Tra una nebbia e l’altra

Avevamo detto che l’estate sembrava finita, lassù in alpeggio, e infatti senti sempre più pastori e margari (soprattutto i secondi) che parlano di quando venire giù. Ormai non solo si è passato il giro di boa di metà stagione, ma qualcuno conta i giorni di pascolo prima della transumanza. “Ho ancora erba per 15 giorni…“. “Dopo la metà di settembre non sai mai quel che può succedere, ho erba più in basso e allora faccio che portarle giù.

I pastori, abituati ad ogni possibile variazione di tempo e poco desiderosi di arrivare in pianura, dove ricomincia la vita grama del pascolo vagante, non pensano ancora alla transumanza. Certo, prima o poi bisognerà scendere, ma per adesso si sta ancora bene lassù, anche tra i capricci del tempo.

Com’era facile immaginare, belle giornate ce ne sono ancora, però quest’anno è davvero raro iniziare e finire con il cielo limpido ed il sole. Intanto il gregge continua il pascolamento ed il pastore lo sposta verso un’altra parte della montagna, fino a quel momento ancora intonsa, totalmente da pascolare. Altro che aver finito l’erba! Se il clima non è particolarmente gramo e soprattutto se il numero di animali è adeguato alla superficie, si dovrebbe arrivar sempre comodamente alla fine della stagione senza troppi patemi d’animo.

La nebbia intanto continua a “far compagnia”, più o meno fitta a seconda delle giornate. Quando arriva, tocca vestirsi, perchè c’è ancora l’aria fredda dei giorni precedenti, anche se la prima neve caduta una sera si è rapidamente sciolta anche alle quote maggiori.

Finito il mese di agosto, sarà anche più difficile ricevere visite in alpe. Il flusso di turisti ed escursionisti, specie settimanali, si esaurirà progressivamente, ma pure gli amici imboccheranno la strada dell’alpe con maggior fatica, quando anche in pianura il caldo si farà meno insistente. Forse quassù arriveranno solo più i padroni degli animali in guardia e qualcuno magari deciderà di portar via i propri ancor prima che il pastore si incammini verso il fondovalle con tutto il gregge al seguito.

E’ iniziata anche la stagione dei parti. Se non intervenisse l’uomo, questi avverrebbero spontaneamente durante il corso di tutto l’anno, ma per vari motivi i pastori possono decidere di far sì che non vi siano nascite in alcuni momenti, per esempio quelli coincidenti con la transumanza, oppure durante la gran parte della stagione d’alpe, quando il rischio di predazioni è elevato e occorrerebbe del personale che si dedichi esclusivamente al gregge delle pecore che hanno figliato.

Servirebbe un autunno tutto così… Belle giornate di sole tiepido, ottima visibilità, appena una leggera brezza. Ogni tanto magari un temporale, ma giusto di notte. Servirebbe un buon mese di settembre, per far sì che le pecore non sprechino l’erba, che ingrassino bene in vista dell’inverno, per crescere gli agnelli che nascono in questi giorni.

Anche gli animali non sono più abituati al caldo e si “mettono a mucchio” non appena il sole si fa più intenso. I pastori invece con gioia tornano ad indossare la maglietta, dopo aver sfilato tutti quei 4-5 strati di vestiario che erano d’obbligo tra nebbia, temporali e grandinate dei giorni precedenti.

L’erba è ancora bella. Nei valloni dove la neve tardiva ha mantenuto il terreno fresco, può capitare ancora di vedere delle fioriture quasi fuori stagione. Il succedersi però di maltempo, freddo, grandine e giornate di vento ha “rovinato” la vegetazione in molti punti. Anche se non vi è stata la siccità come negli anni precedenti, qua e là la montagna mostra chiaramente i segni di fine stagione, con l’erba che ingiallisce e secca progressivamente.

Le giornate sono sempre più corte, il sole tramonta presto dietro le creste e subito la temperatura si abbassa. Anche al mattino, quando suona la sveglia, è sempre più buio, quasi a far pensare di aver sbagliato ora. I pastori dicono che adesso, in questa stagione, il gregge cura di più il pascolo. Gli animali hanno meno pretese, pascolano meglio, quasi sentissero che l’erba andrà via via calando mentre ci scivola verso l’inverno.

Il sole non dura a lungo, ricominciano le giornate di nebbia, in alcuni posti stagnante sul fondovalle, in alti fitta, densa, ad insinuarsi nei valloni e risalendo via via lungo i versanti. Autunno, stagione critica per le predazioni. Un autunno di bel tempo potrebbe essere anche un autunno meno favorevole per i lupi.

Sono belle, le giornate di autunno. Quando la nebbia va e viene, è anche piacevole osservare i giochi di luce ed i disegni che crea tra il cielo e la montagna. Forse solo i pastori e pochi altri godono di questi panorami, di questi attimi, negati a chi ormai smette di frequentare la montagna per tornare alla vita quotidiana in pianura. E’ questa la stagione migliore, se il tempo si manterrà buono.

Neanche tanto lentamente

Ancora qui a parlare del tempo, ma d’altra parte è questo il fenomeno che condiziona maggiormente il lavoro del pastore. Per il resto, ormai ben sapete che la routine quotidiana non presenta grandi variazioni. Le giornate sono lunghe, solo che ora iniziano prima del sorgere del sole e finiscono di notte, per effetto della diminuzione delle ore di luce.

C’è ancora stato qualche giorno un po’ più estivo, con sole e temperature gradevoli, ma l’aria s’era ormai fatta più fine e bastava poco per dover indossare una camicia sopra alla maglietta. In montagna le stagioni iniziano e terminano all’improvviso, tutti sanno che, dopo la metà di agosto, ci si può aspettare ogni cosa, anche la neve.

Quest’anno spesso le giornate sono iniziate con il sole e l’aria limpida, ma prima ancora di arrivare sul pascolo già c’erano nebbie e nuvole in agguato. A pensarci ora, i giorni in cui davvero si è patito il caldo sono stati pochi e paiono già lontanissimi i momenti in cui il sole scottava e si sognava un po’ di refrigerio, peraltro sempre ottenuto la sera, grazie a temperature fresche e gradevoli.

Era bastato qualche giorno di aria più fredda per veder mutare i colori, con la comparsa delle prime tonalità che annunciano l’autunno. Se, giù per la valle, ci sono foglie che cadono ed erbe ingiallite per effetto della siccità nelle zone più rocciose, qui il verde predomina ancora, ma poco per volta i pascoli stanno comunque cambiando faccia.

Molte giornate sono all’insegna della nebbia, che spesso arriva nella tarda mattinata e, a volte, si prolunga fino a sera. Più o meno fitta, più o meno umida, ma subito non ancora così fredda. Da una settimana all’altra però le cose cambieranno drasticamente.

