Pastori (d’Italia?) unitevi

Vengo da un periodo denso di impegni durante il quale sempre più mi ritrovo a meditare sul futuro, professionale e privato. Intorno a me c’è chi si chiede come io faccia a “star dietro a tutto” e vi assicuro che in molti momenti è tutt’altro che semplice, quasi impossibile. Ecco anche perchè ultimamente questo blog è spesso in arretrato con gli aggiornamenti.

Nelle ultime settimane ho partecipato a diversi incontri e convegni, in Italia e non solo. Per esempio sono stata a Barcellonette (Francia) con i colleghi del progetto Propast per confrontarci con i vicini francesi su tematiche relative al pastoralismo ed al “problema lupo”. Oltralpe sono molto, molto più avanti di noi, anche perchè la pastorizia è veramente un settore importante dell’economia agricola nazionale. Lo dicono i numeri dei capi allevati, lo dicono le persone presenti ad incontri di questo tipo (non i politici che partecipano per farsi vedere, ma il sottoprefetto che parla con competenza e determinazione). Lo dicono i ricercatori di istituti come l’INRA, l’Istituto Nazionale di ricerca in ambito agricolo, che nelle sedi dipartimentali si occupa dei diversi ambiti, compreso quello zootecnico in generale e pastorale in particolare (si veda ad esempio qui). Chissà perchè in Italia se studi la zootecnia in relazione alla ricomparsa del lupo sei oggetto di pesanti attacchi anche in ambito accademico, mentre in Francia ci sono fior fiore di pubblicazioni sui più svariati aspetti della questione, compreso il costo economico per il pastore e le ore di lavoro aggiuntive…

Poi cambiamo zona, scendiamo giù per l’Italia ed arriviamo in provincia di Rieti, a Borgorose (RI) in frazione Corvaro, dove il 28 giugno 2012 si teneva l’incontro di chiusura del corso di formazione lattiero-caseario artigianale per allevatori e casari. Nei giorni scorsi infatti per la prima volta ho avuto occasione di confrontarmi direttamente con realtà pastorali del Centro, del Sud e delle Isole, grazie alla presenza di numerose persone convenute in Lazio per la Festa della Transumanza di Amatrice. Il mal comune non è mezzo gaudio, ma motivo di preoccupazioni aggiuntive…

Di fronte ad una tavola colma di formaggi da latte prevalentemente ovino, prima, dopo e durante gli assaggi c’è stato modo di riflettere su molti aspetti. Cito in ordine sparso alcune frasi  significative che mi sono appuntata durante gli interventi, in particolare del dott. Ficco del CRA: “La ricotta paga le spese, il formaggio è la resa…“. “Il latte ovino viene pagato 0,70€/l, facendo formaggio rende 2,40. Nel 1974 era 1.400 £/l.” “E’ arrivato il momento di passare ai pecorai specializzati, fare formaggi con un nome e cognome. Bisogna integrare l’economia pastorale con l’economia moderna, fondamentale un ruolo delle istituzioni!“. …ed è stato sottolineato come non siano i contributi (elemosine) ad essere utili, ma aiuti concreti. “La vita del pastore dev’essere ecosostenibile, bisogna ricomporre un equilibrio che si è rotto.” “Bisogna produrre qualità, non quantità. Siamo piccoli, il nostro pregio è la qualità.” “La transumanza: il pregio del latte dei pascoli.” “La pecora è cultura, c’è dentro la cultura dell’uomo.

Suona molto strano a chi viene dal Piemonte sentir dire che il mestiere di pastore da quelle parti è in via di estinzione, sentir parlare di pascoli abbandonati, boschi in espansione…

