Fa notizia solo perchè è successo a Sestriere?

Ormai certe cose “non fanno più notizia”. Però ogni tanto se ne parla lo stesso… La scorsa settimana un caso di gregge attaccato dai lupi è finito sui giornali, ma non è stato (e ahimè non sarà) l’unico di tutta l’estate. Le prime predazioni si sono avute quando gli animali sono saliti in alpe e le ultime avverranno fino al momento della discesa. Non è una novità. Ma questa volta il tutto è successo a Sestriere, nel mese di agosto, quando su non ci sono solo pastori, margari e abitanti della montagna, ma ci sono i turisti!

Anche senza fare il pastore, anche da normale turista, può succedere di trovarsi davanti ad una scena simile. In questo caso io camminavo lungo una strada sterrata, il gregge aveva cambiato vallata qualche giorno prima e il pastore sapeva che gli mancavano degli animali. Non so dire come e perchè questa pecora fosse morta, ma sicuramente qualcuno l’ha mangiata lasciando la pelle, la lana e qualche osso spezzato. Altre volte si trova una gamba di capriolo, qualche osso con brandelli di carne attaccata. E’ la natura, certo. Ma quando il gregge è in una località rinomata come Sestriere, allora l’attacco “fa notizia”. Bisognerebbe però ricordarsi del problema tutto l’anno, perchè il turista in montagna non ha niente da temere, se c’è il lupo. Non più di quanto debba temere il cinghiale, il cervo o la volpe. Per chi invece in montagna abita e lavora, il discorso è diverso.

Quante  volte, su queste pagine, abbiamo già trattato l’argomento? Innumerevoli… E parlar di lupo, ahimè, vuol sempre dire far polemiche. Perchè questo argomento, per i simbolismi che al lupo sono stati attribuiti nel corso di secoli e millenni, deve sempre prevedere uno schieramento netto da difendere ad oltranza. Quando si parla di lupo, con certa gente non si riesce a ragionare, meno che mai in un’epoca in cui, sempre di più, si è perso il legame con il mondo reale che ci circonda. La montagna, la natura da vivere è diversa da quella che si vede in TV o anche solo da quella che scorre dietro i finestrini di un’auto. Come si può pretendere di sapere cos’è giusto e cosa sbagliato, senza conoscere la realtà? Come soprattutto si può giudicare, senza avere la minima idea di cosa significhi, per un allevatore, trovare un suo animale sbranato?

(Foto F.Barreri)

Nel mese di luglio, aveva fatto scalpore la pubblicazione di queste immagini di un giovane margaro di Oncino (CN). Avendo trovato un vitello ucciso e parzialmente consumato, aveva scattato numerose foto della vacca che girava intorno al suo piccolo.

(Foto F.Barreri)

Particolarmente straziante questa, in cui la madre chiama disperata. Sembra quasi una richiesta di aiuto. Se l’animale è impotente, si sente ancora più impotente l’uomo, abbandonato a se stesso lassù in montagna, alla mercè delle parole che altri pronunciano in sedi lontane, tra cemento e asfalto. Fabio è giovane e si è lasciato andare ad uno sfogo, pubblicando queste immagini in un gruppo facebook, accompagnate dalle sue riflessioni. Il fatto è stato ripreso dai giornali locali e da vari siti, i commenti si sono sprecati ed alla fine è stato certificato che l’attacco non era da attribuire al lupo. Come si può infatti vedere, l’animale è consumato nel posteriore, mentre la classica predazione da lupo prevede il consumo a partire dalla pancia: vengono tirati fuori i visceri e poi l’animale inizia a mangiare la carcassa.

Le polemiche si sono sprecate, come al solito, ed il fatto che fossero stati cani e non lupi è servito per l’ennesima volta a chi continua a sostenere che la gran parte degli attacchi non sia da attribuire ai selvatici (nonostante ogni predazione venga certificata e, molte volte, è l’allevatore stesso a vedere il lupo in azione, come nel caso di Sestriere). Bisogna ripetere ancora una volta che i pastori hanno due tipi di cani? Evidentemente sì, visto che molti non l’hanno ancora capito. Ci sono i cani da guardiania, bianchi, grossi, confusi tra le pecore, con il solo compito di proteggere il gregge dagli intrusi, soprattutto se predatori, ed i cani “toccatori”, i cani da lavoro. E i cani randagi, a cui tanti vorrebbero attribuire le predazioni in alpe? Io, in 37 anni di vita, innumerevoli gite in montagna, stagioni passate in alpeggio, solo una volta ho visto due cani vagare in alta quota senza padrone. In un’altra occasione ho trovato un cane da caccia sperso, che ci ha seguito in fondovalle. Secondo me gli attacchi da cane, per lo meno da queste parti, sono da attribuire ad animali che un padrone ce l’hanno, ma è il cancello di casa a non essere sempre ben chiuso! Animali che “vanno a farsi un giro” e ritornano magari con la pancia piena.

Tornando al lupo, quest’anno le condizioni meteo sono a lui favorevoli. Ormai la gran parte dei pastori ha i cani da guardiania, pratica il pascolo guidato (cioè il pastore sta con gli animali tutto il giorno) ed impiega i recinti di notte. Questi sono gli unici tre “strumenti” attualmente utilizzabili per cercare di difendere il gregge, utili, ma non sufficienti a scongiurare al 100% gli attacchi. Attualmente nessun detrattore efficace è consentito dalla legge. Però ci si ostina a non capire che non si vogliono sterminare i lupi. Certo, nell’impeto del momento, più di uno afferma che vorrebbe ucciderli tutti, ma razionalmente poi la gran parte delle persone, allevatori compresi, afferma di non avercela con il lupo, animale selvatico che non ha nessuna colpa, se non quella di volersi cibare. La rabbia maggiore è rivolta verso chi li difende senza voler ascoltare le ragioni di chi si trova, per diversi mesi all’anno, a “combattere” quotidianamente con il timore di veder uccisi i propri animali.

Non mi stancherò mai di ripetere le stesse cose: i capi uccisi spesso sono il minore dei problemi. Il disagio lo patisce in ugual modo chi subisce predazioni e chi invece non perde nemmeno un animale in tutta la stagione. C’è comunque sempre l’ansia, il timore, le spese, la fatica per cercare di proteggere il tuo gregge. Prendiamo una pecora che si rompe una gamba: in passato si ingessava l’arto e si lasciava tranquillo l’animale dove si trovava: questo brucava, poco per volta si rimetteva in forma. Adesso invece bisogna per forza farlo scendere alla baita, magari chiuderlo in una stalla, perchè altrimenti è una vittima quasi certa. Riuscite ad immaginare cosa voglia dire far scendere lungo una traccia di sentiero sassoso un animale pesante con una gamba rotta? Molte volte ciò compromette ancora di più la frattura. Questo non è che un esempio per cercare di spiegare le tante sfaccettature del “problema lupo”.

