Per qualcuno tante, per altri poche

Anche quest’anno ho fatto un giro alla Fiera di Barcellonette. Già on-line circolavano articoli in cui si parlava di un numero di capi esposti di gran lunga inferiore a quello che avevo visto gli anni precedenti, ma quando sono stata là sabato 27 ho potuto verificare in prima persona.

Quello che non mi ha delusa sono le bancarelle. Oltre ad una buona quantità di banchi di abbigliamento d’importazione (che trovi anche sulle nostre fiere e mercati), in Francia c’è sempre un buon numero di espositori “a tema”, che possono essere ricondotti alla filiera della pecora. In questo caso ecco gilè e calde calzature in vera lana di pecora.

Poi, tra generi alimentari di vario tipo, di cui è anche bello persino limitarsi ad ammirare i colori ed annusare i profumi, ecco l’artigianato, dove non manca mai uno spazio per gli animali. Quelli veri però sono più avanti, nella solita piazza.

Non so se è solo una mia impressione, ma quest’anno mi è sembrato di vedere più formaggio di pecora del solito, accanto a quelli a latte vaccino e caprino. Quello che era da annotarsi era il prezzo: mentre sui formaggi vaccini, un prodotto “medio” non particolarmente ricercato aveva un prezzo abbastanza simile a quelli italiani, i formaggi di pecora erano decisamente non alla portata di tutti.

Vedere sulle bancarelle del mercato formaggi a media stagionatura con prezzi anche superiori ai 30 €/kg fa un certo effetto. Poi ovviamente ce c’era per tutti i gusti e tutte le tasche… Comunque, oltre alle pecore da carne che solitamente si incontrano a queste fiere e nella gran parte degli alpeggi confinanti con le vallate italiane, c’è anche una realtà di caseificazione che da dei buoni prodotti.

Qualche bovino, qualche cavallo, qualche asino, e poi ecco anche le pecore. Gli articoli parlavano di circa 600 capi, forse ce n’era qualcuno in più, ma sicuramente non le migliaia del passato. Scambio due parole con un pastore italiano in pensione, mi racconta della fiera di Arles, dove un tempo si vedevano anche 10.000 pecore. Ma oggi non fanno nemmeno più la fiera!!

I pochi animali dell’edizione 2014 sono comunque da attribuire soprattutto ad una causa. A breve si terrà la festa mussulmana detta del Sacrificio, pertanto i commercianti sono impegnati, i montoni sono già stati portati via ecc ecc. Inoltre solo più pochi vengono alla fiera per fare affari, per vendere o acquistare. E così le fiere restano quasi solo più dei momenti di incontro, ma si rischia di vederle scomparire.

Alla fiera si viene anche per acquistare attrezzature, che siano reti o che siano campane. E qui, in quanto a campane da pecore, la scelta non manca mai! Nonostante il frastuono, lo speaker dal palco, la gente che parla, intorno a questi banchi c’è sempre qualcuno che fa suonare ora questa, ora quella campana, per scegliere il suono che più piace, che più si armonizza con quello delle campane già presenti nel gregge.

Per il pubblico, ormai in queste manifestazioni non manca mai una dimostrazione di tosatura. Affascina chi non l’ha mai vista, è un momento per spiegare qualcosa in più sul lavoro di chi alleva pecore e… non se la perdono nemmeno quelli “del mestiere”, forse perchè per una volta devono solo guardare e non preoccuparsi di tutti gli aspetti di quelle giornate impegnative quando sono i loro animali ad essere sottoposti a quel trattamento.

Fuori dall’Italia è anche bello guardarsi intorno e vedere che gente c’è. Certi dettagli ti fanno capire molte cose anche senza parlare… Per esempio questi due ragazzi, freschi dell’acquisto di un rudun, sono Italiani. Poi ci sono i molti pittoreschi berger francesi, ragazze e ragazzi che lavorano come salariati a badare alle pecore in alpe e non solo. Li riconosci per l’abbronzatura, per l’abbigliamento, per gli scarponi, per i cani (border collies) che li accompagnano, per le capigliature…

E poi, nel primo pomeriggio, le pecore vengono portate via. E’ ora anche per loro di andare a mangiare… A piccoli gruppi vengono fatte salire sui camion che le riporteranno a destinazione. Certo, non erano così tante come in passato, ma per chi, dall’Italia, per la prima volta assiste a questa fiera, sicuramente ce n’era un numero superiore a quello che può essere visto nelle (poche) fiere ovine che ancora si tengono da noi.

Ecco il momento in cui un altro gruppo sale sul camion. L’organizzazione è perfetta: un corridoio con le transenne, gli animali sono obbligati a salire e non possono scappare in nessun posto. Intanto continua a splendere il sole, una bellissima giornata autunnale, che garantisce la buona riuscita della fiera. Ancora un giro veloce tra le bancarelle per qualche acquisto, poi si rientra verso casa.

Una tappa al Col de Larche (o colle della Maddalena, sul lato italiano) è d’obbligo, visto che quest’anno almeno uno delle tante greggi francesi è ancora al pascolo quassù, proprio a fianco della strada. E qui allora qualche migliaio di pecore c’è…

Per concludere, vi segnalo un appuntamento in Francia al quale, per sovrapposizione di eventi, nemmeno quest’anno riesco a partecipare. Si tratta della festa della pecora brigasca a la Brigue il 19 ottobre.

