Alpeggi e paesaggi di media montagna in Canton Ticino

Ancora immagini e racconti d’alpeggio d’oltreconfine. Non sono andata propriamente in alpeggio, ma ho “fatto un giro” e vi mostrerò le mie impressioni e riflessioni.

Tanto per cominciare, ecco un’azienda di mezza montagna: non un’alpeggio, ma una sede fissa in un luogo sicuramente ameno. Da notare l’ordine e la cura del paesaggio, che spesso invece è carente dalle nostre parti. Eppure non è “un’altra erba”… i prati sono prati ovunque!

Qui si producono e vendono formaggi, come indica la freccia. Al momento del mio passaggio, non ho visto animali, forse erano al pascolo più in alto. Non mi trovavo in alta montagna e nemmeno c’erano alture importanti, ma qua e là tra boschi e radure, di animali in zone delimitate dai fili ne ho incontrati molti.

Un alpeggio vero e proprio ad esempio era questo, collocato praticamente in cresta. Qui gli animali erano già passati, l’erba era già stata pascolata e così anche la struttura al momento era vuota.

Poco oltre ho incontrato alcune vacche con i vitelli ed un paio di cavalli. Pochi animali, ma in numero proporzionato ai pascoli a disposizione. Per fortuna le vacche brune avevano le corna! Lo so che vengono loro bruciate per questioni di sicurezza (degli stessi animali e degli operatori in stalla), ma sono sicuramente molto più belle così.

Anche da queste parti la stagione è ben più piovosa della norma, così solo pochi appezzamenti sono stati sfalciati e il fieno è stato imballato. Ovviamente le attrezzature sono quelle adatte per la montagna, per i pendii, per le dimensioni aziendali.

Proseguendo, sono arrivata ad un alpeggio utilizzato, si tratta dell’Alpe Santa Maria di Lago. Ecco qui la scheda dell’azienda, reperita on-line. Si allevano bovini e caprini e, ovviamente, si caseifica il loro latte.

Non so dove fossero le capre, ma vacche Brune e Jersey pascolavano a poca distanza dalla sede d’alpeggio. Certo non si tratta di bellissimi e ricchissimi pascoli d’alta quota, però se queste aree venissero abbandonate, felci, cespugli e infine il bosco chiuderebbero tutti gli spazi. Sulle piste e sui sentieri, in quella giornata di cielo variabile, c’era un’altissima frequentazione di ciclisti ed escursionisti.

Sulla via del rientro, tra tante case e frazioni ancora utilizzate o abitate nel fine settimana, mi sono anche imbattuta in uno dei pochissimi segni di abbandono in un’area di bosco. Altrimenti, ovunque fili tirati, animali al pascolo o prati in attesa di condizioni meteo favorevoli allo sfalcio ed alla fienagione.

Il giorno successivo, sempre in Canton Ticino, ho raggiunto quote più elevate. Anche da queste parti la stagione è tardiva e le mandrie non sono ancora salite molto in alto.

Prossimamente verranno spostate qui e forse ancora più in su. Anche guardando con il binocolo i versanti opposti, non ho visto alpeggi sovraffollati come da noi, mandrie immense la cui entità è visibile persino ad occhio nudo. Anche gli alpeggi con gli edifici più grandi e le maggiori superfici di pascolo, hanno un numero di capi proporzionato.

Quassù le vacche al pascolo presto conviveranno con chi trascorrerà nelle baite il periodo delle vacanze estive. Gli allevatori hanno già tirato i fili intorno alle abitazioni… Chissà se, anche da queste parti, la convivenza allevatori/turisti è diventata sempre più difficile? Così ad occhio direi che l’integrazione tra allevamento e il resto del territorio non è andata perdendosi come dalle nostre parti…

Segnaletica d’alpe… bisogna dire tutto!

Girando per sentieri e strade tra gli alpeggi, di cartelli, segnali, bacheche se ne trovano ormai molti. Perchè? Per informare, ma anche per dettare regole di comportamento che, ahimè, non sono ovvie per la maggior parte delle persone. Molte volte basterebbe il buonsenso, ma sappiamo che questo ultimamente non abbonda. E allora…

Cartelli italiani e cartelli svizzeri. Anche oltreconfine occorre dire tutto, con la differenza che là i cartelli restano, qui da noi spesso vengono strappati, rotti, imbrattati o addirittura portati via. Questo l’ho fotografato in Val Troncea (TO), dove i margari pascolano l’alpe secondo un “piano di pascolo aziendale” che pertanto prevede numerosi recinti entro cui spostare gli animali. Quando uno di questi attraversa un sentiero, è stato realizzato un passaggio. Ovvio che, quando trovi chiuso, dovresti richiudere… Ma meglio specificarlo!

Sempre in Val Troncea, alla borgata Seytes, dove con i fili è stata tenuta fuori dal pascolo l’unica baita ancora in buone condizioni. Dal recinto le vacche non devono scappare, ma qui non devono entrare a fare danni! Speriamo che i turisti rispettino sempre queste indicazioni.