Il lupo deve tornare ad avere paura dell’uomo, altrimenti non cambierà nulla. Bisognerebbe smetterla con le parole e le polemiche, che tanto ci piacciono, in Italia, e passare finalmente ai fatti. Smetterla con il “tanto ci sono i rimborsi”, “sono i pastori che non sanno fare il loro lavoro”, “è l’uomo che ha invaso territori non suoi”, ecc ecc ecc, classici commenti che si leggono e ascoltano ogni volta che si tira in ballo l’argomento. Il numero di lupi è in crescita, il territorio piemontese è ormai interamente colonizzato, in tutte le valli ci sono stati attacchi e avvistamenti, un lupo è stato investito in pianura, ad una ventina di chilometri da Torino. Si parla ormai anche di ibridi tra cani e lupi. Purtroppo l’attacco a Sestriere sarà solo una delle tante notizie estive per fare un po’ di clamore, poi arriverà l’autunno (stagione in cui si concentra solitamente il picco delle predazioni) e nessuno parlerà del problema. I pastori si sentiranno sempre più soli, saranno sempre più esasperati e delusi, ma nessuno prenderà mai la responsabilità di una decisione in grado di scatenare le proteste degli ambientalisti. Conta di più l’opinione di chi teorizza una wilderness inesistente rispetto a chi invece lavora e mantiene viva la montagna, la biodiversità, i prodotti caseari e non solo…

Gli Invincibili… in alpeggio!

Una gita in montagna, una gita tra gli alpeggi. Questo post può anche essere considerato “turistico”, ma vi invito a percorrere con me tutto il viaggio per riflettere, come al solito, sulla montagna e sulla pastorizia.

C’è un vallone, in Val Pellice, che si chiama il Vallone degli Invincibili. Solitamente, parlandone, non si pensa immediatamente all’alpeggio, ma piuttosto alla storia: “Il “Vallone degli Invincibili”, per l’ambiente suggestivo e selvaggio ancora integro che offre, ma soprattutto per l’importanza storica che riveste, è da considerare uno dei siti turistici più interessanti della Val Pellice, ed è per questo visitato ogni anno da numerosi escursionisti estudiosi, sia italini che stranieri. Infatti, sotto le “barme” e tra gli anfratti quasi inaccessibili di questo vallone, verso la fine del XVII secolo, trovarono rifugio e riparo numerosi valdesi che si videro costretti a lasciare il fondo valle per sottrarsi all’imposizione di abiura, decretata da Vittorio Amedeo II di Savoia, dopo la revoca dell’Editto di Nantes (1685). Questi rivoltosi, favoriti dalla profonda conoscenza di quei luoghi e sorretti dalle proprie convinzioni, diedero parecchio filo da torcere all’esercito Sabaudo che, seppur organizzato, non riuscì ad avere ragione di questi “ribelli” e a volgere la situazione a proprio favore.” (dal sito Il Portale della val Pellice)

Mentre salgo, tra faggi, rocce, passaggi resi più sicuri da catene, muretti, fontane ripristinate e dotate di tazza appositamente dedicata, il Monviso prima sbuca dietro alla cresta di montagne, poi subito inizia a coprirsi. Le previsioni sono incerte, si annunciano temporali pomeridiani, quindi sono partita presto e prevedo di rientrare altrettanto velocemente.

Il sentiero sale e si inerpica. Qualcuno è passato a pulirlo, tutta l’erba è stata da poco tagliata con il decespugliatore. Potete pensare alla storia di chi qui riuscì a resistere, diventando Invincibile, ma anche a chi per questo ripido viottolo saliva e scendeva con gli animali in transumanza. Immaginate per esempio che sia questo il sentiero del mio ultimo libro… anche se, in realtà, non è a questo alpeggio che mi sono ispirata. Bene o male qualche animale quassù è sempre salito anche in passato, ma chi più di tutti poteva raccontare come fosse la vita lassù nella stagione d’alpe, ormai non c’è più.

Arrivo a Barma d’Aut. Intorno gli animali ci sono già stati a pascolare, e si sentono le campane più in alto. Le baite sono in fase di ristrutturazione, ma io voglio andare a vedere la Barma vera e propria. Anche questo ricovero naturale può essere considerato sotto diversi punti di vista, storici e culturali: “Si tratta di un massiccio costone, una specie di alto promontorio che dalle baite avanza e si affaccia sul vallone sottostante, e che quasi sul frontone (lato orografico sinistro) ospita due singolari barme/balme, di fatto caverne con un piano terroso ben livellato e che sarebbero state elette come abitazioni nel corso del tempo da tutti gli eroi culturali che qui sarebbero vissuti, e cioè dall’uomo preistorico, dalle fate, detentrici di conoscenze e di saperi sulla Natura, dagli Invincibili, dai pastori con i loro gregge. Alcuni gradini ed un rustico ma efficace passamano, ne favoriscono l’accesso e la visita (…).” (dal sito “Villar Pellice, storia e storie“). Per terra infatti vi è un vero e proprio strato di escrementi secchi di ovicaprini, che qui si riparavano dalle intemperie.

Di lì in avanti, il sentiero è una traccia evanescente tra l’erba alta, parzialmente invaso anche da ortiche e cespugli, ma per fortuna gli attraversamenti dei ruscelli sono agevoli e si vedono ancora i segni bianco-rossi sulle pietre. La mia meta è il Gias Subiasco, abbandonato da oltre vent’anni. Il sentiero torna ad essere evidente solo dove hanno pascolato gli animali. Quest’anno infatti l’alpeggio è di nuovo utilizzato. In passato qui veniva un gregge di pecore, ma nessun pastore aveva più abitato in queste baite. Solo una è ancora agibile, ricovero temporaneo di pastori e cacciatori, ma quest’anno è stata ripristinata e rimessa in sesto.

Non ci sono molti animali: qualche vacca appena sopra alle baite, pecore e capre molto più in alto. “Quest’anno sono salito solo con le mie, ho solo qualche capra in guardia. Devo sistemarmi un po’ e sono riuscito a salire solo da poco. Qui i pascoli sono comunali, sulle baite abbiamo sempre pagato il diritto dei muri e adesso mi sistemo quelle che sono nostre, così il prossimo anno potrò organizzarmi diversamente.

Saliamo fin dalle pecore e capre, che stanno pascolando nei pressi di uno dei nevai ai piedi delle pareti del Cornour, sorvegliate da un cane da guardiania. Danilo mi mostra i pascoli, poco utilizzati in passato e in gran parte invasi dai cespugli. Sarebbero da ripulire, ma una gestione stabile potrà contribuire a recuperarli. Una volta su di qua ci sono sempre state vacche, capre e pecore, oggi pare fin strano vedere dei bovini su certi pendii. “Ma non è poi così brutto, là sopra fa un piano, non è peggio che sui versanti di là“, spiega, indicando l’alpeggio confinante.

