Una vera fiera delle pecore!

Ero stata in Francia ad una festa della transumanza, anni fa. Questa però era la prima volta che visitavo una fiera zootecnica. Per l’occasione si è trattato della fiera di Saint Michel a Barcellonette, nell’Ubaye. Ho sconfinato al Colle della Maddalena, lasciandomi alle spalle nuvole e nebbia e sono scesa lungo i morbidi versanti francesi, pascoli che d’estate sono occupati da migliaia e migliaia di pecore.

Non sapevamo esattamente dove fosse la fiera, pensavamo che le strade bloccate al traffico fossero occupate dal mercato del sabato e gli animali fossero confinati fuori dal centro abitato. Tanto per cominciare però uno sguardo alle bancarelle poteva comunque essere interessante. Molte erano comunque in tema, come questa coloratissima esposizione di lane, sciarpe, scialli. Tutta lana mohair colorata con tinture naturali.

C’erano poi numerosi venditori di prodotti alimentari, tra cui primeggiavano i formaggi: di capra, di pecora, di vacca ed a latte misto. Formaggi d’alpeggio, Beaufort, tome della Savoia… Abbigliamento, miele, olive, frutta secca, frutta e verdura fresca, ma finalmente, proprio nel centro, le transenne con gli animali. Non lontano dalle case, ma in una vasta piazza circondata da edifici.

 

Prima di vedere le bestie (soprattutto pecore), c’era un eloquente stand dell’Associazione Eleveurs & Montagne e gli “Indignati dell’Ubaye”. I temi trattati erano svariati, venivano distribuiti volantini e depliants, si raccoglievano firme. Un depliant illustrava il mestiere della pastorizia transumante, un altro il ruolo fondamentale della pastorizia nel territorio. Un opuscolo parlava della razza Merinos d’Arles, l’altro della Ile de France, un quaderno-dossier forniva tutte le indicazioni per la gestione di un’azienda ovina, un depliant illustrava le caratteristiche dell’agnello di Sisteron, dove comprare carne direttamente in azienda, come cucinare i diversi tagli…

 

Ma poi c’erano poster con vignette su lupi e pecore ed un eloquente collage di articoli sul problema lupo. Nonostante il territorio decisamente più “facile” di quello degli alpeggi italiani, nonostante per la pastorizia oltralpe ci sia sempre stata maggiore attenzione (come testimoniava anche tutto il materiale sopracitato  e le dimensioni stesse della fiera), nonostante i patou, nonostante le scuole di formazione per pastori… Ma ne avrei poi capito di più al convegno previsto per il pomeriggio.

 

I bovini erano decisamente in minoranza, solo alcuni vitelloni confinati nei box più marginali. Questa era decisamente una fiera a prevalenza di ovini (persino le capre erano molto meno di quanto mi sarei potuta aspettare).

 

Eccole, le pecore! Precedute da un tavolino del Collettivo per la libertà dell’allevamento. Qui si spiegava come, negli ultimi anni, diversi interventi imposti dall’alto avevano causato numerosi problemi. Si parlava di una vaccinazione (per una malattia non trasmissibile all’uomo) che ha comportato un forte aumento di sterilità negli animali e di altre problematiche che si sono abbattute sull’allevamento e gli allevatori. L’impressione che un osservatore esterno traeva da tutto ciò era che sicuramente l’erba del vicino non è poi più verde della nostra, ma qui sembrava che gli allevatori fossero uniti, compatti e ben rappresentati.

 

Non mancavano gli animali, non mancava la gente. La razza principale tra le pecore in mostra erano senza dubbio le Merinos, con un numero minore di altre razze (Mourerous, Ile de France, Prealpi, Savoiarde ed altre ancora). Pecore, montoni, agnelle giovani, ce n’era per tutti i gusti.

 

Certamente uno spettacolo per la vista anche dei semplici curiosi. Per gli Italiani (che non mancavano, pastori, margari, appassionati e intenditori, dalla confinante Valle Stura, ma non solo) poteva esserci un senso iniziale di sorpresa per la taglia degli animali. Ma a ben riflettere… quanta carne hanno addosso questi capi? Solo così ad occhio è chiaro come la resa alla macellazione sia ben superiore alle nostre massicce biellesi e bergamasche.

