Ottobrata

Mentre ottobre sta finendo e i più sono già in pianura, alle prese con mattinate fredde, umide, giornate sì soleggiate, ma a volte con un cielo coperto da velature, in montagna si assaporavano splendide giornate di sole limpido e decisamente caldo. Qui l’autunno è vivo, dalle tinte forti.

Colori sempre più accesi, a queste quote l’autunno dura diverse settimane, durante le quali le montagne a poco a poco si tingono, dall’alto verso il basso. L’erba è ormai sempre più secca. Le creste, dove non si sale più a pascolare, sono giallo-marroni, complice anche la siccità che ha caratterizzato la maggior parte dell’estate ed anche il primo mese di autunno.

Qua e là ci sono chiazze più verdi, magari dove era stato fatto un recinto nei mesi precedenti. Oppure pascoli a quote più basse “lasciati indietro” apposta per questo fine di stagione che si prolunga. Ed è proprio qui che adesso le piccole greggi ancora in quota “resistono” grazie anche al meteo favorevole.

Altrimenti si pascolano versanti e pascoli più poveri, anche rocciosi, dove l’erba più appetita è la festuca ovina. Meno gradita di altre nel resto dell’anno, adesso “a guerna” (nutre), così dicono i pastori. E le pecore fanno bella figura, la sera, quando rientrano al recinto, le pance belle piene ed il passo tranquillo.

Però, quando c’è, si lanciano avidamente sui prati verdi di ricaccio, magari anche tra le case di una borgata, in gran parte ristrutturate, ma non abitate tutto l’anno (a differenza di ciò che accadeva 50-60 anni fa).

Che colori, questo autunno in quota! Era dai tempi in cui andavo a trovare il Pastore, che all’epoca scendeva il più tardi possibile, che non mi capitava di vivere un autunno in montagna. Con queste belle giornate fin troppo calde non mi era mai capitato. C’è il giallo acceso degli aceri, il rosso intenso dei ciliegi, l’arancio-marrone dei faggi. I larici su altri versanti, a quota maggiore… Poi ancora il giallo oro delle betulle.

Capita di pascolare in luoghi fuori dal tempo dove le pecore non sono che un elemento di perfezione in più in questo quadro. Potrebbe sembrare un’immagine costruita, da “museo” di un tempo che fu. Invece siamo di fronte ad un altro esempio di quei piccoli allevatori di montagna che ancora resistono, che praticano il loro mestiere con enorme passione, con ugual cura del bestiame come del paesaggio e del territorio. Questi fnie sono stati realizzati con il fieno raccolto (a mano) ad inizio stagione e quel fieno verrà utilizzato per sfamare vacche e capre nel corso della brutta stagione. Qui, in questa borgata a poco più di mille metri di quota, un tempo si viveva tutto l’anno. Oggi chi ha cura di questi pascoli abita poco lontano. Ma fino a quando avremo ancora un paesaggio così?

Prima o poi ci sarà la transumanza, ma per adesso non ancora. Perché scendere giù in pianura quando quassù c’è ancora da pascolare ed il tempo è tanto bello? Perché scendere dove bisognerà tornare a spendere quotidianamente? Spendere al distributore per mettere benzina o gasolio per andare e venire dal gregge ogni giorno. Spendere per comprare l’erba… Sì, perché sono pochi i pastori vaganti che riescono pascoli gratuiti per parte o per tutta la stagione.

Ma cambierà il tempo, arriverà l’autunno freddo, si parla di pioggia o addiritturaneve e allora anche gli ultimi lasceranno la montagna. Saranno lunghi mesi in cui si aspetterà di tornare in quota. Se facciamo i conti però per quest’anno i mesi trascorsi in quota sono quasi pari a quelli di pianura ed allora non ci si può lamentare…

La categoria più rappresentata

Devo ringraziare ancora una volta il sindaco di Villar Pellice, Lilia Garnier, che mi ha invitata ufficialmente alla fiera d’autunno tenutasi domenica 21 ottobre, in una bellissima e calda giornata di sole, non come in passato quando spesso pioveva o c’era la brina. “Visto che hai intitolato il tuo libro «Di questo lavoro mi piace tutto», mi sembrava giusto che tu fossi qui.” Io c’ero già stata in passato, ma mancavo a questo appuntamento da alcuni anni.

Sono arrivata quando non tutti gli animali erano già giunti sul campo. Per chi non conoscesse questo evento, si tratta sì di una (piccola) fiera, con alcune bancarelle dove vengono esposti prodotti di vario genere, dai formaggi alla frutta, dall’artigianato/hobbistica locale al miele, un po’ di abbigliamento ed almeno uno dei classici banchi di attrezzatura “tecnica” per la zootecnia.

Per quanto riguarda il bestiame, non si tratta di capi in vendita, ma animali degli allevatori locali che vengono portati lì per essere ammirati, fondamentalmente. E’ un’antica tradizione, ma è particolarmente importante in questi giorni raccontare delle rassegne che continuano ad avere luogo, visto che altrove invece manifestazioni simili, magari anche più “importanti”, chiudono i battenti per motivi economici.

Non ho dati ufficiali, non ho contato il numero di allevatori che hanno partecipato con i loro animali (bovini, ovini, caprini ed alcuni equini), ma per un piccolo comune di montagna come Villar Pellice (1124 residenti) sicuramente c’era un patrimonio zootecnico non da poco ed anche di buona qualità.

Mentre il pubblico si aggirava per la fiera, gli esperti osservavano attentamente tutti i capi, per stabilire le graduatorie e decidere chi avrebbe poi dovuto ricevere i premi (di partecipazione per tutti, campane per i migliori).

Si poteva anche votare il rudun, scegliere tra i campanacci portati dagli allevatori decidendo quale fosse il più bello, che alla fine sarebbe stato adeguatamente premiato.

