Alpeggi e paesaggi di media montagna in Canton Ticino

Ancora immagini e racconti d’alpeggio d’oltreconfine. Non sono andata propriamente in alpeggio, ma ho “fatto un giro” e vi mostrerò le mie impressioni e riflessioni.

Tanto per cominciare, ecco un’azienda di mezza montagna: non un’alpeggio, ma una sede fissa in un luogo sicuramente ameno. Da notare l’ordine e la cura del paesaggio, che spesso invece è carente dalle nostre parti. Eppure non è “un’altra erba”… i prati sono prati ovunque!

Qui si producono e vendono formaggi, come indica la freccia. Al momento del mio passaggio, non ho visto animali, forse erano al pascolo più in alto. Non mi trovavo in alta montagna e nemmeno c’erano alture importanti, ma qua e là tra boschi e radure, di animali in zone delimitate dai fili ne ho incontrati molti.

Un alpeggio vero e proprio ad esempio era questo, collocato praticamente in cresta. Qui gli animali erano già passati, l’erba era già stata pascolata e così anche la struttura al momento era vuota.

Poco oltre ho incontrato alcune vacche con i vitelli ed un paio di cavalli. Pochi animali, ma in numero proporzionato ai pascoli a disposizione. Per fortuna le vacche brune avevano le corna! Lo so che vengono loro bruciate per questioni di sicurezza (degli stessi animali e degli operatori in stalla), ma sono sicuramente molto più belle così.

Anche da queste parti la stagione è ben più piovosa della norma, così solo pochi appezzamenti sono stati sfalciati e il fieno è stato imballato. Ovviamente le attrezzature sono quelle adatte per la montagna, per i pendii, per le dimensioni aziendali.

Proseguendo, sono arrivata ad un alpeggio utilizzato, si tratta dell’Alpe Santa Maria di Lago. Ecco qui la scheda dell’azienda, reperita on-line. Si allevano bovini e caprini e, ovviamente, si caseifica il loro latte.

Non so dove fossero le capre, ma vacche Brune e Jersey pascolavano a poca distanza dalla sede d’alpeggio. Certo non si tratta di bellissimi e ricchissimi pascoli d’alta quota, però se queste aree venissero abbandonate, felci, cespugli e infine il bosco chiuderebbero tutti gli spazi. Sulle piste e sui sentieri, in quella giornata di cielo variabile, c’era un’altissima frequentazione di ciclisti ed escursionisti.

Sulla via del rientro, tra tante case e frazioni ancora utilizzate o abitate nel fine settimana, mi sono anche imbattuta in uno dei pochissimi segni di abbandono in un’area di bosco. Altrimenti, ovunque fili tirati, animali al pascolo o prati in attesa di condizioni meteo favorevoli allo sfalcio ed alla fienagione.

Il giorno successivo, sempre in Canton Ticino, ho raggiunto quote più elevate. Anche da queste parti la stagione è tardiva e le mandrie non sono ancora salite molto in alto.

Prossimamente verranno spostate qui e forse ancora più in su. Anche guardando con il binocolo i versanti opposti, non ho visto alpeggi sovraffollati come da noi, mandrie immense la cui entità è visibile persino ad occhio nudo. Anche gli alpeggi con gli edifici più grandi e le maggiori superfici di pascolo, hanno un numero di capi proporzionato.

Quassù le vacche al pascolo presto conviveranno con chi trascorrerà nelle baite il periodo delle vacanze estive. Gli allevatori hanno già tirato i fili intorno alle abitazioni… Chissà se, anche da queste parti, la convivenza allevatori/turisti è diventata sempre più difficile? Così ad occhio direi che l’integrazione tra allevamento e il resto del territorio non è andata perdendosi come dalle nostre parti…

Segnaletica d’alpe… bisogna dire tutto!

Girando per sentieri e strade tra gli alpeggi, di cartelli, segnali, bacheche se ne trovano ormai molti. Perchè? Per informare, ma anche per dettare regole di comportamento che, ahimè, non sono ovvie per la maggior parte delle persone. Molte volte basterebbe il buonsenso, ma sappiamo che questo ultimamente non abbonda. E allora…

Cartelli italiani e cartelli svizzeri. Anche oltreconfine occorre dire tutto, con la differenza che là i cartelli restano, qui da noi spesso vengono strappati, rotti, imbrattati o addirittura portati via. Questo l’ho fotografato in Val Troncea (TO), dove i margari pascolano l’alpe secondo un “piano di pascolo aziendale” che pertanto prevede numerosi recinti entro cui spostare gli animali. Quando uno di questi attraversa un sentiero, è stato realizzato un passaggio. Ovvio che, quando trovi chiuso, dovresti richiudere… Ma meglio specificarlo!

Sempre in Val Troncea, alla borgata Seytes, dove con i fili è stata tenuta fuori dal pascolo l’unica baita ancora in buone condizioni. Dal recinto le vacche non devono scappare, ma qui non devono entrare a fare danni! Speriamo che i turisti rispettino sempre queste indicazioni.