Partendo dal basso

Da quelle parti c’ero stata l’ultima volta anni fa. In una “vita precedente”, quando la montagna per me era o escursioni in MTB, o a piedi o ancora luogo di lavoro per occuparmi di pascoli, censimenti, interviste. Questa volta sono salita con altri occhi. Lungo un sentiero (la citazione è voluta!). Avrei sì avuto bisogno di una guida, un qualcuno del posto che facesse parlare le pietre.

E di pietre che potevano raccontare ce n’erano tante. Per cominciare, tutte quelle che calpestavo. Non si tratta di un semplice sentiero, ma una vera e propria mulattiera che anticamente doveva essere molto trafficata. Il colle del Colombardo infatti è un “comodo” passaggio verso la val di Viù ed un tempo questa era sicuramente una via di passaggio per le genti di montagna. Oggi la strada (sterrata) compie un ampio giro toccando molti degli alpeggi sparsi sul territorio comunale, ma la via usata anticamente era questa.

L’uomo qui aveva colonizzato tutti gli spazi. Baite isolate e gruppi di case si scorgono ancora ovunque, in questa giornata assolata di inizio autunno. Il bosco avanza, anche se nei pressi delle abitazioni si vedono alberi che avevano a che fare con la vita delle persone e degli animali. I ciliegi sono chiazze rosse, poi ci saranno gli aceri a tingersi di giallo.

Talvolta gli alberi hanno già letteralmente sommerso gli edifici, alcuni dei quali stanno iniziando a crollare. Quassù non si vive più. Poco sopra c’è ancora un nucleo di case abitate almeno temporaneamente. La sede di un alpeggio. Ma non un alpeggio moderno: non ci sono strade e le baite sono come quelle dell’immagine, prive di concessioni alla modernità. Eppure la strada passa qualche centinaio di metri più a monte…

Cosa faceva qui l’uomo quando le strade non c’erano ancora? In mezzo ai pascoli si leggono ancora numerosi segni della presenza umana di un tempo. Lavori che permettevano di gestire e curare il territorio. Oggi è quasi un “miracolo” il fatto che non sia tutto completamente all’abbandono.

Se alle quote più alte le montagne si stanno svuotando, una transumanza dopo l’altra, a questa quota intermedia c’è ancora da pascolare, sia per le vacche, sia per le capre. Solo il pascolamento può tenere indietro il bosco. Chissà, forse a queste quote una volta si viveva tutto l’anno e si saliva più in alto solo nel cuore della stagione estiva? Probabilmente si sfalciava. Sono tutte ipotesi basate su quel che conosco di altre vallate. La vita non era dissimile…

Incontro i due margari, due fratelli indaffarati a tirare il filo per “dare il pezzo” alle vacche. Scambiamo quattro chiacchiere sulle solite cose. Il maltempo dell’estate trascorsa, la speranza che almeno queste ultime settimane in alpeggio possano essere buone, con sole e clima mite, poi toccherà anche a loro scendere a valle. “Il lupo a noi fino ad ora non ha toccato nulla, ma di là – e indica gli altri valloni verso ovest – qualcosa c’è stato. Ad un certo punto sul giornale è persino uscito un articolo che diceva che c’era l’orso, ma saranno quelli dei funghi, per tener lontana la gente che viene da fuori!

Gli animali pascolano placidamente, non manca nè l’erba, nè l’acqua, nè l’ombra se facesse troppo caldo. Provate a pensare cosa sarebbe la montagna senza la presenza di questi animali e degli uomini che se ne prendono cura? La mulattiera che mi ha portata fin qui sopravviverebbe solo grazie agli amanti delle escursioni? Ma cosa vedrebbe, chi arriva fin qui a piedi? Di sicuro non un alternarsi di boschi e radure, di sicuro non gli spazi aperti dei pascoli.

Oltre alle vacche, c’è un bel gregge di capre. Riesco a raggiungerlo prima che gli animali scompaiano tra rocce e cespugli. Più tardi amici spenderanno numerose parole di elogio su queste capre e sull’ambizione dei loro padroni. Mentre lo scampanio caratteristico di disperde tra la vegetazione, ritorno sulla mulattiera e riprendo la mia salita.

Più in alto iniziano gli alpeggi “veri”. La tipologia costruttiva è abbastanza caratteristica, qui e nelle vallate limitrofe si ripete il modello abitazione-stalla adiacente, strutture in grado di ospitare numerosi animali. Alpeggi dove si è sempre munto, lavorato il latte, prodotto formaggi. Sono gli ultimi giorni prima della transumanza, i margari stanno per lasciare la montagna.

Poco sopra questo alpeggio se ne trova un altro in rovina. La distanza è davvero poca, chissà se si trattava di strutture utilizzate dalle stesse persone o se qui salivano anticamente più famiglie di allevatori, dividendosi pascoli e strutture? Anche le dimensioni di questo alpeggio erano considerevoli, la stalla in grado di ospitare un elevato numero di capi.

Ancora più a monte, poco sotto il colle, l’ultimo alpeggio, ormai vuoto. La transumanza deve essere avvenuta da poco, ma tutte le strutture sono chiuse. resta ancora l’acqua nei tubi, aprendo il rubinetto si può bere. Chissà se è stata una dimenticanza? Arriverà il freddo e gelerà tutto.