Magari è un giorno come tanti, all’inizio ancora estivo, soleggiato, caldo, persino afoso in pianura. Poi, la sera, lassù sui monti passa un temporale che si allontana continuando a brontolare rumorosamente verso il fondovalle. In seguito arriveranno le notizie degli effetti che questo avrà portato in città, ma in alpeggio la conseguenza immediata sarà un brusco cambiamento delle temperature.

Come spesso accade, dopo simili fenomeni violenti, a seguire si ha almeno una giornata di bel cielo sereno e luminoso. Però il caldo non è più insopportabile, anche con il sole indossi qualche capo di vestiario in più e, nello zaino, meglio avere tutto il necessario per coprirsi, compresi anche i guanti ed il berretto.

Capita davvero di rado, in questo periodo, di riuscire a pascolare comodamente il gregge da mattina a sera, senza problemi di scarsa visibilità. La stagione ormai è da considerarsi alla fine, per qualcuno la permanenza in alpe sarà ormai di durata inferiore al mese. Per altri, soprattutto i pastori, si conta di rimanere in quota ancora più a lungo, ma ovviamente sarà sempre il tempo a dettar legge. La speranza è di avere un buon autunno, con un tempo accettabile…

L’autunno può anche essere migliore dell’estate, magari tiepido, sereno, senza troppa nebbia. Questa fine estate invece è di tutt’altro tipo, quando arriva la nebbia fa anche parecchio freddo, forse proprio per quello allora ci si auspica una fine di stagione migliore, una specie di contrappasso. Lo so, l’autunno ufficialmente deve ancora arrivare, ma a queste quote si ragiona diversamente e il mese di settembre praticamente lo si considera già autunno a tutti gli effetti.

La fine di agosto sembra avere ben poco di estivo. Certi giorni parti con il cielo incerto e l’aria fredda, poi già a metà mattina inizia a piovere. Non tanto tempo prima si considerava come quest’anno (a parte la primavera che ben ricorderete e le prime settimane in alpe) la neve non si fosse ancora fatta vedere nemmeno sulle punte. Ebbene, non c’era da aspettare oltre!

Quel giorno infatti è stato un susseguirsi di piogge, acquazzoni con qualche granello di grandine, poi arcobaleni e persino un po’ di sole. Tempo instabile, insomma, durante il quale il gregge continuava a pascolare, salvo interrompersi nei momenti di particolare violenza delle precipitazioni.

Per esempio quando, nella seconda parte del pomeriggio, per qualche decina di minuti la grandine ha tamburellato sulla schiena delle pecore e sugli ombrelli dei pastori. Chicchi piccoli, ma insistenti, che hanno coperto e schiacciato l’erba, rendendo scivolosi i pendii e abbassando ulteriormente la temperatura. Il temporale poi è proseguito con pioggia e violenti colpi di tuono.

Alle quote maggiori però si intuiva un grigiore diverso. Quella non era più pioggia, quella era la prima neve di questa fine estate, che forse salutava la partenza di un amico che aveva trascorso diverse settimane in alpe e rimpiangeva di non aver visto le cime imbiancate. Se solo avesse aspettato un giorno in più, il suo desiderio sarebbe stato esaudito!

Una settimana di nebbia e umidità

Il cuore dell’estate, Ferragosto… e invece pareva di essere in autunno. Probabilmente non è stato così ovunque, ma noi lassù abbiamo passato una settimana tra nebbia, umidità e piogge improvvise. Tutto buono per mantenere l’umidità del pascoli, ma alla lunga fastidioso e problematico per chi è in alpe.

Dopo qualche giornata già con un’atmosfera vagamente autunnale, con sole caldo, ma raggi più obliqui, erba in fiore solo ad alta quota, dove la neve se n’è andata da poco, all’improvviso il tempo è cambiato. Le nuvole si sono addensate ed è arrivata la nebbia. Ma in montagna c’è nebbia e nebbia e in queste settimane se ne sono sperimentate le diverse varianti. La prima è stata alta, attaccata alle montagne, poi è arrivata quella bassa, avvolgente, umida, già alla sera.

Il mattino di Ferragosto il mondo aveva questa faccia. Tutto grondava umidità, dai vetri appannati dentro alla baita a qualunque cosa all’esterno. Salire verso il recinto delle pecore era garanzia di un bagno continuo, poichè non vi era ramo, erba, cespuglio che non fosse coperto di gocce.

Non è bello, non è facile andare al pascolo in giornate così. Ti devi preparare ad una lunga giornata di incertezza, rassegnarti a non vedere mai tutti gli animali, intuire i loro spostamenti, aguzzare i sensi oltre alla vista per capire se qualcuno è rimasto indietro, si è separato dalle compagne, ha avuto un incidente a causa di una pietra fatta cadere da altri animali che pascolavano più in alto…

Ti vesti adeguatamente come quando piove, ma quest’umidità è diversa. Ti bagni soprattutto i piedi, su di qua non puoi camminare con gli stivali, ma queste gocce sull’erba bagnano ben più che non un temporale. L’umidità poi ti si posa addosso, sui capelli, sulle ciglia, mentre sotto alle giacche impermeabili sudi per la fatica della salita.

Sì, quel grigiore che vedevate nell’immagine precedente sono tutte minuscole gocce di umidità… E la nebbia non accenna minimamente ad andarsene, a sollevarsi. Fra anche freddo, pare proprio di essere in autunno. E le pecore, dove sono? Si sentono le campane, ma il pastore ha un dubbio, che siano più in alto di quello che dovrebbe essere…

Infatti hanno trovato il passaggio e sono andate avanti, in pascoli che erano destinati ai giorni successivi. Così le si segue, si attende che si siano saziate, poi le si riaccompagna indietro, tutto senza vedere praticamente nulla, fino a sera. per fortuna che poi a fine giornata c’è una stufa accesa e un pasto caldo! Sembrano cose scontate, ma non è così, in alpeggio!

Ferragosto è stato il giorno peggiore, ma nei giorni a seguire le cose non sono andate molto meglio. Al mattino ci si alzava quando il sole non era ancora arrivato, ma il cielo era limpido, di buon auspicio. Tempo di far colazione, preparare gli zaini e partire, arrivavano già le prime nebbie in quota. Così a volte aprivi il recinto già verso il “nulla”

…oppure le pecore si avviavano con il sole, ma era questione di un’ora o poco più e poi la visibilità sarebbe diminuita. Non più quella nebbia così densa, piuttosto vere e proprie nuvole attaccate alle montagne. Nuvole che andavano e venivano, a volte spinte da ventate di aria sottile.

Giochi di nebbie anche belli a vedersi, ma che assicurano nuovamente difficoltà ai pastori. Il gregge a questa stagione deve ancora salire, deve finire di pascolare l’erba in alta quota, molte volte quest’erba è proprio adesso nel suo momento migliore, solo che lassù la visibilità è quasi nulla e ti orizzonti solo con il suono delle campane ed i belati.

