Partendo dal basso

Da quelle parti c’ero stata l’ultima volta anni fa. In una “vita precedente”, quando la montagna per me era o escursioni in MTB, o a piedi o ancora luogo di lavoro per occuparmi di pascoli, censimenti, interviste. Questa volta sono salita con altri occhi. Lungo un sentiero (la citazione è voluta!). Avrei sì avuto bisogno di una guida, un qualcuno del posto che facesse parlare le pietre.

E di pietre che potevano raccontare ce n’erano tante. Per cominciare, tutte quelle che calpestavo. Non si tratta di un semplice sentiero, ma una vera e propria mulattiera che anticamente doveva essere molto trafficata. Il colle del Colombardo infatti è un “comodo” passaggio verso la val di Viù ed un tempo questa era sicuramente una via di passaggio per le genti di montagna. Oggi la strada (sterrata) compie un ampio giro toccando molti degli alpeggi sparsi sul territorio comunale, ma la via usata anticamente era questa.

L’uomo qui aveva colonizzato tutti gli spazi. Baite isolate e gruppi di case si scorgono ancora ovunque, in questa giornata assolata di inizio autunno. Il bosco avanza, anche se nei pressi delle abitazioni si vedono alberi che avevano a che fare con la vita delle persone e degli animali. I ciliegi sono chiazze rosse, poi ci saranno gli aceri a tingersi di giallo.

Talvolta gli alberi hanno già letteralmente sommerso gli edifici, alcuni dei quali stanno iniziando a crollare. Quassù non si vive più. Poco sopra c’è ancora un nucleo di case abitate almeno temporaneamente. La sede di un alpeggio. Ma non un alpeggio moderno: non ci sono strade e le baite sono come quelle dell’immagine, prive di concessioni alla modernità. Eppure la strada passa qualche centinaio di metri più a monte…

Cosa faceva qui l’uomo quando le strade non c’erano ancora? In mezzo ai pascoli si leggono ancora numerosi segni della presenza umana di un tempo. Lavori che permettevano di gestire e curare il territorio. Oggi è quasi un “miracolo” il fatto che non sia tutto completamente all’abbandono.

Se alle quote più alte le montagne si stanno svuotando, una transumanza dopo l’altra, a questa quota intermedia c’è ancora da pascolare, sia per le vacche, sia per le capre. Solo il pascolamento può tenere indietro il bosco. Chissà, forse a queste quote una volta si viveva tutto l’anno e si saliva più in alto solo nel cuore della stagione estiva? Probabilmente si sfalciava. Sono tutte ipotesi basate su quel che conosco di altre vallate. La vita non era dissimile…

Incontro i due margari, due fratelli indaffarati a tirare il filo per “dare il pezzo” alle vacche. Scambiamo quattro chiacchiere sulle solite cose. Il maltempo dell’estate trascorsa, la speranza che almeno queste ultime settimane in alpeggio possano essere buone, con sole e clima mite, poi toccherà anche a loro scendere a valle. “Il lupo a noi fino ad ora non ha toccato nulla, ma di là – e indica gli altri valloni verso ovest – qualcosa c’è stato. Ad un certo punto sul giornale è persino uscito un articolo che diceva che c’era l’orso, ma saranno quelli dei funghi, per tener lontana la gente che viene da fuori!

Gli animali pascolano placidamente, non manca nè l’erba, nè l’acqua, nè l’ombra se facesse troppo caldo. Provate a pensare cosa sarebbe la montagna senza la presenza di questi animali e degli uomini che se ne prendono cura? La mulattiera che mi ha portata fin qui sopravviverebbe solo grazie agli amanti delle escursioni? Ma cosa vedrebbe, chi arriva fin qui a piedi? Di sicuro non un alternarsi di boschi e radure, di sicuro non gli spazi aperti dei pascoli.

Oltre alle vacche, c’è un bel gregge di capre. Riesco a raggiungerlo prima che gli animali scompaiano tra rocce e cespugli. Più tardi amici spenderanno numerose parole di elogio su queste capre e sull’ambizione dei loro padroni. Mentre lo scampanio caratteristico di disperde tra la vegetazione, ritorno sulla mulattiera e riprendo la mia salita.

Più in alto iniziano gli alpeggi “veri”. La tipologia costruttiva è abbastanza caratteristica, qui e nelle vallate limitrofe si ripete il modello abitazione-stalla adiacente, strutture in grado di ospitare numerosi animali. Alpeggi dove si è sempre munto, lavorato il latte, prodotto formaggi. Sono gli ultimi giorni prima della transumanza, i margari stanno per lasciare la montagna.

Poco sopra questo alpeggio se ne trova un altro in rovina. La distanza è davvero poca, chissà se si trattava di strutture utilizzate dalle stesse persone o se qui salivano anticamente più famiglie di allevatori, dividendosi pascoli e strutture? Anche le dimensioni di questo alpeggio erano considerevoli, la stalla in grado di ospitare un elevato numero di capi.

Ancora più a monte, poco sotto il colle, l’ultimo alpeggio, ormai vuoto. La transumanza deve essere avvenuta da poco, ma tutte le strutture sono chiuse. resta ancora l’acqua nei tubi, aprendo il rubinetto si può bere. Chissà se è stata una dimenticanza? Arriverà il freddo e gelerà tutto.

Prima di scendere, è stato fatto quello che si faceva un tempo. Sono stati ripristinati i canaletti e l’acqua è stata fatta passare nella concimaia, in modo da provvedere a quella che, tecnicamente, si chiama fertirrigazione dei pascoli. Ovviamente è impossibile farla a monte della concimaia, ma dalle tracce par di capire che si è provveduto anche in certe zone grazie ad un trattore con l’apposita botte.

Sulla via del ritorno, ancora qualche scatto alle vacche e alle capre che stanno ruminando al sole. Laggiù in basso la pianura, lo smog, il traffico. Un’altra vita. Ma questi animali tra non molto scenderanno e continueranno la loro vita per qualche mese circondate da un mondo che sa sempre meno di loro, del mestiere dell’allevatore. Pensate che si leggono addirittura articoli in cui si parla della necessità di abolire le campane, in quanto dannose per gli animali stessi!

Questi animali invece non credo che scenderanno in pianura. Nella frazione dove parte la mulattiera, c’è infatti un’azienda agricola, con tanto di stalla in mezzo alle abitazioni. Gli animali sono al pascolo, poco sotto qualcuno sta girando il fieno con il trattore. Una montagna ancora viva, fin quando ci sarà qualcuno con la passione dell’allevamento. Fin quando si riuscirà a (soprav)vivere con questa passione.

Seguendo le tracce e i suoni

Nonostante tutto la stagione è finita. Non parlo dell’estate e delle sue manifestazioni meteo non sempre gradite a tutti, parlo della stagione d’alpeggio. Se per questi lunghi mesi ho patito varie “mancanze”, più che mai in questo particolare momento la sensazione è viva. Quelle giornate che sono le più belle, lassù. E’ vero che al mattino fa freddo, che può esserci la brina, che le ore di luce si riducono, ma ci sono quei colori, quelle luci…

Incapace quindi di restarmene a casa, parto per una valle a caso, una valle dove non tornavo da anni. Come dicevo l’altro giorno chiacchierando durante un lungo viaggio in auto, mi piacciono le zone dove ci sono rocce calcaree che regalano una flora (quand’è stagione) e un panorama unico nel suo genere. Fa freddo, ma camminando veloce ci si scalda. Prima si sale nel bosco, poi finalmente si sbuca sui pascoli. Pascoli ahimè silenziosi. Tracce di discesa del gregge fin qui non ne avevo viste, solo i cartelli che avvisano della presenza dei cani da guardiania. Però appena fuori dagli alberi, nella prima radura, vedo l’erba brucata, gli escrementi quasi freschi delle pecore. Porte e finestre del gias sono però sprangate, restano da raccogliere le reti del recinto. Chissà se il gregge è sceso o si è solo spostato altrove?