In Svizzera (Canton Ticino), ecco uno dei tanti attraversamenti. Il filo elettrico viene fatto passare in alto, l’escursionista deve aprire quello in basso, dove è pure stata messa una manopola isolata. Certo, tutto questo facilita il turista, mentre il più delle volte sui nostri sentieri troviamo solo il filo tirato, con la corrente e nessun accorgimento per aprire un passaggio. Così tocca scavalcare cercando di non prendere la scossa. Perchè? Perchè è sicuramente un lavoro aggiuntivo, specialmente quando i fili magari vengono spostati già dopo un paio di giorni. Ma soprattutto perchè molte volte capita di non trovare richiuso il passaggio!!!! E gli animali trovano subito il varco…

Ancora in Italia all’alpe Sant’Eurosia (VB), dove si invita sia a tenere i cani al guinzaglio, sia a non lasciare in giro i rifiuti. Sappiamo bene come ormai molta gente abbia un cane e pretenda di lasciarlo libero quando si è in montagna… Certo, il cane ha diritto di correre, il padrone presume di sapere come potrebbe reagire con gli animali al pascolo, ma… Non può immaginare come gli animali invece reagiscano di fronte ad un cane sconosciuto. Quindi, per favore, in alpeggio, con o senza cartelli, se vedete vacche, capre, pecore… Usate il guinzaglio e passate lontano, grazie.

Poi la famosa questione dei cani da guardiania. Anche in Svizzera li trovate, dove c’è un gregge. Qui siamo in Val Bedretto all’alpe Cavanne. Poche semplici indicazioni e persino i QR code, i codici da leggere con gli smartphone per avere informazioni. Turista avvisato…

Ancora cartelli nel territorio di Bigorio (Canton Ticino), uno per tenere al guinzaglio i cani vista la presenza di capre al pascolo, l’altro per spiegare cosa siano le vacche nutrici. Ormai bisogna anche dire che gli animali sono pericolosi… Da una parte un tempo si conosceva il comportamento degli animali cosiddetti domestici, per cui si sapeva che è meglio non avvicinarsi ad una vacca con il vitello. Dall’altra oggi magari c’è chi si avvicina per curiosità o per scattare delle foto, correndo anche dei grossi rischi senza rendersene conto.

Non conoscendo gli animali, le loro abitudini, le loro necessità, bisogna anche evitare di dar loro da mangiare, specie se si tratta di alimenti estranei alla loro dieta, che possono addirittura rivelarsi pericolosi per la loro salute. E così a Sala Capriasca la mia amica Chiara spiega in tutte le lingue di evitare di dare cibo ai suoi asini.

Per finire, una norma di comportamento alla quale i più sicuramente non pensano, dato che spesso vedo i padroni invitare i propri cani a gettarsi nelle vasche di abbeverata durante una gita in montagna. Certo, noi umani beviamo dal beccuccio della fontana, ma nella vasca bevono gli animali. Anche loro magari preferirebbero avere acqua pulita… (Alpe Santa Maria di Lago, Canton Ticino).

Partire ogni giorno dall’alpe

Ero diretta in Svizzera, ma ho fatto delle tappe lungo la strada. Era da tempo che questi amici mi invitavano ad andarli a trovare e così ho colto l’occasione.

Cosa ci faccio con uno sfondo del genere in un paese che, nel nome, ha il termine “Riviera”? Aspetto che vengano a prendermi per salire in alpeggio. Siamo sul Lago Maggiore, circondato da montagne e, di lì a poco, ci si dimenticherà l’ambiente vacanziero, le creme solari, i costumi da bagno, i turisti di lingua tedesca che affollano il lungolago.

Il lago sarà presto uno sfondo lontano, poi ci si getterà nei boschi, che si apriranno nuovamente in radure pascolate. A volte alpeggio è qualcosa di diverso dalla baita con la valle che sale su verso un colle, le vette con gli ultimi nevai, i larici e le alte quote. Ci possono essere anche alpeggi in un posto così.

Giunti a destinazione, le prime che incontro sono alcune bovine curiose. Difficilmente sarei arrivata fin qui se non avessi avuto una guida… La strada asfaltata l’abbiamo abbandonata per inoltrarci nel bosco lungo una pista sterrata, per poi raggiungere la nostra destinazione, a circa mille metri di quota.

Per Pietro è ora di mungere le capre. Il suo è un doppio lavoro: al mattino parte presto per ridiscendere a valle, percorrere la strada lungo il lago e passare il confine per andare a lavorare in Svizzera. La sera si rientra in alpe e si da una mano con i lavori a mamma e papà. Come per tante piccole realtà, si mettono insieme tante cose per tirare avanti.

Il gregge di capre è composto per lo più da capi di razza Verzasca, poi ci sono degli incroci e un paio di Frise. Per loro di giorno il pascolo è libero tra radure e boschi, poi la sera si rientra in stalla per la mungitura, altra mungitura al mattino e via di nuovo a cercare erba, foglie, ecc… Anche qui il pascolamento è ancora libero, ma è inevitabile pensare a cosa accadrebbe se vi fossero i predatori. Bisognerebbe cambiare totalmente l’organizzazione e sarebbe impensabile lasciarle incustodite.

Papà Renzo intanto munge le vacche per dare poi il latte ai vitelli gemelli nati qualche tempo prima. I formaggi vengono fatti con il latte di capra, i bovini infatti vengono allevati per la carne. Quando non sono in alpeggio, la sede invernale è a Cannobio, sempre sul lago, ma a queste quote la stagione dura abbastanza a lungo.

Ovviamente è stato necessario costruire un caseificio anche qui ed è inutile che, per l’ennesima volta, io vi racconti cosa voglia dire, tra costi ed esigenze varie per rispondere alle normative vigenti. Di sicuro un aspetto positivo è avere al suo interno un bagno con doccia, che ovviamente viene usato per le esigenze quotidiane e non solo per quanto concerne la lavorazione del latte!