Per chi è andato solo a fare una gita, magari il fastidio è stato minore. Sono partiti presto, certi escursionisti, perchè i cani già abbaiavano prima del suono della sveglia, però le loro auto sono già tutte scomparse quando i pastori rientrano alla baita, la sera. Il sole se ne va verso l’ora di pranzo, salgono ancora le nebbie, si addensano le nuvole e di nuovo il gregge appare e scompare.

La devi conoscere bene, la montagna, nelle giornate di nebbia. Devi sapere dove gli animali possono andare e dove invece sono in pericolo. Non puoi mandare il cane a girare le pecore, con la nebbia, perchè non vedi quello che fa, quindi sei tu che parti a piedi, attraversi il vallone e cerchi di valutare la situazione “ad orecchio”. Per fortuna ogni tanto si alza e allora dovresti essere dalla parte opposta per vedere tutti i componenti del gregge. Guardando in su, verso le creste, vedi anche gli stambecchi che pascolano placidi in minuscoli fazzoletti verdi sospesi tra le rocce.

Tanti sognano di fare il pastore, ma dovrebbero venire a testare le loro reali intenzioni in una settimana di nebbia, L’escursionista cammina sul sentiero e tiene d’occhio le marche di vernice sui sassi, il pastore si affida a piccoli riferimenti, un sasso, un ramo a terra, una piccola frana, la pista delle pecore… Chi mi scrive dicendo di voler provare un’esperienza al pascolo in montagna perchè stufo del suo lavoro in ufficio, scambierebbe la scrivania, il pc con cui è in contatto con il mondo, il telefono sempre a portata di mano, con una giornata da solo, immerso nella nebbia, a duemila e passa metri di quota, dove il cellulare non prende e basta sbagliare di poco la traccia tra erba fradicia e mirtilli per finire sull’orlo del precipizio?

Giorno dopo giorno il copione è lo stesso: ti alzi, apri la porta… “Oggi sembra una bella giornata, non c’è una nuvola!“, poi a mezzogiorno sei già nella nebbia e prima che sia sera inizia pure a piovere, una volta in modo “gentile”, un’altra con una serie di brevi, ma intensi rovesci. Quassù il caldo non ce lo si ricorda più, nello zaino ormai c’è un posto fisso per il berretto e la giacca pesante ed al mattino, anche se c’è il sole, si prende comunque l’ombrello.

E’ finita l’estate?

Ci sarebbero tante cose di cui scrivere, argomenti legati al mondo dell’allevamento, della pastorizia, dell’alpeggio, di cui sarebbe bello parlare con voi. Molte sono notizie negative, tristi o che fanno innervosire. Francamente non ne ho voglia e non me la sento di impegolarmi in queste discussioni, tanto più che la mia ricomparsa on line è di breve durata e presto tornerò in alpe, quindi non potrei nemmeno portare avanti la discussione.

Parliamo così più semplicemente dei giorni passati, quando il grande caldo era stato bruscamente interrotto da una perturbazione che, qua e là, era stata anche abbastanza intensa. Dopo tanto caldo e sole, trovarsi delle giornate immersi nella nebbia fitta, interrotta solo da violenti scrosci di pioggia, temporali, vento freddo, era stato un cambiamento abbastanza brusco. La montagna non conosce molte sfumature, più si sale in quota più il clima si fa sentire in modo drastico. Questa volta però, a sentire le notizie che vengono dalla pianura, le cose sono state ben più gravi là nella bassa e quassù, nebbia a parte, si sentono solo i benefici del “rinfresco” generale.

Poi, come accade di solito in questa stagione, al maltempo fanno seguito alcune belle giornate. Ci sono ancora alcune nuvole passeggere, ma niente che faccia temere perturbazioni. L’aria è tersa, limpida, ed anche piuttosto fresca. Sembra già di cogliere delle note autunnali da fine stagione. Il sole ha i raggi più obliqui, le giornate si accorciano, il vento è subito più freddo. Che sia già finita l’estate, decisamente in anticipo sul calendario? Non ci sarebbe poi tanto da stupirsene, quassù.

In queste giornate succede un qualcosa che si verifica raramente, cioè che, senza nemmeno particolare sforzo, dalla cresta delle montagne si vede la città, di solito soffocata da una cappa di smog e foschia. Le “montagne di casa” le tocchi con un dito e dietro c’è Torino. Ad occhio nudo intuisci qualcosa, poi con il binocolo arrivi ad individuare gli edifici. Addirittura, oltre la collina, spicca addirittura la mole inquietante della centrale di Trino Vercellese. Sono in momenti così che i pastori pensano al “viaggio” dei loro colleghi che, a piedi, con il gregge, vanno anche oltre quei luoghi che ora loro stanno guardando con i propri occhi.

L’estate è appena arrivata su in alta quota, dove le piante devono sbrigarsi in poche settimane a compiere tutto il loro ciclo vegetativo. Qui c’è la flora che preferisco, tante erbe dalle fioriture meravigliose, più sono piccole ed abbarbicate al poco suolo disponibile, più ti stupiscono con colori e forme di rara bellezza. Anche la qualità di queste erbe è pregiata, ben lo sanno gli animali, che si spostano fin quassù per cercare i ciuffi che spuntano qua e là in quelle che vengono definite “vallette nivali”. Man mano che il pomeriggio avanza, l’aria si fa più fredda, il vento intenso spinge uomini ed animali a rientrare verso il basso.

Poi però, nei giorni successivi, la stagione riprende il suo corso e, al mattino, quando il recinto viene aperto gli animali già si ammucchiano, nel classico atteggiamento da giornate calde. Fosse per loro, passerebbero così delle ore, fino al raggiungimento di temperature più miti ed adatte per andare al pascolo. Ma questo poteva funzionare quando gli animali venivano lasciati liberi, ora che si è obbligati a confinarli nei recinti, bisogna anche forzarli a pascolare anche quando fa caldo.

La salita verso le quote maggiori e verso i pascoli avviene lentamente, con una fila che si snoda irregolarmente lungo il sentiero. Le nuvole di quel giorno hanno una consistenza diversa, non sono cariche di pioggia, né si tratta di passeggeri ammassi nuvolosi. Queste sono nuovamente le nebbie del caldo, quelle che si formano quando il calore della pianura arriva fin quassù. Per fortuna non sembrano essere troppo fitte e stazionarie.