In Svizzera (Canton Ticino), ecco uno dei tanti attraversamenti. Il filo elettrico viene fatto passare in alto, l’escursionista deve aprire quello in basso, dove è pure stata messa una manopola isolata. Certo, tutto questo facilita il turista, mentre il più delle volte sui nostri sentieri troviamo solo il filo tirato, con la corrente e nessun accorgimento per aprire un passaggio. Così tocca scavalcare cercando di non prendere la scossa. Perchè? Perchè è sicuramente un lavoro aggiuntivo, specialmente quando i fili magari vengono spostati già dopo un paio di giorni. Ma soprattutto perchè molte volte capita di non trovare richiuso il passaggio!!!! E gli animali trovano subito il varco…

Ancora in Italia all’alpe Sant’Eurosia (VB), dove si invita sia a tenere i cani al guinzaglio, sia a non lasciare in giro i rifiuti. Sappiamo bene come ormai molta gente abbia un cane e pretenda di lasciarlo libero quando si è in montagna… Certo, il cane ha diritto di correre, il padrone presume di sapere come potrebbe reagire con gli animali al pascolo, ma… Non può immaginare come gli animali invece reagiscano di fronte ad un cane sconosciuto. Quindi, per favore, in alpeggio, con o senza cartelli, se vedete vacche, capre, pecore… Usate il guinzaglio e passate lontano, grazie.

Poi la famosa questione dei cani da guardiania. Anche in Svizzera li trovate, dove c’è un gregge. Qui siamo in Val Bedretto all’alpe Cavanne. Poche semplici indicazioni e persino i QR code, i codici da leggere con gli smartphone per avere informazioni. Turista avvisato…

Ancora cartelli nel territorio di Bigorio (Canton Ticino), uno per tenere al guinzaglio i cani vista la presenza di capre al pascolo, l’altro per spiegare cosa siano le vacche nutrici. Ormai bisogna anche dire che gli animali sono pericolosi… Da una parte un tempo si conosceva il comportamento degli animali cosiddetti domestici, per cui si sapeva che è meglio non avvicinarsi ad una vacca con il vitello. Dall’altra oggi magari c’è chi si avvicina per curiosità o per scattare delle foto, correndo anche dei grossi rischi senza rendersene conto.

Non conoscendo gli animali, le loro abitudini, le loro necessità, bisogna anche evitare di dar loro da mangiare, specie se si tratta di alimenti estranei alla loro dieta, che possono addirittura rivelarsi pericolosi per la loro salute. E così a Sala Capriasca la mia amica Chiara spiega in tutte le lingue di evitare di dare cibo ai suoi asini.

Per finire, una norma di comportamento alla quale i più sicuramente non pensano, dato che spesso vedo i padroni invitare i propri cani a gettarsi nelle vasche di abbeverata durante una gita in montagna. Certo, noi umani beviamo dal beccuccio della fontana, ma nella vasca bevono gli animali. Anche loro magari preferirebbero avere acqua pulita… (Alpe Santa Maria di Lago, Canton Ticino).

Usare la montagna

Sembra di ripetere sempre gli stessi discorsi, ma in ogni valle ritrovi le medesime situazioni. Sarò solo io a chiedermi a che punto dobbiamo arrivare affinché cambi qualcosa? Quello che sta mutando è il clima (e anche lì è un po’ colpa nostra), con temporali che paiono uragani, due o tre ore di pioggia e le terre appena un po’ in pendenza franano, si spostano, colano… I torrenti straripano, trascinano, erodono.

In pianura si subiscono le alluvioni, ma la gran parte di queste nasce in montagna. La stagione d’alpeggio è in pieno svolgimento. Quest’anno non c’è per ora il problema della siccità, piuttosto sono le giornate di nebbia, di pioggia, il freddo, l’umidità, la pioggia e il fango a preoccupare. Addirittura pare che possa arrivare neve a quote relativamente basse nei prossimi giorni. Qua e là la grandine ha massacrato non solo la pianura con i frutteti, le coltivazioni, ma anche i pascoli in quota. Gli animali (e i loro sorveglianti) prendono sulla schiena quel che viene, ma il territorio a volte “si lascia andare” sotto la violenza delle precipitazioni. E’ vero che ultimamente ci troviamo spesso di fronte a fenomeni estremi, precipitazioni di violenza ed intensità inusuale, concentrate su di un territorio abbastanza circoscritto, ma è anche vero che la montagna non è più quella di una volta.

A me fa impressione incontrare mandrie immense, nuvole bianche composte da centinaia di bovini in un unico gruppo. Certo, ci sono “montagne” (cioè alpeggi) in grado di sostenere anche carichi elevati grazie alla morfologia del territorio e la ricchezza della vegetazione, però mi sembra che stiamo esagerando. Da un lato troviamo montagne abbandonate che si ricoprono di vegetazione arbustiva, baite che crollano, dall’altro montagne sfruttate eccessivamente.

Anni fa da queste parti avevo scattato immagini che testimoniavano quanto era stata brucata la vegetazione in un anno siccitoso. Terra bruciata, polvere, camminamenti degli animali. Quest’anno il pascolamento è stato ugualmente estremo e, alla polvere, si è sostituito il fango. Gli animali comunque insistono eccessivamente su questo terreno e, stagione dopo stagione, lo rovineranno.

Un buon pascolo, per mantenersi, deve essere utilizzato adeguatamente. A seconda della quota, un pascolo perde progressivamente le sue caratteristiche quando viene sfruttato erroneamente. Non è solo l’abbandono a far sì che via sia un’involuzione verso la perdita del pascolo (erbe cattive, cespugli, bosco), ma anche un eccesso di pascolamento/calpestamento rovina le praterie. Pascolamento per mantenere la biodiversità vegetale (e di conseguenza animale), ma come in tutte le cose… ci va il giusto mezzo!