Ancora tante pecore e capre, da queste parti. Mi ha fatto particolarmente piacere sentire le parole di un allevatore che, vedendomi fotografare le sue belle pecore, mi ha detto: “Il merito è di Ivan, era lui che le aveva quest’estate!”. Fa piacere sentire che venga riconosciuto il lavoro del pastore che ha badato al gregge nella stagione appena conclusa. Tra l’altro, alla fine quel gruppo è stato premiato come quello ovino più bello.

Gli appassionati di tutte le età si affollavano intorno alle capre. Da queste parti comunque continueranno gli appuntamenti anche nei prossimi giorni. A Bobbio Pellice (pochi chilometri più a valle) con la Fiera della Calà (28 ottobre, ma vi ricordo la presentazione di “Di questo lavoro mi ) e poi con la “famosa” Fiera dei Santi di Luserna San Giovanni (2 novembre).

Ancora un giro tra i bovini in mostra, attendendo l’ora del pranzo sotto il tendone. Gli addetti ai lavori lamentavano un piccolo calo nelle presenze, sull’ordine dei 50 coperti, ma non tale da mettere in pericolo il bilancio della fiera. Complimenti ai cuochi per i due secondi, vitellone ed agnello (locali!) erano davvero ottimamente cucinati.

E poi premiazione! Prima che gli allevatori si dedicassero ai canti ed all’allegria, il Sindaco li richiama tutti all’aperto. Un breve discorso, assolutamente non retorico, ma doveroso, in cui si ricordano i tempi difficili che stiamo vivendo, specialmente a livello amministrativo. Cosa accadrà, senza le Comunità Montane, che qui hanno davvero fatto tanto? Un ringraziamento agli allevatori, la categoria più rappresentata a livello occupazionale nel paese, e poi via con le premiazioni.

In prima fila un pubblico di giovani e giovanissimi, tra i quali qualcuno verrà poi chiamato a ricevere un riconoscimento. Premi anche per la coppia più giovane che sale in alpeggio…

Ecco una bella foto di gruppo per tutti i premiati e sicuramente riconoscerete molti di loro, che in passato sono già stati protagonisti su queste pagine. Dopo c’è chi torna a casa e chi rientra nel tendone per festeggiare, cantare, giocare alla morra… Per un giorno magari si farà tardi, ma dall’indomani riprenderà il lavoro come sempre. Animali al pascolo fin quando farà bello, poi in stalla, per tutto l’inverno.

In montagna fin quando si può

Quest’anno c’è chi è dovuto scappare presto, prestissimo dall’alpe, anche prima di quando sarebbe normale. Altri invece, in diverse condizioni ambientali, territoriali e forse con altri “numeri”, riescono a prolungare la stagione. Comunque, da che mondo è mondo, le pecore scendono per ultime dagli alpeggi, dopo aver ripulito quel che c’era ancora anche sui pascoli dei bovini, garantendo una pulizia che farà sì che l’anno successivo per tutti ci sia un buon ricaccio ed una vegetazione anche più precoce, visto che l’erba non sarà soffocata da quella che tecnicamente si chiama “necromassa”, cioè l’erba secca non pascolata l’anno prima.

L’autunno spesso porta maltempo, ma l’altro giorno questo aveva una strana faccia. In montagna grandine, neve e pioggia, in pianura violenti temporali con tanto di tuoni ed un cielo che pareva il mese di maggio. Poi un vento fortissimo che, la sera, aveva iniziato dalle montagne per ripulire il cielo, in giochi di luci, nebbie e nuvole che sembravano un quadro.

Così come, per il pastore, vale la pena affrontare il maltempo, gli orari, le camminate, i sacrifici per il benessere del gregge, per vedere a fine stagione le pecore “belle” (dove per belle si intende sane, grasse, con la lana soffice, ecc…), vale anche la pena affrontare tante difficoltà per essere lì in un momento del genere, per vedere (e fotografare) un tramonto così.

Quella sera la giornata andava degradando in un tempo incerto. Il gregge ormai pascolava a “bassa quota”, dopo aver esaurito il pascolamento sui versanti e sulle creste. In queste aree, che facilmente possono trasformarsi in bosco, la pastorizia ha un ruolo particolarmente importante, anche (soprattutto?) a livello paesaggistico. Non è solo la bellezza di vedere il gregge al pascolo in quei pochi giorni all’anno…

Io amo l’autunno per vari motivi: tra questi, il meraviglioso spettacolo offerto dai colori della natura che si prepara all’inverno. Oltre a ciò, è in questa stagione che si pascola nelle aree più marginali delle montagne, quelle che un tempo erano abitate probabilmente tutto l’anno o che comunque avevano una loro funzione nel delicato e meraviglioso sistema economico della montagna. Oggi restano baite semi-abbandonate, che il bosco ingloberebbe completamente in pochissimo tempo se nessuna forma di utilizzo venisse ancora praticata. Essere lì con il gregge, tra baite, fontane, vecchie stalle, muretti, terrazzamenti, sentieri che collegavano i vari insediamenti, mi fa pensare al passato… ma soprattutto al futuro.

Dopo la giornata di maltempo e bufera, al mattino c’era la brina ed il terreno era gelato, ma poi il cielo limpido ed il sole avevano riportato un po’ di tepore. Tra l’erba apparentemente secca, il gregge trovava di che sfamarsi, pascolando placidamente. Ogni stagione ha la sua pastura, presto sarà il momento dei prati di pianura, ma per ora si raccoglie quello che c’è ancora quassù.