Ci sono anche alcune pecore che accorrono al richiamo di Pietro, attratte dalla prospettiva di avere un po’ di pane secco. Sistemati tutti gli animali, controllato che non ne manchi nessuno, è ora di mettersi a tavola e fare onore all’ottima cena. Si chiacchiera, si raccontano storie del passato, dei contrabbandieri, di “strani personaggi”, ma anche vicende più attuali sugli speculatori d’alpe che hanno colpito anche qui.

Anche se è rimasto poco spazio, bisogna per forza assaggiare anche i formaggi! Qui vedete quelli stagionati nel fieno, ma ci sono anche quelli “normali” e quelli stagionati con le vinacce. “Lo scorso anno siamo andati a Cheese, ci hanno chiamati perchè hanno considerato che i nostri prodotti fossero di buona qualità.

Anche questa è una realtà d’alpeggio del XXI secolo, dove non tutta la famiglia lavora in quota, ma c’è chi addirittura fa il pendolare. Non sarà rilassante, ma almeno la sera si sale e ci si lascia alle spalle il traffico, la confusione, la frenesia…

Se uno deve iniziare da zero

Vagando qua e là, ne approfitto per far sosta da amici fino ad ora soltanto virtuali. E’ più bello chiacchierare via computer con persone che hai conosciuto anche dal vivo! Inoltre, ritengo che sia molto importante visitare aziende, anche molto diverse tra loro, per poter poi parlare con cognizione di causa.

Da Lino e Rosalba incontriamo un’azienda a conduzione famigliare collocata in bassa valle. Siamo in Ossola, a Pieve Vergonte. Val Toppa è un’azienda agricola che produce formaggi di capra. Recentemente è uscito anche un articolo su di loro, visto che Val Toppa è stata giudicata dal’associazione allevatori “migliore nell’allevamento di capre nelle provincie di Novara e Vco e la quinta classificata in Italia” per la razza Saanen. Certo, parliamo di capre specificamente da latte e non di una razza rustica di montagna, però… Però bisogna considerare che è bella la poesia e la filosofia, ma bisogna anche riuscire a vivere. E ormai, in questo mestiere, con tutte le leggi che ci sono, i vincoli, la burocrazia, le normative ecc ecc… le spese sono tante.

La stalla, fienile, ricovero macchinari, ecc… sono nella parte passa della casa, facente parte di un nucleo di edifici ai margini del paese. Il caseificio invece è stato realizzato ad hoc in una struttura prefabbricata. Locale di caseificazione, punto vendita, locale di refrigerazione del latte, cella, bagno (con doccia!!), anticamere varie per rispettare le normative… Rivestimento esterno in legno per non impattare troppo sul paesaggio… Distanze minime da rispettare (cosa non facile, in un villaggio di montagna, dove gli spazi sono tutti ristretti), piastrelle antiscivolo e fughe realizzate con apposito mastice antiacido (!!!!!) anche se lì si lavora latte e non sostanze chimiche. E poi tutte le attrezzature per fare formaggio in modo moderno e a norma di legge. Il costo di tutto questo? Diverse decine di migliaia di euro! Ma quanti formaggi bisogna vendere per ripagarsi tutto???

Lino fa anche un altro lavoro, ma poi si occupa della fienagione, degli animali, di parte delle vendite (partecipando ad alcuni mercati). Insomma, tempo libero non ce n’è mai e, a volte, si da anche una mano ad altri allevatori in zona, in caso di necessità. Rosalba è invece presente a tempo pieno in azienda, tra mungitura, caseificazione, cura degli animali e tutto ciò che c’è da fare quando si pratica un mestiere del genere. La loro scelta è stata quella di passare dalle vacche alle capre da una decina d’anni. Soddisfazione, certo, poi passione, ma le difficoltà sono tante e la burocrazia a volte spegne gli entusiasmi.

Se uno dovesse iniziare totalmente da zero… Ormai è quasi impossibile, con le spese che devi affrontare per essere in regola“, spiega Rosanna. Anche se questa non è una razza locale, anche se gli animali sono in stalla a mangiar fieno e non al pascolo, basta vederli per capire quanto sono ben curati. “Certo, devo dare loro anche dei cereali, delle integrazioni, perchè devo ottenere latte per fare formaggi e per vivere! Le spese sono tante…“. E le regole sono uguali per tutti, grande caseificio industriale e piccola azienda artigianale in montagna.

A proposito di regole. Si cerca di ridere per non piangere! Lino mi racconta come la sua azienda sia periodicamente soggetta a controlli di vario tipo da parte di questo o quel funzionario preposto alla verifica di documenti, parametri, ecc. “Un giorno sono venuti quelli del benessere animale. Hanno controllato tutto, poi hanno guardato i due maiali che tengo per ingrassare con il siero. Mi hanno chiesto quante volte al giorno li guardavo… Ho risposto che lo facevo ogni volta che passavo di lì! Comunque, pena una multa, ho dovuto comprare loro una palla antistress da mettere nel porcile. Sono poi tornati a controllare se c’era!” (E’ quella gialla!)

Ogni tanto qualcuno non ci crede, quando racconto queste cose. E’ più facile lasciarsi convincere dalle belle parole sul ritorno all’agricoltura, all’allevamento, alla montagna. Anche l’attività agricola e/o zootecnica sono comunque delle imprese, quindi sono necessari investimenti non da poco. A chi mi scrive dicendo di essere disoccupato e di voler cambiar vita facendo l’allevatore in montagna rispondo raccontando queste storie. Non sono un’economista, ma per far sì che l’attività sia redditizia e non un hobby, oggigiorno servono cifre considerevoli. Poi serve una palla antistress per permettere agli umani di sopravvivere a certe stranezze della burocrazia!!!!