Prima di scendere, è stato fatto quello che si faceva un tempo. Sono stati ripristinati i canaletti e l’acqua è stata fatta passare nella concimaia, in modo da provvedere a quella che, tecnicamente, si chiama fertirrigazione dei pascoli. Ovviamente è impossibile farla a monte della concimaia, ma dalle tracce par di capire che si è provveduto anche in certe zone grazie ad un trattore con l’apposita botte.

Sulla via del ritorno, ancora qualche scatto alle vacche e alle capre che stanno ruminando al sole. Laggiù in basso la pianura, lo smog, il traffico. Un’altra vita. Ma questi animali tra non molto scenderanno e continueranno la loro vita per qualche mese circondate da un mondo che sa sempre meno di loro, del mestiere dell’allevatore. Pensate che si leggono addirittura articoli in cui si parla della necessità di abolire le campane, in quanto dannose per gli animali stessi!

Questi animali invece non credo che scenderanno in pianura. Nella frazione dove parte la mulattiera, c’è infatti un’azienda agricola, con tanto di stalla in mezzo alle abitazioni. Gli animali sono al pascolo, poco sotto qualcuno sta girando il fieno con il trattore. Una montagna ancora viva, fin quando ci sarà qualcuno con la passione dell’allevamento. Fin quando si riuscirà a (soprav)vivere con questa passione.

Quando il territorio vuole le pecore

Mentre ero nel Nord Est ho fatto visita anche ad un amico “pastore per hobby”. Ci conosciamo da molti anni, i primi contatti sono iniziati via internet, poi ci sono stati vari incontri anche qui in Piemonte. Adesso questo amico affianca, alla passione per le pecore, quella per la tosatura. Ma quest’anno c’è stata anche un’altra novità.

In passato c’erano stati dei momenti in cui aveva addirittura temuto di dover dar via le pecore, visto che i suoi pascoli venivano “soffocati” dall’espansione dei vigneti. Quest’anno invece si trova addirittura a pensare all’esigenza di avere più pecore visto che le sue non sono sufficienti a brucare tutta l’erba che avrebbe a disposizione. In primavera infatti per la prima volta ha portato in “alpeggio” il suo gregge. Non un alpeggio come lo intendiamo qui, ma comunque pascoli a mezza quota, pascoli abbandonati, dove i proprietari hanno piacere che gli animali bruchino e facciano pulizia. Sono appezzamenti particolari tra i boschi, pascoli circondati da muretti, ma soprattutto reti fisse.

Loris così non ha avuto che da portare lì il suo gregge (non è lontano da casa sua) e spostarlo via via di pezzo in pezzo, ripascolando anche più volte gli stessi appezzamenti grazie al clima piovoso di quest’estate. Forse con una stagione “normale” la siccità si sarebbe fatta sentire, visto anche il terreno calcareo, lo strato non così profondo di terra sopra al suolo di sassi bianchi e grigi che emergono qua e là. Tutte le mattine si recava dal gregge prima di andare al lavoro, per controllare che fosse tutto a posto. “Erba ne avrei ancora, ma quando cambiano l’ora devo portarle via, perchè altrimenti è troppo buio, la mattina. Altrimenti qui starebbero ancora bene…

Soprattutto ci sarebbero numerosi vicini, confinanti, proprietari di appezzamenti più a valle che vorrebbero che nelle prossime settimane e poi anche la prossima primavera/estate, il gregge “ripulisse” i loro terreni. Ma le pecore sono poche, per Loris questa è una passione/hobby. “Tenerne di più, ma poi? Non ho posto sufficiente per l’inverno… e poi ho un lavoro che non posso lasciare. Con 50-60 pecore non ci vivo!“. E’ bello vedere come qui il territorio veda con gratitudine e gioia le pecore mentre, pochi chilometri più a valle, nella pianura, ci siano numerosi comuni letteralmente tappezzati dai cartelli di divieto di pascolo. “Per colpa di qualcuno ci rimettono tutti, perchè da queste parti c’erano pastori che passavano anche un mese o più in quei comuni, con il permesso dei proprietari e senza fare danni.

Seguendo le tracce e i suoni

Nonostante tutto la stagione è finita. Non parlo dell’estate e delle sue manifestazioni meteo non sempre gradite a tutti, parlo della stagione d’alpeggio. Se per questi lunghi mesi ho patito varie “mancanze”, più che mai in questo particolare momento la sensazione è viva. Quelle giornate che sono le più belle, lassù. E’ vero che al mattino fa freddo, che può esserci la brina, che le ore di luce si riducono, ma ci sono quei colori, quelle luci…

Incapace quindi di restarmene a casa, parto per una valle a caso, una valle dove non tornavo da anni. Come dicevo l’altro giorno chiacchierando durante un lungo viaggio in auto, mi piacciono le zone dove ci sono rocce calcaree che regalano una flora (quand’è stagione) e un panorama unico nel suo genere. Fa freddo, ma camminando veloce ci si scalda. Prima si sale nel bosco, poi finalmente si sbuca sui pascoli. Pascoli ahimè silenziosi. Tracce di discesa del gregge fin qui non ne avevo viste, solo i cartelli che avvisano della presenza dei cani da guardiania. Però appena fuori dagli alberi, nella prima radura, vedo l’erba brucata, gli escrementi quasi freschi delle pecore. Porte e finestre del gias sono però sprangate, restano da raccogliere le reti del recinto. Chissà se il gregge è sceso o si è solo spostato altrove?