Tra quelli che resistono in quota in queste settimane, oltre a qualche pastore, ci sono personaggi molto particolari, quelli che più di tutti mi fanno pensare al futuro. Piccoli, piccolissimi allevatori, spesso pensionati, che per passione hanno comunque sempre avuto qualche animale, che siano capre, pecore o vacche. Abitano spesso in vecchie strutture che poco si discostano da quelle abbandonate, magari in condizioni di vita ai limiti dell’essenziale. Ma sono felici… Se non ci fossero loro, scomparirebbero quei prati di media valle, quei piccoli angoli ancora curati (spesso a mano), con muretti a secco, terrazzamenti, fienili. Prato-pascoli che tanto abbelliscono il paesaggio, ma che rischiano di scomparire quando queste figure, per limiti di età, cesseranno di allevare animali. Non saranno gli allevatori dei grandi numeri a sostituirli, gli spazi che occupano loro non interessano a nessuno di questi personaggi. Loro sì che dovrebbero ricevere dei contributi!!! Loro sì che fanno un’opera meritevole per la montagna! Forse a sostituirli saranno dei giovani, magari inesperti e digiuni di questa vita, ma desiderosi di tornare ad uno stile di vita più naturale, meno stressante, dai ritmi sostenibili.

Certo, a ben pochi riuscirà di fare questo, perchè fare il pastore comporta immensi sacrifici. Bisogna andare oltre la poesia dei colori d’autunno ed al fascino del gregge che va verso i pascoli. Siamo nel XXI secolo e bisogna comunque vivere concretamente, anche perchè si devono affrontare spese che, quando queste terre erano abitate da chi costruì quelle baite, non esistevano. Non esisteva la burocrazia e tante altre cose… quelle cose che fanno sì che oggi gli attuali proprietari magari abbattano le vecchie baite per non dover pagare accatastamento o IMU.

Viene voglia di rimanere quassù e perdersi tra le nebbie, non dover ritornare giù in pianura, dove c’è già ad attenderti la frenesia, il traffico, le spese, la burocrazia, l’ottusità, l’intolleranza… In montagna puoi permetterti di dimenticare in che giorno vivi, ma essendo nel XXI secolo ci sarà subito una lettera, un sollecito a ricordarti della scadenza non rispettata.

Ma per il pastore tutto questo è troppo. A lui basta vedere i suoi animali ben allargati a pascolare mentre incombe la sera. Sa che anche per quel giorno li ritirerà “pieni” nel recinto, quindi per il momento si può ancora posticipare la transumanza. Questo anche grazie al fatto che la tecnologia di internet fa sì che qualcuno lo informi delle previsioni meteo al momento favorevoli. Mal che vada, comunque, si scende come accadeva un tempo, quando si vede che inizia a nevicare!

Quelle giornate…

Non puoi programmare la transumanza, specie se sei un pastore e ti sposti a piedi. Chi prenota i camion, un minimo di anticipo è costretto ad averlo, ma se gestisci tu il tuo gregge in autonomia, quando ti rendi conto che l’erba sta per finire, parti e vai… Certo, il bel tempo è auspicabile, ma alla fine parti così com’è, tribolando di più o di meno a seconda della situazione.

Per quella transumanza un po’ anomala sarebbe stato il caso di avere una bella giornata. La nebbia poteva rivelarsi pericolosa, andando a nascondere parte del percorso, ma anche favorendo il rischio di perdere qualche animale. Era una transumanza dal sapore antico…

C’è chi prende i camion e chi invece scende a piedi. Scende… E c’è chi sale. Sale per rientrare nella valle di origine, dalla quale il gregge si era allontanato. E così, invece di seguire le strade “nuove”, l’asfalto, il fondovalle, si percorrono prima antiche strade, risalendo…

Strade costruite per usi militari nel secolo scorso e ancora perfettamente conservate. Oggi però bisogna fare attenzione che nessuna pecora, nessun agnello, spingendosi, salti giù dai quei muri alti di blocchi squadrati. I colori sono quelli dell’autunno, via via che si sale dominano il giallo, l’arancio e il rosso.

Più in alto, fuori dai boschi, ci si ferma a pascolare rapidamente in quello che è ricresciuto dove altre mandrie, altre greggi hanno trascorso l’estate. Da questi alpeggi la transumanza si è già allontanata da settimane, ma nel frattempo la pioggia ha favorito il ricaccio di quel po’ di erba che sarà sufficiente a sfamare il gregge di passaggio.

Pranzano rapidamente anche i pastori, poi si riparte. D’ora in poi nessuna auto al seguito, d’ora in poi si seguiranno gli antichi sentieri e la transumanza sarà davvero quella di un tempo, lontana da tutto e da tutti. Molte delle antiche vie che oggi gli escursionisti percorrono nel corso di trekking e gite domenicali devono le loro origini anche alla transumanza.

La giornata alla fine è una delle migliori che si potessero avere: sole, un po’ di vento, nuvole e nebbie che si fermano a coprire il fondovalle. Luce limpida e colori autunnali, gli animali non sono accaldati nonostante il lungo cammino. Per ora la visibilità è ottima e non si corrono rischi, anche con gli agnelli che inevitabilmente qua e là resteranno attardati.

E’ autunno, la luce radente fa sì che alcuni tratti del percorso siano già in ombra nelle prime ore del pomeriggio. Lungo il sentiero il gregge si allunga in un’interminabile fila. Non c’è nemmeno la possibilità di disperdersi, intorno la vegetazione cespugliosa è abbastanza fitta, sono percorsi poco trafficati, anche se questa non è l’unica transumanza a passare di qui.

Ogni tanto è necessaria una tappa, per far ricompattare il gregge, ma anche per far riposare gli animali. Il sole è caldo senza essere fastidioso, pertanto gli animali non sembrano patire eccessivamente la transumanza, anche se il cammino è lungo. Poi questi antichi percorsi sono molto più adatti dell’asfalto per le loro zampe.

Viene il momento di cambiare definitivamente versante e muta anche la vegetazione. Ci si sta abbassando di quota, queste sono zone quasi abbandonate, il pascolamento o non è praticato o avviene sporadicamente. Cambia il panorama, si ritorna da dove si era partiti oltre tre mesi prima.

Bisogna riuscire ad arrivare prima che venga notte. Diversamente dalla transumanza di andata, adesso le giornate si stanno sensibilmente accorciando ed il passaggio dal pomeriggio alla sera è rapido. Un colle è il luogo giusto per riunire il gregge ancora una volta, con il pericolo della nebbia che incombe.