Si sale quando è stagione

La transumanza è già stata qualche giorno fa, più precisamente sabato 5 luglio, ma tra problemi tecnici e viaggi vari, io ve la racconto soltanto oggi. Una transumanza di salita all’alpe ai primi di luglio? Sì… quando la quota è elevata e si aspetta di avere l’erba “giusta”.

Così i camion arrivano in valle quando ancora non è giorno, ma si vede appena la prima luce dell’alba. La notte è stata lunga, per i margari non c’è stato riposo: prepara tutto, poi carica le bestie nel cuore della notte, il giorno prima già si era fatto un giro a portare materiale e qualche animale.

Tempo di scaricare tutto, fare una rapida colazione e si parte a tutta velocità. Come viene aperto il cancello del recinto, le vacche si incamminano letteralmente di corsa e bisogna faticare non poco sia per contenerle, sia per star loro dietro. Ecco come scaldarsi nell’aria fredda del mattino!

Si attraversano le prime borgate, si sale e sale anche il sole, fino ad inondare la mandria in transumanza. Le schiene emettono vapore, una vera e propria nuvola che avvolge tutto. Il cammino però è ancora lungo, ci sono ancora numerose frazioni e borgate da oltrepassare prima di raggiungere la zona dei pascoli.

Ci sono già mandrie qua e là, questo per qualcuno è territorio d’alpeggio, così in questo caso gli animali hanno potuto salire prima. L’aria è frizzante, il cielo abbastanza limpido, si riuscirà a portare a termine la transumanza senza pioggia? Per fortuna pare di sì. Ma non ci sarà da patire il caldo, nei giorni successivi. Anzi, addirittura la neve farà la sua comparsa sulle cime.

Una tappa per separare le manze dalle vacche da latte. Uomini e animali si riposano, ma per le persone c’è già subito altro da fare: piantar picchetti e tirare fili, poi dividere gli animali che inizieranno qui la loro stagione d’alpe da quelli che invece salgono fino all’alpeggio più in alto.

Terminato questo lavoro, è ora di fare una colazione un po’ più sostanziosa. I chilometri percorsi a piedi sono parecchi, la stanchezza grava su tutti e qualcuno quasi si assopisce, mentre sorveglia gli animali (che però pascolano placidamente senza tentare la fuga).

Approfittando della sosta, una vacca pensa bene di partorire. Per fortuna fa tutto da sola e il piccolo apre gli occhi sul mondo tra i larici e un ruscello fragoroso. Ovviamente mamma e piccolo non continueranno il cammino, per quel giorno. Di lì a poco dei ciclisti raggiungeranno la transumanza e richiameranno l’attenzione dei margari: “C’è un cane morto indietro dove ci sono le mucche…“. Eppure i cani ci sono tutti! Il suddetto cane risulterà essere per l’appunto il vitello che riposa nell’erba…

Ci sono ancora parecchi chilometri da percorrere, così si riparte. Questa strada la conosco bene, l’ho percorsa varie volte, sia in auto, sia in bici, così i suoi strappi, i suoi tornanti, i suoi rettilinei sono impressi nella mia mente. Per la prima volta però in quell’occasione l’ho affrontata con una mandria in transumanza.

Ecco il momento in cui si esce dal bosco e si iniziano ad attraversare quei bei pascoli in fiore. Amo questa valle, i suoi panorami di ampio respiro che difficilmente si intuirebbero quando sei giù lungo la strada di fondovalle. Gli altri alpeggi lì intorno sono ancora vuoti, ma quelle mandrie iniziano a pascolare a quote più basse. A parte i ciclisti e qualche escursionista, c’è poco traffico. Forse la gente si è fatta spaventare dalle previsioni, o dalla nebbia che al mattino gravava sulla pianura… Uno strano mese di luglio!

Verso il Monviso già si accumulano le nuvole, ma sulla transumanza continua a splendere il sole. Le vacche adesso si sono calmate, vuoi la stanchezza (il cammino è lungo anche per loro), vuoi la separazione dalle manze. Ormai però non manca più tanto e tutti ne sono felici, perchè chi ha letteralmente passato la notte in bianco inizia ad essere molto molto provato.

Ecco la mandria a destinazione. Per il momento si arriva lì, sono quelli i primi pascoli da brucare. La baita è qualche decina di metri più a monte, ma poco per volta gli animali verranno via via spostati. Erba sembra essercene in abbondanza e si spera che la stagione sia buona. Chiuso il recinto, si sale tutti all’alpeggio per il pranzo, dopo qualcuno andrà a riposare, altri torneranno a valle. La stagione d’alpeggio inizia anche quassù all’Alpe Valanghe nel Vallone di Marmora (CN).

Usare la montagna

Sembra di ripetere sempre gli stessi discorsi, ma in ogni valle ritrovi le medesime situazioni. Sarò solo io a chiedermi a che punto dobbiamo arrivare affinché cambi qualcosa? Quello che sta mutando è il clima (e anche lì è un po’ colpa nostra), con temporali che paiono uragani, due o tre ore di pioggia e le terre appena un po’ in pendenza franano, si spostano, colano… I torrenti straripano, trascinano, erodono.