Dove mancano le strade, la montagna spesso va all’abbandono. Vengono al massimo messe su bestie in asciutta, talvolta senza un sorvegliante. Dove bene o male si arriva con dei mezzi, è anche più facile che vengano risistemate le strutture. Non serve una reggia… Giusto un posto dove dormire, mangiare, accendere un fuoco per scaldarsi, far asciugare vestiti e scarponi, cucinare. Altro elemento essenziale, un bagno. Se nell’alpeggio si caseifica, allora occorrono i locali idonei. Un alpeggio ben sistemato è anche una buona immagine in generale, sia per la montagna, sia per chi vi lavora.

Vi ricordate quando cercavo scatti di abbeveratoi? Credo di aver raggiunto il nuovo record con questa sfilata di vasche (per fortuna realizzate appositamente e non vasche da bagno riciclate). E’ vero che l’importante è che gli animali si dissetino ed abbiano acqua pulita a volontà… Ma anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte.

La montagna di oggi è diversa da quella di ieri. Qui un tempo si abitava tutto l’anno, ma poi iniziò l’abbandono. Siamo a Seytes, in Val Troncea. Il villaggio venne bruciato dai Tedeschi come rappresaglia contro i partigiani, ma da una ventina d’anni non era già più abitato. L’utilizzo era limitato alla stagione d’alpeggio.

Ecco un estratto dalla bacheca illustrativa che racconta la storia di questo luogo.

Da più di vent’anni ormai qui solo i pascoli vengono utilizzati dagli animali di un altro alpeggio limitrofo. Questa stalla, vera e propria opera d’arte, è vuota. Siamo partiti dalle alluvioni per arrivare all’architettura delle antiche borgate alpine, ma c’è un sottile collegamento. Perché quando qui si abitava tutto l’anno, ogni piccola cosa veniva sistemata. Il territorio era sfalciato, pascolato, coltivato. La legna veniva raccolta. Si facevano muretti, si tracciavano canali, i sentieri e le mulattiere erano percorsi quotidianamente. Forse queste piccole cose non bastano contro le “bombe d’acqua”, alluvioni ce n’erano anche nei tempi passati, ma questa montagna abbandonata di oggi assorbe sempre meno acqua, lascia che i torrenti trascinino giù il legname che via via si accumula, i muretti crollano e la terra frana.

E’ bella la montagna in un giorno di sole, ma l’uomo qui non deve solo essere turista. La bella montagna c’è quando l’uomo la vive, la cura. Oggi ho saputo di amici che hanno pagato un duro prezzo alla montagna, vuoi per la grandine, vuoi per frane e fango, ma sono soli a lottare con l’abbandono che li circonda. E’ facile riempirsi la bocca di “ritorno alla montagna”, ma poi ci si ricorda di quelle persone solo per chiedere tasse ed esigere il rispetto millimetrico di norme che ti soffocano lentamente. Non è possibile equiparare chi resiste lassù con le grandi aziende di pianura… Se si vuol far rivivere la montagna, bisogna studiare qualcosa di apposito! E smetterla di far sì che sia solo una terra di conquista per speculatori dell’edilizia, del turismo, ma anche dell’agricoltura di carta, giocata su ettari, numero di animali e contributi a pioggia.

La “mia” montagna

Tante volte in queste pagine vi ho parlato di montagna, oltre che di pastorizia, di alpeggi, di allevamento. Cos’è la montagna? Possono esistere tante diverse montagne? Sicuramente sì. C’è la montagna che piace a chi la frequenta per diletto (chi solo d’inverno, con la neve, chi solo d’estate, chi in tutte le stagioni), chi la frequenta per sport, chi a piedi, chi in bici, chi in auto, in moto. C’è chi ci lavora come studioso, come tecnico, osserva le rocce, le frane, le foreste, i ghiacciai. C’è chi ci abita e ci lavora tutto l’anno. C’è chi sale con gli animali per la stagione d’alpe.

Nello stesso posto, ciascuno ci vede qualcosa di diverso. Una bella fioritura di ginestre e rododendri è anche un “brutto segnale” di abbandono della montagna. Sicuramente una volta qui non c’erano tutti questi cespugli. Gli uomini e le donne che abitavano la moltitudine di baite diroccate disseminate a tutte le quote, la montagna la dovevano tener pulita per avere pascoli. E la legna serviva per scaldarsi, cucinare, fare il formaggio.

Per chi in montagna ci “va”, questo è un elemento accessorio. Un qualcosa che può capitare di incontrare sul percorso. A volte persino un fastidio. Molti non si chiedono nemmeno cosa ci facciano lì gli animali, da dove provengano, a cosa “servano”. E’ paradossale, ma mi è capitato di sentire i commenti più assurdi. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non sono pochi coloro che, abitando in città, ma non solo, hanno completamente perso il contatto con la realtà rurale.

Facendo una gita in montagna, ciascuno la vede con occhi diversi. Allo stesso modo altrove capiterà per altri ambienti, presumo che il mare del pescatore e quello del turista da spiaggia siano molto differenti! E così io qui guarderò i pascoli e le antiche baite in rovina, un altro invece ammirerà le rocce che si innalzano al di sopra degli spazi verdi. Le pareti, le vette, l’alpinismo. D’altra parte, lo sappiamo, per il mondo degli alpeggi la “montagna” è tutto ciò che gli animali possono pascolare. Per gli altri è la cima, la catena montuosa.

