Pastorizia di alta quota

Il secondo pastore scelto per il film sulla pastorizia in Piemonte nell’ambito del progetto PROPAST in verità è una famiglia, che rappresenterà la realtà del pastore in montagna, che vive e lavora tutto l’anno in quota, occupandosi del pascolo, dell’alpeggio, della fienagione. In particolare, essendo in Valle Stura, si aggiunge l’aspetto della valorizzazione dei prodotti attraverso il recupero della pecora sambucana.

Al mattino le prime riprese sono in stalla, durante la mungitura. E’ Daniele, il figlio, a parlare e spiegare il suo lavoro, la sua passione. Tra non molto cesserà quest’attività, il gregge è prossimo alla salita in alpe e lassù non ci sono le strutture per continuare la caseificazione. Saranno il papà e lo zio ad alternarsi in alpe, lui resterà qui per le altre attività aziendali, prima fra tutte la fienagione.

L’allevamento della pecora sambucana è legato alla produzione di carne, principalmente agnelli ed agnelloni (tardoun), solo l’azienda Giordano munge e caseifica. Daniele racconta anche di come da qualche tempo sua sorella Patrizia, che si occupava soprattutto proprio del latte, si sia spostata in fondovalle, andando a convivere. Una scelta difficile, forse temporanea nella speranza di muovere poi quassù tutta la nuova famiglia.

Dopo si va al pascolo non lontano da casa. Battista davanti, Daniele dietro, un breve cammino per raggiungere i versanti dove il gregge si tratterrà fino a sera. Sono appezzamenti privati, affittati dai Giordano, dove il gregge contribuisce a mantenere pulito contrastando l’inevitabile avanzata dei cespugli.

Nonostante il maltempo in pianura, che si spinge fino alla media valle, quassù il vento regala una quasi inaspettata giornata di sole, che contribuisce a mostrare gli aspetti positivi del vivere e lavorare in montagna. Ci ripromettiamo di tornare per mostrare anche la realtà invernale, quella della neve, dell’isolamento.

Tra pochi giorni il gregge salirà lassù, sulla Montagnetta, l’alpeggio estivo. Un lungo cammino a piedi, non ci sono alternative per raggiungere i pascoli ed il gias. Anche noi, nel mese di agosto, andremo a trovarli, ma Battista ci suggerisce la strada più “comoda” dalla Bandia, dove possiamo avvicinarci maggiormente con l’auto e poi trasportare tutte le attrezzature per le riprese senza tanto dislivello.

Sono posti davvero “da pecore”, il territorio è adatto a loro. Il suolo calcareo caratteristico di queste zone garantisce un’alta biodiversità, che sarebbe però in pericolo se questi pascoli non venissero più utilizzati. La fioritura è appena agli inizi, i piccoli cespugli aromatici rilasciano però i loro profumi quando calpestati dal gregge: il timo, la santoreggia montana, l’assenzio, la lavanda, la nepeta si mescolano con il dolce odore delle ginestre in fiore.

Daniele ha già parlato prima, è la volta di Battista, così il figlio controllerà il gregge mentre il papà racconta. La passione è fortissima per entrambi, questo mestiere è la loro vita, ma emergono parole forse inaspettate. “Non volevo continuasse qui, avrei preferito facesse altro. E’ perchè c’è il lupo… Non è più vita, non si può lavorare così. Non puoi lasciarle da sole nemmeno un minuto, nemmeno qui vicino alle case. E poi d’estate deve sempre esserci su qualcuno. Prima salivamo 2, 3 volte la settimana per vedere se era tutto a posto, per dare il sale, intanto giù si faceva il fieno.” Quest’anno ad aiutare la famiglia c’è un giovane della pianura, di Fossano, che da tempo voleva passare un estate in alpeggio. “Ha voglia di fare, di imparare. Non ha paura a restare su anche da solo, vedremo come va.

