“Vecchie” foto dagli amici

Avendo sempre meno foto a disposizione (bei tempi, quando andavo al pascolo ed ero costantemente “sul campo”), specialmente con l’avanzare della stagione autunnale/invernale, dovrò sempre più ricorrere alle foto che mi inviate voi, per aggiornare questo sito.

(foto G. Giraudo)

Ne ho ancora parecchie in arretrato. Questa ce la manda Giovanni e ritrae un gregge che ha incontrato il 15 giugno scorso, in transumanza verso Feltre (BL).

(foto L. Marcolongo)

Moltissime immagini provengono dall’amico Leopoldo, sempre sulle tracce delle greggi in Veneto & dintorni. Questa è la famosa Domenica del Corriere, la data è il 15 agosto 1937: “Strage di pecore.  Un capriccioso cane lupo, fuggito di notte da una baita, si gettava ululando in mezzo ad un gregge di pecore che riposavano in un pascolo dell’alta Val Camonica. Le timide bestie fuggivano terrorizzate e trecento di esse precipitavano in u abisso, come una valanga. (Disegno di A.Beltrame)

(foto L.Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

Tornando ai giorni nostri invece, queste sono foto del gregge di Corrado Andriolo, fotografato nel mese di aprile a Curtarolo (PD). Uno spostamento per raggiungere nuovi pascoli. La caratteristica che ci sottolinea Leopoldo sono gli asini con il basto e gli agnellini.

(foto L. Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

(foto L. Marcolongo)

Ancora primavera, giorni di tosatura. Il gregge è quello di Fabio Zwerger e siamo a Campodoro. “I tosatori erano 3 della Nuova Zelanda e uno della Calabria. E’ un vero peccato che la lana venga considerata un rifiuto speciale e venga riciclata per fare isolamenti per l’edilizia. Ma le nostre nonne non facevano calzettoni e maglioni?“. Negli scatti, vediamo le varie fasi della tosatura, con l’ingresso di un nuovo gruppo di pecore tra le transenne per ricominciare il lavoro… fino all’ultimo animale! E i cani, per un giorno, si riposano… Quando il lavoro è finito, polenta per tutti.

La festa della pecora brigasca (1° parte)

Domenica scorsa sono stata a La Brigue, in Francia. Terra di frontiera, terra di passaggio, terra prima italiana, poi francese, dove si parla il Brigasco. C’è anche una razza di pecore, quasi a rischio di estinzione, la Brigasca per l’appunto, sviluppatasi in queste terre, tra Briga Alta (Italia) e La Brigue (Francia).

E’ proprio oltreconfine che si tiene la festa dedicata a questa pecora. Quest’anno era la sesta edizione. La buona organizzazione dell’evento era evidente già dal primo mattino: le auto venivano bloccate a valle del paese, dove vi era un ampio parcheggio (ma la sera si incontravano auto parcheggiate tutto giù lungo la stretta strada scendendo verso San Dalmazzo di Tenda). Una navetta gratuita portava in paese chi non voleva salire a piedi, altrimenti con una veloce passeggiata in una decina di minuti si arrivava a La Brigue.

Era ancora presto, gli espositori stavano appena iniziando a montare le bancarelle, ma già due ragazze suonavano musica occitana e qualche coppia accennava a passi di danza. Una bella giornata di sole faceva da cornice alla manifestazione e preannunciava una buona riuscita dell’evento.

Vi presento la razza brigasca, simile per alcune caratteristiche alla frabosana-roaschina. In piazza gli allevatori avevano già iniziato a portare qualche esemplare, collocato negli appositi box di legno. Ma lo “spettacolo ovino” sarebbe poi stato un altro e l’avrei scoperto più tardi.

Se in Italia la toma di pecora brigasca è un presidio Slow Food, in Francia se ne valorizza anche la lana. Questi artigiani realizzano tappeti con la lana della brigasca ed i disegni riproducono i famosi graffiti preistorici della Valle delle Meraviglie, non lontana di lì, sotto al Monte Bego.

La lana è protagonista della festa. Sono numerosi gli stand dove troviamo gomitoli, matasse, manufatti di vario tipo.

Dalla prima piazzetta, ci si spostava tra vicoli, piazze, stradine, portici bassi dove si incontrava qualche gatto frettoloso. Qua e là qualche altro stand, ma poi ad un certo punto era la musica occitana a richiamare oltre, di là del ponte. I musicisti stavano già scaldando la voce e gli strumenti.

Cercherò, attraverso questa rapida carrellata di immagini, di mostrarvi un buon numero tra le bancarelle più a tema. Qui vedete i manufatti di lana mohair. Ovviamente non tutti vendevano prodotti derivanti da pecore e/o capre, c’era anche tutto il mercato dei prodotti agricoli e un po’ di artigianato di altro tipo (ceramiche, gioielli etnici, ecc.), ma il bello era non trovare tutta quella paccottiglia da fiera, da mercato, che spesso da noi fa “scadere” il livello di queste manifestazioni.

Tra i produttori agricoli, c’era una buona alternanza tra Francesi, Liguri e Piemontesi, in un bel mix di colori, sapori e profumi.

I produttori di formaggi erano quasi tutti Francesi e si poteva scegliere tra latte ovino, caprino, vaccino e tome miste. Nessun commerciante, nessun caseificio, tutti piccole aziende agricole tradizionali.

Ancora lane multicolori, per mostrarvi quanto fosse ampia la scelta e la varietà degli espositori. Raramente mi è capitato, anche in manifestazioni teoricamente “a tema”, di trovare così tante diverse realtà artigianali di lavorazione della lana.

Non si poteva nemmeno morire di fame! Dolci, dolcetti, torte salate, cibo “di strada”, caldarroste, già al mattino presto si mescolavano i profumi. Aleggiava un aroma di spezie e di cumino, sfrigolavano spiedini e salsiccette, tutto in modo molto più “rustico” e diretto che non in Italia. Non che mancasse la pulizia, ma ancora una volta ho avuto la sensazione che oltralpe vi siano meno vincoli, meno norme assurde a complicare le cose.

La festa è anche l’occasione per far sentire la voce della protesta. Qui vedere una pecora brigasca che metaforicamente si oppone al passaggio dei camion, per protestare contro l’ipotesi del secondo tunnel al Colle di Tenda. C’è però da dire che, dal punto di vista dei trasporti, la valle non è ben messa. Tra i tagli alla linea ferroviaria e il semaforo che regola il passaggio alternato nel suddetto tunnel, causando lunghissime code…

Non mancava ovviamente il feltro. Borse, cappelli, piccoli oggetti, animaletti, soprammobili…

Si poteva anche provare a cardare la lana. Al mattino la bisaccia era piena e davanti all’apposito attrezzo c’erano solo pochi boccoli, ma al pomeriggio la situazione si era invertita, con grandi e piccini che scoprivano la magia della soffice lana.

Si poteva anche vedere/provare a tessere, ma c’erano pure gli antichi strumenti usati per filare. Il pubblico al pomeriggio era aumentato, centinaia, migliaia di persone a vedere la festa ed assistere al momento clou del passaggio del gregge (che vi racconterò nel prossimo post).

Oltre alle piazze più affollate, dove ormai i generi alimentari erano quasi totalmente esauriti, in giro per il paese poteva anche capitare di incontrare questo gruppo di musicisti di strada, le cui melodie e canti si perdevano tra i vicoli. Tutto in un’atmosfera che sapeva di transumanza, di viaggi, di passaggi che non (ri)conoscono frontiere.

