Tosatura, che incubo!

E’ la stagione della tosatura, solo che ormai non si tosa più come una volta… Molti pastori mi hanno raccontato della tosatura dei tempi andati: un giorno di festa, di incontro con la famiglia e gli amici. Oggi toso io e vengono altri a darmi una mano, domani rendo il favore all’amico che mi ha aiutato e così via.

Decisamente era troppo, il caldo arrivato all’improvviso. Non così anomalo per la stagione, ma dopo il freddo delle settimane precedenti, nessuno era pronto per un drastico sbalzo ai venti e più gradi che si erano registrati nelle ore centrali della giornata. Dalle giacche e maglioni alla canottiera, ma per le pecore non era così semplice “spogliarsi”. Però da giorni si parlava dell’arrivo dei tosatori. Ormai i pastori che hanno un gregge di qualche centinaio di capi ben di rado provvedono autonomamente a questa incombenza, quindi si rivolgono alle squadre di tosatori professionisti. Uomini (e qualche donna) di diverse origini: Nuova Zelanda, Francia, Spagna (quelli che ho incontrato fino ad ora), ma anche qualche Italiano (Lombardo, Veneto, Sardo). Spesso sono loro a farsi vivi, a contattare i pastori, sapendo chi c’è in zona, per organizzarsi il giro. Oppure sei tu che li chiami e solitamente il telefono suona, suona, suona… se ti va bene richiamano la sera, quando smettono di tosare e allora riprendono i contatti con il mondo.

Quest’anno da queste parti c’era una nuova squadra che girava, la solita era impegnata da altri pastori, sempre in Piemonte, ma non c’era verso di contattarla. Invece un amico chiama ed offre il contatto con i tosatori che stavano per arrivare da lui. Visto che è ora, si accetta volentieri, pur non conoscendo questi tosatori. Tutto è organizzato per un giorno, si cerca gente che venga ad aiutare, si inizia a preparare da mangiare, si fa la spesa, ma poi si slitta di uno, due, tre giorni addirittura, sempre nell’incertezza di quello che accadrà. Cambia anche il tempo ed i ritardi si accumulano. Inoltre, bisogna portare il gregge nel posto giusto, ma non troppo presto, altrimenti bruca tutta l’erba e non ne resta poi per quella giornata complicata e lunga in cui si tosa.

Finalmente arriva anche quel giorno. Ovviamente fa freddo, si intervallano momenti in cui l’acqua cade in scrosci violenti, l’unica fortuna è poter lavorare al coperto, anche se tutt’intorno il fango creato dalle pecore ammucchiate non è piacevole. Questa squadra (sono Polacchi) ha un metodo mai visto da queste parti. Le pecore non devono essere “tirate” (con minor dispendio di energie da parte di chi aiuta), ma vengono fatte entrare a gruppi in due recinti, di qui incanalate in un corridoio, per poi entrare in una gabbia chiusa, da cui ogni tosatore prende via via l’animale da tosare. Apparentemente meno faticoso per  gli amici venuti ad aiutare, ma un po’ più lento per le operazioni di tosatura.

La giornata di tosatura è lunga, i tosatori sono solo tre… Ma si vuole terminare ed alla fine ce la si farà, dopo molte molte ore. Le pecore, mai salite su di un camion, non vogliono entrare nel corridoio che porta al box, quindi si fatica non poco a farle avanzare ad una ad una. Altro che giornata di festa, c’è la musica che si sente appena, quella che i tosatori ascoltano per distarsi un po’ dal lavoro ripetitivo e faticoso, ci sono i continui belati di pecore ed agnelli che si cercano, ci sono le imprecazioni degli uomini, l’abbaiare dei cani… Una volta si tosava il giorno giusto, guardando la luna, guardando il tempo, la temperatura. Oggi, con le previsioni meteo attendibili, invece tocca farlo quando la squadra arriva, anche se la luna è sbagliata, tuona e fa freddo!