Mi racconta un po’ la sua storia, in parte già la conosco, ricordiamo insieme la prima volta che ci siamo incontrati, forse era il 2001 o 2002, io salivo in MTB lungo una famosa strada militare, lui mi aveva inseguita con il fuoristrada per avvisarmi della presenza dei cani da guardiania con il suo gregge. In mezzo, tanti anni, tante vicende personali, un periodo ad occuparsi di altro: “…ero giù a fare il muratore, sentivo passare i rudun e mi veniva il magone…“, una passione mai dimenticata. Danilo gira, conosce tanta gente, appassionati di capre, ci sono contatti vecchi e nuovi anche attraverso Facebook, anche se sembra strano parlarne quassù dove le baite sono vecchie, il pavimento è in pietra, non c’è la luce e ben poco è cambiato rispetto a 100 anni fa.

Il maltempo non arriva, così mangiamo pranzo e poi decido di proseguire lungo il sentiero che Danilo e suo papà utilizzano per arrivare all’alpeggio. Un antico sentiero, anche questo invaso dalla vegetazione, dai rododendri e  dall’erba, che loro stanno pian piano ripristinando a colpi di zappa, piccone e falcetto. Mi spiega dove passare, c’è un tratto ancora da ripulire, ma non dovrei perdermi. Altro che rapido rientro a valle!

Anche se è già pomeriggio inoltrato ed il cammino è ancora lungo, valeva la pena proseguire lungo questo antico percorso in quota che arriva a sfiorare la cresta, dove ci si può affacciare sul Vallone di Angrogna, altri alpeggi, altri pascoli. A parte un breve tratto sul costone, dove i segnavia scompaiono tra l’erba, tutto il resto del cammino è perfettamente ripulito. Poi si dice che i pastori in alpeggio non fanno nulla!

Anche i pascoli dell’alpe Caugis non sono pianeggianti. Nonostante sia l’inizio di agosto, domina il verde e le fioriture pure su questi versanti ripidi ed esposti. Forse l’unico posto un po’ meno scosceso è proprio il punto dove sono collocate le baite e ciò spiegherebbe il toponimo con cui è indicato l’alpeggio. “Il nome di Caugis non è una contrazione della locuzione “cave di gesso” — dalle cave si estraeva marmo bianco e non gesso —, ma ha origine da “caugia” che in dialetto villarese significa letto, giaciglio per il bestiame. Più propriamente la grafia di questo toponimo è “Cougis” (Guide des Vallees
Vaudoises, 2′ ed., 1907, p. 135)” (da Mappe e sentieri: itinerari)

Ed ecco i segni, più che evidenti, dell’affioramento di marmo. Ho cercato on-line notizie su questa cava, sull’attività estrattiva e sul suo impiego, ma purtroppo non ho trovato niente di specifico. Se qualcuno sapesse segnalarci ulteriori notizie… sarà molto gradito per completare le informazioni.

La pista termina proprio accanto ai resti della cava. Oggi qui ci sono alcune manze che si alzano in piedi non appena mi vedono. Il resto della mandria si sta già avvicinando all’alpeggio. Per fortuna le previsioni erano errate: invece della pioggia, solo nuvole qua e là, sole che brucia ed aria non troppo calda.

Le vacche rientrano da sole all’alpe, sarà presto ora della mungitura. Io tiro dritto, non c’è più tempo per andare a salutare e far due parole, la discesa lungo la strada sterrata è ancora molto lunga, arriverò all’auto solo quando ormai sarà quasi sera. Anche se è tutto così verde, anche se il sole (quelle poche volte che c’è) è caldo e luminoso, l’aria pare già quella di settembre. Nel bosco più a valle è pieno di funghi di ogni tipo, davvero un’atmosfera autunnale.

Essere in alpe con questo tempo

Negli ultimi giorni, almeno qui in Piemonte, le cose sono un po’ migliorate, per quello che riguarda il meteo. Ieri tanti sono riusciti finalmente ad imballare un po’ di fieno e portarlo in cascina. Le previsioni però parlano di una parentesi di stabilità seguita da nuovi temporali, peggioramento esteso e calo delle temperature (da nimbus.it).

Si sente tanto parlare di maltempo, ma volevo provare a spiegare cosa significhi maltempo in alpeggio. Ci sono le giornate di pioggia battente e quelle di nebbia, pioggerella e umidità. La prima può anche essere pericolosa, con i torrenti che si ingrossano, addirittura frane, strade erose dall’acqua. Invece quando è “solo” una pioggia intermittente accompagnata da nebbia, ti inzuppi anche con l’ombrello. Tutto è bagnato, l’erba ed i rami. L’umidità filtra ovunque, risale. E sudi sotto le giacche e sovrapantaloni, se ti devi muovere. Ovviamente devi camminare, per andare al pascolo, per tirare fili, posizionare le reti del recinto. Devi stare all’aperto per sorvegliare gli animali, per mungerli (se non c’è la stalla).

Camminare nell’erba vuol dire bagnarsi. E’ difficile (e anche pericoloso) andare al pascolo con gli stivali. Gli scarponi a lungo andare non tengono. Inoltre, con un tempo del genere, è persino difficile farli asciugare, da un giorno all’altro. L’umidità si posa sui capelli, sui vestiti. L’umidità risale lungo la stoffa dei pantaloni. Stare al pascolo dal mattino fino alla sera tardi è interminabile, in giornate così. Pensate poi quando le giornate si susseguono per settimane, come quest’anno. Umido e freddo, un freddo che non senti camminando, ma che ti assale quando ti fermi, anche perchè sei sia sudato, sia con scarpe e vestiti bagnati.

Avercelo, un alpeggio così dove potersi ritirare, accendere la stufa, mangiare qualcosa di caldo, far asciugare abiti e calzature! Un’amica l’altro giorno mi diceva: “Noi triboliamo, ma penso ai pastori, tutto il giorno fuori con le pecore… Quando arrivano alla baita devono ancora farsi tutto, se sono da soli.” E quei pastori che hanno baite dove non puoi nemmeno accendere un fuoco? E come fare per lavare/asciugare gli indumenti, se non c’è qualcuno che li porta a valle?  Sarà anche per questo che sto ricevendo, rispetto al solito, molti meno annunci da pubblicare sulla pagina del “lavoro in alpeggio”?

Gli animali pascolano, basta che ci sia da mangiare. Rispetto alle giornate di sole, sprecano più erba quando questa è bagnata, ma per il resto sicuramente è più l’uomo a patire il maltempo. Comunque, per la produzione di latte, pioggia e freddo influiscono e il livello nelle caldaie scende, nonostante i pascoli in fiore e l’erba buona.

Non manca l’acqua, quest’anno. Ogni tanto, con le piogge più violente, è fin un problema attraversare torrenti ed impluvi, ma non si fatica ad abbeverare gli animali… che però quasi non ne hanno bisogno, mangiando erba fresca, spesso addirittura bagnata. Ogni tanto, anche sui pascoli di montagna, sono cadute violente grandinate, che hanno danneggiato l’erba (oltre ad aver contribuito ad abbassare ulteriormente le temperature).