Altro genere di suono, quello che curiosi e appassionati testavano sollevando ora questa, ora quella campana. In questo caso però il pubblico della festa era composto più da turisti che non da allevatori, quindi vi era un’unica bancarella di questo tipo.

Erano arrivate altre pecore a riempire tutti i box. Il gregge che è transitato giù per la valle però era composto da merinos. Non ho idea di quale sia l’attuale consistenza della brigasca, comunque ripartendo dalla festa la sensazione è stata quella di una manifestazione molto ben riuscita, che ha davvero avvicinato la gente al mondo della pastorizia nelle sue diverse sfaccettature: prodotti, lavoro del pastore, territorio.

In un vallone a caso, in Engadina

Di nuovo in Svizzera. Non so se queste puntate oltreconfine mi facciano bene o male. Da una parte uno ricarica le batterie e, soprattutto, vede che è possibile vivere e lavorare in montagna in modo civile e dignitoso. Poi però rientra in Italia e tutto sembra ancora peggio di quello che è. Vediamo di fare insieme una gita in un vallone scelto a caso sulla cartina. Siamo nella Bassa Engadina, cantone dei Grigioni.

Si parte da un villaggio di nome Guarda, e c’è da star lì a guardare queste case che spesso portano la data del 1500 o 1600. Non sono case ricche, sono case di un paese di montagna. Qui si vive di turismo e agricoltura, sul retro di queste case ci sono stalle, balle di fieno, mezzi agricoli. C’è ordine e pulizia ovunque, oltre al gusto di decorare con fiori e semplici composizioni davanzali e portoni.

Aspettate a dire che qui sono fermi al secolo scorso! Questa è una bella foto bucolica che serve a dimostrare quanto sia grande la cura del territorio. Dove le macchine non arrivano, si procede anche a mano. Ma le macchine arrivano quasi ovunque, e che macchine!!

Lungo la strada che risaliva l’ampio vallone, liscia come se fosse stata asfaltata, senza una pietra, una buca, con tutte le canalette per lo scolo dell’acqua ben pulite ed efficienti, di macchinari ne abbiamo visti eccome. Non trattori giganteschi, ma mezzi adatti alla montagna. Presumo che il loro costo non sia così ridotto, eppure chi lavora qui è ben attrezzato.

Io non ho mai visto nelle nostre valli mezzi del genere. E iniziano a venirmi in mente tante domande… Ma perchè non viene incentivato l’acquisto di questi trattori? Perchè i contributi non vengono dati solo se si scelgono attrezzature adatte alla montagna? Non so come funzionino gli aiuti in Svizzera, quasi sicuramente ci sono degli incentivi sia per l’agricoltura, sia per la cura del paesaggio, però sono soldi ben spesi!

Presumo che anche questi cartelli vengano dati da qualche Ente agli allevatori. Sono standard e li vedi ovunque alla partenza dei sentieri. Avvisano di tenersi lontani dalle vacche nutrici, che possono avere comportamenti aggressivi contro chi si avvicina troppo al loro vitello. Il passaggio per evitare la corrente invece è frutto della mentalità. Non c’è punto di attraversamento che non tenga conto delle esigenze sia dell’allevatore, sia degli animali, sia dell’escursionista. Ovviamente, i suddetti escursionisti rispettano, aprono, chiudono.

Si sale di quota, eppure continua lo sfalcio. Siamo quasi a 2000 metri, l’alpeggio è a poca distanza, ma i contadini vengono fin quassù con i loro mezzi per recuperare tutto il foraggio possibile. L’inverno è lungo, da queste parti.

Passato l’alpeggio, si iniziano a scorgere animali al pascolo, fili e reti tirati, zone che sono state pascolate, ma nello stesso modo continuano anche le aree sfalciate, a quote via via maggiori fin verso i 2.200 metri. O l’erba viene tagliata, o pascolata, ma non c’è un angolo abbandonato, un ciuffo di ortiche.

Anche se il tempo non è dei migliori, ogni tanto pioviggina e la visibiltà non è ottimale, potete farvi un’idea dell’estensione del vallone. Se i versanti “all’inverso” sono più ripidi e boscosi, “nell’indritto” invece si aprono questi valloni dolci, con pascoli molto estesi che accolgono greggi e mandrie. Animali ce ne sono, sparsi qua e là, ma non abbiamo i numeri immensi che vedremmo sicuramente dalle nostre parti.

Prima, contenuti dai fili che delimitano vaste porzioni di pascolo, incontriamo i bovini, insieme a qualche cavallo. Ci sono vacche con vitelli, vitelloni, manze, forse qualche vacca viene anche munta nella parte più bassa del “recinto”, dove termina la pista sterrata. Il senso generale che si respira è di grande pace e ritmi naturali.

Più in alto, al limite della nebbia, ci sono le pecore, che avevamo già avvistato un precedenza. Tanti gruppi più o meno grossi, non sorvegliati, liberi di spostarsi e pascolare a piacimento. Evidentemente qui non si sono ancora registrati problemi con il lupo! Sono animali di proprietari diversi, come si può intuire dalle macchie di vernice sulla schiena, sul collo. Non sono abituate all’uomo, scappano appena tento di avvicinarmi.

Ce ne sono anche a quota più bassa nella parte sommitale del vallone, poco sopra ad un rifugio alpino. Tra queste, ecco una razza locale, la pecora dell’Engadina, una pecora “rossa”. Per chi conosce il Tedesco, altre informazioni qui.

Mentre scendiamo, è l’ora del rientro delle capre all’alpeggio per la mungitura. Al mattino le avevamo viste pascolare accompagnate da un pastore, mentre adesso è tutta la famiglia a ricondurle all’alpe.

Vediamo una giovane coppia con la loro bambina. I cartelli segnalano la vendita di formaggio di capra. Solo in seguito, su questo sito, scopriremo qualcosa in più a riguardo: “(…) merita una visita il villaggio diGuarda, che ospita numerosi artisti e ci riporta indietro nel tempo, a quando, negli anni Settanta, ancora era diffuso l’allevamento di capre. All’inizio dell’estate il capraio raccoglieva dalle famiglie le capre e le portava in alpeggio. Poi l’attività fu quasi del tutto abbandonata. Ci ha pensato Maria Morell a riscoprirla. Ogni anno da giugno a fine settembre un centinaio di animali di razza Camosciata delle Alpi vengono portati sull’Alpe Suot, ad oltre 2000 metri. La politica agraria rossocrociata ha incentivato questa attività per evitare lo spopolamento di queste località. E i formaggi di Maria vanno a ruba negli hotel dell’Engadina.

Ecco le strutture d’alpeggio: abitazione e stalla per le capre, tutto dignitoso e in buon stato, con la bella strada che arriva fin davanti. Ci sono anche numerosi maiali in un recinto, ai quali sarà sicuramente destinato il siero della lavorazione dei formaggi. I cartelli (in Tedesco) invitano anche ad acquistare (o assaggiare?) i salumi prodotti qui.

Spero riusciate a vedere in questa foto la sottile riga delle reti tirate. I pascoli delle pecore infatti sono delimitati da centinaia e centinaia di metri di reti posizionate a suddividere le zone e tenere gli animali lontani sia dai pascoli delle vacche, sia dai prati che verranno sfalciati. Sicuramente ci saranno dei contributi per l’acquisto dei materiali, senza dubbio non è facile andare a posizionare e poi raccogliere tutto il materiale, però qualcuno lo fa.