Avevo un sogno…

Ognuno ha dei sogni collegati alle proprie passioni. Tra i miei c’era quello di vedere la Crau, il “mitico” paradiso delle pecore in terra d’Oltralpe. Ci sono stata per una brevissima visita di lavoro (adesso vi spiegherò) e non ho potuto vedere/fotografare tutto quello che avrei voluto, ma sono rientrata con sentimenti contrastanti. Il primo è che l’erba del vicino è davvero più verde e non solo per questioni climatiche…

Insieme ad un “gruppo di lavoro” composto da persone diverse (rappresentanti della Valle Stura per il progetto “La Routo”, docenti di istituti agrari, rappresentanti di Slow Food Biella+Istituto di Pollenzo, rappresentanti del progetto Propast, dell’Istituto Lattiero Caseario di Moretta e qualcun altro ancora), abbiamo avuto un’intensa due giorni in Francia per occuparci di formazione in ambito pastorale. La prima tappa è stata a Carmejane. In questo centro senza recinzioni, immerso nel verde, dove studiano e fanno pratica giovani ed adulti, si fa formazione in ambito agricolo.

Oltre all’edificio scolastico vero e proprio c’è la fattoria, che è sia un’azienda, sia un luogo per fare pratica, sia un centro sperimentale. Tra le tante informazioni apprese durante la visita, vi sono alcuni punti che mi hanno particolarmente colpito e che desidero condividere con voi. Innanzitutto, la scuola agricola dipende non dal Ministero dell’Istruzione, ma da quello dell’Agricoltura. I programmi dei corsi provengono dal Ministero stesso e non sono creati dai docenti interni. Oltre alla formazione scolastica secondo vari livelli, presso il centro di Carmejane si può fare “apprendistato” e “formazione per adulti” (specializzazione o riconversione professionale). Non scendo nei dettagli della didattica, ma penso che vi interessi sapere che, in Francia, per insediarsi come azienda agricola e poter aver accesso ai contributi, sia necessario un diploma che attesti il grado di formazione specifica raggiunto. Altrimenti si può comunque aprire un’azienda, ma senza poter richiedere contributi.

L’azienda è ovina, con un gregge di 600 pecore, un numero non così imponente, da queste parti. Si produce l’agnello di Sisteron, una delle produzioni a marchio di qualità della Provenza. La fattoria didattica collabora con tutte le organizzazioni professionali agricole esistenti e serve da base per le sperimentazioni dell’allevamento ovino. Tra le materie insegnate a chi segue i corsi specifici sulle produzioni zootecniche, c’è la gestione e conduzione delle superfici pastorali e l’adattamento del sistema di allevamento, con l’orientamento della filiera di produzione (ridurre i costi, aumentare i ricavi, migliorare le condizioni di lavoro…).

Era periodo di tosatura, nell’azienda, attività che si svolge una sola volta all’anno. In questi due giorni ho scoperto che la lana in Francia non è così problematica come in Italia o meglio, c’è lana e lana. I costi di tosatura sono leggermente inferiori (forse per le dimensioni più ridotte e “maneggevoli” degli animali), ma per la razza Merinos d’Arles i ricavi coprono interamente le spese e consentono anche dei margini di guadagno per l’allevatore.

Il gregge di Carmejane è composto principalmente da animali di razza Prealpi. Un piccolo nucleo era al pascolo, gli altri animali erano tutti suddivisi nelle stalle, alimentati con fieno. Montoni, pecore gravide, pecore con gli agnelli e così via, in un’organizzazione che pareva molto buona e funzionale, per non parlare poi delle stalle, spaziose, luminose, ben arieggiate.

Una curiosità? Ecco un montone “mascotte” con la floucà, la caratteristica tosatura che contraddistingue gli animali che guidano il gregge nella transumanza. Per tornare a quanto ci è stato spiegato, si è parlato di una lunga tradizione dell’allevamento sul territorio, ma anche di giovani che danno vita a nuovi insediamenti, piccole realtà interessate alla trasformazione ed alla vendita diretta dei prodotti, specie lattiero-caseari.

A Carmejane si trova anche il Centre Fromager, una struttura dedicata alla formazione in ambito caseario, dove si organizzano corsi di vario tipo, sia “puntuali” legati ad una singola problematica e/o alla richiesta di un produttore, sia generali sulle diverse tecniche di caseificazione, sull’affinamento, ecc… La visita nel complesso è stata interessante, ma il nostro obiettivo principale era ancora un altro, cioè quello della formazione in ambito più specifico, cioè la professione di pastore.

