La fiera di Caselle

Agli inizi di dicembre c’è una delle ultime fiere zootecniche da queste parti, ed è quella di Caselle (TO). Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai avuto occasione di andare a fare un giro. Quest’anno invece mi sono diretta verso quel comune famoso soprattutto per l’aeroporto…

Che dire, c’era tutto quello che deve esserci in una fiera zootecnica. Nella piazza dove era esposto il bestiame, c’erano anche i mezzi agricoli e i banchi delle sellerie, con attrezzature e rudun.

Probabilmente mi aspettavo di vedere più animali. C’erano numerosi bovini, vacche da latte, ma solo in un lato della piazza. Commentando il fatto con alcuni anziani, mi hanno confermato che, un tempo, questa fiera (così come molte altre) conosceva altri fasti: “…e non solo questa piazza era piena, ma anche nell’altra lì dietro!

Altri tempi, altri numeri, altri soldi, altri mestieri. Poco per volta arrivano gli interessati, ci sono margari, allevatori, pastori, un po’ da tutto il Piemonte. Incontro amici Biellesi, molti dalle vallate del Pinerolese, ovviamente una nutrita rappresentanza Canavesana.

Non so come siano andati gli affari, le vendite sia di bestiame, sia di campanacci, in questo tempo di crisi. Però alla fiera si va anche solo per incontrarsi, per far due parole dal vivo, per vedere gli amici e le amiche.

Ecco un gruppo di giovani che sta “testando” dei nuovi campanacci svizzeri. Non ho ben capito se il loro suono sia stato apprezzato oppure no dai tradizionalisti. Parlando di suoni, o meglio, di rumori, ogni tanto la maggior parte della gente alzava gli occhi al cielo, senza riuscire ad abituarsi agli aerei che si abbassavano per atterrare. Ogni volta pareva dovessero scendere proprio lì tra le case…

La fiera non era immensa, ma il mercato si estendeva per tutto il centro di Caselle. C’era un po’ di “mercatino di Natale”, tanto abbigliamento…

Vasto assortimento di generi alimentari, con molti prodotti caratteristici del Sud Italia. Salumi, formaggi, pomodori secchi, legumi, frutta secca, frutta candita, dolciumi… Chi non era interessato al reparto zootecnico, poteva godersi il paese e il mercato.

Una piazza era interamente dedicata all’ortofrutta, con bancarelle che proponevano frutta e verdura dal bell’aspetto e dai profumi invitanti. Nonostante la stagione, erano belli i colori di questi banchi, tra mele, cavoli verdi e viola, piramidi di agrumi, qualche tocco di esotico e mele in quantità.

Ancora un giro tra gli animali prima di lasciare la fiera. Il cielo è grigio e il clima umido. Chi viene dalle valli afferma che in quota ci fosse il sole, ma la pianura è avvolta da un clima tipicamente autunnale, anche se senza nebbia.

Sono partita nel primo pomeriggio, ma gli amici mi dicono che, successivamente, la fiera si è ulteriormente animata. A me è rimasta una sensazione un po’ grigia, come il colore del cielo, forse anche per le tante lamentele ascoltate qua e là. Anche girando tra le bancarelle, a parte quelle di generi alimentari, nelle altre si vedeva ben poca gente in attesa di essere servita.

Grigio-verde

Da quand’è che il clima è “strano”? Sento gente lamentarsi perchè “fa freddo”, ma a me sembra che il freddo non sia ancora arrivato. Non è solo una sensazione, basta guardare le temperature al mattino e, soprattutto, durante il giorno. Adesso sembra che abbia smesso di piovere, ma si parla di temperature miti, anche in montagna.

Pioggia prolungata, non fa freddo, e cosa succede? Un amico pastore mi chiama per mostrarmi le sue pecore. Sono diventate… verdi! Ci scherziamo su, ma c’è anche un pizzico di preoccupazione nelle sue parole. Non si è mai vista una cosa del genere prima. Tosate ad inizio autunno, nel vello mostrano delle strisce verdastre, che per certi animali sono particolarmente estese. La pelle è normale, rosa, ma la lana ha un odore diverso ed è appunto… verde!

Cerchiamo spiegazioni, ma la ragione è lì davanti a noi. Pioggia, alto tasso di umidità anche quando non piove, temperature elevate per la stagione. Così nel vello si sono sviluppate delle alghe. Grigio e verde, i due colori di quest’autunno che degrada nell’inverno senza dar segni di lasciar arrivare il freddo.

C’è chi potrebbe pensare che, a parte la pioggia fastidiosa ed eccessiva, i pastori non hanno ragione di lamentarsi, in un’annata simile. L’erba non manca, ma vi ho già spiegato molte volte che non tutto ciò che è verde è un pascolo per il gregge. Persino in mezzo ai filari delle vigne è tutto verde, a questa stagione!

Chi ha mai visto dei boschetti con l’erba verde a dicembre? Certi anni c’era la neve, oppure l’erba era gialla, gelata, bruciata dal freddo e dalla siccità. Qui il terreno è più sano. Dopo alcune corse avanti e indietro, le pecore si fermano a pascolare. Abituate nelle reti, inizialmente sono ingestibili, quando si trovano libere.