Su su in quota l’estate forse non inizierà mai del tutto. Mentre il gregge pascola più in basso, si sale a vedere la testata del vallone, tra la nebbia che va e viene. Lassù, sui nevai, le tracce dei camosci e degli stambecchi, che pascolano in alto sulle cenge tra le rocce. Si sentono le pietre che cadono, mosse dal loro passaggio, ed i caratteristici sibili di allarme dei camosci, spaventati dai cani del pastore. Anche se quassù non verrà mai l’erba per il gregge, anche se (per fortuna) la neve non scioglierà mai del tutto, il pastore sa quanto è importante tutta questa massa d’acqua solida, a garantire torrenti mai asciutti ed erba fresca anche a fine stagione.

In fondo niente di nuovo

Passano le settimane, finisce luglio e arriva agosto, ormai sono più i giorni già passati in alpe di quelli che restano da trascorrere su. I mesi scorrono veloci, ad agosto si sa che basta poco perchè, dal caldo, si arrivi ad avere una nevicata improvvisa. Per “il resto del mondo” agosto è estate, ferie (forse adesso un po’ meno, con la crisi), caldo. Qui ad agosto si pascola in alto, ma ti accorgi che le giornate man mano si accorciano.

In una settimana possono succedere tante cose, pur non capitando niente di nuovo… Un giorno magari piove, poi quello dopo si alza un vento fortissimo, che regala sì una splendida giornata di cielo terso, ma annulla tutti i benefici della pioggia, “rovina” l’erba ed impedisce di dormire in quelle baite d’alpeggio dove il tetto di lamiera sembra dover volar via da un momento all’altro sotto l’impeto delle folate. Le stufe a legna spesso non hanno un buon tiraggio e riempiono le stanze di fumo denso…

Dopo il vento resta il bel tempo, ma dall’aria tersa e secca via via si passa prima al caldo e poi all’umidità e all’afa. Dopo aver avviato il gregge lungo il solito sentiero che porta su ai pascoli di alta quota, si sposta il recinto ai piedi di un altro vallone, un po’ più in alto. Piccole variazioni alla routine, ma il lavoro è sempre quello, giorno dopo giorno. Con il caldo, le pecore al mattino faticano di più ad incamminarsi, rimarrebbero tutto il giorno all’ombra tra i cespugli, oppure addossate ad una roccia, per iniziare a pascolare solo nel tardo pomeriggio o la sera. Dovrebbero essere libere, dovrebbero poter dormire in quota, non dovrebbero essere forzatamente rinchiuse tra le reti ogni notte, ma sono passati i tempi in cui ciò era possibile.

Altrove, in quelle vallate più a ridosso della pianura, il caldo porta subito la nebbia. Si va a fare un giro per controllare che anche di là sia tutto a posto, si guardano le pecore, si ascoltano i resoconti del pastore, si gioisce per lo sventato attacco ad opera di un lupo solitario grazie al pronto intervento dei cani da guardiania. Poi ci si scambiano le notizie, di valle in valle…

Sempre più caldo, sempre più faticoso avviare il gregge, bisogna incitarlo con i cani, evitare che gli animali si ammassino lì sotto le rocce, dove quelli sopra possono far cadere sassi sui gruppetti sottostanti, cosa che comunque accade spesso anche nei momenti di normale pascolamento. Non si può nemmeno esagerare con gli incitamenti e così i pastori mangiano pranzo attendendo che lentamente il gregge prenda la sua strada verso l’alto.

Anche lassù comunque arriva il calore e, se non proprio l’afa, comunque si avverte l’umidità che incombe sulla pianura. Non c’è più ombra a queste quote, il sole ti cuoce, si spera che continui a passare di tanto in tanto una nuvola per donare qualche attimo di sollievo. Prima o poi sarà inevitabile che tutto questo calore sfoci in dei temporali, ma per ora le nuvole si limitano ad andare oltre, sospinte dal vento in quota.

La neve scioglie rapidamente, in questi giorni, e l’erba, a queste quote, cresce altrettanto rapidamente. Qui le piante “sanno” di avere poco tempo a disposizione per il loro ciclo vitale, così appena dopo la scomparsa dei nevai, a vista d’occhio, si vede avanzare il verde e poco dopo si hanno addirittura i fiori, tutto nel giro di pochi giorni. Nebbie di calore vanno e vengono, il gregge pascola finalmente ben allargato, ma tra poco sarà ora di avviarlo verso il ritorno, perchè c’è da scendere fino al recinto ed occuparsi delle ultime incombenze di giornata. Il rientro dei pastori alla baita ormai avviene con il crepuscolo, quando non con l’oscurità e le pile frontali accese.

Perchè invidiare?

Gli amici che seguono questo blog e che vivono/lavorano in montagna /in alpeggio capiranno bene quello che voglio dire. Agli altri cercherò di spiegarlo.  L’invidia è un sentimento che a volte tutti proviamo, ma questo stato d’animo non porta alcun beneficio. E poi, cosa serve invidiare vedendo le cose dal di fuori, senza sapere veramente com’è la realtà? Ricordo che, anni fa, una persona che abitava in un luogo montano veramente splendido mi aveva rivolto uno sguardo perplesso quando gli avevo fatto notare quanto fosse bello stare lì, quanto lui fosse fortunato. La bellezza la vedevo io, visitatrice occasionale. Lui probabilmente ci vedeva l’isolamento, l’impossibilità di muoversi a piacimento perchè vincolato dal lavoro. In effetti anche per me raggiungere quel posto non era stato facile, ma un conto è una gita, un altro è affrontare per forza la lunga strada stretta e tortuosa, magari quando si è stanchi, magari con condizioni meteo pessime.

Quando sei in alpeggio, quante volte ti senti rivolgere quella frase? Generalmente io non sono alla baita, ma, sbrigate le faccende domestiche, raggiungo gregge e pastori in quota. In una giornata quasi interamente passata “a casa”, ho avuto modo di vedere un buon campionario di visitatori occasionali del luogo (in numero ridotto rispetto alla norma a causa di una temporanea interruzione della strada di accesso, quindi si trattava solo di escursionisti e ciclisti). Non è mancata il classico: “Beati voi che state qui!” o, appunto “…che invidia!“. Perchè invidiare pastori e margari? Certo, quassù non abita nessuno, alla sera resta solo chi fa questo mestiere e nessun altro.

Però l’escursionista, seguendo il suo cammino, può decidere di trascorrere una notte in quota, può fare un trekking, può sostare in un rifugio. Conosco margari che, da generazioni, salgono sullo stesso alpeggio, quindi del resto delle vallate magari non hanno mai visto nulla, se non andando a qualche fiera. Escursionista, ciclista che raggiungi l’alpe, rinunceresti alle tue gite domenicali o anche settimanali, rinunceresti alle tue ferie, alla possibilità di essere oggi qui, domani là, per rimanere fisso in un luogo, per bello che sia? Lo sai che in alpeggio capita di rimanere isolati per giorni a causa di temporali, senza nemmeno la possibilità di comunicare perchè il cellulare non prende?