Il dott. Rubino, presidente di ANFOSC, l’Associazione Nazionale per la valorizzazione e tutela dei formaggi ottenuti con latte di animali al pascolo, ha parlato a lungo di qualità, innanzitutto del latte, ma anche di tecniche di lavorazione. Riporto alcuni sui pensieri: “La qualità del formaggio dipende dal pascolo. (…) La legge fatta a tavolino decide cos’è il latte di qualità… “Quello della Lola…!!!” (…) Il ricercatore deve porsi dalla parte del consumatore. (…) Il pastore che fa un buon latte deve essere pagato giustamente per il suo prodotto, non ricevere l’elemosina perchè “previene le frane”. (…) Nell’animale al pascolo il rapporto Ω3 e Ω6 è quasi nullo, c’è il massimo della qualità, cosa che non avviene con l’alimentazione in stalla. (…) A un grande latte di montagna spesso non corrisponde un grande formaggio, a livello industriale invece a un grande formaggio non corrisponde un grande latte. Manca totalmente l’assistenza tecnica casearia. Condividere con l’allevatore il problema è la base di partenza. (…) Allevatori dispersi in un grande territorio. (…) Il problema non è la tecnica, ma la carenza nei dettagli.” Ed il corso infatti si è tenuto presso le diverse aziende agricole che hanno aderito, per capire e condividere problemi, difetti e pregi (delle strutture, della tecnica, dei prodotti).

Ci siamo poi trasferiti ad Amatrice (RI), paese un tempo di pastori, nato sul percorso dei tratturi. Qui ho potuto aggiungere alla mia collezione di monumenti pastorali questa fontana. Nei viaggi e negli spostamenti c’è stato modo di discutere a lungo su pascoli non utilizzabili per problemi “burocratici”, su amministrazioni che non comprendono il valore della pastorizia, ma anche su pastori divisi, troppo occupati a contrastarsi a vicenda invece che lottare uniti per i medesimi obiettivi. certo, bisognerebbe avere una rappresentanza comune di tutti i pastori italiani, ma come si fa, se si litiga internamente tra vicini di pascoli? A ben guardare le problematiche sono molto simili, in Sardegna come in Lombardia, ma…

Amatrice è circondata da un paesaggio agricolo, anche se alla pastorizia pensi soprattutto guardando le montagne, dove il gregge protagonista della festa sarebbe giunto nei giorni successivi. Quello che mi ha colpito sono i boschi, così fitti, così diffusi, tanto che persino il rappresentante del CFS presente al convegno ha parlato di pascolamento in bosco consentito (non sulla rinnovazione, ovvio), visto che questa non è un’epoca dove i boschi sono in pericolo, ma è piuttosto il pastore ad essere a rischio di estinzione. Il buon pastore, quello che si comporta correttamente e che rispetta. Parole ben note…

Ad Amatrice l’incontro aveva un titolo altisonante: “Convegno Internazionale sul Pastoralismo per la conservazione sostenibile della cultura pastorale e transumante, protettrice della diversità biologica e dell’ambiente del nostro pianeta“. Tra il pubblico, nonostante il caldo e l’ora, una buona presenza di tecnici, qualche allevatore, politici e amministratori, appassionati. L’interesse c’era, gli interventi previsti in scaletta sono stati intervallati dalle parole degli amministratori. Tutti unanimi e concordi nel difendere il valore della pastorizia, affinchè non diventi solo più memoria e folklore, ma gli addetti ai lavori in platea mugugnavano, troppo abituati a sentir parole e non vedere poi i fatti.

Sono stati ripresi i temi della valorizzazione e qualità dei prodotti. Per quanto mi riguarda, ho mostrato la realtà della transumanza in Piemonte (ovina e bovina), quindi ho parlato del pascolo vagante. Anche se l’Italia è una, raramente fuori dai confini locali si conoscono le tante realtà, così genera sorpresa vedere tante pecore in Piemonte e stupore il sapere che la maggior parte di questi pastori vivono solo sulla vendita della carne, senza caseificare. Che ciò venga detto da chi spunta prezzi più alti sulla vendita della carne ovina (consumata ed apprezzata tutto l’anno, non solo a Pasqua e Natale) fa riflettere non poco.