In pianura si subiscono le alluvioni, ma la gran parte di queste nasce in montagna. La stagione d’alpeggio è in pieno svolgimento. Quest’anno non c’è per ora il problema della siccità, piuttosto sono le giornate di nebbia, di pioggia, il freddo, l’umidità, la pioggia e il fango a preoccupare. Addirittura pare che possa arrivare neve a quote relativamente basse nei prossimi giorni. Qua e là la grandine ha massacrato non solo la pianura con i frutteti, le coltivazioni, ma anche i pascoli in quota. Gli animali (e i loro sorveglianti) prendono sulla schiena quel che viene, ma il territorio a volte “si lascia andare” sotto la violenza delle precipitazioni. E’ vero che ultimamente ci troviamo spesso di fronte a fenomeni estremi, precipitazioni di violenza ed intensità inusuale, concentrate su di un territorio abbastanza circoscritto, ma è anche vero che la montagna non è più quella di una volta.

A me fa impressione incontrare mandrie immense, nuvole bianche composte da centinaia di bovini in un unico gruppo. Certo, ci sono “montagne” (cioè alpeggi) in grado di sostenere anche carichi elevati grazie alla morfologia del territorio e la ricchezza della vegetazione, però mi sembra che stiamo esagerando. Da un lato troviamo montagne abbandonate che si ricoprono di vegetazione arbustiva, baite che crollano, dall’altro montagne sfruttate eccessivamente.

Anni fa da queste parti avevo scattato immagini che testimoniavano quanto era stata brucata la vegetazione in un anno siccitoso. Terra bruciata, polvere, camminamenti degli animali. Quest’anno il pascolamento è stato ugualmente estremo e, alla polvere, si è sostituito il fango. Gli animali comunque insistono eccessivamente su questo terreno e, stagione dopo stagione, lo rovineranno.

Un buon pascolo, per mantenersi, deve essere utilizzato adeguatamente. A seconda della quota, un pascolo perde progressivamente le sue caratteristiche quando viene sfruttato erroneamente. Non è solo l’abbandono a far sì che via sia un’involuzione verso la perdita del pascolo (erbe cattive, cespugli, bosco), ma anche un eccesso di pascolamento/calpestamento rovina le praterie. Pascolamento per mantenere la biodiversità vegetale (e di conseguenza animale), ma come in tutte le cose… ci va il giusto mezzo!

Dove mancano le strade, la montagna spesso va all’abbandono. Vengono al massimo messe su bestie in asciutta, talvolta senza un sorvegliante. Dove bene o male si arriva con dei mezzi, è anche più facile che vengano risistemate le strutture. Non serve una reggia… Giusto un posto dove dormire, mangiare, accendere un fuoco per scaldarsi, far asciugare vestiti e scarponi, cucinare. Altro elemento essenziale, un bagno. Se nell’alpeggio si caseifica, allora occorrono i locali idonei. Un alpeggio ben sistemato è anche una buona immagine in generale, sia per la montagna, sia per chi vi lavora.

Vi ricordate quando cercavo scatti di abbeveratoi? Credo di aver raggiunto il nuovo record con questa sfilata di vasche (per fortuna realizzate appositamente e non vasche da bagno riciclate). E’ vero che l’importante è che gli animali si dissetino ed abbiano acqua pulita a volontà… Ma anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte.

La montagna di oggi è diversa da quella di ieri. Qui un tempo si abitava tutto l’anno, ma poi iniziò l’abbandono. Siamo a Seytes, in Val Troncea. Il villaggio venne bruciato dai Tedeschi come rappresaglia contro i partigiani, ma da una ventina d’anni non era già più abitato. L’utilizzo era limitato alla stagione d’alpeggio.

Ecco un estratto dalla bacheca illustrativa che racconta la storia di questo luogo.

Da più di vent’anni ormai qui solo i pascoli vengono utilizzati dagli animali di un altro alpeggio limitrofo. Questa stalla, vera e propria opera d’arte, è vuota. Siamo partiti dalle alluvioni per arrivare all’architettura delle antiche borgate alpine, ma c’è un sottile collegamento. Perché quando qui si abitava tutto l’anno, ogni piccola cosa veniva sistemata. Il territorio era sfalciato, pascolato, coltivato. La legna veniva raccolta. Si facevano muretti, si tracciavano canali, i sentieri e le mulattiere erano percorsi quotidianamente. Forse queste piccole cose non bastano contro le “bombe d’acqua”, alluvioni ce n’erano anche nei tempi passati, ma questa montagna abbandonata di oggi assorbe sempre meno acqua, lascia che i torrenti trascinino giù il legname che via via si accumula, i muretti crollano e la terra frana.

E’ bella la montagna in un giorno di sole, ma l’uomo qui non deve solo essere turista. La bella montagna c’è quando l’uomo la vive, la cura. Oggi ho saputo di amici che hanno pagato un duro prezzo alla montagna, vuoi per la grandine, vuoi per frane e fango, ma sono soli a lottare con l’abbandono che li circonda. E’ facile riempirsi la bocca di “ritorno alla montagna”, ma poi ci si ricorda di quelle persone solo per chiedere tasse ed esigere il rispetto millimetrico di norme che ti soffocano lentamente. Non è possibile equiparare chi resiste lassù con le grandi aziende di pianura… Se si vuol far rivivere la montagna, bisogna studiare qualcosa di apposito! E smetterla di far sì che sia solo una terra di conquista per speculatori dell’edilizia, del turismo, ma anche dell’agricoltura di carta, giocata su ettari, numero di animali e contributi a pioggia.