Certo, magari qualcuno accetterebbe di farlo. Come dico spesso a chi vuol fare questo mestiere, cambiando vita, bisogna sentirselo dentro, altrimenti all’entusiasmo iniziale seguirà una profonda disillusione, un senso di costrizione, perchè gli animali vincolano al 100%, 365 giorni all’anno. Come scrivevo ieri, sei lì in montagna, in un posto splendido, ma magari capitano solo poche, pochissime occasioni in tutta la stagione per poter salire al colle che ti permette di affacciarti su altre vallate. Fare il pastore, il margaro, non è una “bella vacanza”, è un lavoro, particolare sicuramente, ma un lavoro, con tutte le sue problematiche, anche se ha come sfondo bellissime montagne.

Non è che, automaticamente, in un posto del genere la bellezza del paesaggio (ammesso che ci siano giornate di sole e piacevole brezza) azzeri le difficoltà economiche, personali, ecc. Certo, aiuta a sentirsi più positivi, ma non sempre è sufficiente. Tante volte la fatica, la stanchezza, la frustrazione per certe situazioni arrivano sovrastare tutto. Penso a allevatori invischiati in beghe burocratiche, che lottano affiancati da avvocati per far valere i propri diritti. Proprio ieri un ragazzo mi scriveva questo: “La mia montagna è già il secondo anno che va all’asta e non è finita… Con contratti annuali! Questo a causa di un sindaco che cerca di favorire certi elementi. Andiamo avanti a suon di avvocato e palanche per pagare l’affitto.. Tutti soldi che potrebbero essere investiti nell’alpeggio!! Ma così non è purtroppo!! Questo dopo 18 anni che carichiamo noi l’alpeggio…!!!“.

Certo, chi passa casualmente in un alpeggio che è anche un bel posto non immagina che dietro ci possano essere così tante cose. Forse può arrivare a capire le ore di duro lavoro, gli orari lavorativi spesso pressochè infiniti, il fatto che certe soddisfazioni compensino i sacrifici, ma difficilmente associa ad una mandria o un gregge la burocrazia, la frustrazione, il disgusto per sentirsi dimenticati, per sentirsi “di serie B”. Perchè se il turista ha delle necessità, ci si affretta, se una strada per l’alpe è interrotta, non importa niente a nessuno. Perchè certe piste vengono messe a posto nel mese di agosto e non a giugno, prima della monticazione? Ce ne sarebbero di esempi da fare… Ammirate l’alpeggio, rispettate il territorio, gli uomini, gli animali, ma senza invidia. Cercate di documentarvi, cercate di conoscere questo mondo e pensate a quante piccole cose che date per scontate manchino lassù.

Non è vanità, non è scarso spirito di adattamento, non sono queste le cose che mi fanno dire che in alpeggio spesso mancano troppi elementi ormai essenziali. Va bene per una vacanza avventura lavarsi nel torrente o illuminare la cena con la pila o la candela, ma quando vivi e lavori duramente per diversi mesi in alta quota, avere un bagno, addirittura una doccia, aprire la porta e accendere la luce non dovrebbero essere lussi (per non parlare di quei luoghi dove quasi manca persino la porta e, più che una baita, si parla di un ricovero di fortuna). Forse è più la donna ad avere queste necessità, anche perchè, se presente in alpe, è lei a passare più tempo nelle baite a far scaldare sul fuoco acqua per lavare e lavarsi, a cercare di conservare il cibo dove non c’è la corrente e la possibilità di avere un frigo (a meno di mangiare polenta e latte, latte e polenta, pasta e scatolette a pranzo e cena), ecc. ecc… Chi invidia la vita d’alpeggio, ci pensa mai, a queste cose?

Di fiori, di nuvole, di pastorizia

Sentite la mancanza dei post quotidiani, ma lassù in alpe non prende nemmeno il telefono e la centralina carica 2 batterie da 12 Volt, quindi niente computer, niente internet, niente blog! Però ogni tanto scendo con il mio bagaglio di biancheria da lavare, lista della spesa e… nuove foto!

La stagione tardiva mi permette di mostrarvi ora lo splendore delle fioriture, cosa che altrimenti avrebbe caratterizzato l’inizio del mese. Non ovunque le fioriture sono altrettanto abbondanti e variopinte, la loro ricchezza dipende da diversi fattori. Uno di questi è il tipo di terreno, infatti dove il suolo è calcareo, generalmente si incontra un maggior numero di specie erbacee a fioritura evidente, come in questo caso.

Nonostante ci sia chi non lo vuole ammettere e chi preferisce una montagna “senza l’uomo”, popolata solo da selvatici, queste fioriture esistono indirettamente anche grazie all’uomo ed alla sua opera di gestione della montagna. Un corretto pascolamento, con un numero di capi adeguato ed animali adatti al territorio fa sì che i “pascoli” si mantengano tali, che non vengano invasi dai cespugli, che non si trasformino in boscaglie impenetrabili e che si mantenga la biodiversità.

Accanto alla grande varietà di piante (e di fiori), c’è pure una grande biodiversità animale. Camminando sul sentiero che attraversa i pascoli, in questi giorni si è letteralmente circondati da nuvole di farfalle di innumerevoli specie diverse, senza parlare poi di tutti gli altri insetti. L’altro giorno, accanto all’alpeggio, sui due lati del torrente, si aggiravano entomologi armati di retino, che dopo un’ora o poco più se ne sono andati soddisfatti per la “caccia” andata oltre le aspettative. Per non parlare delle falene notturne che si intrufolano in casa al calar della notte, appena vedono chiarore ed una finestra aperta.

Potrebbe sembrare un paesaggio naturale, i pascoli sembrano essere lì da sempre, ma non è così. E’ l’uomo, è il pastore a far sì che esistano. Intendiamoci, un carico errato (troppe bestie, animali pesanti non adatti alla montagna) o una gestione non razionale (insistere troppo a lungo nella stessa area, passaggi quotidiani ripetuti per settimane nello stesso luogo, ecc…) causano danni anche superiori all’abbandono…

Ma guardate questo versante, dove negli ultimi (10? 15? 20???) anni il pascolamento è stato nullo o frettoloso: a fatica il pastore ha riaperto un varco per il gregge e gli animali camminano in fila a lungo prima di allargarsi a pascolare, finalmente fuori da ex-pascoli invasi da cespugli. Giorni di pascolamento perso! Se qui ci fosse tutta erba, il gregge trascorrerebbe alcune giornate a brucare, senza la necessità di andare oltre a cercare foraggio. E lì, su quel versante, pensate che la fioritura sia abbondante come quelle che vi ho mostrato prima? Finita quella del rododendro, non c’è paragone con altre aree limitrofe utilizzate meglio.