A proposito di materiale, guardate questo elettrificatore con pannello solare. E’ triste constatare che il primo pensiero che viene in mente ad un Italiano sia: “Da noi, tanto più vicino alla strada, non durerebbe due giorni! Sparirebbe prima!“. Tornando invece alla gestione dell’alpe, presumo che anche qui funzioni in modo simile ad altre realtà che mi è capitato di visitare. Tutti gli animali dei residenti salgono sull’alpe, qualcuno a gestire e sorvegliare il tutto, in questo caso anche con i propri animali. Vista la conformazione dell’Engadina, isolata dal resto della Svizzera e raggiungibile solo attraverso passi alpini (ferrovia a parte), penso che non arrivino animali “da fuori”.

Si rientra a Guarda. E’ uscito anche un po’ di sole ad illuminare un paesaggio dove la strada che disegna un cuore pare davvero il simbolo dell’amore per la montagna. Non è che da noi non ci siano dei bei posti, anzi! Forse però manca un po’ di quell’amore, di quella cura per il territorio. Manca una politica che voglia il bene della montagna, manca la capacità di saper gestire le risorse (e non solo volerle sfruttare). I contributi investiti sulla qualità e non sulla quantità… Tanto per dire, qui non c’è un parcheggio, sia nei paesi del fondovalle, sia nelle frazioni dove terminano le strade asfaltate, che non sia a pagamento. Prezzi non esorbitanti, all’incirca 5 € per mezza giornata, ma che si pagano comunque volentieri perchè accanto al parcheggio c’è il WC, la bacheca con tutte le informazioni, il cesto per l’immondizia mai stracolmo, il vaso di fiori per abbellire il tutto.

Per concludere, ecco una locandina fotografata in una bacheca. Ahimè non sono andata anche ad Ardez per visitare quella bottega. Si tratta comunque di un negozio dove vengono venduti i prodotti ricavati dalla lana delle pecore locali. Ovviamente c’è anche un sito dove (usando il traduttore di google se non conoscete il Tedesco) potrete scoprire la storia di questo progetto ed ammirare i prodotti, le donne che li realizzano, ecc. Mi sembra molto significativo che, in Romancio, le pecore si dicano “bescha”. Come se le bestie per antonomasia siano appunto le pecore!

Tutto ciò che sta intorno alla tosatura

Arriva la stagione e… inizia il solito valzer della tosatura. Come e quando tosare? Guardare la luna, guardare i costi, guardare il meteo e dipendere dagli altri. Iniziamo però a dire che BISOGNA tosare le pecore. Più si va avanti, più c’è progresso e più la gente ammattisce. Non che non lo sapessi, ma preparando questo post ho voluto vedere un po’ cosa si dice in giro della tosatura… C’è chi fa di tutto per recuperare e valorizzare la lana e chi addirittura consiglia di utilizzare le fibre sintetiche perchè tosare sarebbe maltrattamento.

Prendiamo fiato e vediamo un po’ quel che si dice in giro. Quando inizia a fare caldo, in primavera, i pastori tosano le pecore. O meglio, così fanno quelli che le pecore le tengono al pascolo tutto l’anno. Chi invece le chiude in stalla, solitamente le tosa nel cuore dell’inverno, magari a gennaio o febbraio, di modo che abbiano la loro lanetta quando usciranno a mangiar erba e che non abbiano troppa lana quando sono dentro. Le temperature, nelle stalle con un numero giusto di animali, anche in pieno inverno infatti sono gradevoli se non calde!

Se le pecore non venissero tosate, starebbero male. Il caldo, certo, ma poi parassiti, infezioni della pelle, rami e rovi che si impigliano… Sporcizia che favorisce lo svilupparsi di infezioni. Guardate il posteriore di questa pecora non tosata dopo il parto. Ogni tanto capitano delle diarree e lo sporco resta attaccato nella lana anche per lungo tempo, formando quelle che, nella pagella della qualità della lana consegnata a chi ce la ritira, sono state definite “caccole”. Queste possono anche essere pesanti e sicuramente fastidiose per l’animale, quando si sposta e sfregano contro le gambe.

Ormai non si tosa per reddito, tosare è un costo, ma lo fai proprio per il benessere dell’animale.  Così chi può magari se le tosa con l’aiuto di amici. Avendo tempo, attrezzatura e la capacità di farlo. Ma avendo anche il luogo adatto per riuscire a tosare e saziare il gregge nello stesso tempo. Una faticaccia, un impegno (ecco perchè non ho più aggiornato il blog ultimamente!) e pure un certo costo per i macchinari impiegati. Ma i pastori, tutti, comunque le pecore le tosano, una o due volte all’anno. Certi vaganti che scendono presto dall’alpe infatti tosano pure in autunno per evitare che, lungo i fiumi, negli incolti, troppi semi, rovi, spine restino aggrovigliati nel vello.

Chi il mondo della pastorizia non lo conosce, eppure lo giudica duramente, arriva a dire che tosare è maltrattamento. Leggete questo articolo e soprattutto i commenti dei lettori: c’è da rimanere ancora una volta allibiti nel sapere cosa pensa certa gente. Fermo restando che sono contraria al mulesing (qui in Italiano), una pratica in vigore in Australia e Nuova Zelanda su pecore merinos per ridurre le infezioni da parte delle larve di mosche (ma che consiste nello scuoiamento dell’area perianale), per tutto il resto… ma questa gente sa come si lavora in un allevamento in Italia o, più in generale, in Europa? Sul Sud America sono informati, ecco cosa scrivono: “La lana merino argentina è, ad esempio, condizionata dalle condizioni climatiche della Patagonia, con grandi differenze di temperatura tra estate e inverno e tra giorno e notte e con molto vento: è, quindi, una lana molto più arricciata di quella australiana, che protegge, appunto gli animali dalle intemperie. Per lo stesso motivo non ci sono mosconi e non c’è nemmeno la problematica del mulesing, anche se, anche in questo caso, quando gli ovini iniziano a produrre meno lana sono destinati al macello.

No alla lana e sì al sintetico! “Indossare lana significa, quindi, indossare violenza e morte. Ma indossare lana non è necessario. La lana può essere sostituita da tessuti, altrettanto caldi e morbidi, come il pile, il velluto, la microfibra, la ciniglia, il caldocotone, il cotone felpato, l’acrilico, la spugna di cotone; in particolare, nella trama del cotone invernale (caldocotone) si trovano microscopiche camere d’aria che isolano perfettamente dal freddo. Oltre ai materiali citati ve ne sono numerosi altri senza crudeltà, vegetali o sintetici, come, ad esempio, il lino, la viscosa, l’acrilico, la canapa, il fustagno, il goretex, il nylon, il poliestere, il thinsulate, il polarguard, il fibrefill e la cordura.” Meglio l’inquinamento, meglio le sostanze non naturali, i derivati dal petrolio… Pur di non avere a che fare con le sostanze animali, non considerano nemmeno le campagne sulla non sostenibilità del cotone. Ad ognuno la sua guerra… Io guardo le pecore al pascolo e dico che, per la loro forma di allevamento naturale, ciò che deriva da loro è più che mai sostenibile!

Tosare un piccolo gregge senza aiuti esterni può essere fattibile, ma quando superi i 2-300 animali le cose si complicano. Così, se arriva in zona una squadra di tosatori, alla fine ti affidi a loro. E inizia in balletto… Domani, no dopo-domani. Non hai mai certezze. C’è di mezzo il meteo, le attrezzature che a volte si inceppano, così si inizia a rimandare e tu non sai bene come fare sia per cercare gente che venga a dare una mano (c’è da tirare pecore, da insaccare lana), sia per essere nel “posto giusto”. Sei lì che aspetti di sapere e scopri che si rimanda ancora…

Allora ti rimetti in cammino per trovare un altro posto adeguato per l’indomani, sperando che sia davvero la volta buona. Sposta il gregge, sposta il recinto già allestito… All’imprevidibilità del pascolo vagante, con la tosatura si aggiunge sempre quell’incertezza in più e non è facile gestire tutto. Magari hai già preparato da mangiare o ti domandi se alla fine sarà un pranzo “sul campo” o una cena, da offrire alla squadra e a chi ti aiuterà. Ammesso di trovare qualcuno, così all’improvviso, in settimana.

