Quello che le foto non dicono

Lo so, vi piace innanzitutto guardare le foto che pubblico. Poi, certo, anche leggere le storie, che siano di pascolo vagante, d’alpeggio, di montagna, ma senza le immagini sarebbe un’altra cosa. Ma cosa dicono, le foto?

Basta questa a spiegare la siccità, anche nelle vallate più fresche? No, sembra tutto verde, non riuscite ad immaginare la polvere che alza il gregge sul sentiero. E questo è un posto tra i più fortunati, pare che solo un vallone più in là ci siano margari seriamente in difficoltà con l’acqua e altrove c’è chi parla di scendere o è addirittura già sceso.

E questa foto riesce a farvi vivere almeno con il pensiero un improvviso temporale con grandine che spaventa persino i cani? Evviva la pioggia, certo, ma nel giro di un paio di minuti si passa dal caldo quasi afoso al freddo pungente, al vento che ti sferza, ai chicchi gelati che rimbalzano sugli ombrelli, mentre restano impigliati nel vello delle pecore.

Questo, a vederlo così, sembra un pascolo idilliaco e non ci si rende conto della fatica fatta dai pastori un paio di centinaia di metri più a valle, cercando di collocare il recinto tra rododendri, mirtilli e ginepri, nel tentativo di bonificare poco a poco pascoli un tempo fenomenali. Gli stessi ex pascoli che si vedono qui nello sfondo, oggi un tappeto via via più fitto dei suddetti cespugli, dove il trifoglio alpino soccombe e cede il passo all’Avenella flexuosa, graminacea sintomo di un pascolo che evolve verso un bosco (a queste quote, cespugli).

Fortunato il pastore che si trova a pascolare quassù, e fortunate le pecore! Ma erano pascoli ottimi un tempo, quando al pomeriggio potevi lasciare qui il gregge che si saziasse a volontà, e bevesse nel torrente che attraversa la conca. Oggi le ossa bianche tra le rocce ti ricordano che quel tempo è passato, così quando sono le 18, magari le 18:30, con i cani inizi a far scendere le pecore, che lo fanno mal volentieri, impiegando magari un’ora o più per raggiungere il recinto. Sei soddisfatto solo a metà, perchè sono meno piene di quel che sarebbe giusto. Ma anche così tu non riesci ad arrivare alla baita prima che sia notte…

Il caldo arriva anche a queste quote e lo immagini dall’aria non limpida, dall’ultima neve che scioglie a vista d’occhio. Ma le foto cosa vi dicono di questa vita d’alpeggio? Vi fanno sognare, mi scrivete che anche voi volete andare a lavorare lassù, e qualcuno è riuscito a farlo, ma non sempre le esperienze sono positive e avremo modo di riparlarne prossimamente.

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  1. Il fatto che la vita in queste condizioni è molto, molto dura.
    Può essere una esperienza piacevole per un tempo limitato, ma farla per sempre…… bisogna proprio averla nel sangue.

  2. Quando ti leggo rifletto sovente su questo mondo intriso di fatica. Mi succede sovente anche quando sono in escursione, durante le faticose salite e discese dai monti: gli scenari mozzafiato che mi offre la montagna si accostano con irruenza alla stanchezza che provo quando sono lassù.

    E spesso mi capita di pensare a tutto quanto la specie umana ha fatto, e sta facendo, per evitare quella fatica, per cercare di vivere con più comodità.

    Ma dov’è la verità?

    Quella di donne e uomini allenati da milioni di anni di evoluzione, ad opera di una natura dura e severa, oppure quella di esseri umani che cercano di tirare avanti, tra uno spread ed un altro, con la sedentarieta inventata da qualche decennio?

    E quanto “costa” un tipo di vita rispetto all’altra (mettendo tra i costi anche tutti i problemi che l’umanità si sta creando con i suoi “modelli di sviluppo”) ?

    • la crisi dovrebbe far riflettere ancora di più, e invece poi ti capita di incontrare della gente di montagna come quella di cui parlo oggi… gretta, imbevuta di pregiudizi, che non fa che confermare certi stereotipi.
      come sempre, è il peggio a creare la rappresentanza della categoria…
      così il pastore sarà incivile, sporco, burbero… il turista becero e incivile, il montanaro gretto ed ignorante…

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