Per far questo ci siamo spostati proprio lì, ai margini della Crau, alla “famosa” scuola di Merle. Questo centro di formazione indirizzato proprio a formare “pastori” esiste dagli inizi degli anni ’30. Frutto di una donazione, strutture e terre fanno sì che qui, nel cuore delle ragione pastorale di Francia, giovani (e non solo) possano conseguire la qualifica di “pastore transumante”, a differenza delle altre 3 scuole simili (più recenti) esistenti in altre parti di Francia, dove ci si può specializzare sull’alpeggio (in Ariege), pastore di alta montagna, con pratica di gestione di animali, pascoli, ma anche mestieri complementari (tosatura, taglio legna…) sui Pirenei, per finire con la scuola di pastore/vaccaro d’alpeggio in Savoia.

Questa è la patria della razza Merinos d’Arles e, nelle stalle della scuola, abbiamo visto solo alcuni montoni. Purtroppo non ci siamo fermati a vedere uno delle tante greggi scorte dai finestrini del pullman, comunque nel giro di pochi chilometri, solo sul nostro tragitto, ne ho contati sei e tutti di dimensioni considerevoli. Ovviamente qui il pastore è una figura importante ed è un fondamentale aiutante per l’allevatore. Le due figure, almeno in quest’area della Francia, sono distinte. L’allevatore è il manager, colui che gestisce l’azienda, si occupa dei pascoli, delle praterie, della fienagione in estate, della commercializzazione degli animali, ecc… Alle sue dipendenze vi sono i pastori salariati, diminuiti come numero da quando la transumanza si affronta con gli autotreni e non più a piedi.

La direttrice della scuola ci ha spiegato nel dettaglio cosa imparano gli studenti, ragazzi e sempre più ragazze provenienti da tutta la Francia, desiderosi di imparare questo mestiere. “Facciamo un colloquio per la selezione, abbiamo solo 20 posti per anno, tanti ne finanzia il dipartimento. devono avere una vera motivazione, non basta che dicano che piace la montagna e fare delle camminate all’aria aperta. Guardiamo l’esperienza che hanno, le attitudini fisiche e morali, le qualità di adattamento e di osservazione…“. Il mestiere di pastore è una cosa seria e non il lavoro per gli ultimi: “E’ un operaio altamente qualificato, con grandi responsabilità. Si troverà spesso a lavorare da solo, specialmente in alpeggio. Deve essere polivalente, svolgere i tre ruoli principali di gestione del gregge, gestione delle risorse pastorali e gestire le strutture. Deve saper lavorare in autonomia, saper prevenire, individuare e curare i problemi sanitari.” Tutto ciò che in effetti fa il pastore, ma che deve essere spiegato ed insegnato a chi lo vuol diventare.

Nella fattoria della scuola si fa anche sperimentazione. Guardate questo strano apparecchio che qui potete vedere nella sua parte centrale. E’ un prototipo di una macchina all’interno della quale, tramite un corridoio, entrano gli animali. C’è un lettore per il microchip, un peso, un sistema di aperture di porte che permettono di separare gli animali in base al criterio impostato. Il peso poi permette di dosare ad esempio la dose di svermante che viene somministrato sempre all’interno dell’apparecchio. Un sogno, vero? Ovvio che qui ci sono altri numeri, la realtà permette di attrezzarsi anche così, perchè quello di pastore è un mestiere non solo rispettabile, ma anche sostenibile!

Qualche problema nella vendita dei capi c’è, ma i numeri fanno la differenza. Non si vende l’agnellino: “…solo a Natale, per l’Italia“, ma si macellano animali di 40 kg. La pecora a fine carriera si vende poco ed a basso prezzo, ma la lana, come si diceva, ha un suo valore. Per farvi capire la sostenibilità dell’azienda, un pastore salariato in alpeggio riceve uno stipendio base di 2.000-2.100 €/mese, anche più alto in base all’esperienza. Non di rado in alpe più allevatori mettono insieme gli animali per avere un gregge più grande. Per il resto dell’anno, il livello più basso di specializzazione prende 1.200-1.500 €/mese. Ecco perchè c’è una scuola, ecco perchè molti dei diplomati trovano subito impiego. C’è la domanda, c’è un mercato, c’è una paga equa.

Ma soprattutto ci sono i veri spazi per la pastorizia. Qui fare il pastore è un’altra cosa. Ci hanno spiegato in cosa consiste il “sistema Crau“, nel delta della Durance. A questo fiume la Crau è legato per il canale che, dalla diga di Serre-Ponçon, porta l’acqua in parallelo al fiume, per poi permettere l’irrigazione delle praterie. Queste sono vaste distese verdi, circondate da fossi che permettono di allagarle periodicamente, e da siepi di alberi ed arbusti, che proteggono dal forte vento che spesso soffia da queste parti. Qui si produce l’altra risorsa della Crau, il fieno, che è riconosciuto addirittura con una DOP. Tre tagli, il primo a maggio e gli altri a seguire, almeno dopo 42 giorni, poi il “quarto taglio” è destinato al pascolamento delle greggi di ritorno dall’alpeggio. E’ questo il periodo della nascita degli agnelli.