Ovviamente al gias superiore non c’è nessuno già da tempo. Il sole brilla, appena offuscato da una leggera velatura. L’aria è fredda, i colori iniziano a mostrare qualche tonalità autunnale. Sul vallone domina il silenzio: non un belato, non una campanella, non un grido o un fischio, l’abbaiare di un cane. Tra qualche settimane tutte le montagne saranno così e allora non mi piacerà più venire a camminare su di qui, senza la certezza di incontrare un pastore, un margaro con cui scambiare quattro chiacchiere mentre gli animali pascolano placidamente.

Da certe montagne si scende prima, da altre dopo, dipende dalla disponibilità di foraggio, dalla quota, dal numero di bestie. Se lassù scarseggia il cibo, inutile rimanere, conviene abbassarsi. Quest’anno poi in basso l’erba non manca, viste le precipitazioni che hanno caratterizzato tutta l’estate.

Anche nel vallone confinante, dove doveva esserci una mandria di bovini, il gias è chiuso e silenzioso. Solo gli sbuffi dell’acqua nella fontana risuonano accanto alla baita. Gli animali non devono essersene andati da molto, le buse sono ancora morbide, velate appena da una sottile crosticina. Ci sarebbero due opzioni, scendere per la via più diretta e compiere un giro che mi porta ad altri alpeggi: visto che è ancora presto, decido di prolungare la mia camminata, anche nella speranza di incontrare ancora qualcuno.

Sul sentiero che scelgo di percorrere ci sono effettivamente i segni del passaggio della mandria, ma i ripidi pascoli circostanti sembrano non essere stati utilizzati. Solo intorno ad un altro gias intermedio le vacche hanno brucato e sostato, altrimenti i pendii mostrano chiaramente i segni di un progressivo abbandono. Felci, eriche, mirtilli, piccoli alberi di sorbo e maggiociondolo si avviano a colonizzare completamente quello che un tempo era un pascolo.

Il gias è aperto, manca la porzione superiore della porta. Dentro, i segni dell’utilizzo dell’uomo. Nessuna comodità, proprio solo l’essenziale: un fornello, un materasso appeso per metterlo in salvo dai roditori, un tavolo, il focolare.

I resti di un filo che delimitava il confine, poi il sentiero si fa meno pulito, qui le vacche non sono passate. Fin dove erano arrivate, non c’erano erbe o frasche a nascondere il cammino. Inizialmente perdo le speranze anche di incontrare la mandria, ma poi sento in lontananza risuonare i campanacci, così proseguo fiduciosa il mio cammino.

Vedo il basto fuori dalla porta, poi accorrono i cani e subito esce il margaro, che si tranquillizza vedendomi accarezzare i suoi animali senza timore. Iniziamo a chiacchierare e poco dopo sopraggiungono anche due escursioniste. L’uomo racconta di esser arrivato lì appena pochi giorni prima, sceso dagli alpeggi superiori. Ormai è tempo di rientrare in cascina, qui si fermerà ancora una settimana o poco più, in base all’erba che c’è ancora da pascolare ed alla data in cui i camion potranno venire a caricare la mandria. Quel mattino era sceso fino a valle per andare a fare la spesa, caricando poi gli acquisti sul basto della cavalla. Esistono ancora anche queste realtà apparentemente “fuori dal tempo”.

La mandria pascola godendosi la giornata di sole. “Ne abbiamo visto poco, quest’anno…“. Ci racconta anche dei lupi, che hanno attaccato i suoi animali. “Un vitello l’hanno sbranato. La veterinaria mi ha fatto vedere, aveva proprio l’ematoma sul collo dove l’hanno preso. Poi una vacca, ma forse quella l’hanno prima spinta giù e poi mangiata. Solo che… come si fa? Non posso tenere le bestie chiuse nei fili, e tanto se vuole il lupo passa sotto al filo!

Mia figlia ha preso due di quei cani bianchi, ma… non so…“. I due cuccioloni non sono assolutamente aggressivi con le persone, ma non stanno con i bovini. “Con le pecore è diverso, con le vacche secondo me non funzionano. Le vacche, quando hanno il vitello, caricano le persone, figuriamoci i cani! Quindi loro mica stanno lì insieme! Sono sempre qui a dormire vicino alla baita. Gli altri cani… la sera a volte abbaiano. Ci sono delle volte che vanno in là un pezzo e poi tornano indietro ringhiando, vedi che hanno paura. Quelle volte lì c’è il lupo di sicuro, perchè con una volpe o un cinghiale non fanno così.

Ultimi giorni e poi si scende. Discesa a piedi, poi giù ci saranno i camion per portare tutte le vacche nella cascina di pianura. Le due donne si incamminano, noi continuiamo a chiacchierare: “E’ bello per una volta parlare con qualcuno che ne capisce… Qui gente ne passa tanta, anche se il sentiero è più lungo, per andare al rifugio molti passano di qui perchè è meno ripido. Ma molta gente non sa cosa vuol dire questa vita, questo lavoro!

E i colori sono proprio quelli che precedono la discesa. Qui siamo a quasi 1700 metri, forse pascolerà ancora qualcosa più in basso, ma sarà solo un passaggio veloce durante la transumanza. Anche in questo vallone ci sarà solo più il silenzio.

Nell’ultima radura che incontro prima di rientrare nel bosco, ecco i segni di quelli che presto resteranno quasi gli unici abitanti di queste quote. I cinghiali hanno completamente rivoltato il cotico erboso. In questa stagione è facile osservare questi danni un po’ ovunque sui pascoli. E’ un problema sia per chi deve sfalciare, sia per il pascolo vero e proprio, perchè in seguito a questa “aratura” la qualità dell’erba peggiora.

Nebbia dell’Est

Trasferta dall’altra parte delle Alpi. Ero in Friuli per presentare il mio libro a Pordenonelegge, ma i miei compagni di viaggio erano impegnati anche in altre manifestazioni, così io ne ho approfittato per cercare di vedere qualche realtà locale. Non avendo la mia auto a disposizione, purtroppo non ero libera di spostarmi a piacimento, ma i pastori si sono comunque prestati a farmi da taxisti e accompagnatori!

Così al mattino sono stata raccolta per la strada da Giancarlo, pastore che già avevo incontrato anni fa alla fiera di Rovato (BS). Dal Piemonte al Friuli, non ci sono problemi a trovare argomenti di conversazione quando si incontra un pastore. Sono giornate un po’ convulse, ultimi giorni in montagna prima di iniziare la discesa, inoltre c’è la vendita dei montoni per la festa islamica, ma io “non mi spavento”, so com’è il mestiere e… se posso dare una mano… Purtroppo il tempo non è buono. Da queste parti piove spesso, l’estate ha visto brutto tempo ovunque, ovviamente qui non ha fatto eccezione.

Quando arriva anche il figlio di Giancarlo, Emiliano, mi porta su alla malga, dove però la nebbia mi impedisce di godere del panorama, che tutti mi assicurano essere splendido. Riesco a malapena a scorgere tutto il gregge, di grandi dimensioni, con animali “tutti uguali”, selezionati accuratamente. Grande è la passione di questi pastori di origine appenninica, che una quarantina di anni fa sono venuti a cercare pascoli da queste parti, vi si sono stabiliti e hanno messo in piedi un’azienda veramente ben organizzata.

Dopo aver chiacchierato a lungo con il papà, pastore un po’ filosofo, pastore che guarda lontano, presidente dell’Associazione dei pastori transumanti del Triveneto, parlo con Emiliano, che mi racconta la sua storia. Inizialmente non lavorava con il padre, pur avendo avuto da sempre la passione per le pecore. Ora però gestisce uno dei due greggi sulle montagne friulane, greggi che si riuniscono in pianura.