Il fascino della montagna c’è anche in giornate del genere, ma… lo ripeto ancora una volta, è diverso essere lì per una gita o lavorarci per sette giorni la settimana. In certi momenti non puoi nemmeno aprire l’ombrello, se hai le mani impegnate a fare altro (per esempio, mungere). Poi la nebbia (o nuvole “basse”) ti impediscono di vedere gli animali che stai sorvegliando, se sono tutti lì o se si sono divisi e allontanati. Quando ti fermi a mangiare, il più delle volte si tratta di roba fredda, e dopo mangiato la digestione ti porta ad avere ancora più freddo. Non puoi stenderti a riposare, al massimo ti accucci sotto qualche riparo roccioso dove, se sei stato previdente, hai accumulato un po’ di legna più o meno secca per accendere un fuoco. Spero di essere riuscita a rendere almeno un po’ l’idea di cosa voglia dire quest’estate in alpeggio…

Pastori per scelta in Val d’Aosta

Dovevo andare in Val d’Aosta a presentare il mio romanzo e, combinazione, proprio in quel giorno, in una vallata vicina, c’era una transumanza. Un gregge era sceso da un alpeggio per salire in un altro. Siamo a Cogne, il gregge è composto quasi interamente da pecore provenienti dalla provincia di Biella, ma chi mi contatta è Enrico, uno dei pastori. Scoprirò poi la sua storia nel corso della giornata.

Le pecore sono “parcheggiate” nel bosco, verranno aperte poco dopo il nostro arrivo. Per lo spostamento, sono venuti i proprietari degli animali a dare una mano. Il pastore è Jacopo, un giovane Biellese, che ha già passato su questa montagna tre anni, ma le scorse due stagioni era insieme ad un altro pastore, Mauro, da cui ha imparato il mestiere. Infatti Jacopo ha intrapreso questa attività per passione, i suoi genitori fanno tutt’altro, ma lui deve aver contratto quella malattia che ancora si diffonde per un territorio che, da sempre, ha a che fare con le pecore…

Anche Davide è giovane. Lui d’inverno pascola il gregge con il pascolo vagante, ma d’estate affida gli animali in guardia in questo alpeggio. “Da noi nel Biellese… non c’è erba buona come qui. Le montagne non sono come queste! Di qui le pecore scendono sempre belle, in autunno. Mangiano bene e dopo sono più tranquille.” Già una volta le pecore biellesi venivano in Val d’Aosta: il famoso libro “Fame d’erba” infatti mostra per l’appunto greggi di quelle terre che passavano in queste montagne l’estate.

Il gregge sfila lungo la pista che costeggia il torrente gonfio d’acqua. Le piogge, lo scioglimento della neve e dei ghiacciai più a monte, queste sono zone dove solitamente non si patisce la siccità, meno che mai in questa strana estate. Nonostante il brutto tempo patito fino ad ora, le pecore sono belle. Ovviamente ci sono degli animali zoppi, ma sfido a trovare un gregge dove non ve ne siano, specialmente quest’anno!

Mentre si sale, ecco una “stranezza”. I prati già pascolati dalle vacche sono punteggiate di fiori di colchico. Il colchico autunnale! Ma siamo ai primi di agosto! Sono abituata a vedere queste fioriture a fine stagione… C’è davvero qualcosa di anomalo, in questa estate di pioggia e freddo.

Finito il bosco, si giunge alla frazione di Valnontey, dove c’è da fare attenzione ad alcuni campi di patate ed orti accanto alla pista. Le cime che dovevano fare da sfondo a questa transumanza sono nascoste dalle nuvole e sta già ricominciando a cadere una debole pioggia. “Quest’anno non solo non riusciamo a far asciugare gli ombrelli… Marciscono proprio!

Il gregge prosegue, le pecore conoscono la strada, tra poco si inizierà a salire lungo il sentiero, quindi bisognerà caricare tutto il necessario sul basto dell’asino e negli zaini. “E’ un bell’alpeggio lassù, devi poi tornare quando siamo in alto, vedrai che vallone! Solo che non si arriva con la strada e allora con le vacche non salgono più. Però c’è tutto, la stalla, il caseificio…

Nonostante la brutta giornata, ci sono comunque numerosi turisti che stanno per avviarsi lungo il nostro stesso percorso. Il sentiero è molto trafficato, oltre all’alpeggio, lassù c’è il Rifugio Sella, meta di escursionisti ed alpinisti. Qualcuno aspetta, qualcuno cerca di precedere la transumanza, altri ancora si trovano circondati dalle pecore. Chissà quanta gente ci sarebbe stata, in una giornata di sole!

Il sentiero passa accanto al giardino botanico, ma per le pecore le erbe non sono da classificare in rare e comuni, bensì più o meno buone per il pascolo! Ormai piove e ci si rassegna all’ennesima giornata di brutto tempo. Un bel cambiamento di vita per Enrico! Originario di Cogne, fino a non molto tempo fa lavorava come cuoco. Mi aveva già scritto lo scorso anno a fine stagione… E la passione emergeva dalle sue parole e dalle sue immagini.

Il sentiero che conduce all’alpe è una vera e propria opera d’arte. Gli animali in parte lo seguono, in parte si sparpagliano a pascolare. Tornando alla storia di Enrico, da socio del consorzio dei proprietari di questo alpeggio, ha deciso di passare all’attività pratica di gestione e sorveglianza del gregge. “Ho tanto da imparare… Da bambino i miei avevano lavoro con l’albergo e mi mandavano su con i nonni in alpe. Adesso che faccio questo sto meglio. Non ho più lo stress di prima. E’ un’altra vita. Voglio fare anche il corso per gestire al meglio il mio cane, ho preso un cucciolo di border. E poi imparo da Jacopo, che è giovane, ma ha già esperienza.

E’ la prima volta che mi capita di vedere un cartello che segnala i lavori in corso… su di un sentiero! Il percorso viene risistemato egregiamente e così ne beneficiano anche gli animali. “Il prossimo anno voglio portare su un po’ di capre, ho preso delle capre francesi, mungere e fare il formaggio.” Sicuramente, come cuoco, questa attività darà soddisfazioni ad Enrico. Invece alcune giornate al pascolo sono state dure, per lui. “Ho preso tutto l’abbigliamento tecnico, ma quei giorni che fa freddo…

Dopo il ponte, il sentiero si inerpica in un tratto più ripido. Dei giovani (Americani? Australiani?) sono rimasti in mezzo alle pecore, ma paiono divertiti dalla cosa e non si lamentano, a differenza di alcuni Italiani che sbuffano per l’imprevisto che ritarda il loro cammino. Altri ancora guardano schifati le loro scarpette nuove fiammanti insudiciate dagli escrementi che non riescono ad evitare di pestare. Anche questa è montagna…

Ecco finalmente il gregge nei pascoli. L’erba è già un po’ vecchia, ma è comunque ancora tutto un fiore. Le pecore evitano accuratamente il pianoro dove lo scorso anno avevano dormito, così i pastori posizionano nuovamente lì il recinto. Per fortuna ha smesso di piovere… Gli animali non si fanno pregare, pascolano a testa bassa e per un bel po’ non si muoveranno di lì.