La “maladia”

La “maladia” per le pecore. La passione. Parole ricorrenti. Un qualcosa che non viene compreso da tutti, specialmente da chi non ha mai toccato con mano, da chi non ha mai vissuto sulla propria pelle certe esperienze ed emozioni.

 

Avventurarsi su per un vallone, un vallone che conosci, ma dove non torni da anni. Qui un tempo c’erano vacche sì, ma anche pecore. Tante pecore. Qui si viveva tutto l’anno. Nove mesi d’inverno e tre d’inferno, dove bisognava fare tutti i lavori, le scorte di legna, di cibo, di fieno. Qui oggi si viene d’estate. Le vacche sono appena fuori dal paese, a pascolare nei fili tirati. Più avanti… nessuno.

 

Solo poche case non sono ancora state ristrutturate e recuperate. Il resto del villaggio non ha più quel senso di abbandono spettrale che mi aveva colpita in passato, anche perchè ero venuta in inverno o in autunno. Questo posto però mi è sempre piaciuto, da ragazzina dicevo addirittura di voler vivere qui! Nelle orecchie mi risuonavano sempre le parole di Giovanna Giavelli (potete leggere ed ascoltare qui) riportate da Nuto Revelli ne “Il mondo dei vinti”.

 

Pascoli tutto intorno, oggi solo più pascoli e non prati e campi come un tempo. “I ragazzi hanno il compito di guidare e governare al pascolo prima le pecore e poi più tardi, quando l’erba è più alta, le mucche. (…) Le pecore, marchiate e radunate formano il gregge, che è custodito da un solo ragazzo. Il gregge è composto da circa 350 pecore, se il numero è maggiore, si forma un altro gregge (…)“. Questo si legge in Ferìiros (a cura di Franco Rovere, edito da Primalpe), libro che parla della vita e della storia di questo posto.

 

 

Sali, sali verso il fondo del vallone, che poi a dire il vero più in alto si congiunge dolcemente con un altro vallone che risale dal versante opposto. Tutte “montagne” da pascolare. Non certi alpeggi aspri, rocciosi, difficili. Essendo così belli, ormai sono esclusivamente destinati ai bovini. Niente belati su di qui, pecore e tracce del loro passaggio non ne ho viste.

 

Dal Colle sul confine uno si gode il panorama, ma manca proprio qualcosa. Ci sono tante marmotte, ma la “maladia” reclama qualche soddisfazione in più. Non basta sapere che il nome della vetta lì sopra sia Enciastraia (o Enchastraye), che parrebbe derivare dall’Occitano enchastre, che indica un recinto dove vengono rinchiuse le greggi nei pascoli di alta quota.

 

“Di là” la montagna è ancora più dolce. Rocce calcaree e terre di colori diversi, conche, pianori, un altro alpeggio “facile”. Inoltre da queste parti la nebbia non è una presenza costante come altrove. Basta poco per scorgere in terra i segni lasciati dalle pecore l’anno precedente. Era facile supporre che questo fosse uno dei tanti alpeggi frequentati da ovini, quelle greggi che d’inverno pascolano nella Crau.

 

Laggiù si vede un alpeggio. Prima il binocolo, poi lo zoom, confermano che non c’è solo la struttura, ma anche un gregge e alcune persone. La maladia è tale che non si può non ascoltare il richiamo. E’ ancora presto, nemmeno mezzogiorno. C’è tempo per scendere fin là e tornare indietro. Questa potrebbe sembrare a molti una follia, ma ciascuno ha le sue priorità. C’è chi deve ad ogni costo raggiungere la vetta e chi… le pecore!

 

Ci sono diverse persone che stanno finendo di pranzare vicino alle pecore. E’ un problema andare verso il gregge e scattare foto? No. E non ci sono nemmeno i patou a sorvegliarle. L’unico problema è che il gregge ha voglia di sale… e il sale sulle pietre non c’è. Così avanzano compatte verso il visitatore, belando a muso alzato e annusando.

 

C’è un miscuglio di razze e di incroci. Ciascuna porta ben evidente il marchio del proprietario, impresso con la vernice sulla lana. Uno dei motivi che hanno contribuito a scendere fin qui, è stato il nome dell’alpeggio, letto sulla cartina. Non c’era l’indicazione specifica di quella cabane, ma poco più giù nel vallone c’è il Camp de Fourches, nome impresso nella mente, meta della “famosa” transumanza del gregge Chemin, immortalata nel 1951 dal fotografo Marcel Coen e comparsa sul National Geographic. Altri tempi… I tempi in cui si faceva la Routo.

 

E così, per malattia, uno fa tanti passi per stare pochi minuti in mezzo ad un gregge che ti scruta con curiosità e vorrebbe quasi seguirti, nella speranza di avere il sale tanto desiderato. Che facce sorprese, tra i pastori, quando provi a spiegare in un Francese mischiato all’Italiano, che le pecore cercano il sale. Chi sarà mai quell’escursionista che ne sa di pecore?

 

Loro sono un gruppo: c’è un maestro di sci, quello che manda i cani a girare il gregge è chiaramente il pastore, ma anche gli altri sembrano avere a che fare con questo mondo. Peccato non conoscere abbastanza la lingua da potersi spiegare. Peccato che loro parlino solo Francese e non sappiano l’Inglese o qualche parola di Italiano.