Dalle praterie, appena poco oltre, dove non si irriga, si passa nei “coussouls”, la parte arida, dove le greggi pascolano nel resto dell’anno, inverno e primavera, con degli spostamenti verso la collina e poi la partenza per l’alpeggio a giugno. Tutta la gestione dell’azienda è impostata su questi momenti, per ottimizzare le risorse ed il lavoro. Il fieno viene venduto, spesso agli allevamenti di cavalli, o utilizzato internamente (secondo taglio) per l’ingrasso dei montoni.

Mi hanno assicurato che qui, in quest’arida steppa che si estende a perdita d’occhio, le pecore ingrassano e sono poi pronte ad affrontare l’alpeggio. Sembra incredibile, eppure questo è uno dei cuori della pastorizia europea. Qui il gregge medio conta mille capi, “…ma il numero dei pastori a sorvegliarlo è diminuito drasticamente da quando sono state introdotte le reti.” Qui si va a scuola per diventare pastori, pastori moderni del XXI secolo, infatti la stessa scuola ha dovuto rinnovarsi qualche anno fa, perchè oggi il pastore deve sia essere “trattato bene” dall’allevatore, ma deve sapersi anche rapportare con il pubblico, specie in montagna. Il pastore salariato deve avere migliori competenze, gli operatori devono essere seriamente motivati.

E noi, cosa riusciremo a fare in Italia, dove il mestiere di pastore è sempre più difficilmente sostenibile? A sentire lo stipendio di un salariato in Francia scommetto che molti diranno (ma non lo faranno mai): “Ma allora le vendo tutte e vado a fare la stagione di là!“. Qui nessun pastore può pagare tanto un aiutante, perchè non ne ha le possibilità. Però il reale bisogno di aiutanti formati ed affidabili esiste. Quindi? Quindi si cercherà di fare il possibile per creare un “corso per pastori” anche in Piemonte. Non possiamo pensare di riuscire subito a realizzare un qualcosa a pari livello con la scuola di Merle, che vanta così tanti anni (ed un territorio del genere) alle spalle, però…

Su Geo&Geo e… un interessante seminario

Per chi ieri pomeriggio era al pascolo (come me) o altrove, qui potete vedere il servizio sulle lane andato in onda ieri pomeriggio su RAI3 durante Geo&Geo. Vengono mostrate alcune mie foto e si nomina la sottoscritta… Sono in attesa di sapere dalla Redazione de davvero sarò, in futuro, ospite di una puntata

Invece, di seguito inserisco il programma di un interessante seminario aperto al pubblico che si terrà all’Università di Agraria di Torino. Vi invito (se ne avete le possibilità) a partecipare.

Seminario

L’AGRICOLTURA DI MONTAGNA: L’ABBANDONO E IL RITORNO

Venerdì 30 novembre 2012

Aula C – Dipartimento Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA)

via Leonardo da Vinci, 44, Grugliasco

09.00                    Saluto delle autorità

Intervengono: Ivo Zoccarato (Direttore Dipartimento Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari); Alberto Alma (Direttore Scuola di Agraria e Medicina Veterinaria); Bruno Giau (Presidente Centro Studi per lo Sviluppo Rurale della Collina); Lido Riba (Presidente UNCEM); Pietro Piccarolo (Presidente Accademia di Agricoltura); Luciana Quagliotti (Presidente onorario Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte)

09.30                    Introduzione

Valter Giuliano (Presidente Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte)

09.45                    Relazioni – Prima parte “L’abbandono”

Intervengono: Marcello Bianchi (Università di Torino), Filippo Brun (Università di Torino), Beniamino Marchetti

Modera: Paolo Sibilla (Università di Torino)

11.00                    Coffe break

11.30                    Relazioni – Seconda parte “Il ritorno”

Intervengono: Federica Corrado (Politecnico di Torino/Dislivelli), Giacomo Pettenati (Politecnico di Torino/Dislivelli), Marzia Verona (Scrittrice e pastore, Progetto ProPast), Franco Bronzat (Scrittore e produttore di vini); Andrea e Silvia Scagliotti (Azienda Scagliotti), Alessandro Moschietto (Studente e agricoltore in Val Sangone), Aurelio Ceresa (Laurea Produzioni Animali, alpeggio in Valle Orco).