Alle alte, altissime quote, sopra i 2500-2600 metri, non è più l’uomo ad avere influenza, ma soprattutto il clima: la neve, il ghiaccio, le valanghe, il vento… E’ lassù che incontriamo dei gioielli che il giardiniere più raffinato non potrà ricreare. Piccole piante che fioriscono tra le rocce o cuscinetti compatti, verdi, che all’improvviso si colorano di rosa intenso.

Quassù il gregge sale fin dove trova erba, poi lassù tra le rocce al massimo si spinge qualche capra, ma in alto è il regno degli stambecchi, che osservano placidi ed indisturbati, per mettersi in movimento nel tardo pomeriggio-sera, quando fa meno caldo e il gregge ormai sta rientrando verso il recinto.

Il caldo aumenta in pianura e su sono le nuvole a farla da padrone, spesso anche portando momenti di freddo. Generalmente le giornate iniziano con un risveglio in un cielo limpido e terso, ma già dopo la colazione spesso si vede una nuvoletta. A mano a mano che la giornata procede ed il gregge sale in quota, il cielo cambia.

Le nuvole vanno e vengono, ci si copre e ci si sveste, il sole è bruciante, ma fa ancora fresco quando questo si nasconde, il grande caldo non è ancora arrivato quassù. Al mattino conviene sempre mettere nello zaino la tuta antipioggia, a spalle portare l’ombrello, perchè quando lo lasci giù alla baita…

…la bellissima giornata vista al mattino può riservare sorprese improvvise. Le nuvole si chiudono, diventano più scure, inizia a tuonare e arriva aria di pioggia. Qualche volta il temporale colpisce  tutt’intorno, lo vedi addirittura passare con la sua scia d’acqua, ma altre invece si scatena con violenza e non hai nemmeno tempo / modo di cercare un riparo, ammesso che ve ne sia uno.

Per adesso però, anche grazie alle piogge, l’erba si mantiene bella verde, i torrenti sono gonfi d’acqua e non ci si preoccupa per la siccità come accadeva la passata stagione. Basta poco per avere delle difficoltà, in questo lavoro apparentemente idilliaco e sereno. Sempre, tutto l’anno, si è in balia del tempo!

Come vedete, la neve non è ancora sciolta tutta, anche se progressivamente si va ritirando e assottigliando. Con il caldo, gli animali la apprezzano persino, per cercare refrigerio, ma il pastore li smuove temendo cedimenti, mandando il gregge verso i pascoli, dove potrà nutrirsi con l’erba invece di rimanere lì per ore con lo sguardo a terra.

Nelle belle giornate il pastore vive i suoi momenti più belli, quelli in cui può permettersi di salire su fino al colle e vedere i suoi animali “tutti belli allargati”, fermi, intenti a pascolare. Sono quelle rare occasioni durante le quali si “abbandona il gregge”, ce lo si lascia alle spalle per salire un po’ più su, fino ad affacciarsi dall’altra parte, per vedere “altre montagne”, altri pascoli. Vagare con lo sguardo e il cannocchiale per riconoscere altri alpeggi, associarli a nomi di pastori e margari.

In un attimo poi sembra di essere in tutt’altra stagione, con la nebbia arrivata all’improvviso ad avvolgere tutto. Per fortuna qui, a differenza di altre montagne, raramente dura per ore (o anche giorni!), si tratta piuttosto di passaggi rapidi, destinati a dissolversi in poco tempo.

Il tardo pomeriggio così è fatto di nebbie che vanno e vengono, a volte di temporali improvvisi, persino grandinate, ecco perchè nello zaino è sempre meglio avere un abbigliamento vario ed adatto a tutte le situazioni. Ma questa è la montagna, da sempre, bisogna essere pronti a tutto e non farsi cogliere impreparati.

Ecco una serata con le nuvole ancora incerte sul da farsi, con il gregge che inizia a scendere per la via del ritorno, ma ancora allargato a pascolare. Le giornate sono sempre lunghe, anche se le ore di luce lentamente diminuiscono, il pastore deve accompagnare il gregge al recinto, non può più limitarsi a lasciare pecore e capre in quota in posto lontano dai confini degli altri pascoli, lontane dai pericoli. Il pericolo a quattro zampe può arrivare ovunque, in qualsiasi momento…

Erano anni che non si ricordava tanta neve così

La memoria dell’uomo è cosa strana, per fortuna oggi si registra e si annota tutto, così si anno dei veri dati e non solo delle “impressioni”. Comunque, tutti quelli che arrivano su in alpeggio, prima o dopo dicono che era da anni che non si vedeva tanta neve così a questa stagione. Non è un male, la riserva d’acqua è assicurata e ci sarà erba verde e fiori fino al mese di agosto se non oltre. Il problema magari può porsi per chi sale in alpe con numeri spropositati di animali, ma, visto che le leggi dell’uomo non intervengono efficacemente per fermare certi scempi, sarà almeno la natura a farsi rispettare!

Transumanze notturne per salire su in alto, ormai è ora, la neve ad una certa quota se n’è andata, resta al massimo nei canaloni, o almeno così dovrebbe essere. Su l’erba è verde, abbondante, i pascoli sono in fiore. Quando ci sono strade trafficate da percorrere, strade con poche possibilità di far defluire le eventuali auto, camion, pullman, ci si mette in cammino nel cuore della notte.

Il cammino è lungo, il sole sorge e sale nel cielo, ma ormai si è sulla strada per l’alpe, l’asfalto ed il traffico frenetico sono alle spalle, per qualche mese la parola “transumanza” non verrà più pronunciata. Non si penserà agli affanni che questo giorno comporta, alla fatica, alle cose essenziali, a quelle che verranno portate su in un secondo momento, a quelle che (nonostante tutto) vengono dimenticate.

Il vero alpeggio è quello su in alto. Certo, ve ne sono alcuni anche a quote medie, 1.500-1.700 metri, ma quando ti avvicini ai 1.900-2.000 è un’altra cosa. Respiri un’altra aria, cambia l’erba nei pascoli, si dirada il bosco, sai che ogni giorno andrai su, sempre più in su, a mano a mano che la neve se ne andrà.

Proprio come dicono, infatti, di neve ce n’è ancora tanta. Magari a chiazze, magari qua e là, però scende nei canaloni, occupa intere conche e non sembra sciogliere molto in fretta, specialmente se il cielo è nuvoloso. Quest’anno pare che non si debba avere un’estate calda e soleggiata, a queste quote. Dal momento della prima transumanza i giorni di pieno sole, senza nebbia, temporali, pioggia o anche neve e grandine sono stati ben pochi.

