Di chi è la montagna?

Sono quasi stufa di far parole, discussioni… Questo blog è poco aggiornato perchè passo la gran parte del mio tempo “libero” in alpeggio (e non sono ferie!), mentre i restanti giorni della settimana sono suddivisi tra normali incombenze “domestiche” e altre mie attività lavorative. Quando sei in alta quota con gli animali, senza nemmeno un telefono (tanto non prende), finisci per non guardare nemmeno più l’ora, giusto il sole per sapere se è ora di scendere a preparare cena o mettere le pecore nel recinto. Però non sei completamente isolato, qualcuno passa, specie in questi giorni estivi. E allora ti chiedi perchè un escursionista con lo zaino in spalle transita davanti alla porta della baita dell’alpeggio, guarda dentro e non risponde al tuo saluto. Non poteva essere arrabbiato per la presenza di cani (c’era solo un cucciolo di due mesi e mezzo) e nemmeno c’erano fili tirati o reti sul sentiero/strada. Se non trovava il sentiero a causa della segnaletica un po’ carente o mal posizionata non è colpa mia, ma nelle scorse settimane proprio quella è stata l’occasione per fare due chiacchiere con numerosi altri escursionisti finiti tra le baite cercando di capire dove passare per andare al colle xyz o quello abc.

E così, quando quel “turista” non ha salutato, ho ripensato a qualcosa accaduto pochi giorni prima. E mi sono messa a riflettere sul tema “di chi è la montagna?”, che aveva in parte già generato questo post relativo alla presenza di mezzi a motore su piste e sentieri. Proprio il giorno prima di salire di nuovo in alpe, su Facebook un’amica (tra l’altro una delle intervistate per “Di questo lavoro mi piace tutto“) segnalava come un cartello da lei posizionato nei prati di proprietà era stato oggetto di un post in un blog. Da allora il blog è stato oggetto di svariati commenti e l’autore ha pure parzialmente modificato il testo, mitigandone anche i toni nei commenti. La questione era il trovar ridicolo un “vietato calpestare i prati” con riferimento alla LR 32/82 in quel di Prali, Val Germanasca. “Ma se non si possono calpestare i prati cosa si può fare in montagna d’estate?“, dice (ironico?) l’autore. Si può ad esempio utilizzare quel buonsenso che sempre più spesso sto invocando quando si scatenano discussioni che vedono schierate fazioni di contendenti sordi. Il montanaro contro il turista, il turista contro il pastore, il villeggiante contro il taglialegna, il ciclista contro il cane, pro questo e contro quello.

Passano decine e decine, centinaia, migliaia di turisti accanto a greggi e mandrie. Per fortuna con i più non ci sono problemi, qualcuno oltre a salutare scambia anche due battute, altri ancora si fermano per una breve chiacchierata. Qualcun altro fotografa da lontano, furtivamente, temendo… di disturbare? Quassù siamo tutti ospiti, la montagna non è di nessuno, non è di tutti. Se però c’è una proprietà privata, questa è tale anche a 2.000 metri e pertanto va rispettata, anche se ci piacerebbe utilizzarla per nostri scopi ludici, dallo sdraiarcisi su all’effettuare una raccolta di qualche genere (fiori, frutta). Ci sono leggi ben precise a normare tutto questo, quando manca il buonsenso. E’ anche comprensibile che il montanaro covi pregiudizi contro l‘homus turisticus, anche quando quest’ultimo può contribuire all’integrazione del suo reddito nella stagione delle vacanze. Dopo averne viste di tutti i colori sei pronto a scattare alla minima osservazione, sei prevenuto.

Anche quassù c’è comunque un padrone. Il gregge è lì perchè l’alpeggio è stato affittato, raramente è addirittura di proprietà dello stesso pastore. Forse è difficile da comprendere, perchè vige quest’idea della montagna “di tutti”, cosa che non vale forse per il mare, dove si è più pronti ad accettare la presenza di spiagge “private” o comunque chiuse al grande pubblico. Nessun alpeggio è interdetto, si passa e si va (a piedi, in bici, in auto o in moto dove consentito) a piacimento, preferibilmente usando la testa ed il sopracitato buonsenso. Se parcheggio in mezzo al pascolo, è facile che una vacca usi la mia auto come grattaschiena, oltre ad innervosire il margaro perchè è come se a voi parcheggiassero l’auto nell’orto o nell’aiuola di casa. Certo, il pascolo lassù è grande, immenso, ma non è comunque un parcheggio. Non è questione di essere “ambientalisti” o che altro, ma solo di avere rispetto ed essere educati con chi si incontra. Magari anche chiedere: “Posso parcheggiare qui? Dove posso lasciare la macchina? Dove posso passare per non spaventare gli animali?“. Sembra di dire cose ovvie, ma evidentemente…