 

Si risale pensando a quanto sia più facile fare il pastore da queste parti rispetto a certe vallate aspre, nebbiose, pietrose. Certo, non è una passeggiata nemmeno qui: orari, esigenze, imprevisti restano gli stessi ovunque. Però è un altro lavorare rispetto al cercare nella nebbia pecore o capre che sono rimaste attardate balze rocciose, ripidi canaloni e strapiombi pericolosi.

 

Raggiunto nuovamente il colle, c’è solo più da scendere. Tornare a Ferriere. L’erba bassa dei pascoli più in quota sarà poi foraggio per le vacche nella stagione avanzata. I colori di queste fioriture ricordano le stoffe della Provenza…

La “mia” montagna

Tante volte in queste pagine vi ho parlato di montagna, oltre che di pastorizia, di alpeggi, di allevamento. Cos’è la montagna? Possono esistere tante diverse montagne? Sicuramente sì. C’è la montagna che piace a chi la frequenta per diletto (chi solo d’inverno, con la neve, chi solo d’estate, chi in tutte le stagioni), chi la frequenta per sport, chi a piedi, chi in bici, chi in auto, in moto. C’è chi ci lavora come studioso, come tecnico, osserva le rocce, le frane, le foreste, i ghiacciai. C’è chi ci abita e ci lavora tutto l’anno. C’è chi sale con gli animali per la stagione d’alpe.

Nello stesso posto, ciascuno ci vede qualcosa di diverso. Una bella fioritura di ginestre e rododendri è anche un “brutto segnale” di abbandono della montagna. Sicuramente una volta qui non c’erano tutti questi cespugli. Gli uomini e le donne che abitavano la moltitudine di baite diroccate disseminate a tutte le quote, la montagna la dovevano tener pulita per avere pascoli. E la legna serviva per scaldarsi, cucinare, fare il formaggio.

Per chi in montagna ci “va”, questo è un elemento accessorio. Un qualcosa che può capitare di incontrare sul percorso. A volte persino un fastidio. Molti non si chiedono nemmeno cosa ci facciano lì gli animali, da dove provengano, a cosa “servano”. E’ paradossale, ma mi è capitato di sentire i commenti più assurdi. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non sono pochi coloro che, abitando in città, ma non solo, hanno completamente perso il contatto con la realtà rurale.

Facendo una gita in montagna, ciascuno la vede con occhi diversi. Allo stesso modo altrove capiterà per altri ambienti, presumo che il mare del pescatore e quello del turista da spiaggia siano molto differenti! E così io qui guarderò i pascoli e le antiche baite in rovina, un altro invece ammirerà le rocce che si innalzano al di sopra degli spazi verdi. Le pareti, le vette, l’alpinismo. D’altra parte, lo sappiamo, per il mondo degli alpeggi la “montagna” è tutto ciò che gli animali possono pascolare. Per gli altri è la cima, la catena montuosa.

Io qui guardo il pianoro, lo spazio dove potrebbero pascolare degli animali. Penso alla vita che faceva chi un tempo saliva in alpe. Oggi invece da queste parti vengono lasciati quasi liberi (tranne qualche filo qua e là) bovini che non richiedono la presenza continua dell’uomo. Così mi scriveva l’altro giorno un’amica: “Tutto quello che hai descritto lo provo anche io. Se ad esempio vado a camminare qui dalle mie parti, la gente mi appare ridicola per come gira e parla… ma alla fine sono persone normali che non hanno avuto le mie stesse esperienze. Certo, preferisco anche io andare in montagna, ma sulla “mia” montagna, perché lì sono libera e la sento un po mia. La gente che puoi incontrare è un po’ diversa dal mio e dal nostro modo di vedere…“.

Mi piace vedere, incontrare animali selvatici, ma la montagna mi sembra vuota quando non sento una campanella, un belato, un muggito. Se durante un’escursione percorro un intero vallone senza segni di “vita d’alpeggio”, mi manca qualcosa. Come attraversare un villaggio fantasma.

Trovare un antico alpeggio ad oltre 2600 m di quota (Alpe la Motta, Vallone di Noaschetta) a me fa riflettere e non poco sulla vita dei pastori di un tempo. Da queste parti ora passano escursionisti, alpinisti e guardiaparco. La vita di questi ultimi, anche se votata alla montagna, alla solitudine, alla natura, ha poco in comune con quella del pastore e del margaro.

Certe esperienze della vita ti lasciano un segno. Anche se non sei nato in un certo mondo, una volta che ne hai fatto parte, non riesci più a tornare indietro. La montagna ti parla in un certo modo e non puoi non ascoltarla. Sai leggere certi segni. Non arrivi magari alle vette dove c’è da scalare, ma puoi essere felice lo stesso. Chi ha dovuto, per mille motivi, lasciare la sua montagna, ne parlerà sempre con nostalgia, anche se lassù ha fatto una “vita grama”.

E alla fine tutto filò liscio. Però…

A Lemie domenica mattina l’incubo numero uno era il meteo. Nonostante il timore per i possibili “attacchi animalisti” che potevano verificarsi in seguito alle notizie circolate in rete, più che altro gli organizzatori stavano con il naso all’insù.

Le condizioni meteo effettivamente non erano delle migliori. In bassa e media valle pioveva, sulle cime dell’alta valle aveva addirittura nevicato, qua e là c’erano isole in cui la pioggia temporaneamente non cadeva. Che fare? Rimandare? Rischiare? Gli organizzatori si consultavano…

Alla fine la manifestazione prende il via, anche se con un numero di capi inferiore alle aspettative. Chi doveva arrivare da altri paesi purtroppo ha rinunciato, così c’erano solo allevatori locali. Qualcuno arriva a piedi, altri con i camion, ma poco per volta il “campo della battaglia” si anima.