Dopo aver pascolato le zone più basse, dove l’erba rischiava di diventare vecchia e dura, il gregge viene fatto salire su, lungo sentieri che sono solo tracce, cammini storici dove sono stati più gli animali che l’uomo a tracciare il percorso. L’abbandono delle passate stagioni ha fatto sì che la vegetazione avanzasse sempre più ed ora persino gli animali esitano ad avventurarsi lungo la traccia evanescente. Poi si incamminano, ad una ad una…

E’ proprio vero che di neve ce n’è e non poca. Oltre a “rubare” spazio all’erba, complica gli spostamenti di uomini ed animali, che si avventurano spesso con titubanza. Solo i cani si lanciano in corse e pazze scivolate, specialmente i cuccioli, o cercano refrigerio. Non tutti i nevai sono sicuri, il pastore cerca di evitare al gregge il transito su canaloni invasi dalle valanghe, sotto i quali scorre l’acqua. Qui la neve potrebbe cedere sotto il peso delle pecore. Si racconta anche di “stragi” del passato, capre o pecore morte sotto il peso della neve dopo aver cercato la frescura nel tunnel naturale che si forma sotto la valanga.

Quando c’è il sole la neve però scioglie a vista d’occhio ed i torrenti si gonfiano, talvolta causando problemi nell’attraversamento. Laddove al mattino con un salto si riusciva a passare senza bagnarsi i piedi, in giornata le cose si fanno più complicate, con l’acqua che scorre impetuosa e spumeggiante. Persino le pecore esitano ad avvicinarsi anche solo per bere, mentre altrove non rischiano di sconfinare nei pascoli confinanti, proprio grazie alla barriera naturale del torrente.

Non sempre però splende il sole, anzi, spesso le giornate sono interrotte da nebbia e pioggia fine, quando non da temporali anche di forte intensità. C’è chi dice che farà così per tutta l’estate, i pastori alzano le spalle e si accontentano di vivere alla giornata, come sempre. L’importante è che ci sia erba e che il lupo giri alla larga…

Perchè condividere

Oggi volevo commentare con voi un “fenomeno” di attualità, cioè la presenza sempre maggiore di allevatori tradizionali sui social network, facebook in particolare. Non è su FB solo il grande allevatore di pianura, che magari usa il computer per aggiornarsi, per ordinare materiale, non è su FB solo il ragazzino che segue i coetanei, ma lo è (magari solo saltuariamente) il pastore vagante ed il margaro. Certo, tendenzialmente sono giovani e giovanissimi a vantare la maggior presenza, ma non solo. Moda? Omologazione? No, spesso è un qualcosa che semplicemente fa star meglio.

Salita alla Gardetta (foto M.Colombero)

Un tempo il pastore scriveva sulle rocce, incideva immagini di animali fin dalla preistoria, poi ha iniziato a scrivere il suo nome, la data, a far disegni di stelle alpine. Oggi fotografa, scrive e pubblica on-line. Sono cambiati i tempi, sono cambiati gli strumenti, ma in fondo c’è comunque sempre la volontà di lasciare una traccia, far sapere che che ci siamo. Mi raccontavano che un tempo si saliva in cresta e, con uno specchio, si facevano segnali a chi era nell’altro vallone, non vere comunicazioni, giusto dire che si era ancora vivi. Oggi invece c’è modo di esprimersi con maggiore completezza!

Transumanza verso il Barbara (foto D.Melli)

In un lavoro che spesso necessariamente isola, il mantenere i contatti con amici e “colleghi” è un grande aiuto, sia per la risoluzione di un eventuale problema, sia anche solo per tirar su il morale dopo una giornata difficile, o ancora condividere un evento felice. Per qualcuno saranno stupidate, ma mi accorgo che, tra i miei tantissimi amici presenti in rete, ci sia un’effettiva lampante utilità nella condivisione attraverso il social network, forse più ancora che non in altri “mondi”, dove di forme di comunicazione e dialogo ne esistono parecchie e senza tutte le difficoltà che vi sono in montagna. L’ho potuto vedere, purtroppo, quando ci si è uniti virtualmente intorno ad un giovane che aveva posto fine alla sua vita, lo vedo quando qualcuno si lamenta per non aver trovato l’alpeggio ideale per la stagione, quando nasce un bambino, quando ci si sfoga per qualche “avversità”, quando si ricorda un anziano scomparso…

(foto Y.Vial)

Ci si sente meno soli in un alpeggio dove si riesce a collegarsi a FB con il cellulare e continuare il dialogo virtuale con gli amici. Si mostra ad esempio la sistemazione per quell’estate: “La stanza dei puffi… io e mio fratello, abbiamo già dato un paio di craniate al tetto!“, racconta un giovane dalla Val d’Aosta.

(foto Y.Vial)

E mostra agli amici anche il nido trovato sulla porta della camera da letto: “Ospiti trovati in camera… sono in 4.. Prima c’era la madre a portargli da mangiare… Costretto a lasciargli un buco aperto per entrare.. Speriam che continui a guardarli“.

Reines presso Fenis (foto A.Martignon)

Niente di che, piccole cose, ma si mantiene un contatto con il mondo anche mentre sei lassù, grazie agli amici che ti rispondono e commentano da ogni dove. C’è un certo stereotipo del margaro e del pastore che lo vede intento a bere nei momenti di estrema solitudine, stereotipo giustificato ahimè da certe situazioni, ma in questo caso io preferisco vedere margari e pastori che, con cellulare alla mano, pensano e scrivono frasi del genere “in alpe, fuori dal mondo, senza luce e altre distrazioni, sei più vicino a te stesso… pensi, ragioni in modo diverso! è strano…“. O ancora: “ma chi sta meglio dei bimbi in alpe? Per loro tutto è un’avventura, un gioco, una scoperta… senza luce è ancora più magica l’avventura“. Lo stesso papà, prima di partire per l’alpe, scriveva questo: “il mio piccolo marghè ha già preparato le scatole di giochi da portare in alpe…il suo orsetto… non vede l’ora d partire.

(foto D.Paratscha)

Sono un po’ le poesie di questo nostro secolo, non trovate? Altri invece si dilettano soprattutto con le foto e così documentano il loro lavoro, i posti dove si trovano al pascolo, ma soprattutto i loro animali. “Ci voleva proprio un po’ di neve per rinfrescare… No ma siamo seri, il 2013 tutto l’anno autunno/inverno? La primavera ce la siamo già giocata, ora pure l’estate?” E gli amici rincuorano il pastore raccontando che anche in pianura fa freddo e continua il maltempo. Grande tristezza per un margaro che se n’è andato: “2 luglio 2013 oggi è mancato Troglia Gamba Giuseppe per tutti Notu Gamba. Decano dei margari delle Valli di Lanzo. Da sempre, con la cadenza delle stagioni, è salito con la sua famiglia e con la sua mandria, all’alpeggio del Ciavanis facendo riecheggiare i rudun in tutta la val grande. Grazie per tutto quello che mi hai insegnato. D’ora in poi ogni volta che saliro’ al Ciavanis un pensiero salirà per te. Ciao Notu.