Finito di preparare il recinto, anche i pastori pensano al pranzo. Il gregge continua a pascolare, il sole fa dei timidi tentativi di comparsa, ma alla fine vincono ancora una volta le nuvole e non c’è verso di vedere il Gran Paradiso in tutto il suo splendore. A poco a poco le pecore si coricano già a ruminare, sazie più che stanche per la transumanza. erba davvero buona, da queste parti! I due pastori restano su, tutti gli altri scendono a valle. Prometto di tornare per vedere la parte alta del vallone, spero di farcela davvero, magari a settembre.

In alpeggio nel XXI secolo

Nel 2003-2004 giravo per il Piemonte a censire le strutture d’alpeggio. In 10, 11 anni sono successe tante cose, ho anche abitato in alpeggio per alcune stagioni, conoscendo dal vivo questo mondo, le sue dinamiche, tutto ciò che un semplice frequentatore della montagna ignora. Forse in questi anni alcune delle baite sono migliorate, sono stati fatti lavori, ristrutturazioni, nuovi edifici, qualche strada. Ma restano numerose situazioni dove le condizioni di vita non sono propriamente consone al XXI secolo.

Certo, in alpeggio si trascorrono “solo” pochi mesi all’anno. Chi fa questo mestiere è “abituato” ai sacrifici. Passa molto tempo all’aperto. Però non sarebbe ora di cambiare? Qualcuno mi può dire che ci sia anche un fattore di mentalità e di cultura, ma non pensate che sia così per tutti. Nella maggior parte delle situazioni, tocca arrangiarsi, tocca sopportare, ma credo che il passare degli anni, l’avanzare del progresso, renda più difficile farlo, quando si sa che ormai “tutto è possibile”, anche aggiustare una baita a 2000 e più metri, non raggiungibile con una strada.

E’ vero che chi sale in alpeggio guarda soprattutto il pascolo: estensione, morfologia, qualità dell’erba, disponibilità di acqua. Insomma, tutto quello che va sotto il nome di “montagna”. E’ una bella montagna, ma non è detto che ci sia anche un’abitazione decente. Quand’è che qualcuno si deciderà ad intervenire? L’ho già detto molte volte, trovo assurdo che si affitti un territorio dove qualcuno dovrà stare a sorvegliare gli animali per mesi e non ci sia un’abitazione degna di questo nome. Doppiamente grave se, a farlo, è un Ente pubblico.

Inutile lamentarsi della cattiva gestione dei pascoli o di animali incustoditi, se non c’è una baita, se non c’è un posto per ricoverare almeno quelle bestie che ne hanno la necessità. E che dire degli aiutanti? Il titolare dell’alpeggio può stare in un rudere, ma se ha un operaio regolarmente assunto, a norma di legge dovrebbe garantire certe condizioni di vita. Mi hanno spiegato che il Comune affitta l’alpeggio inteso come pascoli e non ha responsabilità sulla parte relativa alle strutture (classificati come ricoveri e non come abitazioni), ma non mi è ben chiaro come questo sia possibile. Se qualcuno ne sapesse di più, mi farebbe un gran piacere spiegandocelo nei commenti.

Così puoi avere una bellissima montagna, un paradiso per gli animali, ma vivere più o meno come 100-200 anni fa. Giovane o anziano, l’allevatore (pastore o margaro che sia), si adatta. Ma magari queste condizioni di vita gli complicano l’esistenza. E’ difficile tenersi in ordine e puliti quando non hai l’acqua in casa, meno che meno calda. Quando mancano i servizi igienici. Quando il tempo è come quest’anno e non puoi nemmeno accendere una stufa. Non si pretende chissà cosa, ma non pensate che anche chi sale in alpeggio non abbia diritto a quel minimo di comodità? Potersi fare una doccia, scaldarsi dopo una giornata sotto la pioggia, un pavimento che non sia di terra battuta, un tetto e quattro mura? E pensate a cosa significhi per le donne: mogli, compagne, fidanzate…

Poi ci si stupisce se di giovani se ne incontrano pochi. Ma anche a vent’anni puoi chiederti perchè devi lavorare in certe condizioni. Prendete questa struttura (ma è solo una delle tante): la proprietà è privata, ma non vogliono nè vendere, nè fare delle ristrutturazioni. In una bella giornata di sole dentro è freddo e umido da far paura, va bene per conservare i formaggi, ma viverci… Certo, si è sempre vissuto così, una volta. Ma perchè nel mondo dell’alpeggio il progresso non deve arrivare? Se si caseifica, la legge richiede certi parametri. E allora facciamo una legge che stabilisca parametri anche per le abitazioni d’alpe. Gli affitti vengono pagati? E allora adeguiamo tutte le strutture, pubbliche o private che siano. Poi imponiamo che, una volta aggiustate, vengano mantenute correttamente, che dove c’è il caseificio venga prodotto formaggio (e non che ci sia una mandria di animali in asciutta).

Alcuni si sono dati da fare in prima persona. Laddove il Comune non riusciva a trovare i fondi per mettere a posto le strutture, si è trovato un accordo. I lavori sono stati fatti dall’affittuario e le spese sostenute scalate dall’affitto degli anni successivi. Mi raccontava un’amica di aver fatto la vita d’alpe, quella più dura. Con il telo sopra al tetto e il vento che si infila tra i muri della baita. Il freddo, l’umidità, il fuoco in un angolo che, se lo accendevi, piangevi per ore per il fumo e tutto si anneriva. Ma una volta era così ovunque, salivi a piedi con i muli. Oggi c’è la centralina, la luce, le piastrelle, la stufa, la doccia. Anche così a volte le condizioni di vita e di lavoro restano dure, quindi ben venga almeno una stanza asciutta e accogliente nel senso più spartano del termine.

Passando accanto a vecchie baite in disuso, molte delle quali ormai crollate, ogni volta mi faccio domande e provo ad immaginare come si vivesse qui 50-100 anni fa. Però, come avete visto, mi pongo ancora più interrogativi passando accanto a strutture poco diverse da queste, vedendole ancora utilizzate! Negli ultimi 20-30 anni sicuramente sono stati fatti passi in avanti per quanto concerne le strutture e infrastrutture d’alpeggio, ma per garantire un futuro a questo mondo e ai suoi protagonisti, c’è ancora da lavorare. Anche quando si parla di “convivere” con i predatori: sarebbe già un po’ più facile se almeno vi fossero le strutture idonee pure negli alpeggi più in quota, dove bisogna per forza risiedere quando il gregge è sui pascoli alti.

Fienagione difficile (e non solo quella)

Persino i TG, tra una notizia sensazionale e l’altra, sono riusciti a dire che il maltempo sta flagellando l’agricoltura. Ieri gli amici in alpeggio mi raccontavano di grandinate, di neve, oltre alle ormai costanti, onnipresenti pioggia, nebbia, nuvole. Problemi in montagna, ma in pianura non si scherza. Ci sarà da piangere quando sarà ora di rientrare in basso. Molti animali forse starebbero meglio giù già ora, con l’erba che cresce a vista d’occhio. In certe stoppie, dove non si è riusciti nemmeno ad imballare la paglia, l’erba è già più alta delle andane ormai annerite che marciscono. E i fieni?