Modera: Giuseppe Dematteis (Dislivelli)

13.15                    Pausa pranzo

14.30                    Presentazione volumi, trailer film

Paolo Sibilla, Approdi e percorsi: saggi di antropologia alpina (Olschki, 2012)

Marzia Verona, Di questo lavoro mi piace tutto (L’Artistica Editrice, 2012)

Luca Battaglini, trailer del film “Storie di pastori”(Progetto ProPast)

Modera: Valentina Porcellana (Università di Torino/Dislivelli)

 15.30                    Tavola rotonda

Intervengono: Giorgio Alifredi (Associazione Terre Alte), Martino Patti (Castagneto Po), Martino Noce (studente), Silvia Novelli (Centro Studi per lo Sviluppo Rurale della Collina), interventi liberi (testimonianze del mattino).

Modera: Valter Giuliano (Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte)

17.30                    Chiusura lavori

La Foire des Alpes

L’erba del vicino sembra sempre più verde, così dicono… Però davvero alla Foire des Alpes di Aosta mi pareva di respirare un’altra aria rispetto al vicino Piemonte. Per carità, anche lì ho sentito parlare di crisi e di futuro incerto per la manifestazione, quest’anno alla seconda edizione.

Da quando è stata rinnovata, la manifestazione è stata dedicata alle “razze minori”, tutto ciò che non è bovini. Non soltanto capre e pecore, ma anche molto altro, compresi animali “mai visti” o quasi. La facevano però da padroni gli ovicaprini ed i loro appassionati, di tutte le età.

Ogni allevatore poteva partecipare alla mostra con due soli capi. Come diceva lo speaker della manifestazione: “Hanno dovuto fare le primarie in stalla!“. Da queste parti però le greggi non sono numerose, per la maggior parte si tratta di greggi di piccole dimensioni, magari chi ha una decina di capi, chi una ventina o poco più.

Erano presenti anche degli ospiti, in questo caso dalla Lombardia. C’erano le capre orobiche e le pecore brianzole, con cartelli esplicativi per illustrare le caratteristiche delle diverse razze.

Visto che ormai il lupo è arrivato anche in Val d’Aosta, ecco al centro dell’arena un recinto con piccolo gregge + cane da guardiania, per spiegarne il funzionamento, l’utilità e le norme di comportamento per i turisti.

La razza ovina che predominava era la Rosset, razza autoctona, “antica razza di montagna” con alcune caratteristiche simili alla Savoiarda (con cui vi sono stati numerosi incroci in passato). Oggi si punta al recupero di tale razza e questa manifestazione è una delle azioni intraprese a tale scopo. Qui potete leggere la scheda della razza, se volete saperne di più.

Nello spazio dedicato alle bancarelle del produttori, c’era davvero tanta scelta. La filosofia era quella del KM0 ed i produttori della Coldiretti esponevano le più diverse bontà locali, dai salumi ai formaggi (ovviamente), frutta e verdura, dolci, pane, erbe, miele, confetture… Una particolarità che mi ha colpita? Le Capramelle!!! (Caramelle mou al latte di capra)

Non potevano mancare le Fontine, anche se primeggiavano soprattutto i formaggi di capra nelle più diverse forme e tipologie. Nel corso delle premiazioni, sono anche stati assegnati riconoscimenti alle diverse tipologie casearie a latte caprino, per l’appunto.

Anche se non a Km0, ma pienamente inserito nella manifestazione, il banco della pecora brianzola, per mostrare come la lana possa ancora essere impiegata . Mi sarebbe piaciuto vedere anche qualcuno che esponesse manufatti derivanti dalla lana della pecora Rosset, ma purtroppo non c’era nessuno. Ricordo infatti che qualche anno fa si era parlato di un recupero della razza anche attraverso la lana, ma ieri non ho avuto modo di approfondire l’argomento.

Come in tutte le fiere che si rispettano, c’era anche un banco di una selleria con un’ampia scelta di campane, dedicate soprattutto a pecore e capre (eccezion fatta per questo capolavoro in primo piano).