Io qui guardo il pianoro, lo spazio dove potrebbero pascolare degli animali. Penso alla vita che faceva chi un tempo saliva in alpe. Oggi invece da queste parti vengono lasciati quasi liberi (tranne qualche filo qua e là) bovini che non richiedono la presenza continua dell’uomo. Così mi scriveva l’altro giorno un’amica: “Tutto quello che hai descritto lo provo anche io. Se ad esempio vado a camminare qui dalle mie parti, la gente mi appare ridicola per come gira e parla… ma alla fine sono persone normali che non hanno avuto le mie stesse esperienze. Certo, preferisco anche io andare in montagna, ma sulla “mia” montagna, perché lì sono libera e la sento un po mia. La gente che puoi incontrare è un po’ diversa dal mio e dal nostro modo di vedere…“.

Mi piace vedere, incontrare animali selvatici, ma la montagna mi sembra vuota quando non sento una campanella, un belato, un muggito. Se durante un’escursione percorro un intero vallone senza segni di “vita d’alpeggio”, mi manca qualcosa. Come attraversare un villaggio fantasma.

Trovare un antico alpeggio ad oltre 2600 m di quota (Alpe la Motta, Vallone di Noaschetta) a me fa riflettere e non poco sulla vita dei pastori di un tempo. Da queste parti ora passano escursionisti, alpinisti e guardiaparco. La vita di questi ultimi, anche se votata alla montagna, alla solitudine, alla natura, ha poco in comune con quella del pastore e del margaro.

Certe esperienze della vita ti lasciano un segno. Anche se non sei nato in un certo mondo, una volta che ne hai fatto parte, non riesci più a tornare indietro. La montagna ti parla in un certo modo e non puoi non ascoltarla. Sai leggere certi segni. Non arrivi magari alle vette dove c’è da scalare, ma puoi essere felice lo stesso. Chi ha dovuto, per mille motivi, lasciare la sua montagna, ne parlerà sempre con nostalgia, anche se lassù ha fatto una “vita grama”.

Senza foto, senza nomi… e senza parole

Quando avevo iniziato a scrivere il libro sui giovani allevatori, volutamente avevo cercato di contattare molti ragazzi e ragazze che cercavano di iniziare questa attività, tra mille problemi, e non solo “i soliti nomi”, chi già era conosciuto, chi già aveva un’azienda in piena attività. Adesso, di quelle storie, alcune vanno avanti, progrediscono, si evolvono, altre hanno vissuto profondi cambiamenti, altre ancora si sono interrotte a causa delle difficoltà e delle prove che la vita ci presenta lungo il cammino.

Non voglio fare nomi, non voglio nemmeno farvi capire dove sono le realtà di cui vi parlo, vista la delicatezza di alcune situazioni. Comunque… conosco aziende che rischiano di morire non per mancanza di volontà di chi le gestisce, ma per la burocrazia, le tasse, l’ottusità (per non dire di peggio) degli amministratori locali, per l’ostilità del territorio (e dei suoi abitanti!) in cui si trovano ad operare…

Ho in mente un paio di casi in cui le titolari sono donne. Donne forti, coraggiose, a cui la vita ha già riservato ogni sorta di avversità. Eppure loro non si sono mai arrese. Ma oggi, nonostante stiano facendo un mestiere che a loro piace, nonostante abbiano idee, progetti, senso pratico e concretezza… oggi non sanno come fare a tirare avanti. Si arrabattano, resistono con i denti, lavorano, ma le entrate non bastano. Tanto meno se c’è anche una famiglia!

Vi parlo per esempio di un’azienda che vive una situazione assurda. Dovrebbe essere il classico modello di pluri-attività che permette di vivere (o almeno sopravvivere) in montagna. Invece si trasforma in problema per l’amministrazione comunale, perché… avere gente che vive e altra che deve poter raggiungere quella località per andare a fare delle attività, mangiare, acquistare i prodotti è un problema! Invece di favorire altri insediamenti in zona, altre aziende che recuperino il territorio, lo facciano (ri)vivere, lo gestiscano (contribuendo a limitare i rischi di incendio, dissesto ecc ecc), si vorrebbe che quelli esistenti sparissero, perché sono un problema e un costo in termini da servizi da dover garantire (primo fra tutti l’eventuale sgombero neve invernale).

E allora? Allora cerchiamo di mettere i bastoni fra le ruote. Bloccare i progetti di ristrutturazione e recupero terreni, sanzionare con multe da migliaia e migliaia di euro per piccole irregolarità, far perdere i finanziamenti ottenuti per progetti innovativi e per la realizzazione di infrastrutture.

Non è l’unico caso. C’è chi pensa addirittura di andarsene… Non solo i cervelli, ma anche le braccia in fuga all’estero? Ogni tanto c’è qualche convegno dove si parla del ritorno alla montagna, all’agricoltura, ma le persone che intervengono e portano esempi positivi alla fine sono sempre le stesse. E di tutti gli altri, di quelli che addirittura rischiano di perdere tutto, chi ne parla? Ci sono quelle realtà a mezza quota, dove la sede comunale è in pianura o comunque dista poco da essa e la maggior parte degli abitanti lavora in città: ecco, qui molte volte la fascia di territorio montano è vista solo come un problema e non come una risorsa.

Ho già parlato poco tempo fa di agricoltura/allevamento di resistenza e non solo di sussistenza, penso che ci siano altri che, leggendo, si riconosceranno in queste situazioni. Se mi contattate qui o in privato o su facebook, sarò felice di far conoscere le vostre storie.