Una fienagione difficilissima. Riuscire a tagliare, far seccare, imballare, ritirare il fieno non è stato possibile per tutti. In pianura è andata bene a qualcuno a maggio, ma poi… Pioggia pioggia, pioggia. In Svizzera dovevo dare una mano alla mia amica Chiara, che fienava per i suoi asini, ma anche là il tempo ci ha lasciati fare solo parte di quello che si doveva.

Ci sono prati che, alla fine, non sono mai stati tagliati. Qualcuno mi ha detto che pensava di pascolarli, per non sprecare l’erba. Non oso pensare al prezzo del fieno, quest’inverno. Non a caso c’è un antico detto che ritorna in vari dialetti e che recita, con inflessioni e grafie più o meno simili, “An de èrba, an de mèrda“. Erba ce n’è, ma la stagione non sta affatto funzionando. Erba schiacciata a terra dalle piogge, dalla grandine. Erba cresciuta “per pioggia”, erba di poca sostanza. E poi in montagna fa freddo…

Appena c’è il sole, un po’ di vento e quel paio di giorni successivi di bel tempo, ovunque i contadini si scatenano a tagliar fieno. Ma bisogna avere la garanzia che riesca a seccare sufficientemente, oppure è fatica sprecata. Quando rientravo dalla Svizzera, passando per il Vallese, ferveva l’attività, tutti nei prati a tagliare.

E così intorno a ridenti paesini ordinati e puliti, con i prati che arrivano fino a confinare con le abitazioni, ettari ed ettari di prati erano già stati tagliati. Sole, vento, tutto sembrava promettere per il meglio. Animali al pascolo non se ne vedevano, erano tutti in alpe a quote maggiori, ma bisognava mettere da parte l’alimento per la lunga stagione invernale.

Dappertutto c’erano trattori in attività, chi a tagliare, chi a girare l’erba. Questo è un vero paesaggio di montagna vivo, operoso, dove l’agricoltura e l’allevamento fanno sì che si crei uno “sfondo” piacevole anche per chi viene qui a far turismo. Ed il turista cerca questo ambiente, frequenta questi posti perchè sa che trova sì l’alta montagna, i ghiacciai ecc ecc, ma anche un paesaggio rurale non contaminato da orrori architettonici.

Lo so che sembrano posti “da cartolina”, ma sono reali. E proprio l’operosità dei trattori in quella stagione di fienagione ci fa capire come cose così siano possibili solo se continua ad esistere l’allevatore, la stalla, l’alpeggio, ecc ecc. Un sistema delicato, ma fondamentale per la montagna. Purtroppo le previsioni continuano a non essere buone, quindi molti non ce la faranno a fare il fieno nemmeno questa volta. Bella vita, mestiere facile, quello del contadino-agricoltore-allevatore…

Alpeggi e paesaggi di media montagna in Canton Ticino

Ancora immagini e racconti d’alpeggio d’oltreconfine. Non sono andata propriamente in alpeggio, ma ho “fatto un giro” e vi mostrerò le mie impressioni e riflessioni.

Tanto per cominciare, ecco un’azienda di mezza montagna: non un’alpeggio, ma una sede fissa in un luogo sicuramente ameno. Da notare l’ordine e la cura del paesaggio, che spesso invece è carente dalle nostre parti. Eppure non è “un’altra erba”… i prati sono prati ovunque!

Qui si producono e vendono formaggi, come indica la freccia. Al momento del mio passaggio, non ho visto animali, forse erano al pascolo più in alto. Non mi trovavo in alta montagna e nemmeno c’erano alture importanti, ma qua e là tra boschi e radure, di animali in zone delimitate dai fili ne ho incontrati molti.

Un alpeggio vero e proprio ad esempio era questo, collocato praticamente in cresta. Qui gli animali erano già passati, l’erba era già stata pascolata e così anche la struttura al momento era vuota.

Poco oltre ho incontrato alcune vacche con i vitelli ed un paio di cavalli. Pochi animali, ma in numero proporzionato ai pascoli a disposizione. Per fortuna le vacche brune avevano le corna! Lo so che vengono loro bruciate per questioni di sicurezza (degli stessi animali e degli operatori in stalla), ma sono sicuramente molto più belle così.

Anche da queste parti la stagione è ben più piovosa della norma, così solo pochi appezzamenti sono stati sfalciati e il fieno è stato imballato. Ovviamente le attrezzature sono quelle adatte per la montagna, per i pendii, per le dimensioni aziendali.

Proseguendo, sono arrivata ad un alpeggio utilizzato, si tratta dell’Alpe Santa Maria di Lago. Ecco qui la scheda dell’azienda, reperita on-line. Si allevano bovini e caprini e, ovviamente, si caseifica il loro latte.

Non so dove fossero le capre, ma vacche Brune e Jersey pascolavano a poca distanza dalla sede d’alpeggio. Certo non si tratta di bellissimi e ricchissimi pascoli d’alta quota, però se queste aree venissero abbandonate, felci, cespugli e infine il bosco chiuderebbero tutti gli spazi. Sulle piste e sui sentieri, in quella giornata di cielo variabile, c’era un’altissima frequentazione di ciclisti ed escursionisti.

Sulla via del rientro, tra tante case e frazioni ancora utilizzate o abitate nel fine settimana, mi sono anche imbattuta in uno dei pochissimi segni di abbandono in un’area di bosco. Altrimenti, ovunque fili tirati, animali al pascolo o prati in attesa di condizioni meteo favorevoli allo sfalcio ed alla fienagione.

Il giorno successivo, sempre in Canton Ticino, ho raggiunto quote più elevate. Anche da queste parti la stagione è tardiva e le mandrie non sono ancora salite molto in alto.

Prossimamente verranno spostate qui e forse ancora più in su. Anche guardando con il binocolo i versanti opposti, non ho visto alpeggi sovraffollati come da noi, mandrie immense la cui entità è visibile persino ad occhio nudo. Anche gli alpeggi con gli edifici più grandi e le maggiori superfici di pascolo, hanno un numero di capi proporzionato.

Quassù le vacche al pascolo presto conviveranno con chi trascorrerà nelle baite il periodo delle vacanze estive. Gli allevatori hanno già tirato i fili intorno alle abitazioni… Chissà se, anche da queste parti, la convivenza allevatori/turisti è diventata sempre più difficile? Così ad occhio direi che l’integrazione tra allevamento e il resto del territorio non è andata perdendosi come dalle nostre parti…

Segnaletica d’alpe… bisogna dire tutto!