Di pecore ne sono arrivate tante, nel corso di tutta la mattinata, anche se il tempo continuava ad essere inclemente, con una pioggia più o meno intensa che contraddiceva le previsioni meteo inneggianti al miglioramento. Oltre 500 partecipanti e ben più di mille capi esposti, perchè oltre alla mostra degli ovicaprini vi erano piccoli gruppi di animali in vendita e le altre razze.

Chi si aggirava tra le bancarelle poteva approfittarne per degli assaggi e non erano minuscoli! Sia per i salumi, sia per i formaggi, ma anche al banco dei dolciumi tipici uno poteva approfittare per capire davvero il gusto di ciò che sarebbe andato ad acquistare.

Le capre occupavano i box normalmente dedicati alle reine. Sì, perchè la Foire si teneva nell’arena della Croix Noire, dove ogni anno avviene la finale delle battaglie. Una struttura perfetta per ospitare queste manifestazioni, uno “stadio” della zootecnia, che ancora una volta conferma come, da queste parti, vi sia grande attenzione per il settore, in tutte le sue forme (anche quelle “scenografiche”, che però lo avvicinano al pubblico).

Grande entusiasmo lo riscuotevano le “altre razze”, tra cui le renne, i lama, gli Highlands, ma anche conigli e cani da pastore. Nello specifico, le renne provenivano da un allevamento di Courmayeur (qui potete leggere un articolo che riguarda questi animali in Val d’Aosta). Sicuramente si sentivano a casa, con la neve fresca caduta poco più in alto durante la precipitazione che solo in tarda mattinata andava esaurendosi.

La Foire è stata anche l’occasione per conoscere dal vivo alcuni amici con prima di erano stati solo contatti “virtuali”. Ecco allora Angelo ed i suoi asini, pastore “solo d’estate”, che ogni anno sale in alta quota per la stagione d’alpe insieme ad allevatori locali.

Il tempo stava migliorando, verso l’alta valle iniziava a scorgersi uno sprazzo di cielo azzurro, mentre le montagne si presentavano nella loro veste migliore, completamente innevate. Da queste parti, una manna sì per il turismo invernale, ma anche per tutta l’attività zootecnica, sotto forma di riserva d’acqua e buona erba nella stagione estiva.

Fabio ci teneva tanto ad essere fotografato insieme a Nutella. Ha 19 anni, Fabio, e nei giorni precedenti, è stato uno dei protagonisti di articoli comparsi su La Vallèe in merito alla manifestazione. “Questo è un lavoro che riempie il cuore, i sacrifici ci sono, ma non pesano perchè c’è passione.” Nutella aiuta Fabio nella pulizia dei terreni e nei viaggi con il carico. Bravo Fabio, auguri per i tuoi progetti!

Con puntualità, alle 15:00 sono iniziate le premiazioni, che hanno riguardato sia i prodotti caseari, sia i capi ovini e caprini in mostra. Ovviamente la soddisfazione dei premiati è stata tanta, ma c’è da sottolineare anche come vengano dati degli incentivi affinchè gli allevatori partecipino a questa rassegna. Un modo come un altro per aiutare, favorire il mantenimento delle razze e garantire anche un buon ritorno di immagine, perchè il pubblico non era composto solo da addetti ai lavori.

Mentre la sera si avvicinava, con un cielo dai colori variegati del tramonto, ciascuno riconduceva gli animali a casa, anche perchè c’erano i lavori in stalla da fare. Pecore e capre salivano su furgoncini, trailer, bighe, ma anche in macchine non proprio nuovissime e probabilmente prive di apposite autorizzazioni, ma funzionali per il breve viaggio verso i paesi di provenienza. Davvero una bella fiera, gente cordiale e gentile, ancora un grazie a tutti per la bella giornata trascorsa.

Tanti modi (mondi?) diversi

Domenica sono stata ospite del salone del Gusto Terra Madre a Torino. Non propriamente la giornata giusta per girarsi il Salone e vedere con calma tutto quello che c’era… Però ero invitata a parlare ad una conferenza alle ore 12:00 e quindi non avevo scelta. La ressa era davvero tanta , quindi mi sono limitata ad un giro abbastanza rapido prima e dopo il convegno.

Tanti altri blog parlano di tutto quello che si poteva vedere (ed assaggiare) al Salone, io mi limito a mostrarvi qualche scorcio di ciò che riguarda l’allevamento ovino. Nel Salone (dedicato ai produttori italiani) i formaggi di pecora non mancavano, ovviamente. Dalla Toma di pecora brigasca ai vari pecorini.