Ovviamente al gias superiore non c’è nessuno già da tempo. Il sole brilla, appena offuscato da una leggera velatura. L’aria è fredda, i colori iniziano a mostrare qualche tonalità autunnale. Sul vallone domina il silenzio: non un belato, non una campanella, non un grido o un fischio, l’abbaiare di un cane. Tra qualche settimane tutte le montagne saranno così e allora non mi piacerà più venire a camminare su di qui, senza la certezza di incontrare un pastore, un margaro con cui scambiare quattro chiacchiere mentre gli animali pascolano placidamente.

Da certe montagne si scende prima, da altre dopo, dipende dalla disponibilità di foraggio, dalla quota, dal numero di bestie. Se lassù scarseggia il cibo, inutile rimanere, conviene abbassarsi. Quest’anno poi in basso l’erba non manca, viste le precipitazioni che hanno caratterizzato tutta l’estate.

Anche nel vallone confinante, dove doveva esserci una mandria di bovini, il gias è chiuso e silenzioso. Solo gli sbuffi dell’acqua nella fontana risuonano accanto alla baita. Gli animali non devono essersene andati da molto, le buse sono ancora morbide, velate appena da una sottile crosticina. Ci sarebbero due opzioni, scendere per la via più diretta e compiere un giro che mi porta ad altri alpeggi: visto che è ancora presto, decido di prolungare la mia camminata, anche nella speranza di incontrare ancora qualcuno.

Sul sentiero che scelgo di percorrere ci sono effettivamente i segni del passaggio della mandria, ma i ripidi pascoli circostanti sembrano non essere stati utilizzati. Solo intorno ad un altro gias intermedio le vacche hanno brucato e sostato, altrimenti i pendii mostrano chiaramente i segni di un progressivo abbandono. Felci, eriche, mirtilli, piccoli alberi di sorbo e maggiociondolo si avviano a colonizzare completamente quello che un tempo era un pascolo.

Il gias è aperto, manca la porzione superiore della porta. Dentro, i segni dell’utilizzo dell’uomo. Nessuna comodità, proprio solo l’essenziale: un fornello, un materasso appeso per metterlo in salvo dai roditori, un tavolo, il focolare.

I resti di un filo che delimitava il confine, poi il sentiero si fa meno pulito, qui le vacche non sono passate. Fin dove erano arrivate, non c’erano erbe o frasche a nascondere il cammino. Inizialmente perdo le speranze anche di incontrare la mandria, ma poi sento in lontananza risuonare i campanacci, così proseguo fiduciosa il mio cammino.

Vedo il basto fuori dalla porta, poi accorrono i cani e subito esce il margaro, che si tranquillizza vedendomi accarezzare i suoi animali senza timore. Iniziamo a chiacchierare e poco dopo sopraggiungono anche due escursioniste. L’uomo racconta di esser arrivato lì appena pochi giorni prima, sceso dagli alpeggi superiori. Ormai è tempo di rientrare in cascina, qui si fermerà ancora una settimana o poco più, in base all’erba che c’è ancora da pascolare ed alla data in cui i camion potranno venire a caricare la mandria. Quel mattino era sceso fino a valle per andare a fare la spesa, caricando poi gli acquisti sul basto della cavalla. Esistono ancora anche queste realtà apparentemente “fuori dal tempo”.

La mandria pascola godendosi la giornata di sole. “Ne abbiamo visto poco, quest’anno…“. Ci racconta anche dei lupi, che hanno attaccato i suoi animali. “Un vitello l’hanno sbranato. La veterinaria mi ha fatto vedere, aveva proprio l’ematoma sul collo dove l’hanno preso. Poi una vacca, ma forse quella l’hanno prima spinta giù e poi mangiata. Solo che… come si fa? Non posso tenere le bestie chiuse nei fili, e tanto se vuole il lupo passa sotto al filo!

Mia figlia ha preso due di quei cani bianchi, ma… non so…“. I due cuccioloni non sono assolutamente aggressivi con le persone, ma non stanno con i bovini. “Con le pecore è diverso, con le vacche secondo me non funzionano. Le vacche, quando hanno il vitello, caricano le persone, figuriamoci i cani! Quindi loro mica stanno lì insieme! Sono sempre qui a dormire vicino alla baita. Gli altri cani… la sera a volte abbaiano. Ci sono delle volte che vanno in là un pezzo e poi tornano indietro ringhiando, vedi che hanno paura. Quelle volte lì c’è il lupo di sicuro, perchè con una volpe o un cinghiale non fanno così.

Ultimi giorni e poi si scende. Discesa a piedi, poi giù ci saranno i camion per portare tutte le vacche nella cascina di pianura. Le due donne si incamminano, noi continuiamo a chiacchierare: “E’ bello per una volta parlare con qualcuno che ne capisce… Qui gente ne passa tanta, anche se il sentiero è più lungo, per andare al rifugio molti passano di qui perchè è meno ripido. Ma molta gente non sa cosa vuol dire questa vita, questo lavoro!

E i colori sono proprio quelli che precedono la discesa. Qui siamo a quasi 1700 metri, forse pascolerà ancora qualcosa più in basso, ma sarà solo un passaggio veloce durante la transumanza. Anche in questo vallone ci sarà solo più il silenzio.