La nebbia va e viene, ma il vento non riesce a predominare. Salgono su questa malga solo da qualche anno, se la sono aggiudicata non senza polemiche perchè, nonostante risiedano qui da anni, qualcuno forse li ritiene ancora “allevatori che vengono da fuori”. La malga è regionale, c’è una bella strada e bellissime strutture, in precedenza era utilizzata da (poche) vacche. La sera prima a Tolmezzo gente del posto mi spiegava che molte malghe restano vuote, specialmente quelle che non possono accogliere un grosso carico di animali. Anche da queste parti avevano cercato di infiltrarsi gli speculatori, ma sono riusciti a bloccarli e poi: “…le superfici non estese non fanno gola…“.

Solo per un istante si intravvede una cima. Rocce calcaree, come tutte quelle che stiamo calpestando. Un territorio diverso da quello a cui sono abituata. Siamo in Carnia, il confine è vicino, da una parte quello austriaco, dall’altro quello sloveno. Una terra povera da cui molti sono partiti, andando a cercare fortuna altrove. Invece questa famiglia di pastori è arrivata e risiede qui per qualche mese all’anno, tra la casa in Val di Resia e le malghe su in quota.

Mi ha colpito l’organizzazione di questi pastori. Abituata a vedere “arraggiamenti” spesso non proprio a norma di legge per trasportare gli animali, qui invece ci sono veri e propri mezzi speciali, sfruttati al meglio nella stagione di pascolo vagante. Sono davvero curiosa di tornare per incontrare questo ed eventualmente altre greggi in autunno/inverno e rendermi conto di come si lavori in pianura da queste parti.

E’ ora di pranzo e il gregge viene chiuso nella rete. Verrà riaperto nel pomeriggio. Qui non ci sono problemi di lupo, anche se ufficialmente dovrebbe essere passato, visto che altrove branchi si sono formati dall’incontro di lupi dalla Slovenia con lupi dell’Appennino. Però c’è l’orso, che in passato ha causato non pochi danni anche a questo gregge. Attacchi, pecore uccise e sbranate. “Gli orsi hanno il radiocollare, ci mandavano i sms per dirci dov’era. Guardando le cartine dove avevano segnato il percorso che faceva, ho visto che era sempre a 50-60 metri di distanza del gregge, eppure io non lo vedevo.

Scendiamo in fondovalle dove il camion è arrivato per caricare gli agnelloni. I pastori mi hanno a lungo parlato dei montoni che erano venuti a comprare in Piemonte. La selezione, su questo gregge, è molto curata. Emiliano mi ha mostrato i montoni, mi ha spiegato quale sia il tipo di pecora che preferisce, la forma delle orecchie, della coda. Ognuno dei due greggi ha un’unica pecora nera e un’unica pecora con le orecchie corte, quelle che da noi sono le taccole (con i vari nomi dialettali per definirle). Per “staccare” un po’ dall’omogeneità generale, in pianura ci sono poi gli asini. Niente capre, Giancarlo non le vuole assolutamente vedere tra le pecore!

(foto G.Morandi)

Quanto fosse bella la malga lo vedo prima sfogliando le immagini sul cellulare di Giancarlo, poi proprio stamattina, guardando la foto che lui stesso ha postato su Facebook prima di partire per la discesa. Tempo di transumanze, le montagne a poco a poco si svuotano.

Molto gentilmente Emiliano si presta ancora a farmi da accompagnatore. Adesso deve andare dal suo gregge, nella Val di Resia, dove la sua famiglia ha preso la residenza molti anni fa. Prima vedrò gli animali, scesi a mezza quota, anch’essi quasi pronti per la transumanza, poi conoscerò anche il resto della famiglia. Da quel che capisco, qui l’essere vaganti è davvero estremo. Avanti e indietro tra il gregge e la casa, sia in montagna, sia in pianura. Sacrifici da affrontare ce ne sono per tutti, per i pastori che viaggiano, per le mogli/compagne che aspettano il loro arrivo.

Qui il tempo è un po’ più bello. La Slovenia è davvero vicina, nel cuore dell’estate si pascola proprio sul confine. Mentre salivamo, mi faceva vedere tutti i posti dove pascolerà nei prossimi giorni, scendendo. Tanti prati, alcuni dove non è stato effettuato lo sfalcio, altri dove l’ultimo taglio viene lasciato alle pecore. “Siamo conosciuti, è una vita che passiamo qui. Anche quando si scende per la strada, la gente ci conosce, poi non c’è molto traffico.” Salita e discesa avvengono interamente a piedi, il territorio lo consente, poi ci sono i letti immensi dei fiumi. Il Tagliamento è impressionante, ma sia Emiliano, sia Giancarlo, mi raccontano storie di alluvioni, l’acqua che sale e inonda tutto, il gregge da portare in salvo.

Ovviamente ci si avvale dell’aiuto di collaboratori, impossibile far tutto da soli. “Mi piacerebbe anche avere ragazzi italiani, ma… Una volta ne avevo fatto venire uno, mi aveva contattato lui. Ha detto che aiutava già pastori dalle sue parti. L’ho lasciato solo con il gregge e la sera quando arrivo su stanco morto ne avrà avute insieme 2-300. E tutte le altre?? Secondo lui erano tutte lì! Così ho dovuto andare su fino in cima a riprenderle… L’abbiamo mandato via subito. Purtroppo di Italiani che vogliano fare questo lavoro come stipendiati, non ne trovi di validi.

In entrambe le greggi ci sono numerosi agnelli. Purtroppo è ora di rientrare, riparto con la voglia di vedere meglio queste montagne, ma anche con il desiderio di tornare anche nella stagione del pascolo vagante. E’ stata una bella giornata: per l’ennesima volta rifletto su come i pastori abbiano ovunque gli stessi problemi, parlino la stessa lingua, ma poi alla fine è impossibile “metterli insieme” e riuscire a combattere uniti per poter ottenere qualche soluzione.

Ancora un grosso grazie a tutta la famiglia per la giornata che, pur tra i tantissimi impegni, mi hanno dedicato.

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?

Ancora sui cani da guardiania (riflessioni)

Dopo il post di ieri, un amico mi scrive via facebook inviandomi un’immagine ed alcune riflessioni.

(foto F. Fazion)

Ti mando la foto fatta al Pra del cartello che si trova a Partia d’Amount. Probabilmente lo conosci bene e da l’idea di un ben diverso approccio. Non “attenti al cane” come quello da te pubblicato oggi (3/9/14 ndA), ma bensì “amico escursionista, per preservare etc….” Peccato che sia francese e quindi portato in Italia a dimostrazione della differente sensibilità e del diverso valore dato ai lavoratori della montagna.

A dire il vero non sapevo che, al Prà, vi fosse questo cartello. Quando non vengono divelti ed imbrattati, da noi ci sono appunto i cartelli della Regione Piemonte, quelli che avete appunto visto nel post di ieri, oltre che qua e là sul territorio, dove c’è un gregge. I commenti degli “amanti della montagna” raccolti qua e là su Facebook e da me riportati ieri parlavano anche della Valle Gesso. Il pastore mi diceva per l’appunto che i cartelli che aveva affisso alla partenza del sentiero erano stati danneggiati.

Cani da guardiania, mamma e cucciolo

Continua l’amico Franco: “Al fine di rispettare il lavoro degli allevatori – dice il cartello in francese. Quello in italiano da te inserito nel blog è evidentemente estratto da quello francese infatti cita la “tranquillità del gregge”, ma non fa neppure cenno all’uomo, al pastore, al suo lavoro! Come pretendere rispetto sensibilità ed attenzione se fin dall’inizio si sminuisce in tal modo la figura fondamentale di tutto il sistema?? Non si tratta ovviamente di dimenticanza, ma bensì di chiaramente diversa impostazione culturale, di ribaltata scala dei valori. E allora come pensiamo ad un possibile diverso atteggiamento da parte di chi frequenta la montagna per diletto?? Il burocrate di turno piccolo o grande che sia non vuole guai e quindi anzichè informare e sensibilizzare si limita ad avvisare di un pericolo…

Non posso che condividere il pensiero di Franco. Credo che l’argomento dovrebbe essere seriamente affrontato per esempio da associazioni come il CAI, con articoli informativi, ecc. Se il pastore deve accettare la presenza del lupo, allora tutti i frequentatori della montagna devono conoscere a fondo la questione, compreso il perchè dei cani, delle reti, ecc ecc.