Questo pannello, sempre nello stand ligure, mi sembra particolarmente significativo: “Chi alleva bene… produce meglio”. E solitamente le piccole realtà sono quelle che riescono ad applicare in maniera migliore questa filosofia. La produzione non riguarda solo il formaggio, ma anche la carne, che è generalmente “più buona” quando l’alimentazione e la cura generale dell’animale viene curata con attenzione.

Tra gli stands che riguardavano l’allevamento ovino c’era anche lana, feltro e carne, ma per cercare prodotti un po’ particolari dovevo ancora camminare oltre. Non so perchè qui in Piemonte si sia così persa la tradizione del mangiare carne ovina! Eppure un tempo, almeno fino a 60-70 anni fa non era così, a quanto mi dicono gli anziani. Oggi si fatica a proporre questo tipo di carne al di fuori delle occasioni festive di Pasqua e Natale quando, per la grande richiesta, si rischia di mettere in tavola un prodotto non così buono, magari di provenienza non locale o nemmeno italiano! C’era l’agnello sambucano dalla Valle Stura, l’agnello di Zeri dalla Toscana, l’agnello abruzzese e gli arrosticini, ma dal Centro Italia in giù è più normale parlare di agnello, pecora, ecc…

Tra gli stands stranieri di terra Madre invece potevi provare qualcosa di diverso. Dove c’è la cultura dell’utilizzo di un prodotto, si trovano molteplici modi per impiegarlo, trasformarlo, valorizzarlo… E allora ecco queste tartine con patè di agnello dal Nord Europa.

Ci si poteva informare sulla pecora degli Zulu del Sud Africa, ancora allevata nonostante le grandi trasformazioni del territorio: “In una regione dove prevalgono campi di mais geneticamente modificato e la monocoltura della canna da zucchero, gli allevatori, infatti, continuano a coltivare varietà locali per garantire il sostentamento degli armenti.

Questo prodotto era davvero sorprendente! La marmellata di latte di pecora. Non tutti osavano assaggiare pensando a chissà quale gusto “di pecora”, ma non sanno cosa si sono persi! Io invece ho provato diversi gusti, da quello “neutro” alle aromatizzazioni (cannella, zenzero e chiodi di garofano… una delizia!). Vedo che, nel mondo dei blog, non sono l’unica ad aver apprezzato (si veda qui).

Uno degli stands che proponeva salumi e carne di pecora trasformata era questo dall’Olanda, salami e prosciutto, davvero meritevoli di un assaggio. Il prosciutto poi aveva un sapore di sottofondo che mi ricordava il fuoco di torba o comunque le erbe della brughiera stessa. Interessante leggere le parole di un’allevatrice: “Inoltre, il governo ci eroga sussidi per incentivare il pascolo nella brughiera, dato che la presenza delle pecore gioca un ruolo importante nell’ecologia locale.

Durante la conferenza, un pastore dall’India mi ha chiesto come si potrebbe fare per far sì che “Storie di pascolo vagante” possa essere visto e seguito anche in altre realtà al di fuori dell’Italia. Le mie immagini lo avevano emozionato… la risposta è proprio in quella sua emozione. Sono le immagini a rappresentare la lingua comune della pastorizia. Secondo me due pastori, uniti dalla comune passione, riusciranno sempre a trovare il modo per comunicare, in qualunque parte del mondo si incontreranno. Comunque, già solo ieri, oltre gli amici Svizzeri (21), ed i Francesi (9), le altre visite a queste pagine sono venute da Marocco (2), Canada (2), India (2), ecc. In generale, nell’ultima settimana, il blog ha ricevuto 81 visite dalla Svizzera, 53 dalla Francia, 34 dalla Romania, 20 dal Regno Unito, 19 dagli Stati Uniti…

Tosatura, ma…

Le condizioni meteorologiche non stanno aiutando una delle attività stagionali, cioè la tosatura. Bisogna tosare le pecore per liberarle del vello ormai pesante, che le infastidisce, nel quale si sono impigliati ramoscelli, spine, semi. La lana con la pioggia si infradicia e pesa. Con il sole invece gli animali ansimano e sudano. La tosatura un tempo era un reddito, oggi si fa esclusivamente per il benessere dell’animale.