Un’altra variabile è quella del tempo. I tosatori dicono che la pioggia non li spaventa, ma lo scorso anno la lana praticamente non ci è stata pagata, avendo tosato ed imballato con la pioggia. Già normalmente non c’è da guadagnarci, ma almeno prendere quel qualcosina… Nuvole in cielo, aria umida, previsioni molto incerte.

Si pascola più che si può, l’indomani le pecore dovranno attendere, per riprendere a brucare a piacimento. Ma comunque il disagio della tosatura finisce qui, qualche ora di “digiuno”, a cui il pastore farà seguire un pascolamento prolungato fino a notte inoltrata per recuperare il tempo perso. La fatica della giornata richiederebbe un riposo anticipato per l’uomo, e invece, tanto le pecore i pastori le maltrattano, anche in questa occasione si sacrificano loro stessi per il benessere del gregge.

Alla fine ecco la squadra al lavoro. Solo questa foto, perchè poi non ho più avuto modo di prendere in mano la macchina, con tutto il lavoro di raccolta ed insaccamento della lana. Si è lavorato a ritmo serrato tutto il mattino, con le nuvole incombenti. Qualche goccia è poi caduta, ma solo a lavoro ultimato, per fortuna! Questa volta, dopo Francesi, Spagnoli, Neozelandesi, Polacchi e non so cos’altro, i tosatori erano Italiani, dalla provincia di Rieti. “Nostro padre e nostro nonno prima di lui venivano anche qui in Piemonte a tosare, fino al 1993… Noi adesso nel Nord Italia tosiamo soprattutto in Veneto.

E così ecco il gregge pronto per la primavera. Quando sarà ora di salire in montagna, sulle schiene ci sarà già quel dito di lana a proteggere gli animali dall’aria più fine e dal sole estivo. Tosatura è benessere anche perchè, appena liberate dal vello, ecco le pecore muoversi veloce, alimentarsi più avidamente (che fatica per i pastori star loro dietro, i primi giorni) e… sì, anche riprodursi! Non è uno scherzo, venite a vedere come aumenta l’attività dei montoni appena dopo la tosatura!

Per chi volesse leggere altri articoli con notizie tendenziose e errate (almeno per la nostra realtà) legate alla tosatura, eccone alcuni: La lana è vegan? Come vivere un inverno caldo e cruelty free: no alla lana. Cosa non va nella lana? (in quest’ultimo articolo almeno si raggiunge il meglio con queste affermazioni: “Le povere pecore di routine sono prese a calci, pugni e tagliate durante il processo di tosatura.“)

PS: La nostra lana va a finire qui e di conseguenza qui, Biella The Wool Company.

Di corso in corso

Si avviano alla conclusione i corsi di aggiornamento per pastori che si sono tenuti in Val Pellice (TO) e Valle Stura di Demonte (CN). Vi sto partecipando in doppia veste di docente per alcune parti e allieva-uditrice per altre. Anche se il requisito base per partecipare come allievo era quello di essere titolare o coadiuvante di azienda agricola, quindi bene o male “essere del mestiere”, penso che nelle ore trascorse con i docenti ci sia stato modo di imparare e di confrontarsi.

Come “lezione pratica” si è scelto di dare spazio alla tosatura. Saper tosare può essere utile come “risparmio” per la propria azienda (puoi tosare i tuoi animali), ma anche come fonte integrativa di reddito per chi riesce ad organizzarsi. Con un numero non troppo elevato di capi, in un certo periodo dell’anno si può riuscire ad occuparsi di questa attività presso altri allevatori o hobbisti che non sanno come “liberare della lana” i propri animali.

Anche se, tra chi partecipava al corso, c’era già qualcuno che effettivamente sfrutta questa doppia possibilità, consigli e suggerimenti tecnici da parte di chi fa il tosatore da una vita sono sempre utili per migliorare.

Ho anche realizzato un piccolo video della dimostrazione di tosatura. Ma il corso non è stato solo questo: nozioni storico-culturali, per capire che il mestiere di pastore ha una sua dignità. Elementi di veterinaria, per capire come muoversi anche in autonomia, senza chiamare un professionista perchè molte volte non arriverebbe in tempo, specie se sei in montagna dove il telefono non prende.

Ma i corsi non sono finiti. Quello sulla pastorizia volge al termine, ma sta per iniziarne uno sulla caseificazione.

CORSO DI AGGIORNAMENTO PER IL SETTORE AGRICOLO CASEARIO
TITOLO: Produzione di formaggi in zona montana: tecniche di caseificazione e di sanificazione collegate al
risparmio energetico e idrico.
PARTECIPANTI: titolari, dipendenti o coadiuvanti aziende agricole casearie. (Min. 7 / Max. 15)
DURATA: 21 ore PERIODO: Marzo 2014
LUOGO: Sede C.M. Pinerolese – Via Roma 22 – Perosa Argentina e Az. Agr. Agù Chiaffredo – Via del Castello, 19
ATTESTATO: attestato valido per l’aggiornamento professionale.
COSTO: gratuito, finanziamento PSR 2007-2013
CALENDARIO:
Lun. 10 marzo Battaglini Luca Composizione del formaggio e relazione con il tipo di alimentazione
Ven. 14 marzo Ferrato Bruno Lavorazione di Formaggio semicotto
Ven. 21 marzo Ferrato Bruno Lavorazione di Formaggio erborinato
Mar. 25 marzo Poggi Mauro Igiene, consumi energetici ed idrici
Ven. 28 marzo Ferrato Bruno Visita az. agr. con caseifico “Isola” di Michelino Giordano – Vernante Fraz. Palanfrè
ISCRIZIONE:
Entro il 25 febbraio. E’ possibile compilare i documenti c/o: C.M. Pinerolese – Via Roma 22 – Perosa Argentina – chiedere del tecnico Conte Gian Piero nelle mattine del 17 e 19 marzo.
GAL Escartons e Valli Valdesi – Via Furhmann, 23- Villa Olanda – 10062 Luserna San Giovanni (TO) Tel. 0121/933708 orario di ufficio dalle 9.00 alle 13.00 oppure PER INFORMAZIONI e invio dei documenti on-line:
Agenform Consorzio – Istituto Lattiero-Caseario e delle Tecnologie Agroalimentari – Strada Boglio, s/n – 12033 – Moretta (CN) Tel/Fax 0172/93564 e-mail: tallone@agenform.it Tallone Guido 335-5687854

Spero che anche questo corso abbia successo come quello “per pastori“, con la differenza che di lezioni sulla caseificazione se ne sono già tenute molte e il settore è più recettivo e pronto a partecipare.

Ieri, a Cuneo, ho anche assistito ad una lezione molto chiara, diretta e sincera sul benessere animale. “E’ sbagliata la terminologia, bisognerebbe chiamarla corretta gestione, non benessere“. E dov’è che gli animali stanno meglio? “La pecora all’aperto è nel suo habitat, le migliori condizioni di vita le ha all’aperto tra i 3 ed i 12°C“, con buona pace degli animalisti che equiparano ogni animale ad un bambino e ritengono che le esigenze siano le medesime.