 

E la gente continuava a scorrere, l’Occitano si mescolava al Francese, all’Italiano ed al Piemontese, ma non mancavano persino degli Spagnoli ed altri stranieri da varie parti d’Europa, magari capitati qui per caso, durante le ferie. L’aria fredda del mattino stava lasciando il posto ad un bel sole caldo ed un cielo appena velato.

 

Oltre alla bancarelle di prodotti tipici, c’era il classico “materiale tecnico”, tra cui le campane. Siamo abituati a vedere diverse bancarelle con rudun e campane, alle nostre fiere, qui invece solo un espositore presentava questi generi: campane da pecora e da capra di tutte le taglie e forme, poi campane e rudun provenzali, già montati sulle canaule. I prezzi salivano proporzionati alle dimensioni del campanaccio, ovviamente. La gente guardava, sollevava, provava il suono. Poi ombrelli, bastoni, cinghie, basti…

 

Ecco i collari per i patou, i collari anti-lupo di cui vengono dotati i cani da guardiania (che qui sono di razza Montagna dei Pirenei). Tali collari possono salvare la vita ai cani, in uno scontro diretto con il lupo, che tendenzialmente cerca di attaccare alla gola.

 

Nelle vie occupate dagli espositori c’era anche uno stand degli allevatori del Vercors, che presentava foto volutamente cruente di animali uccisi e sbranati dal lupo: pecore, ma anche cani da pastore ed animali selvatici nelle vie innevate del paese.

 

Qual è il cappello “giusto” dei pastori francesi? Molti li ho visti con il basco, ma qui venivano esposti e venduti cappelli in feltro di lana, neri, e cappelli di altre fogge. Gli acquirenti però prendevano d’assalto soprattutto i generi alimentari, sia quelli da consumare al momento, sia quelli da portare a casa.

 

L’odore di aglio aleggiava per le vie e la sua provenienza era evidente. La merce era ben disposta, i colori si mescolavano ai profumi, in proporzione c’era molta meno chincaglieria che nelle fiere e nei mercati nostrani.

 

Le bancarelle che vendevano salumi erano numerose: soprattutto salami, di ogni tipo, con ogni aromatizzazione, dal mirtillo al formaggio di capra, passando per i più classici salami d’asino o di cinghiale. Forse è una disattenzione mia, ma non ho visto salami di pecora.

 

I pastori li riconoscevi. Scarponi ai piedi, una camminata differente dalla folla di curiosi, e poi lo sguardo, l’abbigliamento, la pelle cotta dal sole. La mia impressione è stata che, in generale, in Francia il pastore è una figura diversa rispetto ai “nostri” pastori. C’è l’allevatore e c’è il pastore salariato, il guardiano delle pecore. Molti di questi probabilmente provengono dalle apposite scuole, che esistono dagli anni ’30 (come l’Ecole du Merle). E così vedevi questi personaggi, giovani o di mezza età, solitari o a crocchi, intenti a parlare tra di loro.

 

Le pecore intanto chinavano il capo sotto al sole. Le previsioni parlavano di temporali nel tardo pomeriggio ed infatti verso le montagne già si stavano addensando le nuvole. Giro dopo giro, non c’era da stancarsi a guardare gli animali in mostra, perché erano così diversi da quelli a cui siamo abituati noi.

 

Tra le pecore, svettavano le teste dei montoni dalle lunghe corna ricurve. Non ho visto manifesti o depliants in cui si parlasse della lana: chissà se anche quella della Merinos d’Arles è ormai più un fastidio che una resa? Al mattino c’era stata anche la dimostrazione di tosatura, ma per un motivo o per l’altro siamo arrivati lì quando era già conclusa.

 

Verso mezzogiorno sul palco prende il via il dibattito: parlano i rappresentanti degli allevatori, gli amministratori locali. I toni sono decisi, la difesa della pastorizia è una priorità per l’ambiente, per il territorio, per l’economia. Non seguo tutto il discorso, fatico a seguire il Francese in mezzo alla confusione, ma non si alzano voci contrarie, si chiede a gran voce una politica che sostenga la pastorizia su tutti i fronti, dalla valorizzazione alla difesa contro i predatori.