Grigio il cielo, verdi i prati. Fango e pozzanghere, la terra non riesce più ad assorbire l’acqua. Il gregge a lungo andare si riempie la pancia, ma maggiore è il numero di animali, più fatica il pastore a trovare il posto per condurli al pascolo. Chi ha potuto spostarsi verso le colline, dove c’è un terreno più drenante, tribola appena un po’ meno degli altri.

Nelle stoppie del mais non ci si può fermare a lungo. Anche se ci sono pannocchie a terra, è meglio che gli animali non ne mangino troppe. Il mais ha preso tutta la pioggia, potrebbe essere marcio, ammuffito. Solo le pannocchie rimaste in un angolo, su piante che non sono state toccate dai macchinari, sono belle gialle e sane.

Il gregge si sposta in un paesaggio primaverile. Anzi, in passato quante volte vi ho mostrato colori tenui, il verde che stentava ad emergere quando ormai era il mese di marzo? Guardate invece ora le sponde dei campi e dei prati!

Una lunga fila nella stradina tra i campi. Chi cammina dietro al gregge scivola sul fango. Il cielo è di nuovo grigio e pioverà ancora. Presto il grano diventerà giallo per la troppa pioggia. Com’è il detto? “Sotto la neve, pane, sotto la pioggia, fame.

Ancora un prato da pascolare prima che venga notte. Le giornate adesso sono corte, l’oscurità arriva presto. Le giornate durerebbero un po’ di più se non ci fosse quella coltre di nuvole grigie nel cielo, ma per il momento il clima è questo e le pecore sono diventate verdi. La cura? Clima secco e freddo!

Meglio i diserbanti delle pecore!

Il pascolo vagante è un mestiere duro, chi segue questo blog dovrebbe ormai aver capito come si svolge. Però ogni tanto emergono delle novità, a complicare quello che è il normale andamento del lavoro. Voglio farvi leggere un documento ufficiale, cioè la risposta di un Comune alla domanda di un pastore che, nella richiesta di pascolo vagante, aveva inserito anche il transito in questo territorio.

Si richiedeva, per l’appunto, il solo transito del gregge. Ma il Comune di Poirino l’ha vietato, con le motivazioni che potete leggere anche voi. Vediamo un po’ di prenderle in considerazione una ad una, perchè alcune lasciano decisamente perplessi. Innanzitutto, la comunicazione è del 15 ottobre. Ricordiamo che, con la nuova normativa, i pastori sono obbligati a comunicare il loro piano di pascolo/spostamenti al momento della discesa dall’alpe. Si fa la domanda per i Comuni in cui avverrà il pascolo vagante ed è obbligatorio indicare anche le date. Sapete bene come sia impossibile prevedere esattamente dove, come, ma soprattutto quando si sposterà il gregge!!!

Il primo motivo per vietare anche solo il passaggio del gregge sono “le particolari condizioni climatiche che hanno reso il territorio particolarmente acquitrinoso“. Si è tardato ad arare e, pertanto, nelle stoppie è cresciuta erba. Bene, direte voi. C’è da mangiare per le pecore! E invece no… A parte il fatto che da ottobre a dicembre possono ancora essere successe tante cose… E’ vero, ha piovuto ancora, ma c’è chi è riuscito ad arare. Oppure il terreno può essere gelato. Ma la questione è un’altra: “…favorendo la crescita di erba spontanea che in molti casi viene diserbata prima di procedere all’aratura. Tale azione fa sì che i campi trattati con erbicidi non siano pascolabili, aumentando così la difficoltà nel governo di eventuali greggi percorrenti il territorio in un periodo assolutamente non idoneo al pascolo…

Invece di dire: “visto che da queste parti non mancano greggi e pastori, vediamo di favorire il pascolamento evitando così l’impiego di diserbanti chimici“, si consente il loro impiego e si vieta i passaggio delle greggi. Complimenti davvero!!! Ma poi tempo fa, quando avevo scritto in Provincia per denunciare il problema degli erbicidi lungo le strade percorse dai pastori, mi avevano risposto che erano innocui per il bestiame. I conti non mi tornano! Voi cosa ne pensate?

Ma ci sono anche altre motivazioni per vietare il pascolo vagante in quel di Poirino. Tra le colture di pregio del territorio, vengono inserite le asparagiaie, le serre… e i campi solari!! Non sapevo che i pannelli fotovoltaici fossero una coltura agricola! Ovvio che un gregge in una serra o in un’asparagiaia fa danni, così come in un orto. Ma come il pastore si “para” il prato dove non ha il permesso di pascolare, o il campo di cereali, avrà cura di evitare le serre. E i campi solari sono recintati. In questi ultimi poi il pascolamento sarebbe da favorire, come avviene negli Stati Uniti. Avevo letto un articolo dove appunto si diceva che, per la gestione di questi spazi, i piccoli ruminanti sono l’ideale, perchè brucano e non fanno danni, a differenza dei mezzi meccanici che possono far schizzare sui pannelli frammenti, pietre, ecc che causano danni alla loro superficie. Ma siamo in Italia…

E che dire della motivazione relativa alla viabilità? Poirino è un comune tra i più estesi della provincia ed è attraversato persino dall’autostrada. Cos’è, una barzelletta? Garantisco che i pastori temono le strade di grande traffico, se potessero non le attraverserebbero nemmeno. L’autostrada ha appositi cavalcavia anche per certe strade secondarie. Le altre strade possono essere attraversate, con un minimo di attenzione, poi c’è una fitta rete di vie di campagna su cui si spostano i mezzi agricoli che possono essere percorse anche dal gregge senza arrecare danno ad alcuno. E un gregge che attraversa la strada asfaltata la sporca come un trattore con le ruote infangate. Proprio a Poirino, un pastore in passato aveva chiesto in Comune l’assistenza della polizia municipale per un attraversamento di una strada principale e gli era stato risposto che, visto il divieto sul territorio comunale, gli sarebbe stata inflitta una multa di 500 euro. Mi spiegate allora che deve fare il gregge? Volare?