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Per finire, una segnalazione. Venerdì 21 marzo, ore 21:00, presso il Circolo Culturale Barbarià di Mentoulles (Fenestrelle – TO), vi sarà la presentazione del libro “Nel tempo dei lupi” di Giacomo Revelli, presente l’Autore.

Tosatura, che incubo!

E’ la stagione della tosatura, solo che ormai non si tosa più come una volta… Molti pastori mi hanno raccontato della tosatura dei tempi andati: un giorno di festa, di incontro con la famiglia e gli amici. Oggi toso io e vengono altri a darmi una mano, domani rendo il favore all’amico che mi ha aiutato e così via.

Decisamente era troppo, il caldo arrivato all’improvviso. Non così anomalo per la stagione, ma dopo il freddo delle settimane precedenti, nessuno era pronto per un drastico sbalzo ai venti e più gradi che si erano registrati nelle ore centrali della giornata. Dalle giacche e maglioni alla canottiera, ma per le pecore non era così semplice “spogliarsi”. Però da giorni si parlava dell’arrivo dei tosatori. Ormai i pastori che hanno un gregge di qualche centinaio di capi ben di rado provvedono autonomamente a questa incombenza, quindi si rivolgono alle squadre di tosatori professionisti. Uomini (e qualche donna) di diverse origini: Nuova Zelanda, Francia, Spagna (quelli che ho incontrato fino ad ora), ma anche qualche Italiano (Lombardo, Veneto, Sardo). Spesso sono loro a farsi vivi, a contattare i pastori, sapendo chi c’è in zona, per organizzarsi il giro. Oppure sei tu che li chiami e solitamente il telefono suona, suona, suona… se ti va bene richiamano la sera, quando smettono di tosare e allora riprendono i contatti con il mondo.

Quest’anno da queste parti c’era una nuova squadra che girava, la solita era impegnata da altri pastori, sempre in Piemonte, ma non c’era verso di contattarla. Invece un amico chiama ed offre il contatto con i tosatori che stavano per arrivare da lui. Visto che è ora, si accetta volentieri, pur non conoscendo questi tosatori. Tutto è organizzato per un giorno, si cerca gente che venga ad aiutare, si inizia a preparare da mangiare, si fa la spesa, ma poi si slitta di uno, due, tre giorni addirittura, sempre nell’incertezza di quello che accadrà. Cambia anche il tempo ed i ritardi si accumulano. Inoltre, bisogna portare il gregge nel posto giusto, ma non troppo presto, altrimenti bruca tutta l’erba e non ne resta poi per quella giornata complicata e lunga in cui si tosa.

Finalmente arriva anche quel giorno. Ovviamente fa freddo, si intervallano momenti in cui l’acqua cade in scrosci violenti, l’unica fortuna è poter lavorare al coperto, anche se tutt’intorno il fango creato dalle pecore ammucchiate non è piacevole. Questa squadra (sono Polacchi) ha un metodo mai visto da queste parti. Le pecore non devono essere “tirate” (con minor dispendio di energie da parte di chi aiuta), ma vengono fatte entrare a gruppi in due recinti, di qui incanalate in un corridoio, per poi entrare in una gabbia chiusa, da cui ogni tosatore prende via via l’animale da tosare. Apparentemente meno faticoso per  gli amici venuti ad aiutare, ma un po’ più lento per le operazioni di tosatura.

La giornata di tosatura è lunga, i tosatori sono solo tre… Ma si vuole terminare ed alla fine ce la si farà, dopo molte molte ore. Le pecore, mai salite su di un camion, non vogliono entrare nel corridoio che porta al box, quindi si fatica non poco a farle avanzare ad una ad una. Altro che giornata di festa, c’è la musica che si sente appena, quella che i tosatori ascoltano per distarsi un po’ dal lavoro ripetitivo e faticoso, ci sono i continui belati di pecore ed agnelli che si cercano, ci sono le imprecazioni degli uomini, l’abbaiare dei cani… Una volta si tosava il giorno giusto, guardando la luna, guardando il tempo, la temperatura. Oggi, con le previsioni meteo attendibili, invece tocca farlo quando la squadra arriva, anche se la luna è sbagliata, tuona e fa freddo!

Avevo un sogno…

Ognuno ha dei sogni collegati alle proprie passioni. Tra i miei c’era quello di vedere la Crau, il “mitico” paradiso delle pecore in terra d’Oltralpe. Ci sono stata per una brevissima visita di lavoro (adesso vi spiegherò) e non ho potuto vedere/fotografare tutto quello che avrei voluto, ma sono rientrata con sentimenti contrastanti. Il primo è che l’erba del vicino è davvero più verde e non solo per questioni climatiche…

Insieme ad un “gruppo di lavoro” composto da persone diverse (rappresentanti della Valle Stura per il progetto “La Routo”, docenti di istituti agrari, rappresentanti di Slow Food Biella+Istituto di Pollenzo, rappresentanti del progetto Propast, dell’Istituto Lattiero Caseario di Moretta e qualcun altro ancora), abbiamo avuto un’intensa due giorni in Francia per occuparci di formazione in ambito pastorale. La prima tappa è stata a Carmejane. In questo centro senza recinzioni, immerso nel verde, dove studiano e fanno pratica giovani ed adulti, si fa formazione in ambito agricolo.

Oltre all’edificio scolastico vero e proprio c’è la fattoria, che è sia un’azienda, sia un luogo per fare pratica, sia un centro sperimentale. Tra le tante informazioni apprese durante la visita, vi sono alcuni punti che mi hanno particolarmente colpito e che desidero condividere con voi. Innanzitutto, la scuola agricola dipende non dal Ministero dell’Istruzione, ma da quello dell’Agricoltura. I programmi dei corsi provengono dal Ministero stesso e non sono creati dai docenti interni. Oltre alla formazione scolastica secondo vari livelli, presso il centro di Carmejane si può fare “apprendistato” e “formazione per adulti” (specializzazione o riconversione professionale). Non scendo nei dettagli della didattica, ma penso che vi interessi sapere che, in Francia, per insediarsi come azienda agricola e poter aver accesso ai contributi, sia necessario un diploma che attesti il grado di formazione specifica raggiunto. Altrimenti si può comunque aprire un’azienda, ma senza poter richiedere contributi.

L’azienda è ovina, con un gregge di 600 pecore, un numero non così imponente, da queste parti. Si produce l’agnello di Sisteron, una delle produzioni a marchio di qualità della Provenza. La fattoria didattica collabora con tutte le organizzazioni professionali agricole esistenti e serve da base per le sperimentazioni dell’allevamento ovino. Tra le materie insegnate a chi segue i corsi specifici sulle produzioni zootecniche, c’è la gestione e conduzione delle superfici pastorali e l’adattamento del sistema di allevamento, con l’orientamento della filiera di produzione (ridurre i costi, aumentare i ricavi, migliorare le condizioni di lavoro…).

Era periodo di tosatura, nell’azienda, attività che si svolge una sola volta all’anno. In questi due giorni ho scoperto che la lana in Francia non è così problematica come in Italia o meglio, c’è lana e lana. I costi di tosatura sono leggermente inferiori (forse per le dimensioni più ridotte e “maneggevoli” degli animali), ma per la razza Merinos d’Arles i ricavi coprono interamente le spese e consentono anche dei margini di guadagno per l’allevatore.

