinunciato alla transumanza ed è andato avanti, approfittando dell’apertura temporanea della strada, per preparare sia il recinto per il gregge, sia una cena abbondante per tutti. C’è anche un compleanno da festeggiare, ma prima come sempre bisogna finire almeno i lavori più urgenti e poi ci si metterà a tavola.

Dall’indomani inizia il pascolamento, ora con il sole, ora con nuvole minacciose e nebbia lassù in quota. Di neve in alto ce n’è poca, il canalone solitamente ingombro dai resti delle slavine è pulito fin su in punta e ci si chiede se l’acqua verrà a mancare, ad un certo punto. Si può solo sperare in periodiche piogge. Il fondovalle non è ancora così lontano, a queste quote, ma per adesso si è completamente isolati. I lavori per la centralina idroelettrica stanno sconvolgendo la strada ed il panorama, eccezionalmente si è ottenuta l’apertura solo per chi lavora in quota nel fine settimana. Per tutti gli altri giorni tocca scendere a piedi e farsi venire a prendere…

Un libro che mi emoziona

 Sto leggendo “Rubare l’erba” di Marco Aime (Casa Editrice Ponte alle Grazie, qui il link per ordinarlo). Se siete appassionati di pastorizia, questo libretto sottile, leggero, tascabile non potete non averlo.

Dico che lo sto leggendo perchè l’ho aperto, l’ho letto di un fiato, poi sono tornata indietro, lo sto soffermandomi sui dettagli.

Mi emoziona, perchè è come se fossi anch’io lì con Marco Aime (antropologo, che ha seguito le sue radici per tornare a fare ricerche anche a Roaschia, paese di origine dei suoi nonni) ad ascoltare le parole di Toni e Margherita, anziani pastori di Roaschia, appunto. Antropologia, ma non abbiate paura, non è un testo pesante e di difficile lettura. Il libro scorre con le ruote del carro dei pastori di Roaschia dietro al loro gregge, fin giù in Lomellina, a “rubare l’erba” per le pecore.

Dire Roaschia vuol dire pastori, il Ruas-cin è IL pastore, riconosciuto ovunque nelle valli alpine piemontesi e non solo. Mi ha emozionato particolarmente leggere l’episodio dell’incontro tra Marco ed un pastore in Val Pellice, nel Vallone degli Invincibili (pag.85-86-87): ho immaginato di vedere Marco ed il suo amico che chiacchieravano con il pastore che saliva lassù a Barma d’Aut, scomparso recentemente.

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita.” Emigrazione, pastorizia, la storia della gente di montagna del secolo scorso. Troverete tanto in questo libro all’apparenza semplice, ma che sarà in grado di suscitare a chi la pastorizia la conosce molte emozioni. Chi invece è un curioso, un semplice appassionato, potrà attraverso le parole dell’Autore approfondire un aspetto della nostra storia non così antica, che mostrerà come i pastori fanno parte del nostro territorio, delle radici di un po’ tutti noi.

Dovresti andare un po’ con i pastori, così impareresti come si sta al mondo!“. Così il papà del piccolo Marco minacciava il figlio che faceva i capricci a tavola.    Leggetelo, vi farà viaggiare nel passato e vi aiuterà a comprendere meglio il presente della pastorizia nomade del XXI secolo.

Se le pietre parlassero

Dovrei raccontarvi la Fiera di Barcellonette, ma ho così tante cose da scrivere su quell'evento che preferisco andare con calma e mostrarvi immagini e pensieri dei giorni d'alpeggio, per riprendere poi con calma l'argomento quando avrò tempo.
Così vi porto in montagna, con giornate di sole che sarebbe bello proseguissero fino alla fine della stagione.

Se il tempo fosse più spesso così, se al mattino il sole facesse brillare le schiene delle pecore con i suoi raggi obliqui, se l'autunno che sta iniziando regalasse giornate senza nebbia, tutto sarebbe più facile. Intanto si inizia a godere di quel tempo, freddo ma stabile, ben sapendo che ormai i giorni da trascorrere in quota saranno sempre meno. Già molte mandrie hanno abbandonato i pascoli, scendendo verso la pianura, verso il fondovalle.

Pascolare su montagne come quelle vuol dire sfruttare anche territori non così ottimali. I pascoli migliori sono già stati utilizzati dalle vacche, alle pecore toccano le "aree marginali", che solo grazie al passaggio del gregge in questi pochi giorni di fine stagione non diventano del tutto una boscaglia. Chissà com'era un tempo… Anche il vecchio sentiero che saliva quassù si sta chiudendo, pure gli escursionisti seguono la strada sterrata, solo le pecore lo usano ancora. Sicuramente una volta non c'erano tanti ontani, il loro legno sarà stato usato per accendere fuochi, stufe, per scaldare stanze e caldaie colme di latte.