E purtroppo siamo arrivati a questo

Già anni fa dicevo e ripetevo che il “problema lupo” ha mille sfaccettature. Parole al vento per quasi tutti. Di stagione in stagione, situazioni vecchie e nuove si ripresentano e le problematiche si ingigantiscono, sempre meno gestite e gestibili. C’è chi quasi si diverte a gettare benzina sul fuoco, c’è chi prende fuoco anche senza incentivi. Soluzioni concrete? Chi e quando si prenderà la responsabilità di fare qualcosa? Perchè qualcosa deve essere fatto… Ho lasciato decantare qualche giorno la polemica, perchè volevo prima avere testimonianze dirette e… manco a farlo apposta, ho “toccato con mano”.

E’ di un paio di settimane fa l’ennesima polemica sui cani da guardiania. Questa volta il caso scoppia ad Ormea, e il clamore arriva fino ai quotidiani nazionali. Ci sono stati degli “incidenti”, qualcuno è addirittura finito al pronto soccoso, i turisti si lamentano e il Sindaco scrive alle aziende agricole, alle associazioni di categoria ecc.ecc. “…non si possono tollerare episodi analoghi…“. La gente ha paura e rinuncia alle escursioni. Ha ragione il Sindaco a parlare della lunga tradizione in materia di alpeggio del suo Comune, ma nel non ricordare situazioni analoghe (riferendosi ai problemi attuali con i cani), dovrebbe anche rammentare che, in passato, non c’era più il lupo. Inoltre, quando è ricomparso, non tutti si sono immediatamente dotati dei suddetti cani. “…Questa amministrazione sta valutando le soluzioni possibili da adottare per risolvere questa situazione incresciosa, non ultima quella di vietare, o comunque limitare in modo drastico, l’utilizzo sul territorio di Ormea di razze di cani che possano minacciare o ledere l’incolumità delle persone.” E con il lupo, come la mettiamo??

Gregge in alpeggio

Sul web si è scatenato il putiferio. L’assurdità e la prepotenza di certi commenti di “frequentatori della montagna” fa rabbrividire prima. E poi arrabbiare. Un riflessione a sangue freddo sulle parole pronunciate da queste persone potrebbe aiutare a capire perchè spesso i pastori sono esasperati più da questi problemi di convivenza che non dal lupo in quanto animale predatore. C’è chi ha un minimo di buonsenso e voglia di trovare un “accordo”, ma resta il fatto che il turista medio NON VUOLE i cani sui sentieri: “I sentieri e le mulattiere non possono essere compresi nei terreni di pascolo privato o comunale, o altrimenti dovreste chiuderle, perchè spesso cani e greggi le percorrono, e tutti hanno diritto di percorrerle senza dover rischiare, per voi la montagna rappresenta un duro lavoro per trasformarla in risorsa,ma anche gli altri hanno diritto di usufruirne, io non mi avvicino ai greggi, ma i sentieri vorrei percorrerli.” “Le verità, mi dispiace dirlo, sono due: troppi animali da pascolo e l’incapacità di questi nuovi pastori (molti rumeni) di saper gestire cani e bestiame…“. “Mi chiedo comunque se sia impensabile far stanziare i greggi in pascoli “lontani” dalle vie maggiormente percorse dagli escursionisti… oltre che fare informazione proprio come si fa attraverso questi cartelli…“. “Se ci si ritrova SUL SENTIERO tracciato e segnato su mappa nella nebbia fitta dopo una splendida giornata di sole…pensi a non perdere la traccia del sentiero per non incappare in altro genere di guai (un bel volo di 50m) invece di pensare all’abbaio dei cani…che sì li senti…ma non li vedi in base alla visibilità della nebbia.  Pertanto sì che la montagna è di tutti ma io non vado a fare “pressione psicologica” ai pascoli. E soprattutto non impedisco il passaggio sui sentieri. Questa non è libertà. Comunque i margari si assumeranno le loro responsabilità perchè il “gioco del lupo” non regge più.” “I problemi nascono quando alcuni (pochi, x fortuna) pastori permettono alle proprie greggi di stazionare ed occupare (bloccandola abusivamente) l’unica via possibile (strade, sentieri od altro), senza essere presenti: posso assicurare che non e’ piacevole vedersi attaccare (pur avendo rispettato tutte le regole e i comportamenti “virtuosi” necessari) da un cagnolino di 50 Kg che arriva a 50 cm di corsa ringhiando e mostrando i denti con la bava alla bocca, soprattutto se ci sono bambini con te…“. “Se dovessi venire attaccato da uno di quei bellissimi cani bianchi non esiterei a tirargli un calcio o una bastonata in testa, cosa che dopo probabilmente farei anche con il pastore“. Questo non è che un assaggio di quanto mi è capitato di leggere su Facebook nei giorni scorsi, e vi risparmio i messaggi con insulti e anche peggio. Poi c’è chi cerca di instaurare un dialogo: “In valle Gesso Ho parlato di recente con un pastore che aveva con se 2 maremmani (consegnati a loro dalla Regione Piemonte) e altri 3 cani più piccoli…mi ha spiegato che il maremmano, fuori dal gregge, non è aggressivo, solamente non ci si deve avvicinare alle pecore perchè il suo lavoro è la difesa del branco e in quel caso attacca chiunque si avvicini. Io avevo con me mia figlia di 9 anni che lontano dal gregge ha fatto le coccole al maremmano maschio che addirittura si è coricato per farsi coccolare. Ho semplicemente spiegato alla bambina di non avvicinarsi al gregge. Aggrediscono se si sentono minacciati o semplicemente se si tocca il branco.” …e relative repliche: “Mi spiace ma il pastore ti ha spiegato le sue ragioni, ma non é così semplice. L’indole del maremmano non è pacifica. Come ogni cane da difesa é un arma e dipende a chi la metti in mano. La Regione Piemonte regala questi animali, ma insegna anche a gestirli? Onestamente non lo so, ma so che se io cinofilo prendo un cane di razza definita pericolosa a scuola ci devo andare.

Gregge in alpeggio, spostamento lungo una pista per raggiungere i pascoli

Vi risparmi il resto, direi che abbiamo già sufficiente materiale per una discussione. Innanzitutto volevo trascrivere qui quanto mi ha scritto un amico, conoscitore della razza di cani più impiegata in Italia come cane da guardiania. Scrive Luciano: “Io vado in montagna in tutte le stagioni, da tre anni con il mio pastore maremmano (femmina) sempre rigorosamente libera. In estate, quando ci sono bestie in alpeggio, per me è tutto un po’ più complicato e difficile perchè è necessario fare attenzione, ma finora non ho mai avuto problemi. Ultimo incontro qualche settimana fa sopra l’alpe Sellery in val Sangone, con cinque maremmani molto arrabbiati proprio sul colle della Roussa, dove avrei dovuto passare anch’io. E’ ovvio che in questi casi DEVI uscire dal sentiero e aggirare il gregge a debita distanza. E’ anche ovvio che se hai un cane, questo non deve reagire e non deve andare verso il gregge ma stare tranquillo vicino a te. Questo devono capirlo gli escursionisti.

Cane da guardiania con vreccale (collare anti aggressione)

Ho sentito amici che alpeggiano proprio ad Ormea: “Io ho i cani, presi tramite il Progetto Lupo della Regione e anche da privati. Ovviamente molto dipende da come li gestiscono i proprietari. Però siamo all’esasperazione! Io non li volevo, perchè sia in alpe, sia giù, lavoro vicino alle strade. I turisti non hanno rispetto. Non ce l’ho con loro, perchè vendo i formaggi… Però non si comportano correttamente. Basta guardare anche la spazzatura che lasciano sui pascoli. Comunque, i cani li devo avere per difendere gli animali dal lupo. Oltretutto non ricevo l’aiuto per il pascolo gestito, se non li ho in numero adeguato in base al numero di capi che sorvegliano. Ho anche preso lo scacciacani, mi hanno detto che è consentito. Sparando con quello il lupo si è allontanato.