Una volta tosate mangiano di più e crescono meglio“, frase ripetuta e confermata da tutti i pastori. Forse non lo immaginate, ma il pastore vive anche con un misto di curiosità ed apprensione il giorno di tosa. Vuol vedere come si presentano le sue pecore tosate, se sono “belle”, cioè in carne, o magre, patite. Quest’ultima condizione, a meno che si tratti di una pecora che sta allattando, magari con una coppia di gemelli, è sinonimo di cattiva gestione, incapacità di svolgere il proprio lavoro: vuol dire non essere stato in grado di badare a loro come si doveva nel corso dei mesi.

E allora si guardano le schiene pulite dalla lana che, a poco a poco, aumentano tra quelle ancora coperte. E’ un gran lavoro, quello delle giornate di tosatura. La squadra di tosatori (Francesi, Neozelandesi, Spagnoli) avvisa pochi giorni prima, ma la conferma ce l’hai solo la sera precedente. Devi trovare il posto giusto, devi trovare gente che “tiri le pecore” e che insacchi la lana.

Già, la lana… Che fare di tutte queste montagne di lana? Come vi avevo detto qualche tempo fa, questa proposta di Biella The Wool Company è un’importante novità nel settore, che spero possa contare un numero sempre maggiore di adesioni per far sì che la lana locale venga raccolta, lavorata ed utilizzata. Tosare una pecora ormai costa più di 2,00 euro, ma se aggiungono i costi collaterali (dal vitto per i tosatori a quello per gli aiutanti di giornata più varie altre spese) si può pensare che sia verosimile un costo di 2,30-2,50 a seconda del numero di pecore del gregge. Forse quindi nemmeno 1,00 euro al chilo sarebbero sufficienti per pagare le sole spese di tosatura!

Una giornata di tosatura è lunga per tutti. Capita di alzarsi alle 6:00 ed andare a letto alle 2:00, per esempio… Perchè c’è da organizzare tutto, ma anche sfamare le pecore come in un qualsiasi giorno. E poi la lana da ritirare al coperto caso mai venga a piovere… Ai tosatori tocca la fatica di quelle ore, agli altri, specialmente al pastore, tutto il resto, prima e dopo. Anche chi “tira” le pecore, arrivato a fine giornata, non ne può più. E chi raccoglie ed insacca lana? Insomma, per fortuna che si tosa una volta sola all’anno. C’è chi lo fa due volte, primavera ed autunno, ma visti i costi e la resa forse non ne vale davvero la pena.

Annunci vari

Un po’ di spazio per le comunicazioni…

Bruno di Ala di Stura (3335386727) vende 12-12 caprette Saanen pure, vaccinate e sverminate.

Davide di Ozegna (3382967052) vende 3 – 4 quintali di mais nazionale essiccato al sole, chiede 22.5 euro al quintale.

Valentina ci segnala questa petizione per l’agricoltura “su piccola scala”, contrapposta a quella dei grandi numeri. Ridurre la burocrazia che porta alla morte delle piccole e piccolissime aziende, quando non addirittura impedisce di iniziare sarebbe un gran bel risultato. Firmate e fate firmare!

Tempo di tosatura, la lana si fa lunga e le temperature crescono… Quasi in contemporanea, l’amico Beppe Mila e Pier dal Biellese mi comunicano la stessa cosa: l’apertura di un centro di raccolta (il primo in Italia) per la lana succida. “Liberarsi” della lana è un problema per tutti i pastori, purtroppo quella che un tempo era una risorsa preziosa oggi è un problema, un fastidio, uno scarto. Gli amici di Biella the Wool Company vogliono invertire questa tendenza. Andate a vedere anche il blog The Wool Box… Leggete qui tutte le informazioni e scaricate il documento per la raccolta lana 2012. Ovviamente serve un certo quantitativo di lana affinchè sia organizzato il viaggio per ritirarla, quindi si sta cercando di trovare pastori che temporaneamente fungano da punto di conferimento presso le loro strutture, dove più allevatori convergano a conferirla ed il camion possa venirla a ritirare. La lana verrà pagata, tolti i costi di lavorazione, in base alla qualità. Si tratta quindi di sceglierla mettendo a parte quella nera e separando quella proprio sporca (viene ritirata anche questa, ma deve essere in una bisaccia a parte). Piacerebbe anche a me conferire la nostra lana, ma ne abbiamo troppo poca (servirebbe almeno l’equivalente di 3000 pecore per organizzare il trasporto. Spero in futuro si possa trovare un punto di raccolta in zona Pinerolese (dove le pecore non mancano!) per recuperare e valorizzare anche questa lana.