Se poi ci sono zone vietate al pascolo per motivi faunistici ed ambientali, lì il gregge non sosterà e proseguirà oltre. Sottolineo comunque che il permesso è stato negato a chi aveva fatto richiesta per solo transito e non per pascolamento. Mi viene comunque voglia di fare un ironico applauso ad un Comune che preferisce gli erbicidi ed i campi solari alle pecore. Poi parla di colture di pregio e di mantenimento della biodiversità. A me sembra un controsenso!

Poi comunque ci sarebbero, all’interno del Comune, contadini che aspettano i pastori per far loro pascolare i prati. Specialmente quest’anno, che le particolari condizioni climatiche citate anche dal Sindaco hanno favorito un’eccezionale crescita dell’erba. L’altro giorno ho sentito un anziano contadino affermare che, se gelasse il terreno, oltre ai prati sarebbe quasi da far pascolare velocemente anche il grano, perchè cresce troppo. Invece no, vietiamo l’ingresso alle pecore e diciamo ai contadini di trinciare l’erba con i trattori, sprecando foraggio e carburante. Bel modo di affrontare la crisi e pensare all’ambiente.

La stagione delle piogge

Un autunno decisamente fuori dal normale dal punto di vista climatico. A parte le “sensazioni” percepite da ciascuno di noi, qui c’è un documento scientifico che vi può mostrare immagini e dati che illustrano l’andamento dei mesi scorsi.

Chi lavora all’aperto non ha bisogno di dati scientifici, perchè quelle precipitazioni le ha viste venire giù, goccia per goccia, e le ha viste depositarsi sul terreno fin quando questo non ce la faceva più ad assorbirle. Sono stati giorni davvero duri per i pastori, che proprio non sapevano più dove andare, cosa fare. Chi poteva, ricoverava in stalle e capannoni incontrati per la strada almeno pecore e capre che stavano partorendo. Periodi di pioggia ce ne sono sempre stati, ma quest’anno la situazione era davvero eccezionale, fino a qualche giorno fa.

Quando sei in pianura, dove vai? Lasci una stoppia o un prato fangoso per dirigerti verso un altro. E ti va ancora bene se sei in una zona con un terreno sano, non troppo argilloso, dove gli animali riescono a mangiare. Devi anche trovare dell’erba e non dei “prati nuovi”, seminati, dove ovviamente con certe condizioni i contadini non vogliono vedere le pecore.

La gente si affaccia a veder passare il gregge: “Poverine, povere bestie!“, è il commento che senti più spesso. Non capisco però quando lo dicono in giornate di sole! Quasi mai, sole o pioggia, capita di sentire parole buone per il pastore. Quelle “povere bestie” comunque attraversano il paese e andranno a riempirsi la pancia in un bel prato, mentre la pioggia continua a cadere. Non fortissima, ma comunque piove.

Il paese è deserto, il gregge lo attraversa senza incontrare praticamente nessuno. Sulla schiena degli animali si condensa il vapore prodotto dal contrasto tra i corpi caldi, l’umidità, la temperatura dell’aria. Non fa comunque freddissimo, c’è solo tanta tanta umidità ovunque.

I prati sono sull’altro lato del paese. Ma appena il gregge li raggiunge, c’è un’amara sorpresa. Della gente arriva subito ad accusare i pastori per la sparizione di alcuni conigli. Poi viene riesumata una storia dell’anno precedente, quando in concomitanza del passaggio del gregge era sparita una capra. Allora era semplicemente scappata, adesso invece si tratterebbe di un furto. E mancava pure un vitello. Ed era stata forzata la porta di un container…

Non bisogna perdere la pazienza, ma è difficile. Sono giornate in cui triboli più del necessario per far star bene i tuoi animali. Mentre il gregge finalmente si sazia nel prato, si cerca di fare chiarezza moderando i toni. Però fa male… Fa male il pregiudizio. Come e quando il pastore potrebbe aver portato via i conigli? E dove li avrebbe messi? Il vitello poi!! Dorme accanto al gregge, dal mattino alla sera mette reti, sposta animali, toglie reti, va a cercare l’erba. Già, però è pastore, è nomade, quindi è anche ladro. Se almeno la pioggia lavasse via tutto questo…

Ancora sul vivere in montagna

Vedo con piacere che questi post sulla montagna generano un bel dibattito. Penso che si potrebbe aprire un blog a parte! Però è già impegnativo a sufficienza aggiornare questo, quindi accontentiamoci di qualche riflessione ogni tanto. Volevo comunque continuare il discorso collegandomi anche ad un testo particolare che sto leggendo. Mi è infatti capitato tra le mani un manoscritto. Il suo autore, classe 1939, me l’ha consegnato affinché lo leggessi, lo trascrivessi e lo aiutassi a farlo diventare un libro. Pian piano mi sto facendo largo nelle pagine scritte con la penna stilografica, fitte fitte, senza mai andare a capo. E quelle pagine mi portano proprio in quella montagna di cui vi sto parlando.