E’ sempre tutta una questione di rispetto reciproco. Ricordo ancora una volta il video realizzato in Svizzera per spiegare ai turisti che comportamento adottare. Il problema è che da noi, come avete potuto leggere sopra, la gente PRETENDE di passare sul sentiero anche quando c’è il gregge lì al pascolo.

Io ho avuto la “fortuna” di verificare tutto sul campo. In un caso, l’incontro con un cane da guardiania. Il gregge era già al pascolo, il pastore (più a monte) stava spostando le reti del recinto. Il cane ha subito avvertito la mia presenza, quindi ha iniziato ad abbaiare venendo verso di me. Io mi sono fermata e le ho parlato, tenendo le mani basse, poi ho iniziato ad aggirare il gregge sulla destra. Per un po’ la cagna mi ha seguita abbaiando, poi ha deciso che non ero pericolosa e si è allontanata con le pecore. Di sua spontanea volontà ha anche stabilito che i due escursionisti che sopraggiungevano dopo di me facessero parte del mio gruppo, perchè non li ha nemmeno degnati di uno sguardo. Il cane si è comportato correttamente e le persone pure, nessun incidente, tutto a posto. Se però al mio posto ci fosse stato qualcuno che aveva paura (l’atteggiamento comunque non è mite), la situazione poteva essere spiacevole. Il problema, anche senza incidenti, è reale e va affrontato.

Appena pochi giorni prima invece mi trovavo in una famosa località turistica, molto frequentata, ma anche territorio d’alpeggio. Tra l’altro, qui recentemente i lupi hanno attaccato più volte il gregge, difeso solo da due cani da guardiania, proprio perchè già con questi due esemplari la gestione è problematica. Non per colpa dei cani, ma per colpa della gente. Il gregge era appena stato fatto uscire dal recinto, una pecora aveva partorito e si stava provvedendo a spostarla nel recinto lì vicino. I cani, come fanno sempre, sono partiti in avanscoperta davanti alle pecore e… subito si sono udite delle urla provenire dalla strada sterrata adiacente.

Dei due cani, il maschio è più irruento. Non aggressivo, ma se provocato, può reagire, a differenza della femmina che tiene maggiormente le distanze. Per questo, ahimè, è stato dotato di museruola: “Altrimenti sarebbe una lamentela continua e io non potrei più lavorare. Qui ci sono turisti ovunque, a piedi, in bici, con le moto. Già nei periodi con più gente ho pascolato le zone mento frequentate, ma…“. L’altro giorno comunque una podista, senza fermarsi, ha iniziato ad urlare solo nel vedere i cani. L’abbiamo ripetutamente invitata a fermarsi e stare zitta, ma la donna ha continuato a correre urlando in modo isterico, procedendo verso il gregge. I cani le si sono avventati contro (non sono animali che si fermino a richiamo del padrone), senza assolutamente morderla, ma la ritenevano un pericolo e allora hanno fatto il loro mestiere. La donna si è allontanata insultandoci pesantemente, senza mai smettere di correre. A monte e a valle della strada su cui correva, c’erano i cartelli specifici che avvisavano della presenza dei cani e di come comportarsi, quelli che ho pubblicato all’inizio del post.

Questi cani fanno il loro lavoro. Sbagliano sicuramente gli allevatori che li inseriscono senza seguirli adeguatamente, senza correggere da cuccioli gli atteggiamenti scorretti. Sbaglia chi cerca volutamente il cane aggressivo pensando di avere maggiore successo in caso di attacco da lupo. Ma sbaglia chi pretende di fare cosa vuole in un luogo di lavoro come l’alpeggio. Ne ho già parlato tante volte. C’è il lupo. Per adesso l’unica cosa che ci dicono è “bisogna convivere”. E allora, come il pastore deve adattarsi al lupo e ai mezzi per tenerlo lontano dal gregge, così il turista deve cambiare modo di andare in montagna e convivere con questi aspetti collaterali della presenza del lupo stesso. Poi… se amate gli animali, se amate i cani, potete anche vedere delle scene come quelle della foto. La perfetta simbiosi tra questi cani e il gregge.

Paesaggio e non solo in Svizzera

Devo ancora raccontarvi alcune cose della mia breve vacanza in Svizzera, aspetti che riguardano gli argomenti di questo blog. Per esempio, parliamo ancora di paesaggio!

A volte il paesaggio non è poi così speciale, ma… Cos’è che fa la differenza? In una giornata dal meteo sicuramente non eccezionale, va anche bene camminare lungo questo percorso (segnalato con frecce ad ogni bivio) dove sicuramente non vi sono paesaggi alpini mozzafiato o attrazioni turistiche particolari. Fa la differenza quel bordo strada curato, senza un’erbaccia. Fa la differenza lo steccato, che sicuramente ha solo una valenza paesaggistica e nient’altro, perchè ai fini pratici, se bisogna contenere degli animali, si preferisce il filo ed i picchetti mobili.

Nel paesaggio non stonano nemmeno troppo le rotoballe fasciate, in attesa di essere condotte al riparo in cascina. Buona parte dei prati sfalciati erano punteggiati da questi fagotti bianchi, mentre altrove si attendeva un po’ di sole per andare avanti con il taglio del fieno.

Lungo queste passeggiate per stradine secondarie asfaltate o sterrate, oltre alle panchine per il riposo di chi le percorre, ci sono queste che… non sono buche per le lettere! Qualcuno, commentando il precedente post sulla Svizzera, parlava di civiltà. E questo è un simbolo di civiltà. Perchè da noi gli escrementi dei cani non vengono raccolti dai loro padroni nemmeno quando imbrattano i marciapiedi dove gli esseri umani preferirebbero non trovarli. Ma qui li devi raccogliere anche in aperta campagna. E nessuno si sogna di mandare il proprio cane a correre in un prato o in un pascolo, sapendo che quell’erba verrà brucata o trasformata in fieno. Se non cambia la testa delle persone e non si inizia ad avere rispetto di tutto, sarebbe inutile posizionare in Italia queste cassettine. Ben pochi le userebbero, qualcuno si prenderebbe i sacchetti e… chi passerebbe a svuotarle e rifornire di sacchetti nuovi?

Ebbene sì, anche questa è Svizzera! Potete tirare un sospiro di sollievo, anche lì si usano le vasche da bagno come abbeveratoi per gli animali. Le ho viste in più posti, ma in generale più in fondovalle che nei valloni d’alpeggio, dove l’abbondanza di corsi d’acqua non rendeva necessario creare abbeveratoi. Comunque, parlo sempre solo di una zona abbastanza limitata, quindi non posso generalizzare.

Qui siamo in Alta Engadina, un territorio dove, a pochi chilometri di distanza, convivono una realtà rurale di alta montagna come questa (siamo ad oltre 1700 metri di quota, una vallata abitata tutto l’anno) ed il turismo più che esclusivo della rinomatissima St. Moritz.

Dov’è troppo ripido per sfalciare, c’erano recinzioni fisse ad accogliere questo gregge di pecore. Non si tratta di un vero alpeggio, credo che gli alpeggi propriamente detti fossero a quote maggiori nei valloni laterali. Qui sono terreni sui 1800-1900 metri a monte dei paesi che, per essere puliti, vengono fatti pascolare. Gli appezzamenti più a valle erano già stati brucati, restavano altri pezzi qua e là dove spostare il gregge a mano a mano che l’erba fosse finita.