Concludo con un altro episodio di attualità. Mi dicono che, in una recente cronaca televisiva di una tappa dell’Iron Bike, gara di mountainbike a tappe tra le vallate delle province di Torino e Cuneo,abbiano parlato dei problemi con i cani a guardia di un gregge lungo il percorso. Poteva essere l’occasione per spiegare come ci si comporta in presenza di questi cani, e invece… Vorrei sapere nel dettaglio come sono andate le cose. L’IronBike ha la pretesa di avere un percorso “segreto”, anche se in molti in loco ovviamente sanno dove e quando si passerà. La mia prima domanda riguarda come e se sono stati avvisati i pastori, perchè se ciò non è avvenuto non si può protestare contro di loro. Nel mese di giugno doveva transitare una gara podistica attraverso i “nostri” pascoli e ci è stato chiesto di tenere gregge e cani lontano dal tracciato per le ore della gara. Così abbiamo fatto e non ci sono stati problemi. Se il caso specifico mostrato e criticato in TV è “colpa” dei pastori… per un giorno si possono anche mandare gli animali a pascolare altrove, il rispetto e la cortesia vale per tutti. Mi piacerebbe saperne di più ed eventualmente, se qualcuno sa se è reperibile on-line, vedere questo famoso video della tappa “incriminata”.

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  1. Andare a quel paese
    Vademecum del turista responsabile

    Autore: Duccio Canestrini – http://www.ducciocanestrini.it/libri

    Collana: Universale Economica
    Pagine: 192
    Prezzo: Euro 7,5

    Il libro
    Ormai tutti sono stati dappertutto: dall’India ai Caraibi, dal Kenya all’Egitto. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo, ogni anno settecento milioni di “nomadi del benessere” lasciano casa per svagarsi e ricaricarsi. Ma l’ottanta per cento degli spostamenti internazionali riguarda i residenti di soli venti paesi, ovviamente i più ricchi del mondo. I quali, paradossalmente, poco si curano dei danni ambientali e sociali arrecati dall’industria delle vacanze alle destinazioni “paradisiache” di turno. Da parte di associazioni, insegnanti, gruppi ambientalisti, mondo della solidarietà, giornalisti, turisti e tour operator lungimiranti, si sta sviluppando una nuova attenzione alle modalità del partire per le vacanze. Tanto che, dopo l’etica del lavoro, forse è giunto il tempo di parlare di un’etica del turismo. Cambiare si può, e conviene. Soltanto una maggiore consapevolezza è in grado di ridare senso al viaggio: quell’antico piacere, quella crescita individuale, che si ottengono attraverso gli incontri più diversi. Per trasformarsi, senza necessariamente attraversare gli oceani, da consumatori di vacanze a protagonisti delle proprie avventure. Una riflessione seria, a tratti ironica, decisamente appassionata per vivere da protagonisti i propri viaggi senza offendere la dignità altrui.

  2. Nel III millennio, pur disponendo di ogni diavoleria tecnologica, e pur avendo avuto decenni di lavaggio del cervello da parte della televisione pubblica (ma a che cavolo è servita quella diabolica scatoletta? … pardon, sottiletta?) non siamo riusciti a crescere (crescere! Monti ! La crescita non è solo quantitativa, PIL e denari vari… ma anche culturale !) come cittadini che vivono su di un territorio fatto di montagne.

    D’altronde non era funzionale al dio “consumismo becero” far aprire gli occhi ai consumatori cittadini, avviandoli magari verso una sana cultura di montagna, perché i monti dovevano essere soprattutto visti come un parco giochi, una sorta di Disneyland della neve da finanziare anche con denaro pubblico (forse non tutti sanno che la Regione Piemonte finanzia i comprensori sciistici come quello del Sestriere).

    Perfetto: il solito uso assistenzialistico del denaro pubblico che, come tu ci racconti, non ha prodotto nel lungo termine una maggior consapevolezza delle importanti risorse presenti nelle vallate (non solo ricchezze materiali ma anche culturali).

    E allora come stupirsi se ci sono dei poveretti (cittadini piemontesi ! Ripeto: cittadini pie-monte-si… c’è un “monte” in quella parola… chissà quanti se ne sono accorti…) che si chiedono cosa fare in montagna se non possono pestare (o appestare?) i prati ?

    Già, vallo a raccontare che quella materia verdolina, da schiacciare con le suole delle scarpe da ginnastica, per le genti alpine era (è) come lo stipendio del popolo delle buste paga.