Nell’ultima radura che incontro prima di rientrare nel bosco, ecco i segni di quelli che presto resteranno quasi gli unici abitanti di queste quote. I cinghiali hanno completamente rivoltato il cotico erboso. In questa stagione è facile osservare questi danni un po’ ovunque sui pascoli. E’ un problema sia per chi deve sfalciare, sia per il pascolo vero e proprio, perchè in seguito a questa “aratura” la qualità dell’erba peggiora.

Tanti appuntamenti

Autunno. Le montagne si svuotano. I campanacci risuonano lungo i valloni, mandrie e greggi scendono lungo strade e sentieri, quindi è tempo di feste della transumanza e fiere zootecniche. Vi ricordo un po’ di appuntamenti, quelli che mi sono stati segnalati. Prima di tutto, la fiera di Barcellonette in Francia sabato 27 (io sarò là, spero di incontrare molti di voi).

Poi in Val Varaita, a Sampeyre, Fiera di San Michele, Triathon del boscaiolo e fiera zootecnica, 26-27-28 settembre. E chi lo sa che non vada a fare un giro…

In Lombardia hanno organizzato il campionato del mondo di mungitura a mano. Simpatica iniziativa, oltre che gara di abilità tra i professionisti del mestiere. L’appuntamento per i concorrenti e per il pubblico è domenica 28 settembre a Lenna (BG). Ma cosa mi tocca leggere oggi? Questo articolo… Gente ignorante che si spaccia per “amica degli animali” arriva a chiedere la revoca della manifestazione con motivazioni come questa: “Si rischia di assistere ad uno spettacolo fortemente diseducativo che umilia ancor di più un’animale già privato di ogni connotazione esistenziale dalla cultura diffusa dall’industria alimentare attraverso i media” (Simona Magni per LAV Bergamo). Forse sarebbe meglio che questa gente assistesse per ricevere una corretta educazione… Se non loro in prima persona, forse i loro genitori, sicuramente i loro nonni e bisnonni avevano una conoscenza più concreta di quelle che sono le nostre radici, le basi della nostra vita. Che vergogna leggere simili cose! “Una provocazione vera e propria verso la sensibilità comune che, fortunatamente cresce nel tempo e riduce le distanze siderali che l’uomo ha tracciato rispetto alle altre specie che abitano questo pianeta in nome del profitto. L’ennesimo tentativo di promuovere usanze totalmente avulse ed estranee al costume civile e suscettibili, anzi, di pericolose involuzioni verso l’indifferenza al dolore altrui.” NO COMMENT!!!!!

Dal Veneto (e ritorniamo alla concretezza, perchè sopra le “distanze siderali” sono tra quella gente e la natura!) mi segnalano questa manifestazione, già in corso oggi, ma che si protrae fino al 28 settembre. Festa della Transumanza a Zevio (VR).

Io vi ricordo ancora la presentazione del mio romanzo “Lungo il sentiero”, domani sera, 26 settembre, ore 21:00 presso la Villa Comunale a Cantalupa nell’ambito di Cantalibri.

Poi… la prossima settimana il calendario sarà ancora più ricco! Feste della Transumanza a Pont Canavese (TO), a Premia (VB), ma ne parleremo ancora!

Nebbia dell’Est

Trasferta dall’altra parte delle Alpi. Ero in Friuli per presentare il mio libro a Pordenonelegge, ma i miei compagni di viaggio erano impegnati anche in altre manifestazioni, così io ne ho approfittato per cercare di vedere qualche realtà locale. Non avendo la mia auto a disposizione, purtroppo non ero libera di spostarmi a piacimento, ma i pastori si sono comunque prestati a farmi da taxisti e accompagnatori!

Così al mattino sono stata raccolta per la strada da Giancarlo, pastore che già avevo incontrato anni fa alla fiera di Rovato (BS). Dal Piemonte al Friuli, non ci sono problemi a trovare argomenti di conversazione quando si incontra un pastore. Sono giornate un po’ convulse, ultimi giorni in montagna prima di iniziare la discesa, inoltre c’è la vendita dei montoni per la festa islamica, ma io “non mi spavento”, so com’è il mestiere e… se posso dare una mano… Purtroppo il tempo non è buono. Da queste parti piove spesso, l’estate ha visto brutto tempo ovunque, ovviamente qui non ha fatto eccezione.

Quando arriva anche il figlio di Giancarlo, Emiliano, mi porta su alla malga, dove però la nebbia mi impedisce di godere del panorama, che tutti mi assicurano essere splendido. Riesco a malapena a scorgere tutto il gregge, di grandi dimensioni, con animali “tutti uguali”, selezionati accuratamente. Grande è la passione di questi pastori di origine appenninica, che una quarantina di anni fa sono venuti a cercare pascoli da queste parti, vi si sono stabiliti e hanno messo in piedi un’azienda veramente ben organizzata.

Dopo aver chiacchierato a lungo con il papà, pastore un po’ filosofo, pastore che guarda lontano, presidente dell’Associazione dei pastori transumanti del Triveneto, parlo con Emiliano, che mi racconta la sua storia. Inizialmente non lavorava con il padre, pur avendo avuto da sempre la passione per le pecore. Ora però gestisce uno dei due greggi sulle montagne friulane, greggi che si riuniscono in pianura.