Il gregge di Carmejane è composto principalmente da animali di razza Prealpi. Un piccolo nucleo era al pascolo, gli altri animali erano tutti suddivisi nelle stalle, alimentati con fieno. Montoni, pecore gravide, pecore con gli agnelli e così via, in un’organizzazione che pareva molto buona e funzionale, per non parlare poi delle stalle, spaziose, luminose, ben arieggiate.

Una curiosità? Ecco un montone “mascotte” con la floucà, la caratteristica tosatura che contraddistingue gli animali che guidano il gregge nella transumanza. Per tornare a quanto ci è stato spiegato, si è parlato di una lunga tradizione dell’allevamento sul territorio, ma anche di giovani che danno vita a nuovi insediamenti, piccole realtà interessate alla trasformazione ed alla vendita diretta dei prodotti, specie lattiero-caseari.

A Carmejane si trova anche il Centre Fromager, una struttura dedicata alla formazione in ambito caseario, dove si organizzano corsi di vario tipo, sia “puntuali” legati ad una singola problematica e/o alla richiesta di un produttore, sia generali sulle diverse tecniche di caseificazione, sull’affinamento, ecc… La visita nel complesso è stata interessante, ma il nostro obiettivo principale era ancora un altro, cioè quello della formazione in ambito più specifico, cioè la professione di pastore.

Per far questo ci siamo spostati proprio lì, ai margini della Crau, alla “famosa” scuola di Merle. Questo centro di formazione indirizzato proprio a formare “pastori” esiste dagli inizi degli anni ’30. Frutto di una donazione, strutture e terre fanno sì che qui, nel cuore delle ragione pastorale di Francia, giovani (e non solo) possano conseguire la qualifica di “pastore transumante”, a differenza delle altre 3 scuole simili (più recenti) esistenti in altre parti di Francia, dove ci si può specializzare sull’alpeggio (in Ariege), pastore di alta montagna, con pratica di gestione di animali, pascoli, ma anche mestieri complementari (tosatura, taglio legna…) sui Pirenei, per finire con la scuola di pastore/vaccaro d’alpeggio in Savoia.

Questa è la patria della razza Merinos d’Arles e, nelle stalle della scuola, abbiamo visto solo alcuni montoni. Purtroppo non ci siamo fermati a vedere uno delle tante greggi scorte dai finestrini del pullman, comunque nel giro di pochi chilometri, solo sul nostro tragitto, ne ho contati sei e tutti di dimensioni considerevoli. Ovviamente qui il pastore è una figura importante ed è un fondamentale aiutante per l’allevatore. Le due figure, almeno in quest’area della Francia, sono distinte. L’allevatore è il manager, colui che gestisce l’azienda, si occupa dei pascoli, delle praterie, della fienagione in estate, della commercializzazione degli animali, ecc… Alle sue dipendenze vi sono i pastori salariati, diminuiti come numero da quando la transumanza si affronta con gli autotreni e non più a piedi.

La direttrice della scuola ci ha spiegato nel dettaglio cosa imparano gli studenti, ragazzi e sempre più ragazze provenienti da tutta la Francia, desiderosi di imparare questo mestiere. “Facciamo un colloquio per la selezione, abbiamo solo 20 posti per anno, tanti ne finanzia il dipartimento. devono avere una vera motivazione, non basta che dicano che piace la montagna e fare delle camminate all’aria aperta. Guardiamo l’esperienza che hanno, le attitudini fisiche e morali, le qualità di adattamento e di osservazione…“. Il mestiere di pastore è una cosa seria e non il lavoro per gli ultimi: “E’ un operaio altamente qualificato, con grandi responsabilità. Si troverà spesso a lavorare da solo, specialmente in alpeggio. Deve essere polivalente, svolgere i tre ruoli principali di gestione del gregge, gestione delle risorse pastorali e gestire le strutture. Deve saper lavorare in autonomia, saper prevenire, individuare e curare i problemi sanitari.” Tutto ciò che in effetti fa il pastore, ma che deve essere spiegato ed insegnato a chi lo vuol diventare.

Nella fattoria della scuola si fa anche sperimentazione. Guardate questo strano apparecchio che qui potete vedere nella sua parte centrale. E’ un prototipo di una macchina all’interno della quale, tramite un corridoio, entrano gli animali. C’è un lettore per il microchip, un peso, un sistema di aperture di porte che permettono di separare gli animali in base al criterio impostato. Il peso poi permette di dosare ad esempio la dose di svermante che viene somministrato sempre all’interno dell’apparecchio. Un sogno, vero? Ovvio che qui ci sono altri numeri, la realtà permette di attrezzarsi anche così, perchè quello di pastore è un mestiere non solo rispettabile, ma anche sostenibile!

Qualche problema nella vendita dei capi c’è, ma i numeri fanno la differenza. Non si vende l’agnellino: “…solo a Natale, per l’Italia“, ma si macellano animali di 40 kg. La pecora a fine carriera si vende poco ed a basso prezzo, ma la lana, come si diceva, ha un suo valore. Per farvi capire la sostenibilità dell’azienda, un pastore salariato in alpeggio riceve uno stipendio base di 2.000-2.100 €/mese, anche più alto in base all’esperienza. Non di rado in alpe più allevatori mettono insieme gli animali per avere un gregge più grande. Per il resto dell’anno, il livello più basso di specializzazione prende 1.200-1.500 €/mese. Ecco perchè c’è una scuola, ecco perchè molti dei diplomati trovano subito impiego. C’è la domanda, c’è un mercato, c’è una paga equa.

Ma soprattutto ci sono i veri spazi per la pastorizia. Qui fare il pastore è un’altra cosa. Ci hanno spiegato in cosa consiste il “sistema Crau“, nel delta della Durance. A questo fiume la Crau è legato per il canale che, dalla diga di Serre-Ponçon, porta l’acqua in parallelo al fiume, per poi permettere l’irrigazione delle praterie. Queste sono vaste distese verdi, circondate da fossi che permettono di allagarle periodicamente, e da siepi di alberi ed arbusti, che proteggono dal forte vento che spesso soffia da queste parti. Qui si produce l’altra risorsa della Crau, il fieno, che è riconosciuto addirittura con una DOP. Tre tagli, il primo a maggio e gli altri a seguire, almeno dopo 42 giorni, poi il “quarto taglio” è destinato al pascolamento delle greggi di ritorno dall’alpeggio. E’ questo il periodo della nascita degli agnelli.

Dalle praterie, appena poco oltre, dove non si irriga, si passa nei “coussouls”, la parte arida, dove le greggi pascolano nel resto dell’anno, inverno e primavera, con degli spostamenti verso la collina e poi la partenza per l’alpeggio a giugno. Tutta la gestione dell’azienda è impostata su questi momenti, per ottimizzare le risorse ed il lavoro. Il fieno viene venduto, spesso agli allevamenti di cavalli, o utilizzato internamente (secondo taglio) per l’ingrasso dei montoni.

Mi hanno assicurato che qui, in quest’arida steppa che si estende a perdita d’occhio, le pecore ingrassano e sono poi pronte ad affrontare l’alpeggio. Sembra incredibile, eppure questo è uno dei cuori della pastorizia europea. Qui il gregge medio conta mille capi, “…ma il numero dei pastori a sorvegliarlo è diminuito drasticamente da quando sono state introdotte le reti.” Qui si va a scuola per diventare pastori, pastori moderni del XXI secolo, infatti la stessa scuola ha dovuto rinnovarsi qualche anno fa, perchè oggi il pastore deve sia essere “trattato bene” dall’allevatore, ma deve sapersi anche rapportare con il pubblico, specie in montagna. Il pastore salariato deve avere migliori competenze, gli operatori devono essere seriamente motivati.