Albe Bancet estate 2012 (foto D.Bonnet)

Si aspetta il momento di tornare in montagna: “Non vedo l’ora che sia finita la scuola per vedere le mie amicizie … Le mie bestie … Le mie valli … Le mie montagne … Estive … Belle, in tutto il loro splendore … Che mi fanno capire il senso della vita … È che non mi giudicheranno mai per quello che faccio o che farò … Sono le uniche cose a cui tengo di più in tutta la mia vita ….“.

I pascoli di montagna (foto M.Dreon)

Molto spesso si usa il dialetto, scritto così come si legge. A volte si litiga persino, partendo da un commento su di una vacca, che per uno è bella, per l’altro troppo magra/grassa/con le corna storte… C’è anche chi trova l’amore on-line, sulla scia di passioni comuni, e chi vorrebbe trovarlo: “Vorrei quelle sere d’estate sul fresco della sera nel pieno del relax con una ragazza a dar quei baci pieni di amore quelle coccole che mi fanno star bene e mi fanno sentir un uomo vero …..” ed un amico replica “pure dicevo sempre che preferivo stare solo, ma quando mi è capitata stavo bene, è bello avercene una. adesso non c’è più e mi manca tantissimooo. Purtroppo è che il lavoro che facciamo che ci porta via tempo e sopratutto non siamo accettati“. Prontamente però replica una ragazza: “Che non siete accettati concordo… perchè ormai di ragazze che fanno quel lavoro o a cui piace quel lavoro sono veramente rare… ma se cercate bene… vedrete che troverete anche la vostra!!!“.

Guadando il Tagliamento (foto G.Morandi)

Allevatori con qualche anno in più invece si dedicano spazio soprattutto ai loro animali, ma spesso condividono video, musica, ma anche riflessioni politiche e sociali. …Scusate se ho scorrazzato sulle vostre bacheche, amici di Facebook. Non ho volutamente riportato nomi associati alle frasi, per rispetto, ma mi sembrava bello condividere qui sul blog un po’ di vostri pensieri, per far capire meglio chi sono gli allevatori del XXI secolo. Persone come tutti, persone che fanno forse un mestiere particolare, ma molto meno isolate dal mondo di quanto accadeva un tempo. Anche su questo c’è da riflettere, perchè molti mi scrivono di voler “fuggire in alpe” per lasciarsi alle spalle il mondo, mentre chi in alpe c’è sta sì bene lontano dalla confusione, ma nello stesso tempo ha piacere di mantenere dei continui legami con tutto quello che c’è altrove.

Non pensavo di trovare un ingorgo quassù!

Scorrono lenti e frenetici insieme i giorni in alpeggio. Per qualcuno la stagione d’alpe è una transumanza, una sede, un periodo da trascorrere su, con gli animali che pascolano ora una zona a quota minore, ora maggiore, fino al ritorno in pianura. Per altri invece le cose non sono così semplici e lineari.

Dopo una breve parentesi, il caldo si era nuovamente ritirato e il sole non era nemmeno fastidioso. Se poi le nuvole coprivano il cielo, era necessario aggiungere una maglia. Non se ne lamentavano gli animali, che invece soffrono e non poco quando le giornate sono afose o torride.

Tutto sommato quindi non ci si lamentava affatto, visto che così c’era modo di pascolare una seconda volta quei pascoli che già avevano sfamato il gregge ad inizio stagione, ormai più di un mese e mezzo prima. Con il caldo sarebbe stato difficile, gli animali avrebbero cercato l’ombra e avrebbero patito l’assalto delle mosche.

Poi viene il giorno della partenza, dello spostamento. In questo caso si cambia addirittura vallata, per cercare un luogo dove non solo gli animali possano brucare buona erba, ma soprattutto i guardiani del gregge abbiano una struttura degna di questo nome dove ricoverarsi la sera, cosa ahimè non scontata ancora oggi, nel XXI secolo.

Si attraversano i pascoli magri dove nelle settimane scorse il gregge già ha brucato quel che c’era di più appetibile. Gli animali camminano in una lunga fila sul sentiero, sanno che oggi non sono lì per pascolare, ma per andare altrove. Il cielo resta velato, la speranza è di non incontrare nebbia o temporali durante il cammino, per il resto la mancanza di sole è addirittura gradita.

Sul colle c’è un’aria quasi fredda, a contatto delle schiene sudate. Più che una tappa, il tempo necessario per far sì che il gruppo si ricompatti e si possa riprendere il cammino senza che nessun animale resti troppo attardato. Il tragitto è ancora lungo…

Si percorrono sentieri quasi soffocati dalla vegetazione, antiche vie di transito che oggi restano aperte quasi solo più grazie al periodico passaggio di uomini ed animali. In questa transumanza infatti il pastore era “armato” di roncola per tagliare i rami che maggiormente invadevano la via.

Un altro colle, un altro vallone, una scorciatoia seguendo le piste dei cervi per evitare un lungo giro sui sentieri ufficiali, e di colpo il suono di altre campane, di altre transumanze. Poco dopo ci si ritrova incolonnati tra una mandria di vacche con tanto di rudun e, più indietro, un altro gregge di pecore, di piccole dimensioni.

Rideranno, coloro che quotidianamente affrontano il traffico cittadino, ma comunque rimanere incolonnati con un gregge su di un sentiero di montagna dove passeranno poche decine di escursionisti in tutta l’estate è un avvenimento abbastanza inconsueto. La mandria, che già seguiva un gregge di capre transitate precedentemente, poi proseguirà il suo cammino, mentre le pecore devieranno per altre piste frequentate soprattutto dagli animali selvatici.

Nonostante la data, anche a quote non elevate, c’è ancora da attraversare un nevaio che scende nel canalone. In molti alpeggi gli animali stanno salendo solo in questi giorni, la stagione è tardiva, la neve scioglie a poco a poco e l’erba inizia appena appena ad essere quella “giusta” per il pascolo.

Anche i rododendri sono nel momento della loro massima fioritura, colorando i versanti a chiazze dalle tonalità vivaci. Il gregge ormai si sta affacciando sull’altra valle, la transumanza è quasi conclusa, almeno per quel giorno. Bisognerà però ancora attendere qualche tempo per salire ancora a quote maggiori, dove finalmente ci si fermerà per qualche mese.

Il tempo fino ad ora è stato clemente, ma verso sera in cielo si accumulano densi nuvoloni che si fanno via via più scuri più a ridosso delle montagne. Si sentirà anche qualche colpo di tuono e cadrà un po’ di pioggia, ma è solo un classico temporale estivo. D’altra parte c’è da augurarsi che ogni tanto un po’ di pioggia cada, per scongiurare la siccità che aveva drammaticamente colpito gli alpeggi lo scorso anno.