Girando per sentieri e strade tra gli alpeggi, di cartelli, segnali, bacheche se ne trovano ormai molti. Perchè? Per informare, ma anche per dettare regole di comportamento che, ahimè, non sono ovvie per la maggior parte delle persone. Molte volte basterebbe il buonsenso, ma sappiamo che questo ultimamente non abbonda. E allora…

Cartelli italiani e cartelli svizzeri. Anche oltreconfine occorre dire tutto, con la differenza che là i cartelli restano, qui da noi spesso vengono strappati, rotti, imbrattati o addirittura portati via. Questo l’ho fotografato in Val Troncea (TO), dove i margari pascolano l’alpe secondo un “piano di pascolo aziendale” che pertanto prevede numerosi recinti entro cui spostare gli animali. Quando uno di questi attraversa un sentiero, è stato realizzato un passaggio. Ovvio che, quando trovi chiuso, dovresti richiudere… Ma meglio specificarlo!

Sempre in Val Troncea, alla borgata Seytes, dove con i fili è stata tenuta fuori dal pascolo l’unica baita ancora in buone condizioni. Dal recinto le vacche non devono scappare, ma qui non devono entrare a fare danni! Speriamo che i turisti rispettino sempre queste indicazioni.

In Svizzera (Canton Ticino), ecco uno dei tanti attraversamenti. Il filo elettrico viene fatto passare in alto, l’escursionista deve aprire quello in basso, dove è pure stata messa una manopola isolata. Certo, tutto questo facilita il turista, mentre il più delle volte sui nostri sentieri troviamo solo il filo tirato, con la corrente e nessun accorgimento per aprire un passaggio. Così tocca scavalcare cercando di non prendere la scossa. Perchè? Perchè è sicuramente un lavoro aggiuntivo, specialmente quando i fili magari vengono spostati già dopo un paio di giorni. Ma soprattutto perchè molte volte capita di non trovare richiuso il passaggio!!!! E gli animali trovano subito il varco…

Ancora in Italia all’alpe Sant’Eurosia (VB), dove si invita sia a tenere i cani al guinzaglio, sia a non lasciare in giro i rifiuti. Sappiamo bene come ormai molta gente abbia un cane e pretenda di lasciarlo libero quando si è in montagna… Certo, il cane ha diritto di correre, il padrone presume di sapere come potrebbe reagire con gli animali al pascolo, ma… Non può immaginare come gli animali invece reagiscano di fronte ad un cane sconosciuto. Quindi, per favore, in alpeggio, con o senza cartelli, se vedete vacche, capre, pecore… Usate il guinzaglio e passate lontano, grazie.

Poi la famosa questione dei cani da guardiania. Anche in Svizzera li trovate, dove c’è un gregge. Qui siamo in Val Bedretto all’alpe Cavanne. Poche semplici indicazioni e persino i QR code, i codici da leggere con gli smartphone per avere informazioni. Turista avvisato…

Ancora cartelli nel territorio di Bigorio (Canton Ticino), uno per tenere al guinzaglio i cani vista la presenza di capre al pascolo, l’altro per spiegare cosa siano le vacche nutrici. Ormai bisogna anche dire che gli animali sono pericolosi… Da una parte un tempo si conosceva il comportamento degli animali cosiddetti domestici, per cui si sapeva che è meglio non avvicinarsi ad una vacca con il vitello. Dall’altra oggi magari c’è chi si avvicina per curiosità o per scattare delle foto, correndo anche dei grossi rischi senza rendersene conto.

Non conoscendo gli animali, le loro abitudini, le loro necessità, bisogna anche evitare di dar loro da mangiare, specie se si tratta di alimenti estranei alla loro dieta, che possono addirittura rivelarsi pericolosi per la loro salute. E così a Sala Capriasca la mia amica Chiara spiega in tutte le lingue di evitare di dare cibo ai suoi asini.

Per finire, una norma di comportamento alla quale i più sicuramente non pensano, dato che spesso vedo i padroni invitare i propri cani a gettarsi nelle vasche di abbeverata durante una gita in montagna. Certo, noi umani beviamo dal beccuccio della fontana, ma nella vasca bevono gli animali. Anche loro magari preferirebbero avere acqua pulita… (Alpe Santa Maria di Lago, Canton Ticino).

Usare la montagna

Sembra di ripetere sempre gli stessi discorsi, ma in ogni valle ritrovi le medesime situazioni. Sarò solo io a chiedermi a che punto dobbiamo arrivare affinché cambi qualcosa? Quello che sta mutando è il clima (e anche lì è un po’ colpa nostra), con temporali che paiono uragani, due o tre ore di pioggia e le terre appena un po’ in pendenza franano, si spostano, colano… I torrenti straripano, trascinano, erodono.

In pianura si subiscono le alluvioni, ma la gran parte di queste nasce in montagna. La stagione d’alpeggio è in pieno svolgimento. Quest’anno non c’è per ora il problema della siccità, piuttosto sono le giornate di nebbia, di pioggia, il freddo, l’umidità, la pioggia e il fango a preoccupare. Addirittura pare che possa arrivare neve a quote relativamente basse nei prossimi giorni. Qua e là la grandine ha massacrato non solo la pianura con i frutteti, le coltivazioni, ma anche i pascoli in quota. Gli animali (e i loro sorveglianti) prendono sulla schiena quel che viene, ma il territorio a volte “si lascia andare” sotto la violenza delle precipitazioni. E’ vero che ultimamente ci troviamo spesso di fronte a fenomeni estremi, precipitazioni di violenza ed intensità inusuale, concentrate su di un territorio abbastanza circoscritto, ma è anche vero che la montagna non è più quella di una volta.

A me fa impressione incontrare mandrie immense, nuvole bianche composte da centinaia di bovini in un unico gruppo. Certo, ci sono “montagne” (cioè alpeggi) in grado di sostenere anche carichi elevati grazie alla morfologia del territorio e la ricchezza della vegetazione, però mi sembra che stiamo esagerando. Da un lato troviamo montagne abbandonate che si ricoprono di vegetazione arbustiva, baite che crollano, dall’altro montagne sfruttate eccessivamente.

Anni fa da queste parti avevo scattato immagini che testimoniavano quanto era stata brucata la vegetazione in un anno siccitoso. Terra bruciata, polvere, camminamenti degli animali. Quest’anno il pascolamento è stato ugualmente estremo e, alla polvere, si è sostituito il fango. Gli animali comunque insistono eccessivamente su questo terreno e, stagione dopo stagione, lo rovineranno.

Un buon pascolo, per mantenersi, deve essere utilizzato adeguatamente. A seconda della quota, un pascolo perde progressivamente le sue caratteristiche quando viene sfruttato erroneamente. Non è solo l’abbandono a far sì che via sia un’involuzione verso la perdita del pascolo (erbe cattive, cespugli, bosco), ma anche un eccesso di pascolamento/calpestamento rovina le praterie. Pascolamento per mantenere la biodiversità vegetale (e di conseguenza animale), ma come in tutte le cose… ci va il giusto mezzo!

Dove mancano le strade, la montagna spesso va all’abbandono. Vengono al massimo messe su bestie in asciutta, talvolta senza un sorvegliante. Dove bene o male si arriva con dei mezzi, è anche più facile che vengano risistemate le strutture. Non serve una reggia… Giusto un posto dove dormire, mangiare, accendere un fuoco per scaldarsi, far asciugare vestiti e scarponi, cucinare. Altro elemento essenziale, un bagno. Se nell’alpeggio si caseifica, allora occorrono i locali idonei. Un alpeggio ben sistemato è anche una buona immagine in generale, sia per la montagna, sia per chi vi lavora.