La nebbia infatti si alza e si abbassa, iniziando ad impensierire i pastori. Ormai però si è prossimi alla destinazione e… quasi non sarebbe “tornare a casa”, se non ci fosse la nebbia! Purtroppo si teme che sia anche compagna degli ultimi giorni di alpeggio, a concludere una stagione che invece fino ad ora era stata abbastanza buona sotto quel punto di vista.

Il gregge appare e scompare tra gli sbuffi di densa nebbia umida, ma per fortuna sembra prevalere il bel tempo almeno per dare il via alla discesa conclusiva. Gli animali, che hanno riconosciuto il posto, sembrano perplessi e vorrebbero quasi incamminarsi lungo il sentiero percorso la scorsa primavera, quello che li riporterebbe direttamente in fondovalle.

Invece si scende ancora tra i pascoli secchi, erba grama, quell’erba che si era dimenticata, durante l’estate in un alpeggio con vegetazione di tutt’altro tipo. Restano da pascolare alcune zone alle quote inferiori e poi la stagione d’alpeggio sarà definitivamente conclusa.

Ormai è sera, le pecore pascolano intorno al luogo dove verrà realizzato il recinto. Anche questa tappa della transumanza si è conclusa felicemente, in una delle più belle giornate d’autunno. Poco per volta i colori caldi di questa stagione arriveranno anche a queste quote, ma non sarà la stessa cosa, non sarà come affrontare la transumanza lassù, lungo quel sentiero dove il gregge era un’interminabile fila di puntini bianchi.

Amarezza, prima di partire

Anche se purtroppo, quest’anno come gli altri, gli attacchi del lupo si sono susseguiti nel  corso di tutta la stagione, per i pastori il momento più a rischio spesso coincide con gli ultimi periodi d’autunno, quelli precedenti la transumanza.

Possono ancora esserci belle giornate di cielo terso e limpido, sole ancora caldo, tutti i più bei colori dell’autunno. I margari confinanti sono il più delle volte già scesi e così c’è tutta la montagna a disposizione, da cima a fondo, senza più vincoli di confini, fili, pascoli. Giornate di relax che preludono alle intense ore della transumanza.

Oppure tristi giornate di nebbia autunnale, fredda, umida, avvolgente. Nebbia che va e viene, nebbia che porta via gli ultimi residui d’estate. Quest’anno, anche nelle zone notoriamente più nebbiose, la nemica dei pastori si è fatta vedere meno frequentemente del solito. Ma quando è arrivata…

Puoi essere  il miglior pastore del mondo,  ma quando la nebbia si abbassa e ti circonda, rischi di non riuscire a ritirare tutti gli animali. Può essere una pecora che torna  indietro a cercare il suo agnello addormentato, può essere il gruppetto di capre che è salito a pascolare foglie su qualche balza.

Quando va bene, la nebbia della giornata si dissolve in una serata limpida e paesaggisticamente bella. Quando va male la notte arriva ancora prima, l’oscurità della nebbia non può essere penetrata nemmeno dalla luce delle pile e tu cerchi solo di capire se sei riuscito a ricondurre al recinto tutti gli animali. Se capisci che ne mancano tanti, torni indietro tendendo le orecchie alle campane e vai avanti così  fin quando è umanamente possibile, poi ti arrendi.

Al mattino il pastore era arrivato al recinto che era ancora notte perchè sapeva che mancavano delle capre. Alcune le aveva trovate lì, proprio vicine alla rete,  rientrate nel corso della notte. Il cane da guardiania però era inquieto e, appena uscito dal recinto, si era precipitato verso i cespugli. Là l’amara scoperta: questa agnella, nata in primavera, era rimasta fuori insieme alle capre, una delle quali era la sua balia, ed era stata interamente divorata.

Restava giusto la testa, sulla quale più tardi si sarebbero accaniti i corvi, la pelle con i segni dell’attacco, il rumine gonfio di erba da digerire e pochi frammenti di osso tranciati dai potenti denti del lupo. E lo stesso accadeva altrove, nelle stesse sere o in quelle successive. Gli animali disgraziatamente rimasti fuori venivano trovati morti, consumati parzialmente o interamente il giorno successivo. “Arriverà il giorno che le venderò tutte perchè stufo di fare una vita del genere e continuare a subire questo nonostante tutti gli sforzi ed i sacrifici fatti. E allora lo dirò a tutti, che la gente lo sappia, che lo farò per colpa del lupo che loro proteggono tanto, restandosene seduti al caldo nei loro salotti!“.

Cos’è l’autunno

Adesso è ufficialmente iniziato, anche sul calendario. L’autunno è quella stagione che in montagna arriva prima, a volte dura poco, trasformandosi rapidamente in inverno. Oppure è più gradevole che non in pianura, quando su ci si crogiola ancora al sole, guardando verso la pianura sommersa dalla nebbia.

Per me l’autunno si annuncia così. E’ quel primo rametto di larice che, nel bosco ancora verde, si incendia all’improvviso. Poi ci saranno quelle giornate di colori in tutte le tonalità dal giallo al marrone, passando per l’arancione ed il rosso, ma quel primo ramo è un segnale di quello che verrà.

L’autunno è la stagione delle transumanze. I pastori scendono per ultimi, se hanno hanno ancora erba cercano di resistere lassù. Magari iniziano a scendere  piccoli gruppi di quelle pecore “in guardia”, affidati dai “particolari” al pastore per l’estate. In questi giorni comunque nelle valli di transumanze se ne vedranno passare tante, sia lente e gioiose, al suono dei campanacci, a piedi, lungo le strade, sia più “moderne”, con gli autotreni che scendono alle cascine ed ai pascoli di pianura con i loro carichi animali.