Il gregge era, come la maggior parte di quelli che ho visto durante il mio soggiorno, composto da animali di razze differenti e proprietari diversi. Credo proprio che, da queste parti, siano in molti ad avere qualche pecora in stalla. Non grandissimi numeri, anche poche unità, per tener pulito il territorio. Mi era stato spiegato che il contributo lo riceve il proprietario degli animali per il semplice fatto di possederli, non chi li porta in montagna.

Più avanti nella valle, risalendo un versante per raggiungere uno dei passi che permettono agli automobilisti di uscire/entrare dall’Engadina, ecco altre reti tirate e piccole greggi, alternate a fili e mandrie. Insomma, non un lembo di territorio abbandonato, non curato.

Che dire del passo… L’Albulapass è forse il meno frequentato, con la strada più stretta, dei colli che uniscono l’Engadina al resto della Svizzera. Dal punto di vista dei pascoli è un sogno. Versanti che declinano dolcemente, pascoli che risalgono verso il cielo. Di animali ce n’erano tanti, ma l’estensione del territorio era così vasta da far sì che quasi scomparissero.

In certi tratti non c’erano nemmeno i fili a delimitare il pascolo, così vacche e manze transitavano anche sulla sede stradale. Nessuno si indignava. I rari automobilisti le scansavano per sorpassarle, allo stesso modo in cui superavano i ragazzi che si allenavano con lo skiroll.

In un ameno paesino incontrato scendendo dal passo, tra decorazioni e vasi di fiori, ecco un’azienda agricola. Quello che volevo segnalarvi, è l’aspetto forse meno evidente. Accanto ai cartelli che annunciano la vendita di formaggio di capra d’alpeggio, a sinistra della panchina c’è una cassetta con coperchio, dove la gente è invitata a lasciare il pane (vecchio) per gli animali. Non vi sembra una bellissima cosa?

Per finire, dal banco frigo di un supermercato, ecco un pezzo di formaggio. Cosa c’è di particolare? L’etichetta, che porta il logo “pro montagna” e che ritroviamo su salumi, yoghurt e su altri prodotti. Certo, sarà anche una “trovata pubblicitaria” della coop svizzera, ma io vi invito a leggere sul sito la filosofia di questo progetto. Un messaggio chiaro, efficace che, penso non solo a me, faccia spendere volentieri quei centesimi in più (e sull’etichetta è indicato esattamente quanti). “Pro Montagna è sinonimo di prodotti di qualità selezionati dalle regioni di montagna svizzere. I prodotti di montagna Pro Montagna offrono un valore aggiunto in termini di sapore e autenticità. Una parte del prezzo pagato dal cliente per acquisarli è devoluto al Padrinato Coop per le regioni di montagna. Comprando un prodotto Pro Montagna potrai sostenere le popolazioni di montagna svizzere. Con Pro Montagna puoi essere certo di aver acquistato un vero prodotto di montagna. Che rimarrà tale anche domani.Qui potete leggere cos’è il Padrinato coop e quali sono i progetti sostenuti.

In un vallone a caso, in Engadina

Di nuovo in Svizzera. Non so se queste puntate oltreconfine mi facciano bene o male. Da una parte uno ricarica le batterie e, soprattutto, vede che è possibile vivere e lavorare in montagna in modo civile e dignitoso. Poi però rientra in Italia e tutto sembra ancora peggio di quello che è. Vediamo di fare insieme una gita in un vallone scelto a caso sulla cartina. Siamo nella Bassa Engadina, cantone dei Grigioni.

Si parte da un villaggio di nome Guarda, e c’è da star lì a guardare queste case che spesso portano la data del 1500 o 1600. Non sono case ricche, sono case di un paese di montagna. Qui si vive di turismo e agricoltura, sul retro di queste case ci sono stalle, balle di fieno, mezzi agricoli. C’è ordine e pulizia ovunque, oltre al gusto di decorare con fiori e semplici composizioni davanzali e portoni.

Aspettate a dire che qui sono fermi al secolo scorso! Questa è una bella foto bucolica che serve a dimostrare quanto sia grande la cura del territorio. Dove le macchine non arrivano, si procede anche a mano. Ma le macchine arrivano quasi ovunque, e che macchine!!

Lungo la strada che risaliva l’ampio vallone, liscia come se fosse stata asfaltata, senza una pietra, una buca, con tutte le canalette per lo scolo dell’acqua ben pulite ed efficienti, di macchinari ne abbiamo visti eccome. Non trattori giganteschi, ma mezzi adatti alla montagna. Presumo che il loro costo non sia così ridotto, eppure chi lavora qui è ben attrezzato.

Io non ho mai visto nelle nostre valli mezzi del genere. E iniziano a venirmi in mente tante domande… Ma perchè non viene incentivato l’acquisto di questi trattori? Perchè i contributi non vengono dati solo se si scelgono attrezzature adatte alla montagna? Non so come funzionino gli aiuti in Svizzera, quasi sicuramente ci sono degli incentivi sia per l’agricoltura, sia per la cura del paesaggio, però sono soldi ben spesi!

Presumo che anche questi cartelli vengano dati da qualche Ente agli allevatori. Sono standard e li vedi ovunque alla partenza dei sentieri. Avvisano di tenersi lontani dalle vacche nutrici, che possono avere comportamenti aggressivi contro chi si avvicina troppo al loro vitello. Il passaggio per evitare la corrente invece è frutto della mentalità. Non c’è punto di attraversamento che non tenga conto delle esigenze sia dell’allevatore, sia degli animali, sia dell’escursionista. Ovviamente, i suddetti escursionisti rispettano, aprono, chiudono.

Si sale di quota, eppure continua lo sfalcio. Siamo quasi a 2000 metri, l’alpeggio è a poca distanza, ma i contadini vengono fin quassù con i loro mezzi per recuperare tutto il foraggio possibile. L’inverno è lungo, da queste parti.

Passato l’alpeggio, si iniziano a scorgere animali al pascolo, fili e reti tirati, zone che sono state pascolate, ma nello stesso modo continuano anche le aree sfalciate, a quote via via maggiori fin verso i 2.200 metri. O l’erba viene tagliata, o pascolata, ma non c’è un angolo abbandonato, un ciuffo di ortiche.

Anche se il tempo non è dei migliori, ogni tanto pioviggina e la visibiltà non è ottimale, potete farvi un’idea dell’estensione del vallone. Se i versanti “all’inverso” sono più ripidi e boscosi, “nell’indritto” invece si aprono questi valloni dolci, con pascoli molto estesi che accolgono greggi e mandrie. Animali ce ne sono, sparsi qua e là, ma non abbiamo i numeri immensi che vedremmo sicuramente dalle nostre parti.

Prima, contenuti dai fili che delimitano vaste porzioni di pascolo, incontriamo i bovini, insieme a qualche cavallo. Ci sono vacche con vitelli, vitelloni, manze, forse qualche vacca viene anche munta nella parte più bassa del “recinto”, dove termina la pista sterrata. Il senso generale che si respira è di grande pace e ritmi naturali.

Più in alto, al limite della nebbia, ci sono le pecore, che avevamo già avvistato un precedenza. Tanti gruppi più o meno grossi, non sorvegliati, liberi di spostarsi e pascolare a piacimento. Evidentemente qui non si sono ancora registrati problemi con il lupo! Sono animali di proprietari diversi, come si può intuire dalle macchie di vernice sulla schiena, sul collo. Non sono abituate all’uomo, scappano appena tento di avvicinarmi.

Ce ne sono anche a quota più bassa nella parte sommitale del vallone, poco sopra ad un rifugio alpino. Tra queste, ecco una razza locale, la pecora dell’Engadina, una pecora “rossa”. Per chi conosce il Tedesco, altre informazioni qui.

Mentre scendiamo, è l’ora del rientro delle capre all’alpeggio per la mungitura. Al mattino le avevamo viste pascolare accompagnate da un pastore, mentre adesso è tutta la famiglia a ricondurle all’alpe.