    Ma in fin dei conti neanche io, in configurazione “cittadino consumatore e divoratore”, avrei, forse, mai compreso l’importanza di quella risorsa verde, su cui spuntano i fiorellini, se non avessi avuto la grande fortuna di conoscere dei montanari che vivono tra le Alpi 365 giorni all’anno (ma ci ho messo comunque una buona dose di ascolto umile, quasi imposto per evitare figuracce da “padrone del mondo” metropolitano che sa tutto…).

    L’errore madornale che fa la scuola è spiegare ai bambini che l’essere umano è intelligente (emerita baggianata).

    L’uomo è fondamentalmente stupido. Se si dicessero queste cose da piccoli, ci comporteremmo più umilmente e con più mitezza verso il nostro mondo.

  3. Oltre a mancare sempre meno il buon senso tra le persone, manca anche l’educazione civica (tolta dalla riforma Gelmini da quasi tutte le scuole superiori) e, a volte, l’educazione impartita dalla famiglia ai pargoli.

  4. Come per molte cose, basterebbe il buonsenso (e il rispetto) a colmare la distanza.
    Anch’io in montagna probabilmente farei una quantità di gaffe, per banale inesperienza, perché non sono abituata a determinati territori e non è scontato entrare in un’ottica diversa. Ma con un piccolo suggerimento non avrei problemi ad adeguarmi.
    Magari non distinguerei subito un pascolo da un prato di altro tipo, ma proprio a questo servono i cartelli (che pure in città sono normali): a spiegare. Chi se la prende per cose simili, è un pirla che si comporta così ovunque, temo.

    • pascolo o prato che sia… non è da pestare o parcheggiarci su o giocarci a pallone, specialmente se l’erba è alta.
      ma prendersela perchè uno mette un cartello per spiegare… boh? perchè allora non prendercela se c’è un cartello di divieto di sorpasso in curva? non è ovvio che, se non vedo, non posso sorpassare? ;-)

      • …perché a noi italiani ci viene il prurito quando si tratta di rispettare le leggi, buone o cattive che siano…

        Siamo incapaci di vivere in uno Stato. Che poi, se prendiamo la definizione, è una cosa molto semplice (vado a memoria, riprendendo dai miei neuroni i tomo dell’esame di Diritto Pubblico):

        Per parlare di “Stato” sono necessarie tre cose :

        – un territorio ;
        – una popolazione che ci vive;
        – un corpo normativo (non il corpo di Belen Rodriguez… le leggi, ovvero le regole basilari per vivere non da barbari su quel territorio….).

        Troppo semplice per noi italiani.

      • Citavo questi due perché tra pascolo (o campo coltivato, per dire, che è una pietra di paragone a me più nota) e prato c’è differenza.
        Se non parliamo di prati privati, ovviamente, di aiuole fiorite e tenute ad arte con funzione estetica o simili; il prato è fatto proprio per essere fruito.
        Certamente tra camminarci o sdraiarcisi sopra e calpestare a mo’ di Attila, senza criterio (specialmente se l’erba è alta, come giustamente aggiungi) ce ne passa.
        Probabilmente alcuni scambiano proprio il pascolo per un prato, e se non si rendono conto che è proprietà privata la frittata è fatta.

      • tecnicamente parlando, in ambiente dove viene praticata la zootecnia, il prato è la superficie erbacea destinata allo sfalcio per la fienagione e quindi per il foraggio da utilizzarsi d’inverno, mentre il pascolo è quello in quota, destinato proprio solo al pascolamento. abbiamo poi ancora il prato-pascolo, dove avviene uno (o due) tagli di fieno e un pascolamento autunnale, o un pascolamento primaverile e fienagioni successive, dipende.
        il prato del parlare comune, quello di casa propria o del parco pubblico è altra cosa :-)

  5. http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-47a8406e-881b-4208-9fe9-19137eb4ed78-tgr.html#p=0
    Ciao,
    questo è il link dell’archivio on line del tg3 regione, nn mi ricordo la data in cui è passato il servzio dei cani e dei ciclisti anche se lo avevo visto e avevo pensato (mi scuseranno i ciclisti) che mal comune mezzo gaudio ovvero i cani inseguono anche dei ciclisti forti e preparati come loro e nn solo me! :-)
    Se sai la data cmq dovresti trovare facilmente il servzio inquesto archivio.

  6. Ricordo di aver visto il servizio del tg dell’iron bike perchè ho pensato (malignamente lo ammetto, mi perdonino gli atleti) mal comune mezzo gaudio, nel senso che anche loro così preparati fisicamente sono incappati in un imprevisto come capita a me che invece in bici un pò arranco e molto fatico. Ma nn mi ricordo la data del servzio. Se qualcuno ha più memoria e me la indica forse trovo il “video della tappa incriminata” nell’archivio del tg regione e poi posto il link.

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