Dopo un’estate fin troppo soleggiata, interrotta da neve e alluvioni un mese fa circa, come sarà l’autunno? Belle giornate sullo sfondo di una variegata tavolozza? Oppure pioggia, neve, nebbia? Di sicuro le giornate sono sempre più corte, al mattino il sole arriva  tardi, la sera l’oscurità ti coglie sempre più in   fretta.

I mirtilli incendiano il paesaggio, l’erba (dove ce n’è ancora) marcisce rapidamente tra sbalzi di temperatura, gelate, vento, sole, pioggia e nebbia. Chi deve prenotare un camion, sceglie un giorno per la partenza. Chi andrà a piedi esita, cerca di calcolare i giorni di pascolo, alla fine sarà solo l’obbligo burocratico di dover adempiere alla legge a far scrivere una data ed una destinazione.

L’autunno è giornate di pioggia battente, a volte fredda, a volte cadenzata da lunghi tuoni che sembrano un po’ fuori stagione. Gli animali esitano, pascolano a volte quieti, a volte innervositi dal maltempo. Per i pastori sono lunghe giornate, si cerca una “balma”  per sedersi e mangiare all’asciutto, chiudendo l’ombrello e magari accendendo un piccolo fuoco, se ci si è ricordati di mettere della legna all’asciutto nelle giornate di sole.

Quelle giornate un po’ così, con il temporale che se ne va lasciando un cielo livido ed aria di neve, quella neve che  è di nuovo caduta sulle cime ed anche un po’ più in giù. Neve che non fa ancora paura, ma che sempre di più ricorda al pastore che sta per finire il suo periodo quassù. Resteranno i pascoli puliti dall’erba vecchia, il concime naturalmente sparso, resterà il silenzio, niente più belati, campane, muggiti.

La pioggia se ne va, il cielo è incerto sul da  farsi, ma poi si alza un forte vento e gli animali si rifiutano di andare ancora in alto a pascolare. Vorrebbero scendere nella ricrescita verde, cresciuta laddove si era pascolato ad  inizio stagione. Ma  quella sarà poi destinata agli ultimi momenti prima della transumanza.

Il vento spazza le nuvole, torna il sole. La neve lassù in alto svanisce rapidamente, per ricomparire poi alcune mattine dopo, in  seguito a forti rovesci notturni. Giù in pianura, in fondovalle, l’autunno è diverso. Meno drastico, arriverà a poco a poco, per aprirsi poi in una magica tavolozza di colori. Buona transumanza a tutti quelli che in questi giorni si metteranno in cammino!

I pascoli di carta

Ricordate quelli che avevo definito “lupi a due gambe”? Poi anche un post successivo sempre sullo stesso argomento qui. Intanto l’estate è passata, in Piemonte è nata anche un’associazione, l’Adialpi (Associazione Difesa Alpeggi Piemonte), dell’argomento si è parlato sempre più ed adesso è uscito questo articolo su L’Espresso, a firma di Paolo Cagnan. In “La truffa dei pascoli fantasma” il giornalista sintetizza i punti salienti della faccenda, cercando di spiegarla anche ai non addetti ai lavori.

Tra l’altro, gli stessi addetti ai lavori per primi non hanno ben capito cosa stesse succedendo… Prima vi sono stati “quelli dei tori”, poi i terreni ricercati per lo smaltimento nitrati ed infine  questi pascoli fantasma legati agli aiuti disaccoppiati. Che paroloni! Che ne sa l’onesto piccolo allevatore di montagna, quello che  il suo mestiere lo fa sì per reddito, ma soprattutto per passione, per amore degli animali, per scelta di vita? Leggete qui il testo di un’interrogazione parlamentare del 2006 sulla questione dei contributi per i vitelloni all’ingrasso messi al pascolo, la famosa questione dei tori che in alpeggio non sono mai arrivati, o sono saliti sì, ma lassù sono anche morti, oppure sono stati alimentati con farine e altro portati dal fondovalle, mentre le tasche dei loro padroni si riempivano di contributi…

Di chi la colpa? Di tanti… Delle leggi fatte male, che permettono ai furbi di trovare il modo per mettere sotto un rubinetto aperto che sputa fuori soldi un                sacco molto capiente. E così i contributi, in questo caso, non vanno nelle tasche del piccolo che davvero alleva con attenzione a territorio, prodotti, razze  autoctone, ecc., ma di chi ha saputo leggere tra le righe e sfruttare a suo beneficio leggi inizialmente  ideate con altri scopi. Il fenomeno è diffuso in tutt’Italia, da Nord a Sud, da Est ad Ovest. Se “solo” la questione fosse legata a qualcuno più abile ad intascare soldi, sarebbe ancora il meno. Ma il problema è che gli alpeggi liberi non ci sono più ed i veri allevatori non soltanto non possono beneficiare dei contributi, se non affittano l’alpe a nome loro, ma  rischiano anche di non poter salire in montagna. Il Presidente di Adialpi, Dalmasso, in un’intervista dichiarava: “Siamo di fronte a una truffa legalizzata, oggi qualsiasi allevatore può aggiudicarsi i pascoli in montagna, basta che si impegni a tenere pulito l’alpeggio. Succede quindi che i grandi possessori di titoli PAC facciano a gara per ottenere quei terreni, che consentono loro di incassare i contributi comunitari. Così i prezzi vanno alle stelle e i margari vengono scalzati. Al danno, spesso si aggiunge la beffa, quando quegli stessi speculatori offrono al margaro la possibilità di “tenere pulita la montagna”, pagando loro un affitto! E’ come se un’impresa di pulizie pagasse per pulire! Se poi il margaro non riesce a reimpiegare il suo titolo PAC su un altro terreno, dopo un anno lo perderà e non gli rimarrà che lavorare per conto terzi a pulire le montagne degli altri“.