La montagna con il maltempo

Anche il maltempo ha il suo fascino. Per apprezzarlo però bisogna già essere un vero amante della montagna e non solo frequentarla occasionalmente. Chi si organizza per fare una gita, consulta il meteo e parte solo se fa bello. Per fortuna, da una parte, altrimenti poi si leggono gli articoli di incidenti capitati qua e là, con il commento spontaneo: “Ma cosa sono andati a fare, con il tempo che c’era?“.

Il pastore invece no. Il pastore è in montagna per mesi. Vive, ma soprattutto lavora lì. Con qualsiasi condizione di tempo. Non sempre ha la possibilità di tenersi aggiornato con le previsioni meteo, ma comunque spesso qualcuno dal fondovalle cerca di avvisare se proprio ci sono delle allerte. Altrimenti, ci sono le belle e le brutte giornate, tutte da far passare rimanendo all’aperto dalla mattina presto fino alla sera tardi.

Terminati i primi lavori mattutini, si apre il recinto e si va al pascolo. E’ già una fortuna che la nebbia si sia un po’ alzata, ma l’erba è fradicia e dal cielo viene giù umidità che non è ancora proprio pioggia. Non fa nemmeno caldo, anzi… Decisamente freddo, specie se si sta fermi. Per il momento però c’è da seguire o precedere la salita delle pecore, quindi si cammina.

La nebbia si è alzata, ma già altra sale dalla pianura. Sono scenari belli da vedere, ma di lì a poco tutto sarà di nuovo avvolto, l’umidità aumenterà ed anche il freddo. Il pastore, a differenza dell’escursionista, spesso trascorre ore fermo, oppure deve ripartire velocemente quando la nebbia si alza e vede un gruppo di animali che stanno prendendo la direzione sbagliata.

La fioritura dei rododendri è in corso, la pioggia l’ha parzialmente rovinata. Il gregge si allarga a pascolare sui ripidi pendii, che visti in foto appaiono ancora più scoscesi. Dove si può, si sale su sentieri e tracce create nel corso di anni dal passaggio degli animali, poi in certi momenti invece si taglia attraverso i pascoli, infradiciando gli scarponi e il fondo dei pantaloni.

Il gregge sale, in certi momenti sembra di non aver fretta di pascolare, ma solo di andare oltre, più in là, a vedere cosa riserva quella montagna. Bisogna però intervenire per fermarlo e guidarlo, dato che, oltre la cresta, finisce il suo territorio ed inizia quello che altri animali pascoleranno più avanti nella stagione.

Le montagne difficili, quelle montagne dove solo qualche pastore resiste ancora. Molte volte ho pensato a come i pastori siano diversi dagli alpinisti, eppure compiano imprese che però nessuno conoscerà mai. La loro attrezzatura non va oltre un buon paio di scarponi, è raro (da noi) vedere un pastore con abbigliamento cosiddetto “tecnico”, eppure salgono anche tra le rocce più impervie per andare a recuperare una capra o una pecora rimasta indietro.

La pioggia va e viene, apri e chiudi l’ombrello. Passano quando due ore da quando si decide di fare in modo che gli animali inizino la discesa a quando anche l’ultimo sarà chiuso nel recinto. Con la pioggia, bisogna anche andare a controllare sotto le rocce e nelle vecchie baite quasi crollate che nessun capretto si sia riparato lì… e invece ce ne sono parecchi! La primavera è alla fine, sta per iniziare l’estate, c’è chi dice che sarà secca e torrida, chi invece la immagina piovosa e nebbiosa. Come al solito, si cercherà di adattarsi a quello che verrà.

Uno strano modo di gestire l’alpe

Sono stata in Alto Adige, regione che conosco poco-nulla, fatta eccezione per i luoghi comuni e le immagini patinate da depliant turistico o trasmissione TV dove tutto funziona bene e alla fine si fa festa con la tavola imbandita. Certo, una realtà non rappresenta il tutto, ma comunque volevo raccontarvi l’esperienza che ho vissuto in prima persona.

La malga dove lavora il mio amico è in un vallone laterale. La strada asfaltata termina in una frazione, poi si prosegue o a piedi o con una bella pista forestale chiusa al traffico. Anche se sono in corso dei lavori per l’acquedotto, il fondo è molto migliore della maggior parte delle piste di accesso agli alpeggi piemontesi che conosco.

I pastori e i primi animali sono arrivati in alpe molto presto, già all’inizio di maggio. Le pecore ora, un mese dopo la salita, dovrebbero pascolare qui, a quote superiori ai 2000 metri. Come potete vedere, i pascoli hanno l’aspetto tipico della stagione… Cioè l’erba non c’è ancora! Sciolta la neve, compare quello che è rimasto in autunno. Pochi ciuffi di erba secca. E infatti il gregge, sparpagliato ovunque, bruca quel poco, pochissimo che c’è, impedendo all’erba nuova di crescere adeguatamente.

Negli ultimi giorni stanno arrivando i bovini. Vitelle e manze, da tener separate e confinate a quote più basse. Anche qui però l’erba è bassa. Potrebbe andar bene per il gregge… Poi, a distanza di qualche settimane, dopo la pioggia e con un po’ di caldo, allora potrebbero salire i bovini. Ma evidentemente le “usanze” sono differenti, da queste parti.