Ovviamente gli animali non possono essere lasciati liberi. Scapperebbero, innanzitutto. Poi… potrebbero iniziare in anticipo i combattimenti! Oppure “farebbero conoscenza” anzitempo e cesserebbe la spettacolarità dell’evento. Tutte al loro posto, possono anche essere ammirate da curiosi, visitatori e appassionati. Sottolineiamo che legarle non è maltrattamento. Si tratta di qualche ora e non è niente di diverso da ciò che accade in stalla. Se non venissero legate, potrebbero battersi tutto il tempo!

Evidentemente richiamati dal clamore mediatico sull’avvenimento, alcuni “animalisti” si presentano effettivamente in campo a Lemie. Subito sono confusi tra la folla, ma poi poco per volta tutti li notano. Fotografano le bestie insistendo sui dettagli della catena, accarezzano e parlano a capre e capretti in Italiano e… fanno domande! Molte domande! Sulle capre, sulla battaglia, sul lupo… Qualcuno li sente parlare di cartelli da esporre al pomeriggio e si instaura un clima di tensione tra gli allevatori, tra chi si è tanto adoperato per organizzare l’evento.

Dall’alto, con le nuvole che incombono, potete vedere come ahimè il numero di animali non fosse quello delle aspettative. Oltre al “caso animalista”, gli amici delle Valli di Lanzo (gruppo Li apassiunà d’le crave d’la Val ad Lans) mi raccontavano anche di screzi interni tra “gruppi” che condividono la stessa passione. Battaglie dove gli animali hanno fatto il loro mestiere, ma le persone hanno avuto discussioni sugli esiti degli incontri, sui vincitori, sulla giuria. Purtroppo questo clima non aiuta, nel senso che già gli allevatori tradizionali e appassionati sono “deboli”, già nessuno li difende, nessuno parla a loro nome. Se poi ancora sono divisi al loro interno da campanilismi, ripicche gelosie ecc ecc ecc… non si va da nessuna parte e si soccombe sotto ai proclami farneticanti di pseudo amici degli animali.

Ecco il momento della pesatura degli animali che “combatteranno” nel pomeriggio. Gli incontri infatti avvengono con categorie separate, in modo che ci sia un certo equilibrio tra le avversarie.

Dopo il pranzo e dopo alcuni scrosci di pioggia, ecco che finalmente la “battaglia” ha inizio. Non c’è più traccia del gruppo animalista (non hanno mangiato polenta, spezzatino e toma con tutti noi), così il clima si distende e si può tornare a godere del bel momento di incontro tra amici e appassionati. Avrà prevalso il buonsenso? Avranno avuto paura della pioggia? Non lo sapremo forse mai. Ho cercato comunicati in rete, ma per ora non ho trovato nulla, nemmeno sulla pagina Facebook dell’associazione che aveva diffuso quei comunicati.

Certo, gli animali si “battono”, ma non è niente di diverso da quanto accade in natura, da quel che succede sui pascoli o in stalla. E, soprattutto, niente di cruento! I primi a dispiacersene, se si facessero male in qualsiasi modo, sarebbero gli stessi allevatori! Se mancavano gli animalisti, al pomeriggio comunque nel campo si aggirava un tipo strano che ha chiesto se: “…si vedeva il sangue” o qualcosa del genere. Dev’essere rimasto deluso, non l’abbiamo più visto.

Come potete vedere, lo spettacolo è talmente cruento che è un bambino a portare in campo la sua campionessa e assisterla nello scontro. Una passione che nasce davvero da piccoli, come ho potuto osservare anche ascoltando i commenti partecipi ed interessati di alcuni giovanissimi/giovanissime del pubblico, che tenevano conto dei risultati e facevano ipotesi su quali sarebbero state le protagoniste di semifinali e finali.

A volte gli animali sembrano più fare amicizia che combattere. In un paio di occasioni simili, dopo aver atteso per un po’, l’esito si è addirittura deciso a testa e croce, in amicizia e simpatia. Altro che forzare le capre a combattere!

Non sono mancati anche momenti più scenografici con animali che hanno dato spettacolo. Intanto era tornato il sole, c’era un buon pubblico e gli animi si erano rilassati. Sarebbe stato davvero un peccato che tutto venisse rovinato dalle isterie ignoranti di qualcuno. Pensiamo soprattutto al fatto che questa è una giornata di gioia e di festa per persone che non conoscono mai le ferie e il tempo libero. Inoltre, molti appassionati di “battaglie delle capre” non sono allevatori di professione, ma hanno un altro mestiere e tengono qualche animale per passione, appunto, dedicando loro tutte le ore a disposizione.

Come fare a spiegarlo a tutti coloro che blaterano in rete o a quelli che hanno vagato tra le capre per ore domenica mattina? Almeno è già positivo che siano venuti ad informarsi e “toccare con mano”. Forse, come diceva il Presidente dell’Associazione, hanno capito che non c’era niente di cruento o innaturale, così se ne sono andati. Però dilaga sempre di più la disinformazione contro il settore dell’allevamento, contribuendo ad esasperare soprattutto i piccoli che lo praticano con grandi sacrifici e passione. Queste persone magari non eccellono nella comunicazione e si esprimono in modo diretto, anche troppo diretto, talvolta! Ma sono abituate a lavorare e agire, mentre chi si perde nelle finezze linguistiche ha molto, molto più tempo di loro a disposizione.