Quindi quei lupi a due gambe che fanno? Prendono l’alpe (spesso offrendo ben di più all’asta, tanto possono permetterselo) e poi cercano chi la  pascoli, perchè altrimenti senza animali salta il contributo. Mi dicevano che molti dei pastori vaganti della Lombardia sono caduti in questo meccanismo e in Piemonte  numerosi margari e pastori iniziano ad avere seri problemi. Dei ragazzi, che per timore di “ritorsioni” non vogliono essere identificati, mi raccontavano di essere stati avvicinati da questi personaggi che offrivano loro tutta una serie di servizi (trasporto degli animali verso l’alpe, tosatura) in cambio della presenza dei loro animali sui pascoli. In questo modo la “carta” è a posto, le bestie ci sono, ma non è questo il futuro che vogliamo per l’alpicoltura e la zootecnia di Alpi ed Appennini! Devono capirlo prima di tutto i COMUNI, visto che sono loro ad affittare malghe, alpeggi, pascoli, alpi… chiamiamoli come vogliamo, ma tanto abbiamo capito qual è l’oggetto! Se non sono gli altri Enti (Ministero, Regioni, Province) a fare qualcosa, comunque deve essere il Comune a scrivere il bando e assegnare l’alpeggio. Se le Amministrazioni hanno a cuore il territorio e la loro gente, possono fare qualcosa, se invece guardano la cassa… Leggete questo articolo, per esempio.

Ho trovato un po’ di materiale in rete sulle passate truffe legate a contributi, pascoli e zootecnia: iniziamo dal 2006, quando già c’erano “pascoli milionari” qui e qui.   Questa è notizia del 2008.

La fine della stagione

E’ inevitabile parlare del tempo. Quando fai un lavoro che ti espone ai suoi capricci quotidianamente, è una delle prime cose a cui pensi ogni mattina. Se poi dipendi da precipitazioni e temperature per avere di che sfamare i tuoi animali, ancor più guardi verso l’alto per capire cosa accadrà.

Nei giorni precedenti era successo un po’ di tutto, ancora stava piovendo ed i torrenti erano gonfi di acqua, neve sciolta, terra. Qua e là dalle valli arrivavano notizie anche drammatiche di animali deceduti, alcuni singolarmente, scivolati in un burrone, altri quasi in massa. Non sono però le poche righe scarne di un comunicato stampa a rendere l’idea di ciò che può essere successo davvero.

Si attendeva la pioggia, per far riprendere la vegetazione, ma a volte la natura, anche lei confusa da questo strano clima, gioca strani scherzi, come per questo rododendro, fiorito per la seconda volta in un anno dopo l’estate torrida e siccitosa.

Sono lunghe le giornate al pascolo quando piove, fa freddo, tira vento. Ma il peggio è ormai passato, la pioggerella fine bagna sì, ma non ingrossa più i torrenti, che poco per volta tornano alla normalità. Non si soffrirà più la sete ed in pianura, sul terreno caldo, l’erba riprenderà a crescere.

Quando finalmente tornerà anche il sole, sulle cime più alte ci saranno ancora le tracce della neve, quella stessa neve che si è accumulata al piede dei canalini, ma che lentamente scioglie sotto un sole ancora caldo. Chi è riuscito a  rimanere su si gode questa fine di stagione, ben sapendo che stanno per iniziare i giorni più belli.

Le pecore si sparpagliano e pascolano tranquille, senza “correre” avanti e indietro quando l’erba è fresca ed i pascoli sono ancora tutti “interi”. Presto rimarranno le uniche padrone della montagna, quando a poco a poco i marghè scenderanno a valle. Ovvio che però questo accade dove lo cose sono andate più o meno come in tutte le stagioni, e non dove già nel mese di agosto c’è stato bisogno di organizzare la transumanza.

Personalmente amo l’autunno, i suoi colori, le sue atmosfere. Quando risali le valli, incontri sempre meno turisti, solo qualche isolata targa di stranieri che possono permettersi delle ferie quasi fuori stagione, mentre tutti gli altri automobilisti, in settimana, sono persone che vivono e/o lavorano in montagna. Alla tristezza delle seconde case sprangate, si affianca quella sensazione di pace in quota, quella luce più radente, le giornate che finiscono prima, con il buio, il piacere di entrare la sera nella baita calda, luminosa, accogliente.


Le giornate che si accorciano sempre più trascorrono però lente, rilassate, quasi ci si riposa in vista dei giorni che verranno, con le transumanze, gli spostamenti, l’arrivo in pianura e tutto ciò che questo significa. Non hai ancora voglia di scendere, stai bene lassù…

L’impegno maggiore di questo periodo sono i parti delle pecore: devi seguirle, capire dove vanno a partorire, fare attenzione che prendano gli agnelli, eventualmente darne uno in balia alle capre se la mamma ha poco latte o lo rifiuta. La montagna si popola di belati, le madri che chiamano gli agnelli, gli agnelli che cercano le madri. Alcune, più attente, non abbandonano per un istante i loro piccoli, altre partono per i pascoli come se niente fosse, salvo poi all’improvviso ricordarsi della prole, e allora ritornano correndo sui loro passi, disperate, belando come matte. E’ un’allegra confusione che talvolta può anche innervosire, specialmente quando il numero di parti quotidiano è abbastanza elevato.

Cento anni fa

A volte viene voglia di star zitti, lasciar perdere tutto. Ci sono già tanti, troppi che parlano, siamo in un mondo in cui, per fortuna, in molti paesi c’è la libertà di espressione ed opinione. Molti, moltissimi sono i mezzi per comunicare le proprie idee ed il rischio è che, alla fine, tutti sembrano aver ragione e non esiste più una versione ufficiale dei fatti. La sto prendendo alla larga per raccontarvi una delle ultime vicende che mi vedono coinvolta in ambito “pastorale”.