Aspettando il caldo… al mattino ecco la neve! Nella notte ticchettava sul tetto e, all’alba, tutte le montagne circostanti erano imbiancate. Un velo di ghiaccio copriva anche le assi all’ingresso della malga. Il pensiero corre subito alle pecore, che sicuramente non sono rimaste nella parte alta del vallone, ma saranno scese verso i pascoli dei bovini…

I bovini continuano ad arrivare. Quelli del paese, poi da comuni vicini o anche da altre zone dell’Alto Adige. Chi li porta con il trattore e la “biga“, chi con camion. Magari anche solo tre capi, magari di più. Qualcuno è già abituato al pascolo, ma certe vitelle sembrano non aver mai messo i piedi fuori dalla stalla e faticano a camminare. Anche le temperature notturne probabilmente non saranno molto gradite, per questi animali!

Mentre i pastori sono occupati con l’attesa dei bovini (a volte dura ore… perchè ti dicono di essere giù al mattino presto, ma i contadini si presentano alla spicciolata e così magari non finisci che nel pomeriggio, e poi magari ti tocca tornare ancora alla sera), le pecore si abbassano di quota e tocca di nuovo spingerle verso l’alto. Facevano gola i prati verdi… Ma questi sono destinati allo sfalcio più avanti nella stagione.

Forse almeno il caldo arriverà (in effetti dopo è arrivato eccome!), sulla malga e sul vallone splende finalmente il sole. La struttura è bella, ampia. Per i pastori c’è una parte di essa, poi l’edificio principale è adibito ad abitazione per il malgaro, che gestisce anche l’accoglienza ai turisti con attività di ristoro. Quindi vi è la stalla e i locali destinati alla caseificazione e cantina. Le vacche da latte dovrebbero arrivare entro un paio di settimane, per pascolare intorno alla malga dove la vegetazione è, come dappertutto, ancora molto scarsa.

Continuano gli arrivi di bovini, dovrebbero completarsi entro la fine della settimana. Un’altra stranezza è che gli allevatori locali giudicano negativamente i pastori da quando hanno saputo che… utilizzano i cani, sia nella gestione del gregge, sia della mandria. Vorrei sapere come penserebbero di spostare gli animali, senza l’ausilio dei cani! Specialmente le pecore, tutte sparse in gruppi e gruppetti sulla montagna! Per quello che ho visto, non vi sono nemmeno dirupi particolarmente scoscesi, dove gli animali spaventati dal cane potrebbero essere in pericolo.

Finalmente una mattinata da dedicare al gregge. Il pastore, che ha portato qui anche i suoi animali, riesce a richiamare le sue capre per controllarne lo stato e vedere che sia tutto a posto. Essendo io abituata a tutt’altro metodo di pascolamento, mi domando come si faccia a prendersi cura degli animali, in questo modo. Praticamente impossibile! Anche girando a piedi tutta la montagna ogni giorno, ammesso di riuscirci (e avendo il bel tempo).

Le pecore partoriscono nel corso di tutta l’estate. Così bisogna anche trovare gli agnelli neonati, marcarli e contrassegnarli con un orecchino dalla numerazione progressiva, di modo che a fine stagione, per ogni proprietario si dica: “Le tue pecore hanno anche l’agnello x, y, z, ecc…“. C’è da sperare che tutte prendano l’agnello e che non ne muoia nessuno, perchè avvicinare e catturare una di queste pecore è quasi impossibile, tanto sono selvatiche e poco abituate all’uomo. Qualcuna addirittura, vedendoti da lontano, fischia come i camosci, battendo il piede anche se non ha l’agnello piccolo!

La parte sommitale del vallone ha ancora l’abito invernale, ma qualche pecora è già salita fin qui a vedere se ci fosse qualcosa da brucare. I pastori sono stipendiati da una sorta di consorzio dei proprietari, a quanto ho capito. Ma il loro lavoro non sarà sicuramente semplice, quest’estate!

Incontriamo altri gruppi di pecore e pecore con l’agnello, separate dalle altre. Per me è inevitabile pensare cosa succederebbe qui se arrivassero i predatori, orso (presente in Trentino) e lupo (la Svizzera e i Grigioni non sono lontani). Sarebbe una strage! E dire che, in una realtà simile, con delle strade che si spingono anche abbastanza in alto e con malghe intermedie collocate lungo la valle, una gestione con recinti notturni non sarebbe impossibile. Anzi… Migliorerebbe i pascoli, ripulendoli dai cespugli, abbastanza diffusi in vaste aree, credo soprattutto per effetto di questo pascolamento libero e fuori stagione! Visto che non auguro a nessuno di dover convivere con i predatori, io però un minimo di gestione più accurata dell’alpe la farei a prescindere…

Ecco la malga per i pastori a metà della valle. Oltre a quella principale, questa e un’altra a quota inferiore completano gli edifici presenti sull’alpeggio. Altro che certe realtà dalle nostre parti… Dove in tutto il territorio hai solo qualche vecchia struttura in pietra ai limiti della decenza!

Alla sera, ennesima piccola transumanza. Appena fuori dal paese, vi sono dei recinti in legno, dove via via vengono chiusi gli animali portati dai proprietari, in attesa di accompagnarli poi sui pascoli. Probabilmente questi recinti serviranno anche per separarli a fine stagione. Ai pastori hanno detto che le pecore resteranno su fino all’inizio di novembre… Mi farò raccontare com’è andata la stagione e soprattutto come faranno a recuperare tutte le pecore sparse per la montagna! Altro che lavorare senza cani!

La montagna silenziosa

C’è chi, per staccare la spina, va al mare e chi… cambia soltanto vallata. Eccomi così un giorno di cielo un po’ velato ed aria fresca in cammino su altre montagne. Attraverso pascoli che via via si tingono di verde mentre, più in alto, la neve arretra lasciando spazio ai primi timidi fiori.