Una montagna di muretti in pietra, fontane all’aperto dove si prendeva l’acqua, dove ci si lavava poco, ma spesso si era bagnati dalla pioggia che magari cadeva anche nel fienile dove si dormiva da bambini. Certo, oggi ci si potrebbe attrezzare diversamente, ci sono i mezzi per portare l’acqua in casa e scaldarla. Ma, da donna, dico anche che a certe comodità non rinuncerei, per esempio alla lavatrice, solo per fare un esempio. Non tornerei indietro al lavatoio… Una volta gli abiti si usavano fino alla fine, venivano lavati poco e cuciti e ricuciti: “…questi operai ritornavano al mattino presto con i suoi abiti puliti dalle sue famiglie, ma rimanevano tutto un punto cucito con gli aghi dalle donne, si vedeva solo il filo, ma non si conosceva più il velluto…“.

Qualcuno può fare scelte di vita estreme, ma se vai a vivere in posti del genere, non puoi più fare lavorare a mano come un tempo. Infatti per adesso sono abbandonati… Una volta di gente ce n’era di più, non c’erano certe spese. Adesso, se hai dei mezzi, che siano per il lavoro, che siano elettrodomestici, costano, si rompono, vanno aggiustati, serve denaro, non puoi dare patate o un formaggio in cambio. E poi c’è la burocrazia, che impone nuove norme sulle macchine agricole, mandando fuorilegge tanti vecchi trattori ancora funzionanti, tanto per fare un esempio.

Solo il pascolamento estivo salva questi posti dall’abbandono totale. Pecore, capre, vacche, salgono in alpeggio e ripuliscono i prati, molti dei quali un tempo probabilmente venivano sfalciati, oppure erano addirittura campi. Il problema ulteriore della “mezza montagna” è che alle quote intermedie magari non si riesce a trascorrere l’intera stagione, quindi il pascolamento avviene solo ad opera di animali di passaggio, che poi saliranno più in alto.

Chi sarebbe disposto ad usare solo più queste come vie di comunicazione? Certo, esistono pochi, sporadici casi, di persone che hanno fatto scelte simili. Altrimenti occorre una strada. Il sentiero va bene per la gita, ma quando ci vivi, il più delle volte senti l’esigenza di un altro genere di via di comunicazione, poter arrivare con un mezzo, poter trasportare ciò che ti serve. Sempre sul manoscritto che sto trascrivendo, il protagonista racconta una fuga di notte, sotto il temporale, la nonna davanti con due vacche alla corda, lui (4 anni) e la sorellina (2 anni), a cadere e scivolare sulle pietre bagnate. In un’altra occasione invece la nonna resta bloccata oltre il ruscello: “…e noi la vedevamo, ma lei era a distanza di una cinquantina di metri. Il ruscello in piena aveva persino straripato nel cortile, e rimanemmo a guardarla  fino a sera che questo consumò l’acqua e poi attraversò. (…) e accese il fuco del camino per scaldarci e ci diede qualcosa da mangiare…

Era così che si viveva in montagna una volta. Per non parlare del cibo… Avete mai letto “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli? Di fame la gente ne faceva non poca. Adesso magari non si farebbe più la fame, ma il XXI secolo ti insegue a qualsiasi quota, quindi… Come si diceva ieri, ci sono tasse da pagare e permessi da chiedere per qualunque cosa uno intenda fare. I pannelli fotovoltaici sul tetto e le centraline sono soggette a ben precise domande da presentare e pareri che qualcuno deve esprimere. Non ho molte esperienze dirette in materia, ma ricordo fin troppo bene anni fa un container di cui avevo usufruito anch’io come ricovero in alpeggio che era stato fatto portare via per “impatto ambientale”, anche se a trasportarlo in quota era stato un ente pubblico…

In definitiva, a parte la bellezza di questi luoghi in un giorno di sole, non posso non pensare alle grame vite che si sono fatte su di lì. Inutili abbellirle con la poesia. Avete letto “Lungo il sentiero”? La storia che narro è di fantasia, ma la realtà ne racconta di ben più tragiche. Penso quindi che, a parte qualche eremita che, da solo, compie una scelta di vita molto particolare, per tutti gli altri un ritorno alla montagna, con le norme che ci sono, è quasi impossibile a meno che si disponga di fondi illimitati.

Qui con poco non si vive. Infatti  persino certi alpeggi vengono abbandonati, perchè con i numeri di bestie che tocca avere oggi per vivere non bastano i piccoli, magri pascoli di certe località. L’erba cresce e ingiallisce, senza nessuno che la pascoli. Avanzano le felci e poi i cespugli. Crollano i tetti delle stalle e delle case. Case piccole, dove si viveva con poco/nulla.

Forse mi direte che sono pessimista, ma io mi sento soprattutto realista. Sentiamo parlare di “semplificazione”, ma persino in lavori “semplici”, come quelli agricoli, serve quasi una persona apposta solo per le scartoffie. Sarebbe quindi molto bello potersi ritirare in una baita come questa e dimenticare il mondo, ma non è possibile. Quello che sarebbe possibile e auspicabile sarebbe aiutare davvero chi resiste in quota. Invece no, sento continuamente storie al limite dell’incredibile raccontate da amici che hanno un’azienda agricola, ma rischiano di fallire per colpa di assurdità burocratiche, bastoni tra le ruote, tasse.