Riguarda questo articolo comparso la scorsa settimana su “L’Eco del Chisone”, ma non è che lo spunto per occuparci l’ennesima volta di cose dette e stra dette, che francamente ormai mi annoiano, stufano ed irritano. Possibile che ci sia sempre la necessità di ribadire le stesse cose? Possibile che, con tutti i problemi esistenti in questo settore, sia necessario spendere tempo ed energie per ripetere sempre gli stessi concetti? Si parlava degli attacchi recenti in Val Pellice, dove i lupi (più volte avvistati da diversi pastori) hanno anche colpito delle capre di un margaro nell’alpeggio Chiot della Sella. Oltre all’allevatore, vengo intervistata io (ahimè, il giornalista mi attribuisce un “bernesi” al posto di abruzzesi per la razza dei cani da guardiania) ed il Presidente del WWF Pinerolese e Val Varaita, Eros Accatino. Quest’ultimo avrebbe affermato (diamo il beneficio del dubbio, finchè non avrò una sua risposta diretta, visto che gli ho scritto un’e-mail) che i pastori hanno problemi perchè si ostinano a lavorare come cento anni fa. “I pastori? Se hanno problemi è perchè lavorano come un secolo fa e non si sono ancora attrezzati a dovere. L’utilizzo di reti e cani addestrati è più che sufficiente per una normale convivenza.

Non solo la sottoscritta è stata presa da un profondo nervosismo nel leggere l’articolo, ma anche tutti i pastori delle valli ai quali amici e parenti hanno recapitato l’articolo. Vi confesso di aver ricevuto non pochi sms e telefonate a riguardo! Ho provveduto a rispondere sinteticamente (si sa, i giornali non concedono molto spazio), ma qui mi posso dilungare… Il WWF per primo, seguendo in prima persona l’argomento e dandone ampio risalto sulle sue pagine, dovrebbe sapere quanti cani e quante reti sono state assegnate già solo con il “Progetto Lupo” nel corso degli anni. Senza ovviamente contare quelli che i pastori si sono procurati da soli.

Ormai nessun pastore ne può più fare a meno, specialmente nelle aree a presenza accertata del predatore. Durante questa estate ci sono stati, in Piemonte, anche numerosi attacchi ai bovini, per i quali non è sicuramente possibile attuare metodi di difesa come quelli per gli ovicaprini, oltre ad attacchi a pecore e capre in aree fino ad ora non frequentate dal lupo, se non saltuariamente. Lì, è vero, i pastori non si erano ancora attrezzati, ma perchè nessuno ha voglia di fasciarsi la testa prima di essersela rotta, e soprattutto non ha voglia di affrontare anzitempo i costi, i disagi e le problematiche che “gli strumenti per la normale convivenza” comportano. E in queste pagine ne abbiamo già parlato decine di volte. Comunque sia, cosa significa questa convivenza? Avere delle perdite, oltre a sopportare stress di diverso tipo (ed anche qui non sto a dilungarmi, gli addetti ai lavori lo sanno fin troppo bene).

Tanto per fare un esempio… La foto non è eccellente, ma è per spiegarvi la cosa. In basso a sinistra, tra le rocce, sopra al gregge, la chiazza bianca è il cane da guardiania. In alto, due cacciatori di passaggio. Il cane ha abbaiato e si è portato in quella posizione quando ancora gli “intrusi” erano lontani. Loro, gente corretta e preparata, hanno subito legato i cani e sono transitati, fuori dal sentiero, a monte del gregge, attraversando un pendio ripido ed anche abbastanza pericoloso, ma che probabilmente faceva già parte del loro itinerario, dato che non si sono limitati ad aggirare il gregge, ma sono saliti ancora più in alto, scomparendo alla nostra vista. Il cane non si è mosso, ha sempre solo abbaiato, sordo ai richiami del pastore (come sempre accade per questi cani). Le pecore non si sono spaventate perchè, abituate da anni alla loro presenza, sanno che il ruolo svolto non è quello di ricondurle verso il basso, come per i cani da conduzione. In questo caso tutto bene, ma in decine e decine di altre situazioni ci sarebbero stati problemi se gli estranei non avessero evitato il gregge, se non avessero legato i loro cani, se avessero proseguito il cammino sul sentiero, tra le pecore, ecc ecc ecc. Questi sono tutti aspetti collaterali della presenza del lupo che creano disagi al pastore, come vi raccontavo poco più di un mese fa qui.

Un giovane pastore per telefono mi ha detto: “Cento anni fa si lavorava diversamente, perchè al lupo si sparava!“, e la frase non richiede altri commenti. I recinti si usano di notte, e possono anche servire per migliorare la vegetazione dei pascoli, se si ha modo di movimentarli adeguatamente, in un territorio non troppo impervio. Occorre però farlo a mano, portando tutto a spalle, anche le batterie di ricambio per l’elettrificatore (esistono i pannelli fotovoltaici, ma sapete che peso ha un vachè del genere??). Di giorno le pecore pascolano libere e l’attacco si può verificare in quel momento, oppure di notte a carico di animali che, nella nebbia, non si è riusciti a far rientrare al recinto.

Quando una pecora partorisce, ha la tendenza di isolarsi dalla compagne, quindi in questo delicato momento è due volte più a rischio. Quando non c’era il lupo, si lasciava che tutto avvenisse secondo natura, ora invece o tocca dividere le pecore, separare quelle prossime al parto e quelle con agnelli neonati, lasciarle in una rete mentre il resto del gregge va al pascolo con il pastore… Ma gli agnelli piccoli non sanno che la rete è pericolosa, così alla sera magari ne trovi uno morto impiccato. Se ne rende conto, di queste cose, la gente che rilascia dichiarazioni sulla pelle di chi invece lavora?