Battista ha una vita da raccontare: l’emigrazione in Francia a lavorare come pastore, il ritorno e l’esperienza come operaio alla Michelin: “…ma mi ha rovinato, ho ancora un’ernia e l’ulcera da allora!“, senza mai rimanere senza pecore. E dopo la scelta di lavorare qui con la famiglia, fare i pastori come tanti, ma oggi invece esser rimasti in pochi. Si spopola la valle, i paesi, qualcuno resiste, ma a fare i pastori no, secondo lui una delle principali cause è la gestione “imposta” dalla presenza del predatore, che vincola quotidianamente almeno una persona della famiglia alla sorveglianza costante. “In alpeggio ci alterniamo io e mio cognato, tre giorni a testa, poi uno scende e l’altro sale con i viveri per tre giorni, avanti così. Daniele lui no, è giovane, lassù ha paura, da solo. Tutte le sere ci sentiamo con la moglie giù, con la radio. Non è facile.” In Battista c’è passione ed amarezza insieme, quando parla della sua vita.

Lucia ha sostituito la figlia Patrizia quando è andata a convivere in fondovalle. “Mi ha insegnato lei a fare i formaggi… Li abbiamo sempre fatti, ma poi lei si era perfezionata, era andata a Moretta ed era venuto su Guido Tallone a darle delle indicazioni. Ogni tanto le telefono e le chiedo, ma comunque quando può viene ancora su. Ho dovuto ricominciare ad organizzarmi la giornata, di lavoro qui ce n’è. Quando gli uomini sono su, oltre al fieno, c’è da cucinare per loro, di modo che ne abbiano per tre giorni. Non è facile variare e preparare qualcosa che si conservi…“. Parla, Lucia, racconta. D’estate si è lontani, nel resto dell’anno si cena spesso a tarda ora: “Ma non mi piace mangiare prima, li aspetto… Non mi sembra giusto, altrimenti, per un momento che si può passare insieme.

E’ forte il legame che unisce questa famiglia ed è stato uno dei motivi che ha fatto sì che sia rimasta qui a vivere e lavorare. La figlia se n’è andata da poco, “…ma è anche giusto così…“. Per Lucia è un errore chiudere le Comunità Montane, che qui hanno fatto moltissimo, sono una vera presenza, un Ente a cui rivolgersi ed ottenere aiuti concreti. Molte case sono in via di ristrutturazione, è la CM ad aver aiutato a partecipare ad un bando ed adesso gli interventi vengono finanziati e si contribuirà a rendere più vivo il paese. “Anche i giovani della Locanda, si danno da fare, si sono inseriti bene, lavorano bene e sanno farsi benvolere, speriamo davvero riescano ad andare avanti.”  Non è come ne “Il vento fa il suo giro”, qui chi viene da fuori è ben accetto, l’importante è che lavori, abbia rispetto e si dia da fare per il paese, il territorio, la comunità.

Torniamo ancora al pascolo, riprenderemo fino al rientro serale del gregge. Quella è una sera di sole e di vento, pertanto gli animali non verranno ricoverati in stalla, ma nel recinto sottostante. Sembra idilliaco fare i pastori qui, ma nelle parole della famiglia Giordano ci sono stati tanti spunti di riflessione…

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  1. La famiglia Giordano è il vero esempio di come si può vivere tutto l’anno in montagna, in alta montagna, ma come dicono loro non è facile e sicuramente pochi hanno la voglia di sfidare tutte le difficoltà che comporta questo lavoro. Li ammiro da sempre!!! Gloria

  2. “E dopo la scelta di lavorare qui con la famiglia, fare i pastori come tanti, ma oggi invece esser rimasti in pochi. Si spopola la valle, i paesi, qualcuno resiste, ma a fare i pastori no, secondo lui una delle principali cause è la gestione “imposta” dalla presenza del predatore, che vincola quotidianamente almeno una persona della famiglia alla sorveglianza costante.”
    Come se la gente avesse smesso di voler fare il pastore negli ultimi 5 anni. Non che neghi le difficoltà di dover sorvegliare continuamente un gregge, sia chiaro, ma attribuire al lupo tutti i mali della pastorizia mi suona molto vicino al ben noto: “È tutta colpa dei comunisti!” Siamo seri, dai.