Nonostante l’erba già verde e appetitosa, la montagna è ancora silenziosa. I pascoli sono ancora deserti, la quiete viene interrotta una volta sola dal fischio di una marmotta. Ho visto qualche vacca al pascolo solo nei prati di fondovalle, poi più niente. Salendo lungo l’asfalto, le frazioni parevano quasi villaggi fantasma. Finestre chiuse, rarissime auto parcheggiate ad indicare le case abitate. Nessun piccolo gregge, nessun filo tirato.

Su questi pascoli, tra i 1000 e i 1400 m, un gregge adesso ci potrebbe star quasi bene. Una prima pascolata all’erba, per ritardare la spigatura delle graminacee… Ma qui, per quanto ne so io, salgono ormai solo bovini e arriveranno più tardi, quando ci sarà erba a sufficienza per sfamarli. Manca qualche settimana alle transumanze, anche se, qua e là, qualcuno si sta già muovendo.

Silenziose anche le baite. Molte sono totalmente abbandonate, alcune sono state recuperate per essere utilizzate nei weekend estivi. Un paio potrebbero essere possibili sedi d’alpeggio, ma forse qui gli animali vengono portati e lasciati incustoditi, recintati con i fili e l’elettrificatore. Come doveva essere diversa la montagna, un tempo! Ci sono nuclei di case ovunque, alcuni quasi invisibili tra la vegetazione che, via via, sta dispiegando le sue foglie.

Lungo la mia strada incontro anche una lapide. Subito penso faccia riferimento alla guerra, ai partigiani, ma poi, tra i nomi, leggo la scritta “morti per neve”. La data è 13 gennaio 1776. Non so che storia racconti questa pietra, ma è una storia molto antica, anni in cui probabilmente qui si abitava anche d’inverno. Oggi invece i pascoli si chiudono, campi non ce ne sono più, non penso nemmeno che vi siano prati sfalciati.

Più si sale, più è chiaro come la stagione debba ancora iniziare. C’è tempo, l’estate sarà comunque lunga. Guardate però come i boschi risalgano e come siano poche le chiazze verdi di prati e pascoli! Mentre scendo, casualmente incontro un amico che mi parla di come solo vent’anni fa le cose fossero ancora diverse. “Il bosco sta avanzando e non vedi nemmeno più tanti animali selvatici. Qui era facile vedere anche 20 o 30 caprioli, adesso più niente. C’è un branco di lupi che si sposta sulla dorsale.” Io, su al colle, di caprioli ne ho visti due.

I prati ancora liberi da piante e cespugli sono punteggiati di narcisi. La fioritura è ovunque spettacolare, ma bisognerebbe essere consapevoli del fatto che solo in una montagna viva, curata dall’uomo, tutto questo è possibile. L’avanzata della natura, del bosco, cambierà faccia alla montagna. Molto di quello che ci piace vedere e che definiremmo “naturale”, in realtà non lo è, ma è frutto della sapiente gestione delle generazioni del passato.

La muntagnina dei 3000

Regalarsi un attimo di respiro e andare a trovare un’amica virtuale. Questo strano mondo dove tutto accade in rete… anche conoscere una montanara vera che, dalla sua casetta battuta dal vento, scrive, commenta, pubblica foto che ci mostrano i suoi animali, la sua vita, i suoi dipinti.

Lassù da lei l’inverno se ne sta appena andando. Davanti a casa c’è ancora neve, mentre dietro, tra l’erba secca schiacciata a terra, il sole e il caldo degli ultimi giorni hanno fatto sbucare i crocus. Ma di neve quest’inverno ne è caduta davvero tanta, sommando tutte le singole precipitazioni. Nel vallone dove lei sale in alpeggio infatti è ancora tutto bianco.

Il versante opposto, sopra al centro di Balme (siamo nelle Valli di Lanzo, TO), invece ha già un aspetto più primaverile, con i primi prati verdi, dove scendono a pascolare gli stambecchi. E i racconti di Polly parlano non solo dei suoi animali, quelli che adesso sono in stalla, oppure a razzolare nel cortile o ancora a fare le fusa sul letto… Ci sono allocchi salvati e nutriti, stambecchi ammalati, camosci, civette curiose…

Polly non è sola, ci sono tutti i suoi animaletti, gli amici che passano, i “vicini” di casa in quel paese che, d’inverno, conta meno di 100 persone, ma che viene poi invaso dai turisti e villeggianti d’estate, quando lei sale via via sui vari alpeggi con le vacche, le capre e l’asino. Però lei vive tutto l’anno in montagna e ciò fa di lei un “tipo strano” per chi arriva dalla pianura. “Lei è una muntagnina dei tremila…“, l’aveva apostrofata un turista. Quando c’è troppa gente, si rimpiange quasi la solitudine. C’è chi ti ruba le lose dal tetto della baita per cuocervi la carne e chi ti vuole denunciare perchè sali facendo portare un carico all’asino (viveri e pane per i cani), chi parcheggia sui prati e poi vuole soldi perchè le vacche hanno rotto lo specchietto.

Lei dice di esser comunque sempre stata un “tipo strano”. “Nella vita ho fatto un po’ tutto quello che volevo fare…” e certi atteggiamenti, il suo modo di essere, venivano giudicati anche dai compaesani. Ma Polly ha persino ricoperto cariche nell’amministrazione comunale (“…siamo quattro gatti, bastano tre voti e vieni eletto!“) e nelle associazioni locali.