Ho sempre più voglia di non scendere, di starmene lassù a dare davvero una mano alla pastorizia, non a tutta in generale, ma a quella per cui, con le mie forze, è possibile fare qualcosa. Sono stufa di ripetere sempre le stesse cose a persone che tanto non vogliono capire. Anzi, non vogliono provare a capire le ragioni di chi la pensa diversamente da loro. Io mi metto nei panni altrui e cerco di capire, vorrei che anche gli altri fossero altrettanto umili e provassero, almeno per un giorno, a seguire un pastore… Uno di oggi, non di cento anni fa! Uno che legge i giornali, che magari ha anche la laurea (ma subisce gli attacchi al suo gregge come un anziano con la quinta elementare), che usa internet e scambia opinioni con i colleghi in altre parti d’Italia o d’Europa, venendo a scoprire che non esiste paese dove la pastorizia convive pacificamente con i predatori. Problemi ne hanno tutti, ma almeno qua e là ci si può difendere!

La scorsa settimana, lo sapete, ero in Trentino. A Vallarsa ho anche parlato di convivenza con i predatori, presentando la mia vicenda personale, la storia del mio compagno e, da due stagioni, anche la mia. Nel dibattito, con me interveniva Claudio Groff, del Servizio Foreste e Fauna della Provincia di TN. Da loro il problema è l’orso… Tra le tante cose dette, Groff ha specificato che occorre andare oltre l’ambientalismo integralista e pensare a degli abbattimenti selettivi nei confronti degli esemplari aggressivi e che si avvicinano agli insediamenti umani in modo pericoloso. Ha però anche sostenuto che, nel caso del lupo, sarà necessario abbandonare quelle montagne dov’è impossibile convivere con i normali strumenti di prevenzione (reti, cani, presenza pastore). Le replica è venuta dal professor Giorgio Conti, presente tra il pubblico, che ha chiesto come mai si cita sempre e solo il lupo come elemento prezioso per la biodiversità, e non la pecora per il mantenimento di quei numerosi habitat di grande interesse ambientale e botanico, cioè numerose formazioni vegetazionali, alpine e non. Inoltre, sempre tra il pubblico, vi era la pastora Cheyenne Daprà (per chi non la conoscesse… qui): “Non sono contraria all’orso, a me piacciono tutti gli animali, ma quando sai che ce n’è uno in zona e dormi lì di fianco ai tuoi animali, senti dei rumori e vorresti avere un fucile per difenderti, anche quando sei, come me, contraria alle armi!“. La teoria è una cosa… Solo vivendo capisci la differenza che c’è con la vita reale.

Troppo tardi?

Piove, finalmente! Ce n’era disperatamente bisogno, in un attimo tutto sembra riprender vita, nel mio cortile l’erba è già più verde e le piante stremate del bosco hanno già ripreso vigore. Le previsioni danno qualche giorno di pioggia ed immagino già di sentire quelli che se ne lamenteranno perchè rovinerà loro il weekend.

E’ comodo aprire il rubinetto e vedere sempre e comunque scendere l’acqua… Ma in certi alpeggi già non succedeva più, ammesso che vi fosse l’acqua interna nelle baite. Se qui in pianura questa pioggia è una benedizione per molti, forse in alpeggio è ormai troppo tardi. Dove l’erba è così gialla, dov’è seccata in piedi, dov’è stata brucata rasoterra, ormai non ricrescerà più per allungare la stagione in alpe. E dove rimaneva da pascolare qualcosa, con la pioggia il rischio è che gli animali la calpestino, sprecandola. A certe quote c’è addirittura il rischio che nevichi! Insomma, questa pioggia ci voleva e non ci voleva insieme. Si prende quel che viene e si va avanti, sperando che l’autunno e l’inverno siano meglio dell’estate.

Un’estate torrida nella seconda metà di agosto, che sembrava ancora più calda a chi, come me, era scesa dall’alpe per ritrovarsi nel caldo e nell’afa. Una volta tornata in quota, si capiva però che qualcosa stava cambiando. Faceva sì ancora caldo, ma l’aria era diversa e poco per volta si respiravano sensazioni d’autunno. In cielo si vedevano già alcune nuvole, ma erano leggere e sospinte dal vento.

Il caldo residuo della pianura inviava verso le montagne la nebbia, che a poco a poco saliva lungo la valle, a volte più fitta, altre disperdendosi dopo pochi istanti. Nell’isolamento dell’alpe, dove non c’è la TV, i cellulari non hanno campo ed ovviamente non c’è internet, non si conoscono le previsioni del tempo, se non per quello che si era visto on-line prima di salire.

Verso sera la nebbia si fa più fitta e ci si domanda se addirittura non ci saranno le nuvole a coprire le cime, quando si dissolverà. Invece no, la notte avrà un cielo stellato ed una luna crescente sempre più grossa, ad illuminare il cammino di ritorno verso le baite a fine giornata.

Altro che pioggia, era arrivato il vento, due giornate di cielo terso con una visibilità che spaziava tra le valli e la pianura, inaridendo sempre di più il terreno. I pastori non si preoccupavano tanto del poi, dell’autunno, quanto di quello che succedeva lì in quel momento. Il domani si sarebbe visto successivamente, nel bene e nel male.

Dopo il vento, una giornata che veramente parlava d’autunno, con velature più o meno consistenti ad attraversare il cielo, un sole caldo, ma non fastidioso, raggi radenti e quella pace che solo le giornate di settembre possono avere. La sensazione ondeggiava tra la serenità e la malinconia. “Una giornata di quelle giuste per scendere…“, cioè uno di quei giorni adatti per la transumanza, perchè non ti dispiace lasciare la montagna. Non fa caldo, non fa freddo, non c’è un sole brillante, ma nemmeno piove…

Poi nel pomeriggio aveva vinto la malinconia, con quella cappa di nuvole che si era posata su tutto il paesaggio. Faceva anche freddo, tutto era immobile, sembrava una di quelle giornate che preludono alla neve. Gli animali pascolavano fermi, sia le pecore, sia le vacche sul versante di fronte. Le capre si battevano improvvisando scontri incruenti, gli agnelli nati la settimana prima correvano e saltavano improvvisando buffi balletti. L’estate è finita, quello che verrà dopo a queste quote ormai sarà autunno. Ci potranno essere giornate calde ed assolate, ma sarà un’altra cosa.