E noi, cosa riusciremo a fare in Italia, dove il mestiere di pastore è sempre più difficilmente sostenibile? A sentire lo stipendio di un salariato in Francia scommetto che molti diranno (ma non lo faranno mai): “Ma allora le vendo tutte e vado a fare la stagione di là!“. Qui nessun pastore può pagare tanto un aiutante, perchè non ne ha le possibilità. Però il reale bisogno di aiutanti formati ed affidabili esiste. Quindi? Quindi si cercherà di fare il possibile per creare un “corso per pastori” anche in Piemonte. Non possiamo pensare di riuscire subito a realizzare un qualcosa a pari livello con la scuola di Merle, che vanta così tanti anni (ed un territorio del genere) alle spalle, però…

Su Geo&Geo e… un interessante seminario

Per chi ieri pomeriggio era al pascolo (come me) o altrove, qui potete vedere il servizio sulle lane andato in onda ieri pomeriggio su RAI3 durante Geo&Geo. Vengono mostrate alcune mie foto e si nomina la sottoscritta… Sono in attesa di sapere dalla Redazione de davvero sarò, in futuro, ospite di una puntata

Invece, di seguito inserisco il programma di un interessante seminario aperto al pubblico che si terrà all’Università di Agraria di Torino. Vi invito (se ne avete le possibilità) a partecipare.

Seminario

L’AGRICOLTURA DI MONTAGNA: L’ABBANDONO E IL RITORNO

Venerdì 30 novembre 2012

Aula C – Dipartimento Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA)

via Leonardo da Vinci, 44, Grugliasco

09.00                    Saluto delle autorità

Intervengono: Ivo Zoccarato (Direttore Dipartimento Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari); Alberto Alma (Direttore Scuola di Agraria e Medicina Veterinaria); Bruno Giau (Presidente Centro Studi per lo Sviluppo Rurale della Collina); Lido Riba (Presidente UNCEM); Pietro Piccarolo (Presidente Accademia di Agricoltura); Luciana Quagliotti (Presidente onorario Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte)

09.30                    Introduzione

Valter Giuliano (Presidente Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte)

09.45                    Relazioni – Prima parte “L’abbandono”

Intervengono: Marcello Bianchi (Università di Torino), Filippo Brun (Università di Torino), Beniamino Marchetti

Modera: Paolo Sibilla (Università di Torino)

11.00                    Coffe break

11.30                    Relazioni – Seconda parte “Il ritorno”

Intervengono: Federica Corrado (Politecnico di Torino/Dislivelli), Giacomo Pettenati (Politecnico di Torino/Dislivelli), Marzia Verona (Scrittrice e pastore, Progetto ProPast), Franco Bronzat (Scrittore e produttore di vini); Andrea e Silvia Scagliotti (Azienda Scagliotti), Alessandro Moschietto (Studente e agricoltore in Val Sangone), Aurelio Ceresa (Laurea Produzioni Animali, alpeggio in Valle Orco).

Modera: Giuseppe Dematteis (Dislivelli)

13.15                    Pausa pranzo

14.30                    Presentazione volumi, trailer film

Paolo Sibilla, Approdi e percorsi: saggi di antropologia alpina (Olschki, 2012)

Marzia Verona, Di questo lavoro mi piace tutto (L’Artistica Editrice, 2012)

Luca Battaglini, trailer del film “Storie di pastori”(Progetto ProPast)

Modera: Valentina Porcellana (Università di Torino/Dislivelli)

 15.30                    Tavola rotonda

Intervengono: Giorgio Alifredi (Associazione Terre Alte), Martino Patti (Castagneto Po), Martino Noce (studente), Silvia Novelli (Centro Studi per lo Sviluppo Rurale della Collina), interventi liberi (testimonianze del mattino).

Modera: Valter Giuliano (Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte)

17.30                    Chiusura lavori

La Foire des Alpes

L’erba del vicino sembra sempre più verde, così dicono… Però davvero alla Foire des Alpes di Aosta mi pareva di respirare un’altra aria rispetto al vicino Piemonte. Per carità, anche lì ho sentito parlare di crisi e di futuro incerto per la manifestazione, quest’anno alla seconda edizione.

Da quando è stata rinnovata, la manifestazione è stata dedicata alle “razze minori”, tutto ciò che non è bovini. Non soltanto capre e pecore, ma anche molto altro, compresi animali “mai visti” o quasi. La facevano però da padroni gli ovicaprini ed i loro appassionati, di tutte le età.

Ogni allevatore poteva partecipare alla mostra con due soli capi. Come diceva lo speaker della manifestazione: “Hanno dovuto fare le primarie in stalla!“. Da queste parti però le greggi non sono numerose, per la maggior parte si tratta di greggi di piccole dimensioni, magari chi ha una decina di capi, chi una ventina o poco più.

Erano presenti anche degli ospiti, in questo caso dalla Lombardia. C’erano le capre orobiche e le pecore brianzole, con cartelli esplicativi per illustrare le caratteristiche delle diverse razze.

Visto che ormai il lupo è arrivato anche in Val d’Aosta, ecco al centro dell’arena un recinto con piccolo gregge + cane da guardiania, per spiegarne il funzionamento, l’utilità e le norme di comportamento per i turisti.

La razza ovina che predominava era la Rosset, razza autoctona, “antica razza di montagna” con alcune caratteristiche simili alla Savoiarda (con cui vi sono stati numerosi incroci in passato). Oggi si punta al recupero di tale razza e questa manifestazione è una delle azioni intraprese a tale scopo. Qui potete leggere la scheda della razza, se volete saperne di più.

Nello spazio dedicato alle bancarelle del produttori, c’era davvero tanta scelta. La filosofia era quella del KM0 ed i produttori della Coldiretti esponevano le più diverse bontà locali, dai salumi ai formaggi (ovviamente), frutta e verdura, dolci, pane, erbe, miele, confetture… Una particolarità che mi ha colpita? Le Capramelle!!! (Caramelle mou al latte di capra)

Non potevano mancare le Fontine, anche se primeggiavano soprattutto i formaggi di capra nelle più diverse forme e tipologie. Nel corso delle premiazioni, sono anche stati assegnati riconoscimenti alle diverse tipologie casearie a latte caprino, per l’appunto.

Anche se non a Km0, ma pienamente inserito nella manifestazione, il banco della pecora brianzola, per mostrare come la lana possa ancora essere impiegata . Mi sarebbe piaciuto vedere anche qualcuno che esponesse manufatti derivanti dalla lana della pecora Rosset, ma purtroppo non c’era nessuno. Ricordo infatti che qualche anno fa si era parlato di un recupero della razza anche attraverso la lana, ma ieri non ho avuto modo di approfondire l’argomento.

Come in tutte le fiere che si rispettano, c’era anche un banco di una selleria con un’ampia scelta di campane, dedicate soprattutto a pecore e capre (eccezion fatta per questo capolavoro in primo piano).

Di pecore ne sono arrivate tante, nel corso di tutta la mattinata, anche se il tempo continuava ad essere inclemente, con una pioggia più o meno intensa che contraddiceva le previsioni meteo inneggianti al miglioramento. Oltre 500 partecipanti e ben più di mille capi esposti, perchè oltre alla mostra degli ovicaprini vi erano piccoli gruppi di animali in vendita e le altre razze.

Chi si aggirava tra le bancarelle poteva approfittarne per degli assaggi e non erano minuscoli! Sia per i salumi, sia per i formaggi, ma anche al banco dei dolciumi tipici uno poteva approfittare per capire davvero il gusto di ciò che sarebbe andato ad acquistare.