Vi ricordate quando cercavo scatti di abbeveratoi? Credo di aver raggiunto il nuovo record con questa sfilata di vasche (per fortuna realizzate appositamente e non vasche da bagno riciclate). E’ vero che l’importante è che gli animali si dissetino ed abbiano acqua pulita a volontà… Ma anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte.

La montagna di oggi è diversa da quella di ieri. Qui un tempo si abitava tutto l’anno, ma poi iniziò l’abbandono. Siamo a Seytes, in Val Troncea. Il villaggio venne bruciato dai Tedeschi come rappresaglia contro i partigiani, ma da una ventina d’anni non era già più abitato. L’utilizzo era limitato alla stagione d’alpeggio.

Ecco un estratto dalla bacheca illustrativa che racconta la storia di questo luogo.

Da più di vent’anni ormai qui solo i pascoli vengono utilizzati dagli animali di un altro alpeggio limitrofo. Questa stalla, vera e propria opera d’arte, è vuota. Siamo partiti dalle alluvioni per arrivare all’architettura delle antiche borgate alpine, ma c’è un sottile collegamento. Perché quando qui si abitava tutto l’anno, ogni piccola cosa veniva sistemata. Il territorio era sfalciato, pascolato, coltivato. La legna veniva raccolta. Si facevano muretti, si tracciavano canali, i sentieri e le mulattiere erano percorsi quotidianamente. Forse queste piccole cose non bastano contro le “bombe d’acqua”, alluvioni ce n’erano anche nei tempi passati, ma questa montagna abbandonata di oggi assorbe sempre meno acqua, lascia che i torrenti trascinino giù il legname che via via si accumula, i muretti crollano e la terra frana.

E’ bella la montagna in un giorno di sole, ma l’uomo qui non deve solo essere turista. La bella montagna c’è quando l’uomo la vive, la cura. Oggi ho saputo di amici che hanno pagato un duro prezzo alla montagna, vuoi per la grandine, vuoi per frane e fango, ma sono soli a lottare con l’abbandono che li circonda. E’ facile riempirsi la bocca di “ritorno alla montagna”, ma poi ci si ricorda di quelle persone solo per chiedere tasse ed esigere il rispetto millimetrico di norme che ti soffocano lentamente. Non è possibile equiparare chi resiste lassù con le grandi aziende di pianura… Se si vuol far rivivere la montagna, bisogna studiare qualcosa di apposito! E smetterla di far sì che sia solo una terra di conquista per speculatori dell’edilizia, del turismo, ma anche dell’agricoltura di carta, giocata su ettari, numero di animali e contributi a pioggia.

La “mia” montagna

Tante volte in queste pagine vi ho parlato di montagna, oltre che di pastorizia, di alpeggi, di allevamento. Cos’è la montagna? Possono esistere tante diverse montagne? Sicuramente sì. C’è la montagna che piace a chi la frequenta per diletto (chi solo d’inverno, con la neve, chi solo d’estate, chi in tutte le stagioni), chi la frequenta per sport, chi a piedi, chi in bici, chi in auto, in moto. C’è chi ci lavora come studioso, come tecnico, osserva le rocce, le frane, le foreste, i ghiacciai. C’è chi ci abita e ci lavora tutto l’anno. C’è chi sale con gli animali per la stagione d’alpe.

Nello stesso posto, ciascuno ci vede qualcosa di diverso. Una bella fioritura di ginestre e rododendri è anche un “brutto segnale” di abbandono della montagna. Sicuramente una volta qui non c’erano tutti questi cespugli. Gli uomini e le donne che abitavano la moltitudine di baite diroccate disseminate a tutte le quote, la montagna la dovevano tener pulita per avere pascoli. E la legna serviva per scaldarsi, cucinare, fare il formaggio.

Per chi in montagna ci “va”, questo è un elemento accessorio. Un qualcosa che può capitare di incontrare sul percorso. A volte persino un fastidio. Molti non si chiedono nemmeno cosa ci facciano lì gli animali, da dove provengano, a cosa “servano”. E’ paradossale, ma mi è capitato di sentire i commenti più assurdi. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non sono pochi coloro che, abitando in città, ma non solo, hanno completamente perso il contatto con la realtà rurale.

Facendo una gita in montagna, ciascuno la vede con occhi diversi. Allo stesso modo altrove capiterà per altri ambienti, presumo che il mare del pescatore e quello del turista da spiaggia siano molto differenti! E così io qui guarderò i pascoli e le antiche baite in rovina, un altro invece ammirerà le rocce che si innalzano al di sopra degli spazi verdi. Le pareti, le vette, l’alpinismo. D’altra parte, lo sappiamo, per il mondo degli alpeggi la “montagna” è tutto ciò che gli animali possono pascolare. Per gli altri è la cima, la catena montuosa.

Io qui guardo il pianoro, lo spazio dove potrebbero pascolare degli animali. Penso alla vita che faceva chi un tempo saliva in alpe. Oggi invece da queste parti vengono lasciati quasi liberi (tranne qualche filo qua e là) bovini che non richiedono la presenza continua dell’uomo. Così mi scriveva l’altro giorno un’amica: “Tutto quello che hai descritto lo provo anche io. Se ad esempio vado a camminare qui dalle mie parti, la gente mi appare ridicola per come gira e parla… ma alla fine sono persone normali che non hanno avuto le mie stesse esperienze. Certo, preferisco anche io andare in montagna, ma sulla “mia” montagna, perché lì sono libera e la sento un po mia. La gente che puoi incontrare è un po’ diversa dal mio e dal nostro modo di vedere…“.

Mi piace vedere, incontrare animali selvatici, ma la montagna mi sembra vuota quando non sento una campanella, un belato, un muggito. Se durante un’escursione percorro un intero vallone senza segni di “vita d’alpeggio”, mi manca qualcosa. Come attraversare un villaggio fantasma.

Trovare un antico alpeggio ad oltre 2600 m di quota (Alpe la Motta, Vallone di Noaschetta) a me fa riflettere e non poco sulla vita dei pastori di un tempo. Da queste parti ora passano escursionisti, alpinisti e guardiaparco. La vita di questi ultimi, anche se votata alla montagna, alla solitudine, alla natura, ha poco in comune con quella del pastore e del margaro.

Certe esperienze della vita ti lasciano un segno. Anche se non sei nato in un certo mondo, una volta che ne hai fatto parte, non riesci più a tornare indietro. La montagna ti parla in un certo modo e non puoi non ascoltarla. Sai leggere certi segni. Non arrivi magari alle vette dove c’è da scalare, ma puoi essere felice lo stesso. Chi ha dovuto, per mille motivi, lasciare la sua montagna, ne parlerà sempre con nostalgia, anche se lassù ha fatto una “vita grama”.