La nebbia va e viene, ma il vento non riesce a predominare. Salgono su questa malga solo da qualche anno, se la sono aggiudicata non senza polemiche perchè, nonostante risiedano qui da anni, qualcuno forse li ritiene ancora “allevatori che vengono da fuori”. La malga è regionale, c’è una bella strada e bellissime strutture, in precedenza era utilizzata da (poche) vacche. La sera prima a Tolmezzo gente del posto mi spiegava che molte malghe restano vuote, specialmente quelle che non possono accogliere un grosso carico di animali. Anche da queste parti avevano cercato di infiltrarsi gli speculatori, ma sono riusciti a bloccarli e poi: “…le superfici non estese non fanno gola…“.

Solo per un istante si intravvede una cima. Rocce calcaree, come tutte quelle che stiamo calpestando. Un territorio diverso da quello a cui sono abituata. Siamo in Carnia, il confine è vicino, da una parte quello austriaco, dall’altro quello sloveno. Una terra povera da cui molti sono partiti, andando a cercare fortuna altrove. Invece questa famiglia di pastori è arrivata e risiede qui per qualche mese all’anno, tra la casa in Val di Resia e le malghe su in quota.

Mi ha colpito l’organizzazione di questi pastori. Abituata a vedere “arraggiamenti” spesso non proprio a norma di legge per trasportare gli animali, qui invece ci sono veri e propri mezzi speciali, sfruttati al meglio nella stagione di pascolo vagante. Sono davvero curiosa di tornare per incontrare questo ed eventualmente altre greggi in autunno/inverno e rendermi conto di come si lavori in pianura da queste parti.

E’ ora di pranzo e il gregge viene chiuso nella rete. Verrà riaperto nel pomeriggio. Qui non ci sono problemi di lupo, anche se ufficialmente dovrebbe essere passato, visto che altrove branchi si sono formati dall’incontro di lupi dalla Slovenia con lupi dell’Appennino. Però c’è l’orso, che in passato ha causato non pochi danni anche a questo gregge. Attacchi, pecore uccise e sbranate. “Gli orsi hanno il radiocollare, ci mandavano i sms per dirci dov’era. Guardando le cartine dove avevano segnato il percorso che faceva, ho visto che era sempre a 50-60 metri di distanza del gregge, eppure io non lo vedevo.

Scendiamo in fondovalle dove il camion è arrivato per caricare gli agnelloni. I pastori mi hanno a lungo parlato dei montoni che erano venuti a comprare in Piemonte. La selezione, su questo gregge, è molto curata. Emiliano mi ha mostrato i montoni, mi ha spiegato quale sia il tipo di pecora che preferisce, la forma delle orecchie, della coda. Ognuno dei due greggi ha un’unica pecora nera e un’unica pecora con le orecchie corte, quelle che da noi sono le taccole (con i vari nomi dialettali per definirle). Per “staccare” un po’ dall’omogeneità generale, in pianura ci sono poi gli asini. Niente capre, Giancarlo non le vuole assolutamente vedere tra le pecore!

(foto G.Morandi)

Quanto fosse bella la malga lo vedo prima sfogliando le immagini sul cellulare di Giancarlo, poi proprio stamattina, guardando la foto che lui stesso ha postato su Facebook prima di partire per la discesa. Tempo di transumanze, le montagne a poco a poco si svuotano.

Molto gentilmente Emiliano si presta ancora a farmi da accompagnatore. Adesso deve andare dal suo gregge, nella Val di Resia, dove la sua famiglia ha preso la residenza molti anni fa. Prima vedrò gli animali, scesi a mezza quota, anch’essi quasi pronti per la transumanza, poi conoscerò anche il resto della famiglia. Da quel che capisco, qui l’essere vaganti è davvero estremo. Avanti e indietro tra il gregge e la casa, sia in montagna, sia in pianura. Sacrifici da affrontare ce ne sono per tutti, per i pastori che viaggiano, per le mogli/compagne che aspettano il loro arrivo.

Qui il tempo è un po’ più bello. La Slovenia è davvero vicina, nel cuore dell’estate si pascola proprio sul confine. Mentre salivamo, mi faceva vedere tutti i posti dove pascolerà nei prossimi giorni, scendendo. Tanti prati, alcuni dove non è stato effettuato lo sfalcio, altri dove l’ultimo taglio viene lasciato alle pecore. “Siamo conosciuti, è una vita che passiamo qui. Anche quando si scende per la strada, la gente ci conosce, poi non c’è molto traffico.” Salita e discesa avvengono interamente a piedi, il territorio lo consente, poi ci sono i letti immensi dei fiumi. Il Tagliamento è impressionante, ma sia Emiliano, sia Giancarlo, mi raccontano storie di alluvioni, l’acqua che sale e inonda tutto, il gregge da portare in salvo.

Ovviamente ci si avvale dell’aiuto di collaboratori, impossibile far tutto da soli. “Mi piacerebbe anche avere ragazzi italiani, ma… Una volta ne avevo fatto venire uno, mi aveva contattato lui. Ha detto che aiutava già pastori dalle sue parti. L’ho lasciato solo con il gregge e la sera quando arrivo su stanco morto ne avrà avute insieme 2-300. E tutte le altre?? Secondo lui erano tutte lì! Così ho dovuto andare su fino in cima a riprenderle… L’abbiamo mandato via subito. Purtroppo di Italiani che vogliano fare questo lavoro come stipendiati, non ne trovi di validi.