Vivere lassù, oggi?

Continuo a parlarvi di montagna, la montagna dell’uomo. A tutti sarà capitato di transitare accanto a singole case o veri e propri insediamenti completamente abbandonati. Quanti hanno pensato al vivere lassù? Lo si può fare in due modi diversi: ragionando su cosa significasse la vita in quei luoghi, oppure sognando di trasferirsi in un posto del genere.

Io appartengo soprattutto alla prima categoria. Mi piace avventurarmi da sola in quei luoghi, per non essere distratta dalle voci, per cercare di ascoltare quello che dicono le pietre. Molto poco, a parte delle date, dei nomi, a volte dei cognomi. Muretti a secco, pietre squadrate, piccole finestre con le inferriate, qualche mobile spaccato all’interno, legno che marcisce.

Sentieri le cui pietre sono arrotondate dai tanti passi che li hanno percorsi in passato. Muretti che li fiancheggiavano, che sostenevano terrazzamenti dove un tempo sicuramente si coltivava. Oggi crescono alberi e cespugli, le loro radici si abbarbicano al terreno, inglobando quei muretti. Nessuno ha più cura di quei viottoli, di quelle mulattiere. Oggi, se viviamo in un posto isolato, poi ci lamentiamo che il Comune non fa manutenzione alla strada, non viene a togliere la neve. Certo, potremmo farcelo noi, ma accidenti… Con tutte le tasse che paghiamo, vorremmo almeno ricevere in cambio qualche servizio essenziale!

Un tempo si facevano le roide, un tempo ciascuno aveva cura del territorio. Tutto serviva a chi non aveva niente. Si rastrellavano le foglie per fare gias, lettiera per gli animali in stalla. Se un sentiero franava, veniva sistemato subito. Oggi nessuno si prende la briga di sistemare anche solo una stradina, perchè poi se succede qualcosa dopo che hai fatto i lavori, sono responsabilità… E poi bisogna chiedere una perizia, un progetto, un’autorizzazione, un parere…

Chissà se oggi autorizzerebbero a costruire qui? Queste Barme sono un gioiello, ma che vita si faceva quassù? Piccole stalle al piano terra, misere stanze. Oggi nessuno vivrebbe più in quelle condizioni. Forse un eremita, ma non puoi pensare di ritirarti in luoghi del genere e vivere… Di cosa? Autosufficienza alimentare, quella bene o male magari è possibile. Ma oggi abbiamo tutti delle spese fisse da sostenere, e come ci si potrebbe mantenere, lassù?

Possiamo parlare finché vogliamo di ritorno (alla montagna, all’agricoltura), ma solo in pochi luoghi questo è fattibile e, secondo me, dove ciò accade, alle spalle ci sono appoggi e progetti ben strutturati. E disponibilità finanziarie non indifferenti. Tutto il resto è destinato a crollare. Perchè adesso non si può più vivere come una volta. Da una parte è difficile rinunciare a tutto, dall’altra ti impediscono di farlo, perchè le leggi e la burocrazia riuscirebbero a venirti a stanare anche lassù.

Poi è bello in un giorno di sole osservare il ruscelletto che gorgoglia, ma quando si gonfia con le piogge e diventa un mostro di acqua scura, che ruggisce e tiene svegli la notte? Un muro invalicabile che ti blocca lassù, senza passaggi per oltrepassarlo. Quando la gente viveva in quei luoghi, non c’erano necessità di spostamenti immediati, scadenze da rispettare. E poi probabilmente succedevano incidenti dove non si guardavano le responsabilità, le allerte, le ordinanze.

Più in alto un tempo si viveva solo d’estate, la stagione dell’alpeggio. Ma perchè molte di queste baite sono abbandonate, anche se raggiungibili con piste e strade? Perchè tante cose sono cambiate anche qui. Non si sale più con un pugno di capre, con due vacche, quindi tutte le baite, miande, meire, ecc… non sono più necessarie. Serve un unico alpeggio, o al massimo un paio di tramuti, moderni, efficienti, funzionali, dotati di quel minimo di “comodità” (servizi igienici, doccia, una fonte di energia).

Questo faggio secolare potrebbe forse raccontare com’era la vita qui un tempo. Oggi, a meno di aver ascoltato i racconti direttamente dalla voce di uno degli ultimi testimoni, non riusciamo a rendercene davvero conto. Solo leggerlo sui libri non è sufficiente. Almeno, a me sembra che il libro confini la testimonianza ad un passato remoto che pare quasi non appartenerci. Nel momento in cui invece trovo chi mi dice di aver vissuto lì, il bianco e nero assume colore.

Tutti possiamo aver sognato un giorno di mollare la nostra vita attuale e trasferirci in un posto così. Ben pochi l’hanno fatto davvero. Riusciremmo sul serio a staccare da tutto? Rimanere isolati? Ma soprattutto, pensateci, come si fa a vivere in certi posti? Una volta si faceva la fame e non è solo un modo di dire!