 

Non solo pastori, anche donne pastore. Sono numerose le ragazze che scelgono questa professione, alcune in prima persona, altre come aiutanti dei loro compagni. In questo caso, per la maggior parte, vuol dire “pastori transumanti”, d’estate in alpeggio, d’inverno in quella che è la sede naturale per il pascolo della maggior parte delle grandi greggi, cioè la Crau.

 

Il pubblico che ascolta il dibattito è variegato, sicuramente non solo addetti ai lavori. Gli “Indignati dell’Ubaye” d’altra parte sono persone che non hanno a che fare direttamente con l’allevamento e la pastorizia, ma sostengono questo settore perché lo ritengono fondamentale per l’ecosistema e l’economia della montagna, della vallata.

 

Dopo ciascuno raggiunge un ristorante, un caffè, un luogo dove mangiare o bere un bicchiere. C’è un locale con ampio spazio all’aperto che sembra raccogliere la maggior parte dei pastori, mentre i visitatori ed i turisti sciamano verso i locali del centro. Il piccolo borgo di Barcellonette è accogliente, variopinto, ricco di botteghe di artigianato, souvenirs…

 

Intanto nella piazza della fiera gli animali iniziano ad andarsene. Gruppo dopo gruppo vengono condotti ai camion che li riporteranno a destinazione. Improvvisamente, con l’apertura della prima transenna, tutti i box si animano ed inizia un coro di belati.

 

Viste qui queste pecore sembrano ancora più piccole, più compatte, quasi dei peluches. Sembrano voler cercale le compagne e rimanere addossate a loro proprio come… delle pecore! Chissà se il loro comportamento al pascolo è differente? Chissà come se la caverebbero su certe montagne aspre e scoscese, abituate invece ad alpeggi dai pendii morbidi?

 

La fiera si avvia alla conclusione, la piazza si svuota, anche le bancarelle dei generi alimentari iniziano ad avere carenza di prodotto. Non è rimasta nemmeno una micca di pane tra tutte quelle che ad inizio mattinata invece erano esposte sui banchi!

 

Marginalmente ai box delle pecore c’erano anche conigli, volatili e questi due alpaca, tanto strani da sembrare finti, con il loro collo lungo, gli occhi quasi nascosti dal ciuffo. Il loro aspetto buffo attirava tanto i bambini quanto gli adulti. Lì accanto veniva mostrata la loro lana, messa a confronto con quella di lama e quella di pecora.
Stava per iniziare il convegno del pomeriggio, quello dedicato al libro di Marc Vincent, “Gli alpeggi alla prova del lupo”. Ma ve lo racconterò domani, perché necessita di un giusto spazio e numerose riflessioni.

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  1. Hai descritto questa fiera in modo perfetto. Io ci vado da diversi anni e anche quest'anno sono ritornata perchè è una fiera molto interessante, sia per il gran numero di pecore presenti, si parlava di più di 2500 teste, sia per vedere questi pastori, veri protagonisti della giornata.

    Mi stupisco ogni anno di notare come i recinti delle pecore siano sistemati al centro della piazza e tutt'intorno ci siano le bancarelle di generi alimentari.In Italia sarebbe impensabile lo stretto contatto degli animali con prodotti commestibili ( pane, olive sfuse, formaggi……).

    Ho anche ascoltato e osservato come il problema "lupo" è stato schiettamente messo in piazza, con fotografie dei danni subiti e documentazioni informative per far conoscere a tutti i cittadini la difficile coabitazione…… uomo-lupo.

    La fiera è stata anche un 'occasione per dar appuntamento a diversi amici lontani e ritrovarsi a Barcellonette per un saluto.  Gloria

  2. @gloria: veramente una bella fiera e… adesso voglio andare a quella di guillestre il 17 ottobre.
    proprio così, in italia sarebbe impensabile, ma sono molto felice di vedere quante feste della transumanza ci saranno in questi giorni. che qualcosa stia cambiando???

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