    • cince… perchè non vai tu a trascorrere una stagione con la famiglia giordano? provare per poi giudicare. facile parlare stando seduti altrove. comunque in valle stura, in val varaita… in tanti hanno smesso davvero negli ultimi 5-10 anni. io sono serissima ed i pastori ancor di più

      • Quello che critico io è il voler dare tutte le colpe al lupo per i problemi della pastorizia.
        “in tanti hanno smesso davvero negli ultimi 5-10 anni”
        non ne dubito. Hanno smesso per colpa del lupo? Tutti? E quelli che hanno smesso prima, tipo 15-20-25 anni fa, quando il lupo in Piemonte non c’era? Torno a dire: non nego che la presenza del lupo possa creare delle difficoltà, però pensando all’esiguità del loro numero (1000 esemplari in tutta Italia) mi sembra alquanto improbabile che siano loro la causa di tutti i mali. Un po’ come dire che l’agricoltura è in crisi a causa del cinghiale, no? I danni ci sono eccome, ma mi sembra che non si sogni nessuno di affermare una cosa del genere. E ci sono un bel po’ più di cinghiali che di lupi!

  3. Dalla parte del Lupo Signora Verona si ricorda?

    E’ sempre la solita storia “perchè non venite qui?”
    come se per rispettare un animale protetto ci sia bisogno di andare in alpeggio…
    Sono scelte, lei ha scelto la pastorizia, io ho scelto la difesa del Lupo e tanto per essere chiari, perchè ancora evidentemente non lo è, il Lupo non è stato imposto è arrivato lì in Piemonte, come da altre parti, per fenomeno di dispersione, sa che cos’è Signora Verona? voglio sperarlo, ma ovviamente non conviene ammetterlo, conviene di più dargli contro…..non bastassero gli aiuti recenti che avete ottenuto dalla regione, cos’altro volete?
    Mi creda signora Verona, io non mi arrendo, continuerò a dare battaglia perchè è quello in cui credo, credo sia POSSIBILISSIMO convivere con il Lupo, il resto sono scuse e demagogia….
    non scenderemo mai a compromessi e combatteremo sempre contro la vs disinformazione…..
    A proposito anche io sono serissima….saluti

  4. Devo scendere in campo …
    Primo. La disinformazione non la stiamo facendo noi ma certa “stampa” subdola che riporta dati che non hanno abbiamo mai dichiarato (smentiti, ma non possiamo denunciare il giornalista perché la smentita c’è stata ma una certa “opinione” preferisce rifarsi continuamente alle menzogne).
    Secondo. Il progetto sta operando su più fronti, tanti davvero. Con quello che la Regione ci offre lavoriamo in sinergia con numerosi altri progetti. L’ho già detto, mille volte, ma nessuno di chi vuole unicamente agire da detrattore ha il coraggio di osservarlo. Analizzare le criticità dei sistemi pastorali, verificare le sofferenze economiche e psicologiche, stimare il prezzo della convivenza, verificare sulla vegetazione e sugli animali i costi della gestione imposta dal cambiamento, informare la gente dell’esistenza dell’allevamento montano, dei prodotti ottenibili, degli effetti favorevoli sull’ambiente,sul l’ecologia, la biodiversità, ecc. ecc. Stiamo collaborando a progetti con colleghi dei mondi più diversi , anche quello umanistico e della comunicazione e intendiamo arrivare ad un progetto di formazione. Per formare è necessario prima motivare, far capire il senso di certe attività. In questo momento, costringendo quei pochi che restano a ritirarsi o chiudersi in fortilizi, non arriveremo da nessuna parte. Vorremmo più abitanti sulla montagna, per difendere e aiutare la montagna, a farla vivere, rivivere, anche a beneficio di chi proviene da altri luoghi.

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