A certe quote non si possono tenere chissà quanti animali e oggi un gregge di 100-200 pecore (già “grosso”, per la montagna) non è sufficiente per vivere, non per una famiglia. “Se non ci fossero tutte le spese fisse, per le nostre esigenze ne avremmo abbastanza“, ho sentito più volte ripetere da amici che faticano, con le loro aziende, in montagna. Tutto questo gran parlare di ritorno… non sarà moda? Se non cambiano le leggi, se gli aiuti vengono dati solo sui numeri, sulla quantità e non sulla qualità, non so come si potrà concretamente tornare o anche solo mantenere.

Un incontro non del tutto casuale

Prima di queste piogge avevo fatto diversi giri in montagna, in quella montagna che amo, che preferisco. E’ la montagna di mezzo, non su oltre il limite della vegetazione, tra le rocce e il cielo. Quella montagna che è bello esplorare in autunno, tra i colori, ma senza troppe foglie.

In questa stagione può già esserci neve in quota. Quest’anno il clima è così strano che non sai davvero cosa aspettarti, per esempio l’erba verde e persino qualche fiore laddove dovrebbe esserci solamente gelo ed erba gialla. Invece a fine novembre, dove gli animali hanno pascolato, si notano chiazze verdi anche in quota.

Procedo per il sentiero fino a sentire le campane delle capre. Le avvisto sul fondo di un canalone, che si dirigono al pascolo. Se ci sono le capre, da qualche parte incontrerò anche il pastore. Ho sentito tanto parlare di lui, spero di riuscire a trovarlo per chiacchierare un po’.

Sul sentiero, più avanti, c’è molto pelo. Chissà se si tratta di un animale che è stato predato dal lupo? Se incontrerò il pastore, glielo chiederò. Certo che, su una montagna così cespugliata, impervia, non si può dire che non siano posti da lupi. Il gregge è da solo, senza accompagnamento di un cane da guardiania, più aventi incontrerò il recinto dove viene ricoverato la notte.

Continuo il mio cammino in quella montagna silenziosa, dove un tempo vivevano, almeno per diversi mesi all’anno, numerose persone. Oggi è un deserto, le case in pietra si confondono perfettamente con il paesaggio. Si incontrano grossi faggi secolari, poi i pascoli più verdi vicino all’alpeggio.

Quando raggiungo la baita, addossata alla roccia, provo una sensazione strana. A parte i secchi di plastica contenenti il cibo per i cani, che abbaiano forsennatamente, sembra di essere davvero fuori dal tempo. E’ la prima volta che vengo qui, ma mi rendo conto di aver forse descritto questo luogo in un mio libro. Dov’è però il suo abitante?

Ci sono diverse baite, ma a parte i cani, non c’è nessuno. Siamo a fine novembre, ma in tanti mi avevano detto che questo pastore non scende fino a quando la neve non cade fin sotto al suo alpeggio. E’ un posto particolare, si sale soltanto a piedi dal fondovalle, io ci sono arrivata da sopra, seguendo un altro sentiero. Sembra quasi incredibile che ci sia ancora qualcuno che vive quassù.

Oltre il vallone, gli ultimi raggi di sole autunnale illuminano un altro gruppo di case dove ci sono anche dei bovini al pascolo. Si vedono insediamenti un po’ ovunque, anche se siamo nell’inverso, la parte meno solatia, la parte più fredda. Fino a quando sono stati abitati, questi posti?

E queste baite abbandonate appena sotto l’alpeggio? Qui non ci sono grossi pascoli, come si viveva? Di cosa si viveva? Non c’è nessuno, mi avvio sul sentiero di discesa, rassegnata a non conoscere il pastore che abita quassù. Per fortuna però…

Appena imboccato il sentiero per scendere, mi viene incontro un cane, seguito a breve dal suo padrone, che porta a spalle un carico di legna. Lo saluto, mi dice che era andato a dare il pezzo alle vacche. Mi presento e… Mi viene imposto di risalire per tornare alla baita, così potremo chiacchierare. Entrambi abbiamo sentito parlare l’uno dell’altro, quindi adesso bisognerà approfondire la conoscenza dal vivo. Chi ha letto “Lungo il sentiero” capirà un certo senso di deja vù che ho provato.

Vi garantisco che questa era la prima volta che incontravo Rino, anche se tante volte mi avevano parlato di lui. Mi porta nella baita che funge da abitazione. Quella dove stava prima è rimasta danneggiata da un incendio: “…il lunedì della fiera di primavera a Pinerolo. Mi hanno detto che c’era il fumo quassù. Ha preso l’albero e ha danneggiato la baita.Accende la stufa per scaldare il latte per un agnello, intanto chiacchiera inarrestabile. Altro che il pastore solitario e taciturno! A tutti i costi devo pranzare con lui, anche se io avevo già mangiato poco prima più a monte. Mi racconta dei campi di patate e cereali che si piantavano quassù ancora quando lui era ragazzo. Adesso non c’è più nessuno qui: “…e quando smetterò io, chi vuoi che venga ancora a fare una vita del genere? Nessuno! Anche i giovani… O non vogliono fare questo mestiere, o comunque non più così!