Racconta di come un tempo si riuscisse a vivere facendo questo mestiere. “D’estate salivi all’alpe con le bestie in affitto, mungevi, facevi le tome e quello che ti davano per le bestie serviva per mantenere le tue d’inverno. E qui l’inverno comunque è sempre lungo… Però riuscivi a mettere qualcosa da parte, avere dei soldi per sistemare le baite, pagare le bollette, tutto. Oggi fatichi a sopravvivere.

Chi lo direbbe che una muntagnina dei 3000, classe 1955, quando non è in alpe e quando non ha lavori da fare con i suoi animali, si collega on line e parla con il mondo via Facebook? “Tre anni fa mi hanno portato un computer, i miei amici me l’hanno assemblato, poco per volta ho imparato…“. E adesso ha anche al seguito sempre la macchina fotografica digitale, per cogliere istanti di ciò che la circonda e condividerli con tutti noi che siamo sparsi qua e là per le valli, la pianura. La sua risata è contagiosa, la sua energia trascinante. Eppure la vita le ha già dato tante batoste, ma lei sembra non arrendersi mai e scherza persino raccontando dell’operazione all’anca.

Tanta passione per gli animali, rabbia contro questo mondo “al contrario”, dove la gente non capisce più da dove derivi ciò che mette nel piatto. Parla dei figli, dei due nipoti che appena possono corrono dalla zia per aiutarla nei lavori. “Hanno l’idea di andare avanti con questo mestiere, i gemelli. Fanno l’agrario a Pianezza.” Fin quando ci saranno persone come Polly, la montagna sarà viva e vitale: l’importante è che ci siano sempre eredi pronti ad affiancare e assorbire la conoscenza e la passione di questi veri montanari.

Nuove iniziative di “adotta una capra”

Ve li ricordate Marta e Luca? Bene, mi inviano le nuove offerte della loro azienda per l’iniziativa “adotta una capra”, quindi volentieri presto un po’ di spazio sul blog per dare visibilità a questi giovani e alla loro attività.

Siamo Marta e Luca, abitiamo a Sambuco, in alta Valle Stura di Demonte, dove alleviamo capre.
Alcuni di voi già ci conoscono essendo arrivati al terzo anno in cui proponiamo “adotta una capra”, altri invece leggono di questa iniziativa per la prima volta.
Il nostro gregge è composto da un centinaio di capre di tutte le razze e di tutti i colori, dalle rustiche chevre du rove, alle autoctone capre alpine, fino alle ultime arrivate camosciate delle alpi acquistate quest’anno.
L’amore per la montagna ci ha fatto scegliere un allevamento di tipo tradizionale: puntiamo al rispetto per il territorio, alla valorizzazione dei nostri formaggi e della carne. Utilizziamo il pascolo come principale fonte di sostentamento per le capre, nei prati vicino al paese durante la primavera e l’autunno, salendo in alpeggio durante l’estate presso la borgata Chiardoletta. Questa borgata di Sambuco, circondata da un fitto bosco molto amato dalle capre, si trova a 1500 metri di quota ed è
il luogo dei nostri sogni. Lì le giornate iniziano poco dopo l’alba con la mungitura del mattino, continuano con lunghe ore di pascolo fino al tramonto e si concludono al chiarore delle stelle con la mungitura serale.
Per mantenere ed esaltare le qualità organolettiche del latte appena munto questo viene trasformato crudo presso il caseificio aziendale. Dalla caldera escono i “chabrinet”, piccoli tomini a pasta cremosa alle volte ricoperti con cenere alimentare o con erbe aromatiche, le “tome del fourest”, formaggi con stagionatura da 1 a 3 mesi, dolci in estate, più saporiti in autunno e la ricotta fresca.


Nei mesi di febbraio/marzo,al termine di 5 mesi di gravidanza, le capre partoriscono i capretti, che riempono le nostre giornate di lavoro e gioia. Nei primi mesi di vita, fino allo svezzamento o alla vendita, rimangono con le madri nutrendosi del loro latte che garantisce una crescita ottimale e una
qualità delle carni superiore.
L’adozione di una capra costa 100 euro e vi da diritto al ritiro di 120 euro di prodotti. Questi saranno pronti a partire dalla tarda primavera e dovranno essere ritirati presso la nostra fromagerieLa Meisoun dei roc, in modo da poterci conoscere di persona e potervi avvicinare al nostro tipo di
vita. Non effettuiamo spedizioni dei nostri prodotti. Insieme ai formaggi riceverete anche patate, miele, funghi ed erbe di montagna essiccati e un calendario con le foto di Luca (che vi sarà spedito al momento dell’adozione) dove sarà segnata la data approssimativa per venire a ritirare il pacchetto
di prodotti.

Questa è la proposta per il pacco “Adotta una capra 2014”, due pacchetti di prodotti, il secondo rivolto a chi preferisse la carne di capretto al posto dei 5 kg di formaggio.
• 5 kg di “toma del fourest”
• 1 kg di ricotta
• 2 “chabrinet”
• 50 gr di funghi porcini secchi
• 1 kg di miele di montagna
• 1 calendario 2013
• 6 kg di carne di capretto
• 1 kg di “toma del fourest”
• 1 kg di ricotta
• 50 gr di funghi porcini secchi
• 2 “chabrinet”
• 1 calendario 2014
Se interessati a questa iniziativa vi preghiamo di contattarci ai recapiti sottoelencati, per eventuali domande o chiarimenti circa questa iniziativa.
Mail di Luca: erre24mm@hotmail.it Telefono di Marta: 333 9090570