Vediamo una giovane coppia con la loro bambina. I cartelli segnalano la vendita di formaggio di capra. Solo in seguito, su questo sito, scopriremo qualcosa in più a riguardo: “(…) merita una visita il villaggio diGuarda, che ospita numerosi artisti e ci riporta indietro nel tempo, a quando, negli anni Settanta, ancora era diffuso l’allevamento di capre. All’inizio dell’estate il capraio raccoglieva dalle famiglie le capre e le portava in alpeggio. Poi l’attività fu quasi del tutto abbandonata. Ci ha pensato Maria Morell a riscoprirla. Ogni anno da giugno a fine settembre un centinaio di animali di razza Camosciata delle Alpi vengono portati sull’Alpe Suot, ad oltre 2000 metri. La politica agraria rossocrociata ha incentivato questa attività per evitare lo spopolamento di queste località. E i formaggi di Maria vanno a ruba negli hotel dell’Engadina.

Ecco le strutture d’alpeggio: abitazione e stalla per le capre, tutto dignitoso e in buon stato, con la bella strada che arriva fin davanti. Ci sono anche numerosi maiali in un recinto, ai quali sarà sicuramente destinato il siero della lavorazione dei formaggi. I cartelli (in Tedesco) invitano anche ad acquistare (o assaggiare?) i salumi prodotti qui.

Spero riusciate a vedere in questa foto la sottile riga delle reti tirate. I pascoli delle pecore infatti sono delimitati da centinaia e centinaia di metri di reti posizionate a suddividere le zone e tenere gli animali lontani sia dai pascoli delle vacche, sia dai prati che verranno sfalciati. Sicuramente ci saranno dei contributi per l’acquisto dei materiali, senza dubbio non è facile andare a posizionare e poi raccogliere tutto il materiale, però qualcuno lo fa.

A proposito di materiale, guardate questo elettrificatore con pannello solare. E’ triste constatare che il primo pensiero che viene in mente ad un Italiano sia: “Da noi, tanto più vicino alla strada, non durerebbe due giorni! Sparirebbe prima!“. Tornando invece alla gestione dell’alpe, presumo che anche qui funzioni in modo simile ad altre realtà che mi è capitato di visitare. Tutti gli animali dei residenti salgono sull’alpe, qualcuno a gestire e sorvegliare il tutto, in questo caso anche con i propri animali. Vista la conformazione dell’Engadina, isolata dal resto della Svizzera e raggiungibile solo attraverso passi alpini (ferrovia a parte), penso che non arrivino animali “da fuori”.

Si rientra a Guarda. E’ uscito anche un po’ di sole ad illuminare un paesaggio dove la strada che disegna un cuore pare davvero il simbolo dell’amore per la montagna. Non è che da noi non ci siano dei bei posti, anzi! Forse però manca un po’ di quell’amore, di quella cura per il territorio. Manca una politica che voglia il bene della montagna, manca la capacità di saper gestire le risorse (e non solo volerle sfruttare). I contributi investiti sulla qualità e non sulla quantità… Tanto per dire, qui non c’è un parcheggio, sia nei paesi del fondovalle, sia nelle frazioni dove terminano le strade asfaltate, che non sia a pagamento. Prezzi non esorbitanti, all’incirca 5 € per mezza giornata, ma che si pagano comunque volentieri perchè accanto al parcheggio c’è il WC, la bacheca con tutte le informazioni, il cesto per l’immondizia mai stracolmo, il vaso di fiori per abbellire il tutto.

Per concludere, ecco una locandina fotografata in una bacheca. Ahimè non sono andata anche ad Ardez per visitare quella bottega. Si tratta comunque di un negozio dove vengono venduti i prodotti ricavati dalla lana delle pecore locali. Ovviamente c’è anche un sito dove (usando il traduttore di google se non conoscete il Tedesco) potrete scoprire la storia di questo progetto ed ammirare i prodotti, le donne che li realizzano, ecc. Mi sembra molto significativo che, in Romancio, le pecore si dicano “bescha”. Come se le bestie per antonomasia siano appunto le pecore!

Qui in montagna il tempo di matterie ne ha sempre fatte

Alla gente piace parlare del tempo, argomento “neutro” che va sempre bene sia tra amici, sia tra conoscenti che devono trovare qualcosa di cui discorrere senza troppo impegno. Ma se pratichi un mestiere che dipende fortemente dalle condizioni meteo, allora il tempo assume un’importanza maggiore.

A dispetto di chi mesi fa con troppo anticipo preannunciava estati torride (che probabilmente si sono avute altrove, abbiamo la tendenza a vedere solo ciò che accade sotto il nostro naso), qui la “bella stagione” si è presentata con una faccia molto diversa dal solito. Altro che la siccità, il tutto secco e “bruciato” degli anni scorsi! A metà agosto i pascoli di alta montagna sono ancora così, verdi e coperti di fiori, complici le precipitazioni abbondanti e le temperature non troppo elevate. Eppure c’è già chi dice che la stagione è “alla fine”. Siamo pur sempre in agosto, nel mese di settembre molti lasceranno l’alpe, solo qualcuno resterà fino ad ottobre. C’è chi già teme la neve, che potrebbe arrivare se le temperature manterranno la tendenza attuale.

Mentre in molti si lasciano influenzare da fantasiose teorie che chiamano in causa mille fattori per “dimostrare” queste stranezze del clima, chi lavora in montagna, lontano da internet, dalla televisione e spesso anche dalla radio, si rimbocca le maniche e continua le sue attività come sempre. Si fatica un po’ meno quando c’è il sole, un po’ di più quando invece piove, grandina, c’è la nebbia o il vento gelido.

D’altra parte si diceva da tempo che l’inquinamento avrebbe contribuito a modificare il clima… E, sempre solo in Italia, se a qualcuno gelano le mani mentre si munge, magari altri soffrono il caldo in qualche regione più a sud. Vi invito a leggere un articolo scientifico dove viene analizzata la situazione dello scorso mese di luglio: come vedrete, a parte il caldo eccezionale degli ultimi anni, già solo 100 anni fa le temperature medie erano ben più basse.

Al mattino c’è già la brina a 2000 metri. Però chi vive e lavora in montagna non se ne stupisce più di tanto. Più che altro si preoccupa per l’erba che potrebbe patirne, fa i calcoli di quanto gli resta da pascolare, alza le spalle quando qualcuno gli parla di neve. Van bene le previsioni meteo, ma una volta tutti se la sono sempre cavata anche senza internet. Se al mattino era tutto bianco, si partiva e si scendeva. Oggi sembra tutto così immensamente complicato, proprio quando ci sono tante comodità in più.

Una delle pietre che costituiscono le mura di queste baite porta la data 1688. Il pastore me la mostra e io come sempre penso a come fosse la vita qui quando quelle pietre sono state poste le une sulle altre. Oggi si sono aggiunte tante comodità, anche se per la gran parte delle persone quassù si conduce una vita sicuramente spartana e priva della gran parte di ciò che oggigiorno molti ritengono indispensabile.

Fa freddo anche se c’è il sole. I ghiacciai sullo sfondo ben si intonano alle temperature. Siamo solo a duemila metri, eravamo abituati a stare in maglietta, nelle scorse estati, ma proprio i segni lasciati dal ghiacciaio nel suo ritirarsi anche troppo veloce ci fanno capire come forse non sia poi così strana quella che oggi ci pare un’estate anomala. “Su di qua di matterie il tempo ne ha sempre fatte… Forse è in pianura che quest’anno è stato peggio del solito. A volte qui non era poi nemmeno così brutto, mentre era giù che pioveva tanto. Quest’inverno ha nevicato parecchio, ma nel 2008-2009 ne era venuta ancora di più.” I pastori sono abituati a prendere quello che viene senza troppe discussioni. Adesso l’importante è sfamare gli animali giorno per giorno. Se arriverà la neve, si vedrà il da farsi. Per adesso di erba ce n’è.