In entrambe le greggi ci sono numerosi agnelli. Purtroppo è ora di rientrare, riparto con la voglia di vedere meglio queste montagne, ma anche con il desiderio di tornare anche nella stagione del pascolo vagante. E’ stata una bella giornata: per l’ennesima volta rifletto su come i pastori abbiano ovunque gli stessi problemi, parlino la stessa lingua, ma poi alla fine è impossibile “metterli insieme” e riuscire a combattere uniti per poter ottenere qualche soluzione.

Ancora un grosso grazie a tutta la famiglia per la giornata che, pur tra i tantissimi impegni, mi hanno dedicato.

Riflessioni sulla figura del pastore

Riflessioni su “chi è il pastore” ne avrei da fare per ore, senza però arrivare ad una definizione univoca che vada oltre il “chi conduce al pascolo un gregge di pecore e/o capre”. Però posso raccontarvi un po’ i miei pensieri dopo una gita oltralpe di qualche settimana fa.

Sulla pastorizia francese abbiamo già parlato più volte. Incontrare un ragazzo italiano, che ha frequentato la scuola di Merle e attualmente lavora in alpeggio per un allevatore della Crau può essere molto interessante per capire qualcosa in più. In più occasioni ho già avuto l’impressione che (generalizzando, ovviamente esistono casi molto diversi tra loro) ci sia una grande differenza tra la maggior parte di quelli che “vanno a fare i pastori” in Italia e altrove. Anche da noi ci sono giovani (e meno giovani) che desiderano cambiar vita e avvicinarsi al mondo dell’allevamento come scelta di vita, ma in Francia molti lo fanno con un’ottica differente.

Dal momento che l’allevamento ovino in Francia è strutturato diversamente, con le grosse aziende e gli allevatori, che a loro volta impiegano pastori salariati, chi sceglie di fare il pastore lo fa con un’altra filosofia. Sceglie soprattutto un mestiere che implica un determinato stile di vita. Nomade, lontano dalla società, con rapporti stretti più con gli animali che non con le persone. Ovviamente in qualunque caso fare il pastore ti porta ad un’esistenza particolare, ma una parte dei “pastori salariati” esistenti oltralpe in più occasioni mi ha dato l’impressione di una sorta di “scelta di vita alternativa”, che però garantisce anche un buon stipendio.

E qui sta la grossa differenza con l’Italia. Non l’unica, ma è comunque un punto rilevante. Poter pagare stipendi dignitosi ai pastori (grazie ad un mercato dell’allevamento ovino più redditizio, grazie a contributi destinati agli allevatori evidentemente pensati diversamente, ecc ecc) fa sì che chi vuole fare questo mestiere possa dedicare del tempo alla formazione e in seguito vivere del proprio lavoro. Con un allevamento di pecore da carne, chi può permettersi di pagare stipendi mensili per un aiutante che superano anche i 1500-2000 euro? Non a caso si parla già di alcuni pastori italiani che hanno ripreso ad emigrare come un tempo, per andare a lavorare in Svizzera! E non parlo di giovani che hanno fatto “la scelta di vita”, ma vero e propri pastori che hanno trovato soluzioni alternative per i propri animali qui e… via a badare ad un gregge su altre montagne, percependo uno stipendio che qui nemmeno ti puoi sognare.

Certo, se fai il pastore devi amare gli animali, avere la passione per le pecore. Ricordo però cosa mi diceva un grande pastore, mio amico, che nella sua vita ha sempre solo lavorato come salariato. “Il mio rimpianto è non aver avuto pecore mie.” Fai del tuo meglio per tener bene gli animali che ti affidano, ma non sei tu a scegliere le agnelle da allevare, il maschio da utilizzare come riproduttore. Anche se lavori estate ed inverno con lo stesso gregge, non hai comunque le soddisfazioni che ti darebbero animali tuoi. Sono sottigliezze che solo chi è del mestiere può arrivare a percepire. Anche il pastore salariato ha l’orgoglio di voler scendere dalla montagna con un gregge che faccia bella figura, perchè quello è il frutto del suo lavoro estivo, ma credo che vi sia una mentalità diversa tra il generico “pastore” che incontro normalmente sulle nostre montagne e molti di questi berger salariati. Il 27 avrei intenzione di tornare alla fiera di Barcellonette, ma nel frattempo vi invito a riguardare queste immagini di una edizione degli anni scorsi.

Quest’anno la stagione è stata difficile. Qui abbiamo una bella giornata di sole, ma sappiamo bene come molto spesso non sia stato così. Pioggia, nebbia, pecore zoppe, immaginatevi cosa possa significare per un pastore “neofita”, salito in alpe per la prima volta con un gregge, anche se con alle spalle un anno di scuola in cui ha svolto parecchia pratica. Non so se sia un caso, ma spesso, nel corso dell’estate, sull’apposita pagina facebook leggevo spesso annunci del genere: “Recherche urgent un(e) berger(e) pour fini estive dés que possible jusqu’au 10 octobre environ 1750 brebis a garder au col du… s’adresser à… “, a testimonianza del fatto che, nel corso dell’estate, qualcuno non ce la faceva più a portare avanti il lavoro. A volte i sogni sono diversi dalla realtà!