Quando scenderà, se il tempo lo permette, farà ancora una tappa più in basso, prima di rientrare a “casa”, solo che sotto alle capre piace poco, non rientrano da sole la sera e bisogna andarle a prendere. Infine si sposterà in un’altra frazione e mi invita a passare a trovarlo. Mi racconta di avere un rimpianto: “Non ho mai preso la patente quando era ora. E adesso? In moto, anche quando piove…

Devo scendere e così saluto Rino, anche se avrei potuto stare ore ad ascoltare i suoi racconti. Il sentiero è ripido e scivoloso, tra pietre viscide, fango e foglie. Poi sbuco su di un sentiero ben ripulito. Poco dopo incontro chi si sta occupando di togliere le foglie: “Da tanti che eravamo, solo più io faccio la roida a pulire. Gli altri… Nessuno! Ma se non si tolgono le foglie, poi arrivano le capre, pestano tutto e non si sta più in piedi. Vado avanti fino lì, poi oltre… ci hanno già pensato. Un altro appalto!!!” Una montagna ancora viva, una montagna che sopravvive a stento, solo grazie ad anziani. Quale sarà il futuro?

In tournée con pascolo vagante!

Sempre più fitto il calendario delle presentazioni di “Pascolo vagante 2004-2014″. Si inizia questa sera a Paesana (CN), presso la Sala della Comunità Montana alle ore 21:00. Domani, 5 dicembre, sarò a Villar Perosa (TO) sempre alle 21:00 presso ex Oratorio femminile Chiesa San Aniceto. Per finire, sabato 6 dicembre a Bobbio Pellice, ore 21:00, presso la Dogana. Vi aspetto! I prossimi appuntamenti ve li comunicherò successivamente.

(foto M.Ceccato)

Continuiamo però un tour virtuale di pascolo vagante andando da Marica, che ci invia un po’ di immagini del loro gregge e delle varie attività. Ovviamente la stagione è un’altra.

(foto M.Ceccato)

(foto M.Ceccato)

(foto M.Ceccato)

Tosatura… In quelle giornate i bimbi danno una piccola mano, ma soprattutto per loro è ancora un bellissimo gioco!

(foto M.Ceccato)

Cambiano le regioni, ma la vita del pastore è quella. Il gregge, un fuoristrada, un rimorchio attrezzato al seguito…

(foto M.Ceccato)

Cambiano pure le stagioni, ma ultimamente si fatica a scattare foto con il cielo azzurro, senza nuvole, senza nebbia, senza pioggia. Grazie a Marica per le sue immagini e buon pascolo!

(foto M.Ceccato)

Concludiamo con questa immagine decisamente inconsueta! Nelle case dei pastori finisce che, prima o poi, entra ogni tipo di animale!

Ai pastori piace il freddo

Sono in Lombardia, ospite di un caro amico, che mi chiede cosa voglio fare quella domenica mattina. Che domande… si va a cercare un gregge, no? Anche se sono le sue zone e se il pastore lo conosce bene, non è immediato trovare chi stiamo cercando, complice anche una nuova strada, la BREBEMI, che taglia la campagna, la vecchia viabilità, le stradine tra i campi. A furia di girare e di chiedere, alla fine individuiamo le tracce del gregge e lo avvistiamo in lontananza.

I pastori hanno appena finito di dividere le pecore. Il grosso del gregge sta dirigendosi al pascolo, un gregge più piccolo è stato separato per essere poi spostato verso una zona collinare dove “pulirà” alcuni appezzamenti. Il cielo è grigio, ma non piove. Fango ce n’è in abbondanza e, nel recinto dove le pecore sono state ammassate per la divisione, non si sta in piedi. Siamo in piena pianura, distese immense di stoppie di mais alternate a campi di cereali.

Lui è Beppe, gestisce questo gregge insieme al fratello e rispettivi figli. Mi spiega un po’ come funziona il pascolo vagante da queste parti. La stagione in alpe finisce presto, verso la fine di agosto, inizi di settembre, sia perchè su finisce l’erba, sia perchè le pecore iniziano a partorire e allora stanno meglio in pianura, dove ci sono tutte le stoppie dei cereali da pascolare. Dopo, dall’inizio di novembre fino a febbraio, prima che mettano i liquami, invece ci si sposta nei trinciati e nelle stoppie del mais, come gli appezzamenti in cui il gregge sta pascolando ora.

Non si pascolano prati e non si spendono soldi per l’erba. Ogni pastore ha la sua zona, i suoi comuni tra cui spostarsi. “Adesso però servirebbe il freddo. I pastori stanno bene, con il freddo! Qui c’è quest’erba che… se gelasse poi marcisce e resta l’altra, che la mangiano bene e non fa male come questa. Le capre vanno là in quell’erba secca e la preferiscono! Dovrebbe gelare, invece piove e fa caldo, c’è fango e le pecore non stanno bene.

Ci sono numerosi agnelli, sdraiati tra i solchi della stoppia. Il vello un po’ infangato, riposano nella speranza che non riprenda a piovere. Beppe mi parla anche di come in Lombardia ai pastori sia stata data la possibilità di commercializzare legalmente gli agnelloni per la festa dei Mussulmani direttamente al consumatore finale. Piccole, ma importanti differenze tra Regioni…

C’è un ragazzo a dare una mano, Michael, giovanissimo appassionato. Viene dal pastore perchè gli piace, aiuta, è stato anche in montagna. “Dovrebbe finire di studiare, ma lui preferisce venire qui, dalle pecore! Mio figlio invece vorrei che facesse un’esperienza fuori, all’estero. Lavorare in un altro modo, perchè questo mestiere qui… Non so che futuro potrà avere, e poi la vita che si fa…

Quando l’agricola incontra le scuole

Fabio Tonelli è un giovanissimo (21 anni) con una grande passione e un grande entusiasmo. Oggi c’erano anche le sue maestre ad accompagnare le classi in visita agli animali e dicevano: “Si capiva già allora…“. Eppure Fabio non nasce propriamente in una famiglia di allevatori. Papà e mamma fanno altri lavori, lui dice che il suo idolo è la nonna, da cui ha imparato molto. Ma la passione ce l’ha dentro.