Formaggi e ricotte da latte ovino sono presenti nella cena, a fianco dell’immancabile pasta all’amatriciana… E poi un ottimo agnello, del quale sono state servite tutte le parti, dalla testa alla coda! Il clima, pur tra i discorsi tecnici dei partecipanti al convegno, si è fatto via via più conviviale, per prepararsi alla festa dei giorni successivi. Musica, improvvisazioni musicali in rima, dediche a signore e signorine da parte dei “poeti pastori”…

L’indomani iniziava la transumanza, ma io sono riuscita a farmi accompagnare nell’azienda De Marco per assistere alle fasi precedenti, tra cui la mungitura del gregge. Si tratta di incroci tra la razza lattifera francese Lacone e la pecora appenninica. L’azienda è grande, ben organizzata, affianca agli ovini i bovini di razza chianina (oltre a qualche maremmana) ed integra con un’attività di taglio legna. La mungitrice mobile seguirà la transumanza e verrà portata in alpeggio.

Gli animali sono in stalla, ma dove andare al pascolo altrimenti, con i prati secchi che si vedono intorno? Il caldo è già atroce, le mosche tormentano gli animali, eppure mi dicono che questa è la stagione normale per salire in quota, anche perchè mi sembra di capire che altrimenti i pascoli non sarebbero sufficienti per arrivare alla fine della stagione. Quest’anno l’inverno ha visto abbondanti precipitazioni nevose concentrate in un periodo breve, poi una prolungata siccità che perdura da troppo tempo.

Ultima operazione precedente la partenza, la marchiatura dei capi con delle iniziali impresse sulla lana. Intanto arrivano sempre più numerosi i turisti che parteciperanno alla transumanza, per lo più turisti locali, oltre al gruppo CAI.

Il racconto della transumanza però ve lo presenterò prossimamente, per adesso vi lascio riflettere sul futuro della pastorizia. Partecipare a questi incontri è stata un’utile occasione di scambio (anche “culturale”), ma soprattutto una fonte di riflessioni. E’ vero che già le passate generazioni di pastori dicevano che sarebbero state le ultime e invece i pastori ci sono ancora, ma sono davvero diminuiti e rischiano di soccombere. Per qualcuno questa crisi farà capire il valore degli antichi mestieri e contribuirà alla loro rinascita, per altri invece potrebbe rappresentare il colpo di grazia…

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  1. Non è difficile in Europa essere più avanti di noi italiani.

    E’ il solito deficit culturale che si manifesta in ogni ambito. Abbiamo le risorse, abbiamo le ricchezze, a portata di mano, ma non sappiamo “sfruttarle” perché non le “vediamo”, non le capiamo.

    Viviamo in una terra straniera perché decenni di mancanza di educazione, a tutti i livelli, ha ridotto gli italiani ad un mucchietto di zoticoni. Basta rendersi conto di che razza di politici abbiamo mandato a governare il nostro Paese negli ultimi anni.

    Stamattina al bar sento dire da un avventore che la figlia di 6 anni (!) ieri sera, guardando Mario Monti intervistato alla fine della finale degli europei di calcio, ha detto al papà: “Ma che occhiali da sfigato che ha!”. Questo papà, stamattina, era quasi orgoglioso di parlare della bambina che si era abituata all’immagine del past Premier Berlusconi, tutto chiacchiere e distintivo, personaggio molto più figo e alla moda.

    Ahinoi. Se già a 6 anni non si insegna ad un figlio che non è importante nella vita che occhiali si indossano, se alla moda o meno, ma è fondamentale non essere “miope” e stare attenti soprattutto alla sostanza delle cose, anziché alle buffonate, non sono molto fiducioso per il nostro avvenire.

    Poi non c’è da stupirsi se, valicando le Alpi, sembra di stare nella civiltà.

    Forse noi italiani crediamo che la ricchezza e la crescita (quella di cui tanto parlano in questo periodo i nostri governanti) arrivano con un paio di occhiali alla moda?

    Sai cosa penso Marzia ? Che buona parte degli italiani crede nelle favole.

    Se non fosse così, non avremmo politici da barzelletta.

  2. eh già, caro beppe… si guarda l’apparenza sperando che la patina dorata superficiale riesca a nascondere (o far dimenticare) tutto quello che sta sotto.
    per carità, anche valicando le alpi ci saranno problemi e cose che non funzionano, ma è proprio vero che spesso si respira un’altra aria

    …non a caso stiamo raggiungendo il top, elevando a politici dei comici… non sarà poi che alla fine non ci sarà poi proprio più niente da ridere???????

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