Qui infine vedete il ricovero d’alpeggio. Il pastore mi spiega che questo rappresenta il minimo sindacale previsto dai contratti, dal momento che non c’è la luce e nemmeno l’acqua interna. E’ sicuramente spartano, come alloggio, ma già meglio di certe situazioni che ho incontrato nelle vallate piemontesi. Il giovane pastore dice che, chi vuol fare questo mestiere, deve andarsene dall’Italia! Sembra di capire che lui, dopo aver guadagnato un po’ di soldi come salariato, voglia mettersi in proprio. E’ un’utopia pensare che qualcosa possa cambiare anche da noi? Ovviamente è inutile pensare a fare una formazione specifica se poi nessun pastore può garantire uno stipendio decente ai suoi aiutanti.

Pecore del Nord-Est

Prima di parlarvi della Pecora Brogna, comunico agli amici del Nord Est che da giovedì sarò in Friuli, fino a domenica. Il 21 settembre presenterò “Lungo il Sentiero” nell’ambito di Pordenonelegge, ore 10:00 in Piazza della Motta. Venerdì però sarò a Tolmezzo e sabato a Pordenone, ma gli impegni riguardano i miei accompagnatori, pertanto… se qualche amico del blog volesse portarmi per greggi o malghe, contattatemi!

Adesso però torniamo in Veneto. Anche in questo caso, dopo aver saputo che andavo ad Erbezzo per presentare il mio romanzo, un amico mi ha invitata a vedere il suo gregge. Si tratta di un giovanissimo pastore che già ci aveva raccontato la sua storia. Così ci incontriamo in piazza e poi risaliamo le colline fino al prato dove le pecore stanno pascolando, chiuse in un ampio recinto.

(foto E.Pollo)

Mirko ha chiesto un permesso dal lavoro per incontrarmi e mostrarmi il suo gregge. Lavora presso un’azienda viti-vinicola della zona, ma è chiaro che la sua grande passione siano le pecore. Cova anche il sogno di diventare pastore full-time, anche se sicuramente non è una scelta facile.

Il suo piccolo gregge è composto da animali di razza Brogna (quasi in purezza) razza locale a rischio di estinzione che attualmente è in fase di recupero. Le pecore sono belle e ben tenute, l’erba non manca e… mentre siamo lì, un contadino viene ad offrirgli pascoli appena oltre la strada che risale tra le colline. “Vado dalle pecore tutte le mattine prima di andare a lavorare. Controllo che tutto sia a posto, che nessun animale sia rimasto impigliato nelle reti o abbia rovinato il recinto. Passano lepri, caprioli… Metto 4-5 reti che abbiano da mangiare per qualche giorno, poi le sposto.

La passione di Mirko è davvero grande. Gli animali alzano la testa tutti insieme appena lui li chiama, ma il più domestico in assoluto è il montone, che richiede le nostre attenzioni per tutto il tempo che rimaniamo lì a chiacchierare. Mirko mi fa mille domande, chiede consigli. E’ in contatto con i pastori della zona, qui ci sono piccoli allevatori, oppure passano i grossi greggi in discesa, che poi si spostano verso la pianura. Ma è zona di vigneti, quindi per i transumanti c’è poco spazio.

La pecora Brogna sarà poi tra i protagonisti della Fiera di Erbezzo il giorno successivo. L’Associazione per la tutela di questa razza, nell’ambito della 107° fiera del bestiame in questo comune della Lessinia, per la prima volta ha organizzato una rassegna dedicata alla pecora. Per essere il primo anno, c’è già un buon numero di appassionati partecipanti.

Io dovrò ripartire prima della premiazione e prima di vedere/assaggiare la “porchetta di pecora”. Come mi dicevano gli amici di Erbezzo, uno dei loro slogan è “mangiarla per salvarla”. Oltre al recupero della razza, è necessario anche favorire il consumo di carne ovina, poco conosciuta anche da queste parti. Si sta però investendo sulla valorizzazione tramite anche la trasformazione in salumi, ma anche sulla lana, particolarmente pregiata.

La fiera richiama molto pubblico, ci sono le “normali” bancarelle tipo mercato, ma poi accanto agli animali troviamo i banchi delle sellerie, con tutte le attrezzature specifiche per l’allevamento e la caseificazione.

Cambiamo un po’ genere di campanacci e collari, rispetto a quello che siamo abituati a vedere in Piemonte. Un giro rapido per la fiera, tra macchinari e bancarelle varie, ancora un saluto agli amici incontrati il giorno precedente.

Arriva anche qualche bovino, ma non sono più i grandi numeri della fiera di Erbezzo di un tempo. Gli organizzatori sperano di riportarla agli antichi fasti, quando lo spazio della fiera era per metà occupato dagli animali ed i commercianti venivano a vendere e comprare.

Ci sono anche produttori di formaggio, come questo giovane allevatore di capre e pecore. Mi racconta il ritrovamento di un suo agnello mangiato dal lupo… Il tema scottante continua ad aleggiare su tutta la fiera. Per me però è davvero ora di rientrare in Piemonte, agli altri impegni che mi aspettano, così saluto e riparto. L’impegno è di tornare il prossimo anno, magari trovando ancora più allevatori che parteciperanno con i loro animali.

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?