Qualche tempo fa, Fabio mi aveva contattata per chiedermi un’opinione su di un suo progetto. Portare i bambini delle scuole a vedere i suoi animali. Perchè anche in una realtà come quella di Verrès, Val d’Aosta, i bambini non sanno più cos’è una capra, una pecora, da dove viene il latte, la lana… Fabio si è dato molto da fare per mettere insieme i vari tasselli di questo progetto. Scriverlo, presentarlo alla direttrice scolastica, al Comune. Insomma, tutti i passi burocratici. Poi c’erano quelli organizzativi che concernevano il suo lavoro di pastore. Alla fine, quando le pecore sono scese dalla valle e sono arrivate a Verrès, ecco il grande giorno.

Fabio deve aver vissuto con agitazione sempre crescente i giorni prima del fatidico momento. Per fortuna il cielo azzurro e il sole fin dal mattino facevano capire che tutto sarebbe andato bene. Per almeno una giornata la pioggia era solo un brutto ricordo. Certo, i bambini nel prato pestavano fango e non solo, ma le risatine sulle cacche dei primi momenti si sono poi addirittura trasformate in domande interessate sulle diverse forme degli escrementi delle vacche, delle capre, dell’asina. Ci siamo divisi i bambini in gruppetti e ciascuno spiegava loro un animale: le pecore, le capre e l’asina, appunto.

Le belle capre valdostane erano state portare lì da Ugo, un amico di Fabio, le cui capre invece sono delle camosciate delle Alpi. Questi esemplari portavano ancora sul mantello i numeri che le individuavano nella recente battaglia delle capre tenutasi a Perloz.

Via via che le classi si alternavano, scuola elementare e asilo, Fabio si tranquillizzava e il suo entusiasmo aumentava, gratificato dalle domande dei bambini e dal loro genuino divertimento. Come vedete, il gregge di Fabio è composto da pecore della locale razza Rosset.

Già per telefono avevo capito quanto Fabio fosse legato ai suoi genitori, che “…non sanno com’è il mestiere“, ma l’hanno sempre appoggiato e, per questa giornata, faticosamente avevano ottenuto ciascuno un giorno di ferie dal lavoro. Vederli lì con lui dev’essere stata una grossa soddisfazione. Fabio aveva opportunamente istruito la mamma su cosa spiegare alle classi, ma lui stesso era preoccupato per cosa avrebbero potuto chiedergli i bambini. A parte alcune domande “strane”, che hanno fatto capire a tutti come ormai non ci sia più alcun legame con il mondo agricolo, per il resto ovviamente si è trovato a spiegare: “…quella che è la mia vita!“, mi confidava stasera, raggiante di entusiasmo.

Nella pausa pranzo, una piccola transumanza per raggiungere un altro prato più vicino alle scuole elementari e dar modo alle pecore di pascolare un po’. Inizialmente Fabio era dispiaciuto per il fatto che il suo socio avesse deciso di dividere le pecore e fargliene portare solo un piccolo numero a questa “manifestazione”. Vedendo però come si è svolta, capisco perfettamente il pensiero del pastore più esperto che si è preoccupato soprattutto per le pecore…

Tutto il gregge avrebbe “trovato lungo” in quei piccoli prati. Per i bambini, al fine di capire cos’è una pecora o una capra, erano sufficienti anche solo pochi esemplari. Poi molte pecore stanno partorendo e allora era inutile spostarle avanti ed indietro. E’ andata benissimo così e lo scopo è stato raggiunto. “Vedere la felicità negli occhi dei bambini…“, diceva Fabio. Bambini che probabilmente non avevano mai visto dal vivo questi animali, a parte quei pochi che dicevano di avere o capre o vacche a casa.

Fabio, che tutti chiamano Fabietto, è molto attivo su Facebook, dove racconta le sue avventure in modo spiritoso. Il suo motto è sempre “l’agricola c’è” e l’ha pure fatto stampare per mettere l’adesivo sul pick up. Forse qualche pastore tradizionale storcerà il naso di fronte al suo modo di fare, ma tanto di cappello a chi ha organizzato una manifestazione del genere, a 21 anni, con la finalità di insegnare ai bambini il contatto con gli animali.

Nel pomeriggio è persino arrivata la RAI a girare alcune riprese che verranno inserite nell’edizione regionale del TG3. Grandi soddisfazioni per chi fa tanti sacrifici per il suo lavoro, mestiere che si è scelto pur avendo frequentato l’Istituto Alberghiero. “Mi ha detto: Mamma, il diploma adesso ce l’ho. Però io voglio fare il pastore…“. Gli animali non sono ancora tantissimi, ma c’è tempo per crescere. E forse portare avanti anche in futuro queste attività didattiche?