Dietro ai luoghi comuni

C’è la gente che, in generale, invidia il mondo dell’alpe con in testa un’idea a metà tra Heidi e le immagini dei servizi fotografici/televisivi e c’è chi fa questo lavoro, ma pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde. E’ vero che, nel mondo agricolo, c’è una tendenza di fondo alla lamentela, ma quest’anno che sto girando parecchio e parlo con numerose persone, sto scoprendo un quadro non così piacevole. Sono sempre stata contraria alla filosofia del “lassù gli ultimi” e, con ottimismo, ho anche scritto un libro sui giovani che vogliono continuare/iniziare a fare gli allevatori. Però adesso nella mia mente si fanno sempre più strada riflessioni di altro tipo.

Prendiamo per esempio la Valle d’Aosta. Regione confinante con il Piemonte, nell’immaginario collettivo del mondo dell’allevamento, è un po’ vista come un piccolo paradiso. Poi andandoci e chiacchierando con la gente, vieni a sapere alcune cose. Per esempio, che gli alpeggi stanno spopolandosi. Dove manca la strada, solo pochi “eroi” salgono ancora a piedi seguendo gli antichi sentieri e mulattiere. Non a caso qui vediamo un gregge e, per di più, di provenienza biellese. Le mandrie monticano solo più dove ci sono strade, strutture e… e comunque di animali a pascolare in quota ce ne sono sempre meno.

Lo verificherò con mano il giorno successivo, senza fare una scelta mirata, ma andando dove mi porta il caso. Un lungo vallone, pascoli estesi, ma quasi interi. Pochi fili tirati, pochi suoni di campanacci, poche zone brucate. Come mai? Non è colpa del maltempo, sta succedendo qualcos’altro! Anche dalle mie parti comunque ho sentito gente che si lamenta perchè non trova “animali in guardia” da portare in alpe: “Non ci sono più quelli che avevano la piccola azienda, lavoravano in fabbrica e intestavano quelle 5-6, 10 bestie alla moglie. O c’è il grande allevatore, o…

E così in tutto quel lungo vallone alla fine trovo solo questa mandria. Intendiamoci, sono io la prima a “lamentarmi” per le esagerazioni, per quei numeri sproporzionati, per quelle situazioni in cui il territorio viene devastato dai troppi animali in alpeggio. Però ricordiamoci che abbandono e sovra-pascolamento sono ugualmente dannosi per la montagna e la biodiversità. Serve, come sempre, un giusto equilibrio. Questi animali non riusciranno di sicuro a pascolare tutta la montagna che ho visto (e la nebbia non mi ha nemmeno permesso di rendermi pienamente conto delle reali dimensioni dell’alpe).

Ho però visto un nucleo d’alpeggio disabitato ed abbandonato da tempo: situazioni che ben conosciamo nelle vallate piemontesi, che che stridono con il luogo comune della Val d’Aosta dove tutto invece è perfetto. Però comunque questa non è che una delle strutture… Chi sale in alpe qui ha abitazioni e stalle sistemate alla perfezione.

Nella parte intermedia del vallone avevo visto questo alpeggio. Non conosco la zona e la situazione di utilizzo attuale, ma apparentemente non sembrava abitato da allevatori e non vi era alcun segno di pascolamento lì intorno. Forse servirà come tramuto, quando la mandria tornerà verso il fondovalle. Resta il fatto che diverse persone mi hanno confermato come, in Val d’Aosta, sempre meno animali salgano in alpeggio.

La colpa? In Piemonte c’è gente che piange perchè non trova un alpeggio dove portare i suoi animali e qui attraversi valloni del genere senza quasi sentire un muggito o una campana? Alla fine il discorso va a finire sempre sugli stessi temi, cioè il sistema dei contributi che ha falsato tutto. Non conosco nel dettaglio la situazione di questa regione a statuto speciale, ma non è che siano finiti i tempi delle “vacche grasse” (perdonatemi il gioco di parole) e questi siano i primi risultati?

Cosa succederebbe in Piemonte (e nelle altre regioni, ovviamente) se tagliassero/eliminassero i contributi? Ci sono già stati dei controlli, molta gente si è già trovata in difficoltà perchè questi soldi attesi sono stati bloccati per alcuni anni o, addirittura, perchè si è dovuto restituire quanto percepito nei periodi precedenti. “Per sopravvivere, bisogna ancora far rendere le bestie…“, mi diceva un margaro che è passato attraverso diverse vicissitudini legate alle aste degli alpeggi, alle speculazioni, ecc ecc. Le cose ovvie e scontate ormai sembrano quasi strane. Non è sostenibile un sistema che si regge quasi solo più sui contributi!

L’altro giorno camminavo sullo spartiacque tra due valli e, nella nebbia, sentivo risuonare le campane di una mandria “rimasta sola”. Mi hanno raccontato che il margaro è morto da poco, probabilmente un infarto, mentre mungeva. Gli animali sono stati chiusi per oltre dodici ore, fin quando qualcuno si è accorto del tragico fatto. Adesso non c’è nessuno su quella montagna. L’uomo era solo da quando la moglie era mancata, uno dei figli ha una sua mandria in alpe, l’altro lavora in cascina in pianura. La gente dice: “Non ci sono più le famiglie!“, ed in effetti è vero. Questo lavoro richiede impegno, sacrifici, servirebbe tanta gente, gli operai esterni sono un costo e non sempre si ha la certezza dell’affidabilità… Ma rimanere a lavorare in casa, per figli, fratelli, nipoti spesso è impossibile. Idee differenti, voglia di cambiare, desiderio di costruire qualcosa di proprio, difficoltà nell’andare d’accordo e così alla fine può anche capitare di morire soli, a 63 anni, in mezzo alla propria mandria a 2300m di quota. Dicono che gli animali sono rimasti lì fermi e non l’hanno pestato. Era una strana sensazione, quella che provavo camminando su quel sentiero…

Montagne vuote, montagne dal futuro incerto, poi ci sono giovani che da una parte vorrebbero andare avanti, ma dall’altra si scoraggiano, perchè abbandonati da tutto e da tutti. Anni ed anni che si sale sullo stesso alpeggio, che si paga l’affitto, ma nessuno è ancora intervenuto per fare qualche minimo intervento per avere una struttura decente nella parte alta della montagna! Così tocca dormire in tenda e potete immaginare cosa significhi, specialmente in quest’estate di pioggia e di freddo.

Questo non è un alpeggio dove si soffre la solitudine, di gente ne passa… anche troppa! Solo che nessuno si impietosisce per le condizioni di vita del pastore, ma sono subito pronti a parlare se vedono una pecora zoppa attardata rispetto al gregge, o se osservano l’uomo fare un’iniezione ad un animale. Altro che vita idilliaca in alpe, il pastore mi racconta di sentirsi continuamente sorvegliato e giudicato. La gente non capisce più cosa significhi questo mestiere, ma… invece di informarsi, preferisce gridare puntando un dito accusatorio.

Non sono tutti luoghi comuni, resta la bellezza dei posti, la passione per il proprio lavoro, per gli animali, ma mi sembra di cogliere sempre più amarezza nelle persone che incontro. Questa per esempio non è una “bella montagna”, intesa come pascoli. Greggi di pecore sono sempre saliti qui, ma oggi, nel XXI secolo, si vorrebbe quel minimo di comodità in più. Almeno una baita, visto che già non c’è la strada. I pensieri vagano, mentre uno è al pascolo in solitudine. C’è chi arriva a chiedersi se non sia “giusto” stare da soli, facendo un mestiere così, perchè non si può costringere qualcuno a condividere gli stessi sacrifici. Mi hanno detto che il mio ultimo libro è pessimista, ma mi sa che ho descritto, con la fantasia, aspetti che esistono davvero.

Sono convinta che, nonostante tutto, il popolo dei margari e dei pastori continuerà ad esistere, ma in questo momento sta davvero attraversando un momento di crisi, non soltanto economica. Come si trasformerà, per sopravvivere?