Le capre occupavano i box normalmente dedicati alle reine. Sì, perchè la Foire si teneva nell’arena della Croix Noire, dove ogni anno avviene la finale delle battaglie. Una struttura perfetta per ospitare queste manifestazioni, uno “stadio” della zootecnia, che ancora una volta conferma come, da queste parti, vi sia grande attenzione per il settore, in tutte le sue forme (anche quelle “scenografiche”, che però lo avvicinano al pubblico).

Grande entusiasmo lo riscuotevano le “altre razze”, tra cui le renne, i lama, gli Highlands, ma anche conigli e cani da pastore. Nello specifico, le renne provenivano da un allevamento di Courmayeur (qui potete leggere un articolo che riguarda questi animali in Val d’Aosta). Sicuramente si sentivano a casa, con la neve fresca caduta poco più in alto durante la precipitazione che solo in tarda mattinata andava esaurendosi.

La Foire è stata anche l’occasione per conoscere dal vivo alcuni amici con prima di erano stati solo contatti “virtuali”. Ecco allora Angelo ed i suoi asini, pastore “solo d’estate”, che ogni anno sale in alta quota per la stagione d’alpe insieme ad allevatori locali.

Il tempo stava migliorando, verso l’alta valle iniziava a scorgersi uno sprazzo di cielo azzurro, mentre le montagne si presentavano nella loro veste migliore, completamente innevate. Da queste parti, una manna sì per il turismo invernale, ma anche per tutta l’attività zootecnica, sotto forma di riserva d’acqua e buona erba nella stagione estiva.

Fabio ci teneva tanto ad essere fotografato insieme a Nutella. Ha 19 anni, Fabio, e nei giorni precedenti, è stato uno dei protagonisti di articoli comparsi su La Vallèe in merito alla manifestazione. “Questo è un lavoro che riempie il cuore, i sacrifici ci sono, ma non pesano perchè c’è passione.” Nutella aiuta Fabio nella pulizia dei terreni e nei viaggi con il carico. Bravo Fabio, auguri per i tuoi progetti!

Con puntualità, alle 15:00 sono iniziate le premiazioni, che hanno riguardato sia i prodotti caseari, sia i capi ovini e caprini in mostra. Ovviamente la soddisfazione dei premiati è stata tanta, ma c’è da sottolineare anche come vengano dati degli incentivi affinchè gli allevatori partecipino a questa rassegna. Un modo come un altro per aiutare, favorire il mantenimento delle razze e garantire anche un buon ritorno di immagine, perchè il pubblico non era composto solo da addetti ai lavori.

Mentre la sera si avvicinava, con un cielo dai colori variegati del tramonto, ciascuno riconduceva gli animali a casa, anche perchè c’erano i lavori in stalla da fare. Pecore e capre salivano su furgoncini, trailer, bighe, ma anche in macchine non proprio nuovissime e probabilmente prive di apposite autorizzazioni, ma funzionali per il breve viaggio verso i paesi di provenienza. Davvero una bella fiera, gente cordiale e gentile, ancora un grazie a tutti per la bella giornata trascorsa.

Tanti modi (mondi?) diversi

Domenica sono stata ospite del salone del Gusto Terra Madre a Torino. Non propriamente la giornata giusta per girarsi il Salone e vedere con calma tutto quello che c’era… Però ero invitata a parlare ad una conferenza alle ore 12:00 e quindi non avevo scelta. La ressa era davvero tanta , quindi mi sono limitata ad un giro abbastanza rapido prima e dopo il convegno.

Tanti altri blog parlano di tutto quello che si poteva vedere (ed assaggiare) al Salone, io mi limito a mostrarvi qualche scorcio di ciò che riguarda l’allevamento ovino. Nel Salone (dedicato ai produttori italiani) i formaggi di pecora non mancavano, ovviamente. Dalla Toma di pecora brigasca ai vari pecorini.

Questo pannello, sempre nello stand ligure, mi sembra particolarmente significativo: “Chi alleva bene… produce meglio”. E solitamente le piccole realtà sono quelle che riescono ad applicare in maniera migliore questa filosofia. La produzione non riguarda solo il formaggio, ma anche la carne, che è generalmente “più buona” quando l’alimentazione e la cura generale dell’animale viene curata con attenzione.

Tra gli stands che riguardavano l’allevamento ovino c’era anche lana, feltro e carne, ma per cercare prodotti un po’ particolari dovevo ancora camminare oltre. Non so perchè qui in Piemonte si sia così persa la tradizione del mangiare carne ovina! Eppure un tempo, almeno fino a 60-70 anni fa non era così, a quanto mi dicono gli anziani. Oggi si fatica a proporre questo tipo di carne al di fuori delle occasioni festive di Pasqua e Natale quando, per la grande richiesta, si rischia di mettere in tavola un prodotto non così buono, magari di provenienza non locale o nemmeno italiano! C’era l’agnello sambucano dalla Valle Stura, l’agnello di Zeri dalla Toscana, l’agnello abruzzese e gli arrosticini, ma dal Centro Italia in giù è più normale parlare di agnello, pecora, ecc…

Tra gli stands stranieri di terra Madre invece potevi provare qualcosa di diverso. Dove c’è la cultura dell’utilizzo di un prodotto, si trovano molteplici modi per impiegarlo, trasformarlo, valorizzarlo… E allora ecco queste tartine con patè di agnello dal Nord Europa.

Ci si poteva informare sulla pecora degli Zulu del Sud Africa, ancora allevata nonostante le grandi trasformazioni del territorio: “In una regione dove prevalgono campi di mais geneticamente modificato e la monocoltura della canna da zucchero, gli allevatori, infatti, continuano a coltivare varietà locali per garantire il sostentamento degli armenti.

Questo prodotto era davvero sorprendente! La marmellata di latte di pecora. Non tutti osavano assaggiare pensando a chissà quale gusto “di pecora”, ma non sanno cosa si sono persi! Io invece ho provato diversi gusti, da quello “neutro” alle aromatizzazioni (cannella, zenzero e chiodi di garofano… una delizia!). Vedo che, nel mondo dei blog, non sono l’unica ad aver apprezzato (si veda qui).

Uno degli stands che proponeva salumi e carne di pecora trasformata era questo dall’Olanda, salami e prosciutto, davvero meritevoli di un assaggio. Il prosciutto poi aveva un sapore di sottofondo che mi ricordava il fuoco di torba o comunque le erbe della brughiera stessa. Interessante leggere le parole di un’allevatrice: “Inoltre, il governo ci eroga sussidi per incentivare il pascolo nella brughiera, dato che la presenza delle pecore gioca un ruolo importante nell’ecologia locale.

Durante la conferenza, un pastore dall’India mi ha chiesto come si potrebbe fare per far sì che “Storie di pascolo vagante” possa essere visto e seguito anche in altre realtà al di fuori dell’Italia. Le mie immagini lo avevano emozionato… la risposta è proprio in quella sua emozione. Sono le immagini a rappresentare la lingua comune della pastorizia. Secondo me due pastori, uniti dalla comune passione, riusciranno sempre a trovare il modo per comunicare, in qualunque parte del mondo si incontreranno. Comunque, già solo ieri, oltre gli amici Svizzeri (21), ed i Francesi (9), le altre visite a queste pagine sono venute da Marocco (2), Canada (2), India (2), ecc. In generale, nell’ultima settimana, il blog ha ricevuto 81 visite dalla Svizzera, 53 dalla Francia, 34 dalla Romania, 20 dal Regno Unito, 19 dagli Stati Uniti…