E non parliamo solo del secolo scorso. Vorrei interrogare queste pietre ormai consumate che riportano date antiche di secoli e scritte ormai illeggibili. Se sulle baite avevo letto 1839, questa roccia tra l'erba va indietro nel tempo alla seconda metà del 1600. Chi c'era quassù allora? Quante persone? Quanti animali? Come si viveva?

Il freddo del mattino lascia spazio ad un bel sole che inonda la vallata ed i pascoli. Il gregge si sposta qua e là a cercare erba: tra gli ontani, anche se apparentemente non sembra, ce n'è di più verde, che ha patito meno il vento, il freddo, la siccità. E così, nonostante l'andirivieni degli animali, a fine giornata le pance sono piene e la gran parte del gregge ritorna spontaneamente al recinto. Ma c'è sempre qualche irriducibile che starebbe lì sul posto, continuando a pascolare o trovandosi il luogo più adatto per trascorrere la notte.

Con il bel tempo e la visibilità ottimale si riescono ad individuare tutte le ritardatarie e riportarle al recinto, che viene chiuso quando ormai è quasi notte. Le giornate si stanno visibilmente accorciando, appena tramonta il sole il freddo torna a farsi sentire e poter accendere la stufa nella baita è un grande vantaggio. In fondo ad un pastore, che trascorre tutta la giornata all'aperto, non serve chissà cosa, però un tetto e quattro mura, una stufa, un letto, magari anche un bagno al coperto… Piccole grandi cose, quassù.

Ogni pietra ha la sua storia. E se sul territorio ci sei nato, ci sei vissuto, molte di quelle storie le sai raccontare. Così quello non è solo un vecchio muro crollato, ma una ramà per le pecore, lo spazio chiuso dove venivano confinati gli animali da mungere, con il passaggio obbligato dove sfilavano una ad una mattino e sera.

L'importanza della pastorizia sul territorio sta anche in queste piccole cose, frammenti di cultura popolare, di storia che rischiano di perdersi per sempre. Del nucleo di baite che si trovano quassù solo più un paio sono ristrutturate ed utilizzate, tutte le altre crollano al suolo, anno dopo anno. E' cambiata l'economia della montagna, della pastorizia. Certo, quassù si potrebbero fare tante cose, ma ce le immaginiamo solo in giornate del genere, perchè con la nebbia, con la pioggia, chi trascorrerebbe il suo tempo qui, a parte i guardiani degli animali?

Il gregge si avvia verso un'altra giornata al pascolo. Il sole terrà anche per quel giorno. Se ci fosse erba buona, se ci fossero pascoli "interi", gli animali si sposterebbero meno, ma ormai è fine stagione e tocca accontentarsi. E così il pastore corre da mattina a sera, quasi senza avere mai il tempo di sedersi un attimo, nemmeno per il pranzo.

Il vecchio cane si sdraia nell'acqua del ruscello, mentre le pecore sfilano una ad una. Fa di nuovo abbastanza caldo, splendide giornate d'autunno, le migliori di tutta la stagione d'alpe. Tra non molto anche le altre greggi lì intorno scenderanno e quassù non ci sarà più nessun altro, nessun confine da sorvegliare, nessun animale in fuga che va a mischiarsi ora con un gregge, ora con l'altro. Attimi di pace e serenità, se non ci sarà la nebbia.

Il sole scalda sempre più, gli animali scompaiono tra i cespugli, disperdendosi qua e là per la montagna. Ogni tanto però alcuni imboccano un sentiero, una traccia, ed inspiegabilmente gli altri smettono di pascolare per seguirli, andando chissà dove, magari verso il pascolo dove il giorno prima non c'era stato verso di far mangiare l'erba.

Vai a capirlo, il comportamento del gregge! Specialmente di un gregge così composito, con animali di tanti proprietari diversi. Ormai sono anni ed anni che giro "nell'ambiente", addentrandomi sempre più nel mestiere, ma ogni giorno c'è qualcosa di nuovo da imparare, sugli animali, sulla montagna, sul tempo. Qualcosa lo capisci di persona, osservando, qualcosa ti viene fatto notare, ti viene spiegato.

Le pecore salgono ed è bello poter spaziare di nuovo un po' con lo sguardo, come nelle settimane scorse, quando si era in cresta. Si guarda la pianura e si pensa che tra non molto si tornerà laggiù. Ci sarà erba? Saranno aumentati i prezzi anche dei pascoli? Sarà una buona stagione? Intanto il sole si avvia di nuovo a tramontare e gli animali già si incamminano verso il recinto. Ora di scendere, accendere la stufa, metter su le pentole. E' bello l'autunno, mi è sempre piaciuto, ma con la pastorizia lo apprezzo ancora di più, vivendolo all'aria aperta e secondo il ritmo degli animali.